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Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Pre Sto. Con amici e colleghi – ma anche con nemici e scollegati – mi ritrovo spesso a fare magnifici discorsi sulla musica. Su com’era, com’è. Sulle sue storie, sulle sue instagramstorie. Su cosa ci dice del mondo com’è, e come non è. Su come ci ha cambiati e come cambierà senza cambiarci più. E ormai questi discorsi mi paiono così migliori di tutti gli album in circolazione, che temo di ritrovarmi un giorno a vagheggiare album immaginari come gli assoli di chitarra immaginari del povero Joe, rockstar mancata immaginata da Frank Zappa. Non sarei nemmeno originale: lo fece per primo (tanto per cambiare) Magister Bertoncelli recensendo un LP di Crosby, Stills, Nash & Young così plausibile che la casa discografica inondata di richieste fu costretta a smentire. Lo ha fatto di recente Reg Mastice in un libro, e lo fece vent’anni fa mescolando hype e whatif il caro, scomparso Modern Humorist, che rivelò che l’imminente Kid A dei Radiohead avrebbe portato alle estreme conseguenze il pessimismo della band, con un disco di teen-pop prodotto da Max Martin, ospiti Scary Spice e Aaron Carter, e titoli accattivanti come Download my heart e Yo quiero bailar. La Storia ci dice che Kid A non è stato quel tipo di disco. Ma mi piace immaginare che un po’ ci abbiano pensato, a fare un disco pop insopportabile – ma che poi gli sia mancato il coraggio e abbiano dovuto accontentarsi del disco che quasi tutti considerano il loro capolavoro
(mmh, io no) (so che ve lo aspettavate) (confido che non vi interessi sapere qual è il mio preferito) (…non interessa nemmeno me)
Ecco, questo coraggio di fare un disco caruccio (“cuuuute” come diciamo noi giovani) e sciabadabadoso non è certo mancato a
Il numero uno. Con la classifica che ha chiuso il mese di aprile, Multisala di Federico Bertolini in arte Franco126 (come i centoventisei gradini della scalinata di Trastevere) è diventato il 15mo album diverso in 15 settimane a occupare il trono dei presunti album, dal quale per qualche giorno può guardare tutti quanti con alterigia. Da gennaio, 15 artisti diversi hanno avuto la loro settimana di trionfo, per poi ritirarsi in buon ordine – avanti il prossimo, gli lascio il posto mio. Viceversa, tra i singoli non si muove quasi niente. E così è come se il Paese fosse schiacciato tra gli spotifati ossessionati dalle Nuove Uscite (gli album) e i forzati della Top 50 (i singoli) che ogni giorno si fanno rassicurare dalle stesse musiche leggerissime e di #successo. Di per sé, Multisala è un altro album piasciòne da cantautorino indie co’ dentro er friccicòre d’aaaaaa primavéra de Roma, capitale ITALIANA dove da vent’anni la legge spietata dello showbusiness impone a cantanti e attori di forzare un accento romanesco pure quando non ce l’hanno, e persino se non sono dell’Urbe – per ostentare vicinanza alla GENTE, seguendo un filo lòggico ‘mportante. So che facendo notare questo dettaglio sembrerò più milanese di quello che sono, ma dentro di me (…come in ogni milanese, credo) c’è un romano mancato, e anche da dentro me stesso trovo tale espediente un po’ penoso. Ma devo ammettere che molto dipende dal fatto che ai primordi dei miei ascolti di musica, quando per la prima volta mi arrivavano canzoni di Battisti o di Baglioni o De Gregori, non deducevo immediatamente la loro provenienza, e credo che molto dipendesse dal fatto che non era la loro primissima preoccupazione farla percepire a me o agli ITALIANI. Il che mi sobilla un
Volo pindarico sul neoprovincialismo. Giovani virgulti, voi non ci crederete e io stesso l’ho capito solo dopo (anche perché ero infante, e infantile) ma l’Italia in cui sono cresciuto aveva una voglia di sprovincializzarsi immensa, tanto che ci si lamentava di esterofilia dilagante. Nella musica Michael Jackson, Bruce Springsteen, Madonna, Duran Duran – i quadrumviri dominanti degli anni 80, peraltro se ci pensate ben distribuiti dal punto di vista musical-ideologico – presero il sopravvento nel giro di due anni, da Rio (1982) e Thriller (1983) a Like a Virgin e Born in the USA (1984). Ognuno dei quattro (Nella Mia Umile Opinione) aprì poi la via per qualcun altro, non sarò certo io a sminuire Prince o Sting, Depeche Mode o U2, che erano già in giro ma avrebbero preso il testimone già a uno stadio evolutivo più avanzato – e lo dico, ovviamente, da incallito estimatore di tutti quanti. Ma ora vi spiego dove voglio arrivare.
1981 vs 2021. Farò ricorso alle classifiche che il premiato sito Hitparadeitalia ha provato a eternare, sapendo (come lo sanno loro) che l’attendibilità delle charts che ci sono state tramandate è un po’ labile, ma sicuramente imparziale. Questi erano i dati che ci venivano dati (per questo li chiamiamo dati). Proprio quarant’anni fa, per la prima volta nella Storia, i primi tre singoli più venduti dell’intera annata furono tutti e tre stranieri. E tranne il n.2, di un gruppo del quale nessuno sapeva niente (e temo che oggi il Corsera li chiamerebbe meteore) possiamo ancora considerare quei particolari brani come vicini a un’idea di musica che era commestibile sulle nostre tavole. Anche al quarto e quinto posto però ci sono canzoni non ITALIANE, e sono di FEMMINE.
Ma voi non guardate chi è davanti, guardate chi insegue: Ricchi e Poveri, Cecchetto, Loretta Goggi, Albano & Romina, Gianni Togni, Riccardo Fogli. Lo riconoscete? È Sanremo, col suo ghigno mortale: ritenuto spacciato pochi anni prima, come ogni zombie che si rispetti si riprende e rialza la testa. Nel 1982 si ha ancora un podio straniero, e il 45 più venduto è addirittura Der Kommissar, il rimosso rap austriaco di Falco. Ma Claudia Mori, Riccardo Fogli (vincitore di Sanremo) e Albano & Romina non mollano. Ed ecco arrivare
La mia riverita ipotesi. A un certo punto negli anni 80
(prendetevi un momento per deprecarli come sempre) (fatto?) (bene) (che non si dica che a parlare qui è una qualche nostalgia) (l’unica legittima è per le telecronache, che le faceva Bruno Pizzul da solo, e non i più babbioni del vostro liceo, in coppia) 
dicevo, negli anni 80 scattò una reazione al provincialismo di un decennio come gli anni 70 che avrà anche avuto i suoi pregi, ma in Italia culturalmente tendeva all’autarchia quasi quanto il Ventennio. E se nei consumi di massa la reazione si esprimeva nel graduale rigetto delle onnipresenti scatolette Fiat 126 ITALIANE del nababbo di Stato Agnelli, nel consumo di musica, anche quella più di consumo (…è per sottolineare questo, che vi sottopongo i 45 giri e non i 33 giri, per non parlare dei concertoni delle star internazionali negli stadi, sempre una faccenda che data dagli anni 80) si manifestò in un altro tipo di rigetto. Nella ricerca di qualcosa che fosse in antitesi con l’onnipresente pop ITALIANO di Tozzi, Riccardo Cocciante, Pooh, Zero, l’altrettanto rimosso Alan Sorrenti. Niente di personale nei loro confronti (anzi, dei primi due difendo la musicalità, sottovalutata rispetto ai testi), e certamente non sono qui a decantare Nikka Costa o Lio, che manco so chi fosse, apprendo oggi da Wikipedia che era portoghese naturalizzata belga. Sto dicendo che l’apertura dei confini musicali fece aprire tutta la musica italiana, dal pop ai cantautori. Per risollevare lo stramaledetto Festival, Pippo Bau iniziò a inseguire gli ospiti internazionali, e fu per questo che gli adulti di oggi rimasero fatalmente agganciati alla kermesse, e moriranno kermessando. Poi, se notate, nella classifica del 1983 che vedete gli italian boys in qualche modo rispondono, e al n.1 di Flashdance replicano I like Chopin di Gazebo e Vamos a la playa dei Righeira, due clamorose appropriazioni di nuovi stilemi in chiave ITALIANA – proprio come Vacanze romane dei Matia Bazar (n.4). In quella top ten il Belpaese risulta oggettivamente subissato. Non una grave perdita, vedendo come a difendere l’eccellenza ITALIANA c’è Corrado, con la eccellente pipì di Carletto, al n.9. Lo stesso succede inevitabilmente negli album, con l’irruzione tra i primi album più venduti di MiticoVasco, con delle Bollicine molto più funky che rock (perché noi Vasqueros della prima ora e mezza sappiamo bene che lui era un tamarro da discoteca). E trai più venduti di quell’anno, tra Thriller, Flashdance e Sinchronicity, ci sono altri due cantautori che riscuotono un entusiasmo di massa che negli anni 70 potevano solo sognarsi, cioè Dalla e Battiato, due che erano cresciuti guardando lontano, fuori dai confini – per poi eventualmente tornare a passare l’estate su una spiaggia solitaria, dove il mare luccica e tira forte il vento…
Lo stivaletto. Siccome siete gente vispa, sapete meglio di me che in queste settimane si discetta di comicità. Non credo mi deriderete se prendo atto che il mai sopito filone degli stereotipi regionali è tornato ai suoi massimi, da Casa Surace e Pio & Amedeo al Milanese Imbruttito (e tutti gli altri, dai). Evidentemente, per qualche tipo di viscerale ripiegamento antiglobal, viviamo un periodo di coccoloso ritorno all’ideologia dello Strapaese caldeggiata dal nonno di Alessandra Mussolini. Ma in quel caso l’autarchia era il vicolo cieco in cui lo scemo aveva infilato i nostri nonni; oggi è soprattutto una smania mentale, tanto che le multinazionali sono costrette a mettere bandierine tricolori sui loro prodotti per garantire a milioni di ex secessionisti che il dentifricio e la carta igienica sono fatti con ingredienti ITALIANI. Ebbene, io quando sento Gazzelle, Coez, Achille Lauro, Carl Brave o quando sento Franco126 pronunciare la parola “cabbbarèt” con tre B, mi sento preso in giro come quando vedo quelle bandierine.
(anche se discograficamente parlando, è giusto precisare che là fuori non è molto diverso; la chiusura verso l’esterno è una reazione diffusa ovunque, dalla Francia alla Germania alla Spagna. Curiosamente solo gli USA sembrano immuni, e continuano ad ascoltare britanni, latinos, persino sudcoreani)
Cionondimeno, l’accento che anvedi ahò profuso a profusione dalla Nuova Scuola Romana è solo un piccolo sintomo, trascurabile. La malattia è ben altra. E qui, per una volta mi tocca dare ragione a
Quello Che Scuote La Testa E Dice Che È Sempre Stato Così. Perché è vero, dal punto di vista melodico è inequivocabile, siamo di nuovo di fronte a un ribaltamento, a un rifiuto di quello che è stato – e si manifesta nella Vendetta delle Lagne all’ITALIANA. Il disco di Franco 126 è caruccio, le canzoncine sono fatte bene, i testi sono pensati per entrare nei tweet come nella Smemoranda, pieni di “forse” (anzi, di “fòrze”) e di rime adatte a un pubblico che dopo il decennio del rap maschione inizia a sentire il bisogno di canzoni paciughine con una spruzzata di “street cred”. Ci sta, lo capisco. Il dramma è che mancando riferimenti internazionali possenti, il ritorno alle radici ITALIANE si manifesta nel modo più raccapricciante. Perché chi come me è condannato dall’anagrafe ad aver vissuto il passaggio dalla “musica leggera” (si chiamava davvero così, e all’epoca non era un aggettivo hipster e coolissimo) subita durante l’infanzia alla successiva reazione in nome del pop e rock internazionale, che avrebbe colorato gli anni del teenagerato, non può non riconoscere stilemi che sperava sepolti, zio cantante. L’indie pop urban, con quel suo nomignolo modernista, sta riproponendo smaccatamente le gnagnere di Pupo, Collage, Sandro Giacobbe, Franco Simone. E ne sono così affranto che quasi ho nostalgia di quando Tommaso Paradiso tentava di ricalcare Umberto Tozzi, mondo cano. Si stava meglio quando si stava malissimo. Ciononostante, i critici della generazione successiva alla mia sembrano euforici di tanto mosciume. La mia prima spiegazione è: o prendono soldi, o prendono droga. La seconda è meno ottimista: sanno che siamo sempre stati questa roba qui. Che la Canzone ITALIANA, malgrado l’ostinazione degli esterofili come Fred Buscaglione o dei Renato Carosone o dei piccoli Maneskin che cercano di rinvigorirla, è sempre stata questo miagolìo strascicato con sapor di melodramma: a Sanremo, nel 1951, lo capirono subito. I traditori della Patria sono quelli che hanno cercato di cambiarla, sedotti dalle forze demo-pluto-giudaico-massonico straniere. Come ammetteva fin da subito l’intuitivo – ed esterofilo – Bennato (Edoardo), i rinnegati, stirpe neghittosa ed empia, siamo io e, temo, la maggior parte di voi, che nei periodi di procella cerchiamo, ogni volta, di dirottare questa barcarola. Ok, lo so, speravate in una spiegazione a nostro favore. Mi spiace. Mica sono qui a consolarvi – vi intrattengo un po’, ma poi chi vi conosce a voi? Vi rinnego pure a voi, da subito, ce l’ho dentro. Comunque, già la prossima settimana staremo parlando di altro ancora perché al n.1 ci andrà Rkomi. L’altra Nuova Uscita è Motta, che però sullo streaming ha numeri impietosi. Ma se vende quaranta vinili può farcela, staremo a vedere. Passiamo ora al
Resto della top ten. Il regno di Achille Lauro è durato, come da programma, una settimana, e il suo album scende al n.6; rimane saldo in seconda posizione Gué Pequeno con DJ Harsh, e Madame che risale al n.3 garantisce la presenza di un album sanremese sul podio, mentre i Maneskin scendono al n.5. Debutto al n.4 per Solo esseri umani (Valori / Amore / Vita), quarantaduesimo album in studio dei Nomadi, featuring Enzo Iacchetti nella title-track. Poi raffica hiphop/urban a concludere la prima diecina: Mace, Capo Plaza, infine Sferoso Famoso ed Ernia che risalgono ai n.9 e 10.
Altri argomenti di conversazione. Detto di Franco126 e dei Nomadi, non ci sono altre nuove entrate in top 50. Niente di niente. Ma ripetete con me: “è un periodo eccitantissimo per la musica”. Sinceramente, sembra che sopravviva (faticosamente) un album al mese, non c’è da meravigliarsi che ne escano sempre meno. Fuori subito dalla classifica gli Offspring (erano entrati al n.29), mentre Max Gazzé può dire di avere qualcosa in comune con Taylor Swift: entrambi sono durati due settimane; abbandona dopo un mese Maxtape di Nerone. Tra le nuove entrate in top ten della settimana scorsa, scendono dal n.5 al n.20 i Coma_Cose, dal n.6 al 17 Greta Van Fleet, dal 9 al 23 Emanuele Aloia.
 
Sedicenti singoli. I fan del golden boy Ultimo non riescono a scalzare la Musicaleggerissima dal n.1, pertanto il nuovo inno Buongiorno vita si deve accontentare di un dignitoso secondo posto, col podio chiuso da un’altra vedette della kermesse ligure: Madama, con Voce. Il pezzo di Ultimo è anche l’unica novità nella top ten dei singoli, perché a costo di ripetermi, tutti amano le Nuove Uscite, ma non le nuove canzoni. C’è anche una canzone non ITALIANA, è al decimo posto, Friday di Riton x Nightcrawlers feat Mufasa & Hypeman, al n.1 in Polonia e Belgio (Fiandre). Ma la vedo salire inesorabilmente in Slovacchia. Non sarò io a ironizzare su una nazione che ha mandato al governo un partito che si chiama Gente Comune e Personalità Indipendenti – nessuno, qui, è nella posizione per farlo.
 
Lungodegenti. Tempo di aggiornare la situazione per gli album che piacciono tantissimo e sono in classifica da almeno due anni – evidentemente sono i più belli dal 2018 a oggi. Per cambiare un po’, ve li sottopongo con la posizione attualmente occupata (nella prima colonna), seguita da quella della settimana precedente e dal numero di settimane consecutive di militanza in top 100.
 
…Ma naturalmente il più immarcescibile (nonostante le apparenze suggeriscano l’esatto contrario) è il segnetto di Ed Sheeran.
Che è a quattro settimane dal battere il record di permanenza dei
 
Pinfloi. Il cui The dark side of the moon è tornato a uscire di classifica, una settimana dopo che era rientrato. Il mio amico Dan The Man, insider in Feltrinelli, mi dice che la casa discografica continua a non mandarlo nei negozi, malgrado le richieste. Mi chiedo se ci sia un complotto in merito. Ma la sindrome da accerchiamento è più tipica di The Wall che del suo fratello maggiore hippie, e il muro bianco non ha motivi di gridare allo scandalo visto che, anche grazie all’assenza del prismone nei negozi, le sue vendite aumentano di un pizzico facendolo salire dal n.59 al 55. E visto che il convitato di pietra di questa puntata è stata la Fiat, non credo mi possiate obiettare che The Wall è Gianni Agnelli, col suo disprezzo infinito per il genere umano; The Dark Side Of The Moon è Susanna Agnelli, con quel tocco di compassione per i suoi (…sia detto con cautela) simili. Inutile dire che Wish You Were Here è invece Umberto Agnelli, melanconico, spaesato e inadatto alla società.
Grazie per aver letto fin qui, a presto.
La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

La fine penosa di quello che alcuni chiamano musica – TheClassifica, episodio 16/2021

Un’epoca di musica pop è finita. E forse è giusto. Ne sta iniziando una nuova, di musica inconsistente. E forse è giusto.

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Primeggiano Marracash, Boomdabash. E pensare che invece nessuno si ricorda degli Ash.

Sheeran power – Classifica Generation, cap. XI

Sheeran power – Classifica Generation, cap. XI

Se davvero i Grammysti americani faranno trionfare l’homeboy Jay-Z invece che il britanno Ed Sheeran, facciano pure – in fondo, per noi lontanissima plebe è anche divertente veder bisticciare le due teste dell’Impero per qualche headline sui mille siti infiniti. Ma il ritorno di fiamma del roscio dello Yorkshire in tutto il mondo era programmatissimo – e studiato per un periodo che includesse la bizzarramente prestigiosa corsa al n.1 di Natale nel Regno Unito e le settimane che precedono i Grammy Awards. Periodo in cui forse la concorrenza non era fortissima tra i singoli – però anche tra gli album, ovunque (a parte la Francia che vede al n.1 Johnny Halliday da quando ci ha lasciati e gli Usa che gli hanno opposto Taylor Swift, Eminem e il successo Lalalandico della colonna sonora di The greatest showman) dall’Italia alla Germania al Messico, Sheeran è tornato al n.1 grazie al piano di conquista implacabile studiato per Perfect:
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9 novembre, uscita del video – oltre mezzo miliardo di visualizzazioni su YouTube (en passant, nel video Sheeran arriva a Mayrhofen in Tirolo su un treno chiaramente ÖBB, poi per andare a Hintertux noleggia una delle – immagino – migliaia di auto con guida a destra che il paesotto mette a disposizione per quei Brexit che hanno orrendo schifo all’idea di un viaggio di 25 minuti in pullman con noi continentali) (…scusate, è che sul Tirolo sono preparatissimo);
1 dicembre, uscita di Perfect duet, la versione con Beyoncia, 127 milioni di ascolti su Spotify;
15 dicembre, uscita di Perfect symphony, la versione con Andrea Bocelli, 14 milioni di ascolti. Che pochi, eh? 14 milioni.
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Tutto qui? Oh, no. Siccome Ed Gattyno dietro tutte le sue facciotte paciarotte è competitivo come Trapattoni e vuole superare le vendite degli album di una sua famosa compatriota sovrappeso, questo è stato il suo dicembre promozionale da carrarmato – tenete conto che parliamo di un album uscito a marzo:
1 dicembre a Los Angeles da Ellen Degeneres; in serata, galà di KIIS FM a Los Angeles con Taylor Swift;
2 dicembre galà di 99.7 a San José, ancora con Taylor Swift;
3 dicembre a Madrid, ospite di Los Cuarenta;
7 dicembre a Londra nominato MBE dal principe Carlo a Buckingham Palace – la stessa onorificenza che fu data ai Beatles e poi agli altri signorotti;
8 dicembre di nuovo in Usa al Today Show della NBC, poi in serata al galà natalizio di Z100 a New York;
10 dicembre a Londra per il live natalizio di Capital FM;
12 dicembre ospite della BBC (un network inglese);
14 dicembre in Italia a Radio 105 e X Factor;
15 dicembre in Irlanda in tv al Late Late Show;
16 dicembre a Parigi ospite d’onore di Miss France;
17 dicembre ospite di The Voice of Germany;
19 dicembre di nuovo in Spagna a El Hormiguero su Antena 3;
20 dicembre premiato in Croazia per le vendite dell’album (chissà quante, direte) (ma lui ci va). E in tutte queste e altre occasioni che mi sono sfuggite annunciava qualcosa di nuovo o svelava una nuova joint-venture, lui ed Eminem, lui e Anne-Marie, lui e Beyoncia, lui e Bocelli, lui e i Simpson, lui e Taylor Swift, lui e Rita Ora, lui con chiunque, vero gattyno del mondo.
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Il 20 dicembre è uscito anche il video del New York Times su come quella porcheriola di Shape of you, canzone che è un po’ Cheap Thrills di Sia un po’ No scrubs delle TLC un po’ Mountain o’ things di Tracy Chapman (grande insospettabile anticipatrice del pop moderno, un giorno pontificherò su questo) (ma NON OGGI) sarebbe in realtà tutta un’alchimia di menti musicali che noi non immagineremmo mai (so che mi legge gente che sa suonare) (non penso sia il caso di infierire)
(…e invece sì – giusto per dire che i due sicofanti che lo affiancano nella parte delle menti musicali sono John McDaid, autore anche per P!nk e Robbie Williams, che è anche uno dei nove coautori di Galway girl dello stesso Sheeran) (e che si mettano in nove per fare un’irlandesata così ricalcata su mille anni di irlandesate già di per sé tutte imparentate tra loro mi fa impazzire, è come se in venti si mettessero a scrivere un blues e poi partorissero Mannish boy però con UNA nota in minore, perché la nota in minore ci vuole sempre, perché l’uomo moderno non lo freghi dicendogli che la vita è Jovanotta, lui vuole sentirsi dire che la vita è un po’ Jovanotta un po’ Antonaccia, e allora ti chiamerà poeta) (e un attimo dopo chiederà ONESTA’!!!1!!!11!!).
(l’altro, Steve Mac ha invece scritto metà del Very Normal Pop che sta sterminando la diversità sonora dell’unico pianeta del sistema solare su cui c’era musica. Lo troviamo in Symphony e Rockabye dei Clean Bandit, in What about us di P!nk, in Leave a light on di Tom Walker, So good di Louisa Johnson, OK di Robin Schulz & James Blunt, Your song di Rita Ora, e poi Little Mix, Demi Lovato, Jason DeRulo, Leona Lewis, Il Divo, One Direction, Shakira, Kelly Clarkson. Mi meraviglio che non sia svedese)
(e poi il testo, amici) (perché la musica è già didascalica, forse nemmeno Fabiofazio la presenterebbe dicendo “Quella che sentirete è una ballatona romantica”) (no, ok, lo farebbe) (ma il testo è iperglicemia a spron battuto)
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“Ho trovato una donna, più forte di chiunque conosca, condivide i miei sogni, spero un giorno di condividere con lei la casa. Ho trovato un amore che accoglierà più che i miei segreti: porterà amore, porterà i nostri bambini. Siamo ancora ragazzini ma siamo così innamorati, e lottiamo contro tutto – io so che tutto andrà bene stavolta. Cara, tieni la mia mano, sii la mia ragazza, sarò il tuo uomo (…) Ora io so che ho incontrato un angelo in persona, e lei sembra perfetta, io non sono degno di questo, tu sei perfetta stasera”.
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Voi capite che non posso far altro che lasciarvi con quello che avevo già scritto 45 settimane fa quando Divide è andato al n.1 in Italia per la prima volta. E ampliando il concetto qui sotto già anticipato, ovvero che comunque, Ed Sheeran è la vendetta della melodia sulla parola e lo hype. Perché con buona pace della sindrome di Stoccolma che spinge molti miei colleghi a prostrarsi davanti alle fortune dei luccicanti piagnucolini della trap, la realtà è che i gattyni del mondo, da Sheeran e Adele a Ermal Meta – o chiunque sia il prossimo vincitore di Sanremo – sono lì e vendono tanto perché proprio come i Despaciti fanno quella brutta vecchia cosa cioè zio da sfigati che è far cantare la gente, mentre Gaga e Perry e Beioncia non ci riescono più, le nuove sgallettate nemmeno, e solo i rappusi più furbi ci sono arrivati. Altri si credono furbi, ma è meglio che tirino su tutto il product placement che possono, finché dura.
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(da The Artist Formerly Known As Theclassifica, 21 marzo 2017)
Ed Sheeran è un punto di arrivo, è tante cose che dovevano succedere. È la rivincita del nerd, che bilancia la famoseria aggressiva di Rihanna, Beyoncé, Gaga, Katy Perry, Miley, Kanye West. È la controffensiva della musica bianca – di più: bianchiccia, niente a che vedere con Justin Timberlake. È il cantautore globalone dell’epoca di Spotify che mette d’accordo i gusti degli italiani (seconda settimana consecutiva in testa) con quelli dei vietnamiti (anche se come potete immaginare, per il n.1 in classifica se la deve giocare con Son Tung M-TP), dei cileni (con ovvio braccio di ferro con Mon Laferte & Juanes) e dei marocchini (dopo un appassionante testa a testa con Ibtissam Tiskat, che tutti ricorderete nel talent-show Arab Idol).
 
Ed Sheeran sul trono del mondo è un buon segno, un cattivo segno? Non è un segno?
Proviamo a vederla così. Voi saprete che c’è gente alla quale il calcio, semplicemente, non arriva. Mentre ce n’è altra che non si dà troppa pena per la moda, e i pantaloni con lo sbregone sul ginocchio li aveva buttati via negli anni 90 insieme al tre bottoni. O per le auto: basta che porti dal punto A al punto B. Io personalmente temo di appartenere a quelli per i quali un ristorante a qualche stella o un McDonald’s non fa molta differenza. Non è un vanto. Mi è capitato più volte per lavoro di avere nel piatto cose preparate da cuochi (si può dire cuochi?) anche molto famosi. E mentre mangiavo, pensavo “Okay, mica male”. Ma se nel piatto ci fosse stata una piadona con la bresa, per me non sarebbe cambiato molto. Non adontatevi: mi hanno tirato su così.
Bene. Il punto è che secondo me c’è gente come noi che se la mena tantissimo per la musica, per gli arrangiamenti, gli impiattamenti, i campionamenti, l’agrodolce, il featuring, l’abbinamento. Ma per tanta altra gente, Chainsmokers e Maroon 5, Pharrell Williams e Drake, Adele e Taylor Swift sono più o meno la stessa cosa. L’importante è che non capiti qualcosa di troppo difficile e speziato, roba pesante che rimane sullo stomaco.
 
Quindi, come fa una cosa a piacere a tutti? Dev’essere il più neutra possibile. Così, ognuno mangia il suo piatto nazionale – nel nostro caso, MiticoVasco, n.2 della settimana – ma Ed Sheeran ha trovato il modo di piacere all’utente-massa, di volgere lo scenario musicale a suo vantaggio, creando un prodotto sonoro commestibile in tutto il pianeta. Nella Mia Umile Opinione l’intuizione interessante in Sheeran è la controtendenza rispetto ai tanti bianchi che cercano di suonare nero. In America, il 2016 è stato l’anno di Drake. Cosa puoi fare, se sei un inglese roscio? Essere l’opposto di Drake. Così in ÷ (per gli amici, Divide. Seguito di + e x) (non sto scherzando) per Galway girl sfodera i pifferini irlandesi alla Titanic che avevano fatto le fortune dei The Corrs, più brani da britanno che scopre quanto è pittoresco il resto del mondo tipo Barcelona o Bibia be ye ye (ghanese per “Hakuna matata”), e quando si cimenta con un rap (New man) va per un flow che non cerchi nemmeno lontanamente di suonare come un bro, yo. Non vado in dettaglio sui brani, tanti articoli in questi giorni lo hanno fatto, il migliore che ho letto è di Gianni Santoro su Repubblica che si sofferma sull’uso e dosaggio degli ingredienti, su una mancanza di originalità ottenuta con pazienza, e di cui prende atto con un dispiacere che però non condivido: per me ci era semplicemente andata di lusso fino ad ora. “Alla musica bisogna avere il coraggio di chiedere di più”, dice Santoro. Ma cosa? Più sapore? Più acqua, meno acqua? Risposte? Domande?
 
Lo streaming sta fissando la nuova aristocrazia, sta spazzando via dalle orecchie del mondo Madonna, U2 e RHCP e tutti gli altri che vendono immensamente meno dei nuovi big; i loro concerti-messa continuano a richiamare adunate di fedeli ma persino per i pesi massimi del decennio scorso è dura, da qualunque reame provengano: Coldplay e Linkin Park e P!nk e Britney e persino i Weezer, tutti inseguono le delizie dell’Ikea-pop – Robbie Williams non l’ha fatto e l’ha pagata cara. Sheeran invece ha cercato di incidere “The biggest fucking pop album it could be”. Non sono nemmeno convinto che gli piaccia quello che fa. Che sia determinato è chiaro (“Scommetto che venderà più del precedente. Non credo che ci sia alcuna possibilità che venda di meno. Quello dopo, prometto che venderà meno, ma non questo”) ma che gli piaccia, chi lo sa. Eppure, a suo modo, quella di Sheeran è anche la vendetta della musica sull’immagine – anche se la sua faccia bianca come squacquerone, gli occhialoni, i capelli frastagliati color gattino, è talmente estrema rispetto all’impeccabilità degli altri che buca il display quanto la loro. Ma lui i dischi li deve vendere davvero, non è Lady Gaga, che può permettersi di fare flop ed essere lo stesso sinonimo di successo e spettacolo. Lui di spettacolo non ne fa troppo, dal vivo suona da solo (“È un grande argomento di conversazione”). Ma tanto, ai concerti dell’Uomo Gattyno non ci andranno i miliardi di ascoltatori, di utenti che popolano questo pianeta. A loro basta una musica che ricorda qualcosa, senza qualità eclatanti – e questa forse è una qualità. Saper fare una roba che dove la metti, sta. Ma in fondo non rimane sullo stomaco.
Cristina non muore mai. ClassificaGeneration, cap. IX

Cristina non muore mai. ClassificaGeneration, cap. IX

Prima femmina ad andare al n.1 quest’anno. Curiosamente, non c’era mai stata.

Polemistan 4 – Le migliori polemiche dell’agosto 2017

Polemistan 4 – Le migliori polemiche dell’agosto 2017

Rita Pavone, Lucio Battisti, Rovazzi, Mastella. Non c’è eccellenza italiana che si salvi.

TheClassifica 58. Una direzione.

TheClassifica 58. Una direzione.

Gli One Direction sono al n.1. Gli One Direction sono una sfida concettuale. Che conviene non raccogliere.
Ma d’altro canto, stamattina ho del tempo libero.

Indice:
1. la mutevole idea di boy-band e l’immutabile machismo del rock
2. la sempiterna questione dei Beatles
3. i fan come elemento del giudizio critico
4. sfumature chic dell’essere hater
5. talentami questo, Albione rapaaace
6. il citazionismo rock degli OneDirection come spina nel fianco dei critici
7. il rock, l’indie, la nicchia, la noia
8. in quattro anni, quattro album. E 262 concerti
9. “la chitarra era una spada e chi non ci credeva era un pirata”
10. le teenager, cuore reietto delle correnti musicali
11. l’ossessione moderna per le cover come segnale finale
12. l’elusione di chi è fuori target, ovvero quanti pezzi degli 1D arrivano ai 30enni?
e infine
13. il vero, dissimulato punto debole degli One Direction

(“Tredici punti? Ma sei sicuro?” “Sì, lo so. Forse non ho TUTTO questo tempo libero”)

Nella musica il termine di giudizio odierno sono i fan. Ovvero: quel gruppo o cantante non sarebbe male, ma sant’Iddio, hai visto i suoi fan, che ritardati? “Don’t wanna be like that”, come implorava Joe Jackson. Oh, non è colpa dei social network, succedeva già prima – ma sarei sorpreso nell’apprendere che negli anni 70 esistevano i battistiani, i degregoriani, i gucciniani. Cioè, magari sì, esistevano i club, con quelli che ascoltavano gli Area a irridere quelli che sentivano i Genesis e i due che sentivano punk (poi diventati misteriosamente milioni) a schernire chi sentiva gli Chic. Però mi viene da dire che se succedeva, era ai piani alti dell’intellettualismo musicale. La gente ammodo aveva altro da fare, comprava i dischi e non faceva critica musicalesistenziale. Tempi beati.

(anche se è pur vero che a fine anni 70 migliaia di rocker, fomentati mi pare da un dj di Detroit, fecero un pubblico falò di album di disco music) (sempre così tollerante, il buon rock)

Oggi ognuno di noi quando si espone pubblicamente si prende la responsabilità dei propri gusti, e non è così semplice rischiare di essere impopolari. A meno di buttarla in ironia, in guilty pleasure, che è poi buttarla in caciara – un’eccellenza italiana, essendo tendenzialmente un po’ smidollati.

(presenti esclusi, eh)

Di fatto, catalizzando un sentimento un po’ primitivo, il gruppo o artista malsopportato definisce coloro che non sapendo bene cosa vogliono essere, decidono cosa NON vogliono essere. I Rolling Stones cercarono ostentatamente di smarcarsi dai Beatles (pura finzione: li frequentavano e li tenevano d’occhio). Il punk partì a testa bassa contro la disco e i mastodonti del prog (nonostante Animals dei Pink Floyd incorporasse la stessa cupezza urbana che portava al famoso “No future” dei Sex Pistols); i semi del grunge germogliarono sull’onda della saturazione per il synth­pop degli anni 80. 

Solo che gli One Direction non sono una boy-band come le altre. Con tutto che gridano la loro realtà di prodotto studiato a tavolino – e lo gridano picchiandoci sopra il pugno, sul tavolino. Per chi non lo sapesse: i componenti si sono incontrati e sono stati messi insieme, letteralmente, nel 2010 durante le selezioni dell’X Factor inglese, dove sono arrivati terzi.
E per quanto stiano funzionando molto bene – ma molto, sull’asse imperiale: negli Usa hanno un successo che tira in ballo gli immancabili Beatles.
Che sono una pietra di paragone impossibile per qualunque fenomeno musicale e sociale. Però come resistere alla tentazione di commentare “Anche loro avevano iniziato con I want to hold your hand, anche loro piacevano alle ragazzine, poi…” 
Gli One Direction vivono in un’epoca diversa. I Beatles, superata la fase delle cover, divennero Lennon & McCartney, più George Martin. E, quando era diventato impossibile ignorarlo, George Harrison. Un team di quattro persone. Nel quarto disco degli One Direction si contano 12 produttori. 16 autori di canzoni. Tra i quali anche i componenti del gruppo: Payne e Tomlinson co-firmano otto pezzi su dodici, beninteso insieme a legioni di coautori, che immagino scelti a Los Angeles in una selezione durissima tra quelli specializzati in “oooh” e quelli guadagnatisi grande rispetto per il loro rivoluzionario uso pop dello “yeeah”.
Otto su dodici. Non è male. Ma capite anche voi.

Però a scompaginare l’odio di prammatica dei rocker verso gli One Direction – e l’entusiasmo effemminato delle loro fan femmine – c’è il fatto che raramente una boyband aveva fatto tanto uso di un sound chitarristico e di citazioni oldies, dai Kinks agli Who, ma in generale attingendo più ai riff e ai corettoni delle rock hit che non alle melasse r’n’b delle boyband post-TakeThat. E non parliamo dei loro luogotenenti australiani, i Five Seconds Of Summer: una band ricolma di chitarroni.
Non un suono nuovissimo, per carità.
Però poi se guardo a chi sta entusiasmando la comunità del rock duroepuro, salta fuori che gli album dell’anno sono War on Drugs o Jack White. Con dischi che potevano uscire nel 2014 come nel 2004 o nel 1991. Ci vediamo, eh – e l’urgenza dell’innovazione artistica underground, salutatemela tanto.

(“Sai cosa mi sembri?” “Lo so. Un critico lesso e Amico di Maria che dice che da quando esiste il rock’n’roll, le bimbeminkia ci hanno spesso preso” “E che bisogna dare credito ai ragazzi eccetera. Non è così?” “Ascolta, io non do credito a NESSUNO. Non è che il successo dei Modà o di Emma convalida loro e il gusto di chi li ascolta. E certamente non convalida Maria né RTL, così come gli OneDirection non convalidano Simon Cowell, la cui pochezza umana si staglia nel momento in cui lancia i terribili Il Divo” “E allora COSA stai dicendo, buon uomo?”)

Sto dicendo che forse gli One Direction contengono più verità di quante ne possiamo sospettare noi vekkiminkia, e ci sono buoni motivi perché noi non le cogliamo. A cominciare dal fatto che ciò che fanno, semplicemente a noi non arriva. Le radio, la televisione, i mezzi che ancora si rivolgono alle vecchie generazioni li filtrano gentilmente affinché non ne siamo turbati, per non sentirci vecchi come i nostri padri e perpetuare la nostra illusione supergiovane. Gli OneDirection e quelli come loro non ne risentono: la loro popolarità viaggia su altri canali, ma viaggia che è un piacere. Pure, negli anni 90 un adulto non poteva fare a meno di sentire Jovanotti e le Spice Girls, mentre negli anni 10 un adulto senza figli non sarebbe in grado di canticchiare un ritornello degli 1D. Nonostante l’ovvia esuberanza social delle Directioneers, è la teenmania più garbata della storia. Ed è difficile continuare a ragionare di musica e tendenze quando il più grosso fenomeno degli ultimi cinque anni ti sta evitando. Non siamo noi a evitarli, ne siamo evitati. Altro che snobismo. Ed è ben diverso da Beyoncé, che alla fine continua a correre dietro anche a un pubblico senior. Oltre che, naturalmente, da Jack White, per il quale un 16enne sano di mente non dovrebbe stravedere.
Io è tutta mattina che ascolto Four, il disco più venduto in Italia oggi. Gradevole, mai realmente becero né stucchevole. Ma nessun pezzo mi tira il neurone per la giacchetta – cosa che spesso succede con nomi anche più pop di loro. No, mi dribblano proprio.
C’è una barriera generazionale ed è decisiva. Chi lo sa, forse proprio per questo potrebbero essere più rock’n’roll degli Arcade Fire 

(non che ci voglia tanto).

(“Mancherebbero ancora un paio di punti. E poi vabbé, tutte le altre 99 posizioni della classifica, ma questi sono dettagli, in fondo questa rubrica mica si chiama TheClassifica”) (“Ci arrivo, dai. Cos’è che manca ancora?” “Ad esempio quella faccenda delle cover” “Ah, sì. Volevo parlare del fatto che la smania per le cover dimostra che così come di ogni pezzo si può appropriare chiunque, e trasformare in rock un brano dance, allora la musica viene ricondotta all’attitudine di chi la sta suonando e alla sua accettabilità: il paradigma rimangono i Cake con I will survive. Ma vale anche Personal Jesus acustica di Johnny Cash, perlomeno per quel mondo rock tordo che ignorava che la versione di Cash era identica a quella acustica degli stessi Depeche Mode” “E questo cosa dovrebbe dimostrare, dunque?” “Che il rock è nell’occhio di chi guarda” “Uh. Finalmente hai detto qualcosa di quotabile” “Tu mi denigri, ma alla fine sono io che tengo a galla la barcarola, qui” “Finito?” “No, c’è ancora il punto debole”)

Il punto debole degli One Direction ve lo dico desolatamente con la faccia di quello che invece che un asso, tira fuori dalla manica un sei di bastoni. Gli One Direction non hanno scritto Yesterday, né Nowhere man. Che dopo quattro anni, i Beatles avevano pur composto. Ma nemmeno Satisfaction. Nemmeno Sunday bloody sunday. Nemmeno Stan. Che diamine, il livello di complessità è sotto gli Spandau Ballet (e non parliamo dei Duran Duran, più warholiani di Jagger). In loro non affiora mai – e ho letto i loro testi, cosa di cui non si cura nemmeno chi ne scrive bene – un senso del tutto, la sensazione di poter dire qualcosa di più, di non rappresentare semplicemente un piccolo sogno transeunte. Al quarto album, è ancora ragazze = entusiasmo vs ragazze = malinconia generica. Non è mai “Mmh, ma alla fine com’è, ‘sto mondo?”. Inevitabile, quando hai appaltato le tue canzoni a gente che si mette a comporre con i diagrammi di flusso delle parole più efficaci. Quindi, che gli OneDirection non arrivino a gente fuori target come me e un bel po’ di voi, è giusto ma è sbagliato.

(“…Transeunte?” “Quando ci vuole ci vuole”)

E ora, proprio quando non ci credevate più, la classifica dal n.2 al n.99. Oltre agli 1D, nessuna vera novità in top 10, giusto il ritorno sanguinoso di Biagiantonacci, che come Sauron risbuca al n.6 dal n.23 dove le forze del Bene lo avevano spinto. Nelle prime dieci anche MiticoVasco (n.2), Pink Floyd, Modà (n.4), Francesco DeGregori (n.5), U2, Fiorella Mannoia, Emma, Fedez. Vengono subito fatti accomodare fuori la raccolta dei Queen (n.12) e i Foo Fighters (n.15); manca il bersaglio di un pelo il live dei Depeche Mode (n.11). Per voi che odiate i talent: Sister Cristina scende dal n.17 al n.29. Deborah Iurato dal n.11 al n.26, entrambe alla seconda settimana dall’uscita.

Pinfloi. Sei album in classifica, poi uno si domanda perché dilaga la violenza. The endless river al n.3, The dark side of the moon al n.37, The wall al n.55, Wish you were here al n.57, The division bell al n.76, la deprecabile raccolta A foot in the door al n.79. Quanto ai Led Zeppelin, resistono solo le ultime due ristampe: IV al n.61 e Houses of the holy, ancora per poco, al n.91.

Pensavomeglio. Renzo Arbore con …E pensare che dovevo fare il dentista… non migliora il suo n.22 iniziale e scende al n.33. Bryan Ferry entra al n.71. Cristina D’Avena con Magia di Natale Deluxe Edition entra al n.65. Neil Young è già al n.81, Sam Smith al n.98. Ma del resto anche Taylor Swift (n.2 in Usa ovviamente dopo gli One Direction) qui da noi claudica al n.31, altro che i platini. E quanto a Hozier, tante care cose, ma anche dopo la comparsata a X Factor non conosce le gioie della top 100 italiana.

FilavalaLana. Molti di voi (no, non è vero. Nessuno) mi ha chiesto che ne è stato della signora Del Rey, dopo che per due anni (non due mesi, eh) Born to die ha navigato la classifica italiana come una sdegnosa nave da crociera. Beh, in modo altrettanto misterioso, l’uscita di Ultraviolence, che per molti (forse anch’io) era meglio del primo album, ha ucciso le vendite di ambedue i dischi, attualmente fuori graduatoria. Non so cosa pensare. La verità è che il fatto che io scriva di classifiche di vendita non comporta che io ne capisca alcunché. Ma forse non avete mai avuto questa sensazione. A presto.

TheClassifica 56. La vera storia di Fiorella Mannoia

TheClassifica 56. La vera storia di Fiorella Mannoia

Pensavo che la 60enne Fiorella Mannoia fosse la donna più (si può dire?) vecchia ad essere andata al n.1 in Italia, ma ho sottovalutato Mina, che a 65 anni decise di regalarsi un primato pubblicando Bula Bula (2005) a gennaio. Gli irriducibili Minatori (cioè i