Tag: Luciano Ligabue

Musiche pesantissime – TheClassifica 11/2021

Musiche pesantissime – TheClassifica 11/2021

Pre-massa. Sospetto che le maggiori riflessioni che la musica italiana ha fatto sulle dinamiche sociali negli ultimi 20 anni siano: Ognuno di noi è solo, tutti cercano di fregarlo tranne la mamma e la sua popstar preferita, che è una persona speciale che merita un 

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

E Marlon Blando è sempre lui. Uuuuhi. Uuuuhi.

Uno sferico niente. E basta – TheClassifica 49/2020

Uno sferico niente. E basta – TheClassifica 49/2020

Può darsi che io non sappia cosa dico. Ma ho la sensazione che la gran fanfara organizzata per FAMO$O di Sfera Ebbasta sia già scemata. Tutti quelli che lo ritenevano necessario hanno detto la loro. Da giorni, Sferone non fa nemmeno più notizia, pur essendo da due settimane
Il numero uno. L’unica comparsa nella fitta sassaiola delle news è data da un dito medio ostentato alle masse per festeggiare sui social il suo compleanno. Ecco, per me potrebbe già finire lì, nel gesto irriverente più ovvio, generico e blando dell’intero catalogo. La realtà è che Gionata Boschetti è la superstar più insulsa che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni, e siamo onesti: ne abbiamo avute a bizzeffe. Epperò il punto non è che sia insulso. Anzi, trovo interessante che a differenza di altri che almeno ci provano (perché Ultimo o Irama, fini come il cemento, ci provano), Sferone non ci provi nemmeno, ha la stessa simpatia e comunicativa di Cristiano Ronaldo o di un calamaro – due soggetti che come lui, potrebbero raccontare delle cose, hanno pur sempre visto il mondo da un angolo particolare a noi sconosciuto. Ma non lo fanno, e io non ho nemmeno tempo di chiedermi se non vogliono farlo o non gli interessa: ne posso solo prendere atto e valutare se questa scelta è realmente voluta – e quindi eventualmente costituisce, sant’Iddio, un messaggio (…alla fine, credo lo sia solo da parte del calamaro, che ha uno spessore personale più consistente).
Ma certamente il nulla plastico e traslucido espresso da Sferone è parte essenziale del progetto, è quello che ha permesso a tutti gli operatori dell’industria – dai discografici a noi patetici esegeti fino al pubblico adolescente – di proiettarci quello che potevamo. Ma la contropartita è che FAMO$O è, anzi deve essere totalmente vuoto. Non è nemmeno realmente irritante come poteva esserlo, poniamo, un disco dei Modà. Non ha nessuna consistenza come disco, e non intendo dire solo – non ridete – come espressione artistica, ma anche come oggetto di intrattenimento. Non è nemmeno un piccolo o grande passo in qualche direzione, e la presenza di featuring di pregio è semplicemente un appiglio per farci dire o commentare qualcosa, Marracash & Gué Pequeno, Diplo o Steve Aoki, Future o J Balvin ci sono per il nome che portano, tipo le poltrone Frau sui treni di Italo. Ogni suo suono e parola o tematica, nella sua impagabile piattezza e prevedibilità, sposta in realtà l’attenzione verso la sua intenzione, la costruzione, l’operazione, la dimensione, l’ambizione. E infatti nessuno è riuscito a giudicare realmente FAMO$O come disco. Ogni recensione, ogni valutazione da parte dei detrattori come degli entusiasti, partiva dal posizionamento, dal ragionamento commerciale su scala internazionale. Per quelli che hanno una certa età, il ricordo può andare a quando eravamo tutti servi, volenti o nolenti, di Gianni Agnelli, e la presentazione di una schifosa, insulsa Fiat Uno mobilitava ogni forza disponibile affinché nessuno affermasse che era in primo luogo un aggeggio con quattro ruote che doveva andare dal punto A al punto B. Allo stesso modo, FAMO$O non è stato giudicato come un aggeggio che trasporta musica (il fattore più irrilevante e superato, quello che non porterebbe niente nell’equazione). Non solo nessuno ha osato rischiare l’imbarazzo del ricorso ai basici, obsoleti concetti di “bello” e “brutto”, nemmeno declinandoli secondo l’imperante egolalia del critico contemporaneo (in sostanza: “Mi piace”, “Non mi piace”). Ogni aspetto delle canzoni che lo compongono è stato valutato in base a una domanda: “L’operazione funziona?”.
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FAMO$O ha chiesto, ha imposto di essere valutato in base all’operazione, alla dimensione, all’ambizione. Se ne è parlato come di un telefono, di una playstation, di una app. E quindi l’interrogativo vero non è mai stato: è un buon disco? No, è sempre stato: funziona? È performante? Otterrà i risultati previsti su scala mondiale? E all’uopo, parecchi quotidiani – anche grossi, qualcuno ancora convinto di avere una dignità – e radio e tv si sono lietamente prestati, forse persino gratis, per inserirsi nella scia a fare da majorettes della macchina promozionale messa su da Sony e Spotify, diffondendo il dogma di FAMO$O “quarto disco più ascoltato nel mondo”. Beninteso, quarto negli ascolti su Spotify – gli stessi attendibilissimi stoccafissi svedesi che hanno messo soldi per la piccola carnevalata della piazza di Cinisello.
Già ci sarebbe da strabuzzare la faccia intera, ma voi capite che sono tempi in cui la credibilità dell’informazione vacilla in ben altri ambiti – così me lo sono fatto andare bene, ma sì, accetto tutto: evviva questo giuoco piacione di mandare bacini a Spotify o alle tre major, magari poi domani ci andiamo a lavorare come il collega Piffo o la collega Poffa, e vediamo finalmente i soldi veri. Ma personalmente, essendo estremamente miliardario, posso farmi qualche remora in meno – così sono andato a vedere in quali Paesi esattamente FAMO$O fosse decollato in classifica.
…Non l’ho trovato da nessuna parte.
Cioè, nemmeno in Belgio.
O in Grecia. Che una faccia, una razza.
Voi direte: ma in Spagna – come Raffaella Carrà e Tiziano Ferro, sarà andato bene in Spagna o in Messico, no?
No.
Non è in nessuna dannata top ten (o top 20 o 30). Ma pazienza, non è un mio problema. Il mio vero problema è che non solo io e i miei colleghi non abbiamo alcuna utilità nel valutare un prodotto attribuito a Sferone. Il dramma è che siamo noi, a essere valutati per quello che scriviamo di Sferone. Perché grazie alla concettuosità di un disco che non è bello, non è brutto, NON E’ (ebbasta), l’attenzione si sposta ulteriormente, e stavolta su quello che ho scritto. Perché l’avrò scritto? Perché questa valutazione laconica di Sferone? Cosa c’è dietro? L’ho scritto per anzianità galoppante, per ostilità al rap, per far parlare di me, per snobismo? Mi farà guadagnare punti presso la old school, me ne farà perdere altri presso la perennemente eccitata fazione nuovista e giovanilista? Ecco, questo intendo: è tutto talmente inconsistente, che persino le gnagnere di chi ne scrive diventano più interessanti.
Apparentemente.
Perché se vi devo dire la verità, io trovo l’intero balletto sempre più penoso, e non lo dico per stagliarmi controluce come ultimo cowboy della critica italiana, non lo sono (…anche se posso fulminare ancora molti tra i pistoleri delle giovani generazioni) (…ma più per colpa loro. I veri grandi vecchi saprebbero metterci tutti a posto, se volessero. Ma hanno abbandonato il corral quando i pozzi si sono esauriti).
L’unica cosa interessante sarà vedere se oggi MiticoLiga riuscirà a detronizzare Sferone dal n.1 della classifica dei presunti album. L’evento è previsto e pianificato. Ma non è detto che succeda. MiticoLiga ha dalla sua il ritorno con vendetta dello shopping sotto Natale e quindi i cd, il cui peso specifico vale più dei milioni di ascolti dello streaming da parte dei minorenni. Però non credo che andrò dal mio galoppino di fiducia pronto a puntare l’intero Recovery Fund sul primato del vecchio musone. Anche se me lo auguro. Se non altro, nel suo caso si parla di musica.
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Resto della Top Ten. Con le sue fresche meditazioni su se stesso spalmate lungo tre album, Renato Zero è al n.2, e 6, e pure 11, e già basterebbe a farmi pentire di aver dissato Sfera Ebbasta; al n.4 e 5 ci sono gli Italian Songbook di Mina, al n.5 TZN Ferro, al n.8 gli AC/DC. Al n.8 c’è Michael Bublé, e se non me ne vado sbattendo la porta dalla rubrica che sto scrivendo è solo perché al n.9 c’è Miley Cyrus e al n.10 i BTS, insomma se non altro c’è del pop con un pensierino dietro.Tra l’altro, una top ten con ben quattro nomi non ITALIANI, dove andremo a finire?
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Altri argomenti di conversazione. Però fateci caso, nel momento in cui Spotifone ha fatto convergere tutti gli ascolti su Sferone, il rap è sparito dalla top ten che ha invece occupato militarmente per tutto il 2020. “Ma ne guadagna tutto il movimento. Anzi, ne guadagna la nazione tutta”, ci dicono Quelli Che Ne Sanno, sporgendosi dalla loro Fiat Uno. L’unica buona notizia è che l’album dei Negramaro è già sceso al n.16 a 3 settimane dall’uscita – non giudicatemi male, sono un pover’uomo, mi attacco a queste piccole cose.
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Sedicenti singoli. Rispetto alla settimana dell’uscita di FAMO$O con tutti e 13 i pezzi ai primi 13 posti, ora abbiamo qualche brano che si riaffaccia in top ten. Sul podio ci sono gli sferici Baby (con J Balvin), Bottiglieprivè, Tik Tok (con Marracash e Gué Pequeno). Ma al n.5 rientra il Superclassico di Ernia, uno dei veri pezzissimi del 2020, seguito dall’ostinato Gazzelle con Destri al n.6. Recupera anche Bella storia di Fedez, al n.8). Ma tutto questo 2020 si sta facendo pesante, perciò evadiamo leggiadri nel mondo spensierato dei
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Pinfloi. The dark side of the moon, da 213 settimane consecutive in classifica (nuovo record italiano, come ogni settimana da due mesi a questa parte) sale dal n.37 al n.29 – toh, davanti al nuovo album di Fiorella Mannoia. The wall invece sale dal n. 72 al 59. E nell’eterno contrapporsi polare dei due dischi, è il momento di giocarsi la contrapposizione tra Apple e Microsoft: The dark side è ovviamente Microsoft, cioè il mondo come funziona (o non funziona) veramente – mentre The wall è certamente la proiezione paranoica di un’intelligenza malevola almeno quanto quella di Steve Jobs, e voi macintoshiani, sua genìa malvagia, lo sapete e vi pascete di tanta empietà. Ma grazie per aver letto fin qui: a presto.
Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

La musica più ascoltata in Italia nei primi sei mesi del 2019. Il Governo del Cambiamento vende un po’ meno, ma la concorrenza non c’è più.

Sono andato in Panda con Rkomi. ClassificaGeneration, stagione III ep. 10

Sono andato in Panda con Rkomi. ClassificaGeneration, stagione III ep. 10

Quindi i finlandesi sono il popolo più felice del pianeta. Così sostiene il Sustainable Development Solutions Network, ormai da un paio di anni. Che belli questi rapporti, dev’essere divertente lavorarci. Forse c’è persino qualcosa di plausibile. Comunque, chi li avrebbe mai citati per primi? “Dimmi un popolo che ha l’aria sollazzata” “Ah, sicuramente i finlandesi”. E dire che le renne hanno il muso lungo. Quali saranno i parametri? Sono calcisticamente inconsistenti, gastronomicamente modesti, climaticamente problematici, economicamente timidi. Insomma, nulla di quello che farebbe felici NOI, così ricchi di tutto. Cosa ci facciamo allora così in basso in questo rapporto, 36esimi? Io guardando le prime posizioni ho un’ipotesi: uno dei parametri è il metallo. Più c’è heavy metal, più si è felici. Del resto, i fan del metal guardano ai Black Sabbath come padri nobili, ditemi voi se non sono dialetticamente inattaccabili. Peraltro accanto ai big del fragore, anche i nomi finnici affacciatisi nel mainstream internazionale, tipo HIM o The Rasmus, hanno una qualche parentela coi bombardoni più ortodossi. Ma detto questo, mi viene anche da fare un’ipotesi corollaria: meno rap rende più felici.
O forse, più tieni il muso, più diventi rappuso.

Io detto tra noi penso che in Italia ci sia più rap del necessario. Ne faccio proprio un discorso di sostenibilità. Sì, va bene essere verbosi e lamentosi, ma sta togliendo terreno coltivabile a tutto il resto, si sta mangiando l’ecosistema tipo il pesce persico del Nilo nel lago Vittoria (cfr. L’incubo di Darwin). E il 90% del rap italiano è brutto, scemo, inutile, noioso, banale, orgoglione e brodoso: è puro opportunismo per capponi maschi che non hanno voglia di impararsi un mestiere – cosa che lo apparenta tantissimo al governo in carica. E non credo nemmeno che i capponi in questione siano realmente infelici. Né che abbiano qualcosa da dire che non sia “Aaaah, non credevate in me, bitches, e guardate ora”. Scemo, non credo in te nemmeno ADESSO. Cosa dici? Hai un Rolex? Ne hai due? Buon per te, sai che ora è.
Ma il fatto è che mio malgrado questi babbei possono contare su un pubblico che – per il 90% – è clamorosamente pigro. Davvero, le orecchie gli servono come elementi decorativi della testa.

Ma c’è un corollario anche qui. Ovvero: il 90% è da buttare, ma il 10% vive e lotta insieme a noi. Fa una fatica inaudita, ma non demorde. E in questo 10% c’è Mirko Martorana in arte Rkomi, milanese, quartiere Calvairate (non il più depresso che possiate immaginare) (…oddio, non che la gente sghignazzi per strada). Il suo album concede quello che deve concedere: autotune anche a sproposito, 6 featuring su 13 brani, strategici e di alto profilo anche nel pop (Elisa, Jovanotti, Sfera Ebbasta, Ghali, Carl Brave, Dardust), brani di durata contenuta (36 minuti totali). Ogni tanto le basi di Charlie Charles sono del tutto intercambiabili con quelle di qualunque altro dei suoi cinque “Bimbi” (gli altri eran Ghali, Sfera, Izi e Tedua).

Però c’è musica. Per capirci, alla fine del brano iniziale c’è addirittura una coda strumentale di 42 secondi – e per i 15enni, 42 secondi senza “Uh!” “Fra’!” o “Gucci!” è un tempo interminabile e wagneriano. Ci sono rime – anzi, interi brani che non vanno incontro al pubblico più facile, quello che porti a casa elencando i brand e il tuo encomiabile appeal sulle troie. Sbaglierò ma soprattutto nella parte centrale dell’album io vedo del coraggio, c’è una considerazione per le donne quasi degregoriana (un brano intitolato Alice sembra messo lì apposta perché io abbocchi all’amo, e infatti eccomi); c’è il tentativo di non escludere chi ha più di 17 anni, c’è voglia di approfittare del microfono per comunicare qualcosa di più, per cercare i propri simili perché “Visti dall’alto siamo meglio / di come mi presenti, di come mi presento”. Anche quando fa il pingone, come negli ultimi tre brani (messi in fondo non per caso) tipo in Cose che capitano, non lo fa in modo tirato via e sciatto, incornicia quella pingoneria con del funky che gli si attagli. Nella classifica dei presunti album, Dove gli occhi non arrivano è entrato direttamente al n.1 detronizzando Start di Ligabue. E se volete vederci una valenza simbolica, io non la incoraggio, però vi do il mio appoggio esterno.

Resto della top ten. Risale al n.3 Bohemian rhapsody, ma rientra in top ten anche la colonna sonora di A star is born, si vede che i David di Donatello hanno acceso una insopprimibile voglia di film non italiani. Salmo rimane saldo al n.4, seguito da Ultimo e Lazza. Mahmood, Nayt e di nuovo Ultimo concludono la top 10. Riassumendo, otto italiani più due colonne sonore premiate con l’Oscar. Non so cosa pensare. Quindi non penserò.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla prima diecina Madman, i Coma Cose (dal n.9 di ingresso al 27), Paola Turci (entrata al n.6, scende al 36). Poche le nuove entrate, c’è Nesli al n.28, Giovanni Truppi al n.75, il neomelodico Anthony lo precede al 73, poi prodotti per discepoli come la deluxe di Fleurs di Capirebattiato (n.20) o The dirt soundtrack dei Motley Crue (n.66). Gli album di più lunga militanza in classifica sono sempre quei tre: Hellvisback platinum di Salmo (164 settimane), The dark side of the moon (125) ed Ed Sheeran (108). Sono invece usciti di classifica Canova (dopo 3 settimane), Simone Cristicchi (anche lui 3), la raccolta dei Negrita (6 settimane). Smog di Giorgio Poi che era entrato al n.19 è sceso sotto il n.100 in sette giorni, Dido è durata una settimana al n.27, mentre l’ex n.1 Plume di Irama si è deciso a sloggiare dopo 41 settimane.

Sedicenti singoli. La stretta di mano con #Salvini porta benone a Mahmood, che perde il n.1 e viene superato sia da Con calma che da Calma, inni dei 50enni, la generazione #nostress e #buongiornissimo. Al terzo e quarto posto invece due brani che si rivolgono ai giovani, Soldi e Per un milione – una curiosa successione di argomenti, vero? Calma e soldi, i pilastri della saggezza, per una

Miglior vita. Sette album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di crescita zero; cinque sono dei Queen. Ne sono felice ma c’è qualcosa che non va con Nevermind: scende dal n.98 al 99, non vorrei mai che la vena creativa dei Nirvana si fosse esaurita o che il popolo rock avesse smesso di credere in loro – per fortuna possiamo contare sui

Pinfloi. The dark side of the moon sale dal n.56 al n.49, ma anche The wall sale dal n.74 al 56, a me piace vederci una sostanziale soddisfazione per le vicissitudini della Brexit e i guai dei Britanni, sappiamo tutti che è quando sono depressi e in crisi economica, che danno il meglio – se il benessere porta Ed Sheeran e George Ezra, ridategli la Thatcher, e se loro non la vogliono datela a noi, ché verosimilmente, tanto male non può fare.

A che ora è la fine del Liga? – ClassificaGeneration, Stagione III, ep. 9

A che ora è la fine del Liga? – ClassificaGeneration, Stagione III, ep. 9

Tutto porta a una conclusione inevitabile: la fusione tra MiticoLiga e MiticoVasco.

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

Le popstar italiane una volta avevano delle opinioni. E magari le hanno pure oggi – ma pagano dei manager perché le stronchino sul nascere.

Le bizzarre fortune della parola Rockstar – Il caffé sull’amaca

Le bizzarre fortune della parola Rockstar – Il caffé sull’amaca

“Hey now, you’re a rock star, get the show on”, ammicca la pubblicità di un’auto tedesca nota da decenni per il suo quadrato buonsenso.
“E allora, Rockstar?”, dicono gli amici del protagonista del film di Ligabue all’eroe Made in Italy, un quarantenne di provincia delusissimo dalla vita e dall’Italia.
“I’ve been fuckin’ hoes and poppin’ pillies, man, I feel just like a rockstar”, cantilena lagnoso l’ennesimo fenomeno delle classifiche americane, Post Malone, rivendicando – che sorpresa! – una quotidianità ricolma di soldi, macchine, femmine e droga.
“Rockstar, rockstar due tipe nel letto e le altre due di là, gli amici selvaggi tutti dentro il privée, fanculo il Moët, prendiamo tutto il bar”, gli fa eco piagnucolino il coloratissimo ragazzo-copertina del 2018, Sfera Ebbasta da Cinisello (ma soprattutto da Balsamo).

Ma poi, ovunque ci si giri, Susan Sontag viene definita “l’intellettuale-rockstar”, Bobby Fischer “la rockstar invisibile prestata agli scacchi” (ma se era invisibile! Ah, fa niente), Neal Barnard è il chirurgo-rockstar, Yayoi Kusama è la rockstar dell’arte contemporanea e Xavier Dolan “la rockstar dei film d’autore” e googlando potrete facilmente scoprire che se nel Seicento Bernini e Borromini erano “due rockstar, in pratica”, Salvador Dalì è stato “la prima rockstar della pittura moderna” e fermiamoci, ché può bastare, ci siamo capiti. Mai come in questo momento siamo privi di rockstar, e le poche rimaste sono accusate del peccato più orribile di quest’epoca, la vecchiaia. Eppure mai come in questo momento si usa questo termine invece di quelli che sarebbero più precisi e contemporanei: popstar o rapper (men che meno trapper, che fa Davy Crockett con la marmotta in testa).

In parte dipende dal fatto che il rock’n’roll è morto, e i morti hanno sempre ragione, specie in quest’era un po’ schifata di sé. Ma soprattutto perché mentre di rockstar non ne fanno più, di rapper e di popstar ce n’è milioni, non sono merce rara, ne siamo inondati e assistiamo cercando di eccitarci mentre milioni di loro fanno le stesse cose, sempre, invariabilmente: le popstar provocano maliziose su instagram e i rapper si riscattano dalla strada con successodrogatroie.

Ma non facevano più o meno le stesse cose, le rockstar? Oh, anche – solo che erano implicite. Mick Jagger, Robert Plant, Axl Rose il loro mestiere lo facevano senza tracotanza, affidandosi a un luciferino understatement, ovviamente compiaciuto ma non strombazzato.

Però forse quello che viene considerata la vera prerogativa delle rockstar è che nessuno gli diceva niente. Non si dovevano giustificare (accuse di molestie? Ma quando mai), non dovevano fare le mosse e mossette indicate dal marketing, non dovevano dimostrarsi IRONICI, per duettare con qualcuno dovevano perlomeno drogarsi con lui, nessun perditempo poteva discutere on line dei loro amori o dei loro selfie (detto in ordine alfabetico), su di loro non si scatenava il dibattito. Sì, rispetto a popstar e rapper, le rockstar avevano dei privilegi.

E per questo, come accade in ogni epoca agli déi, le abbiamo uccise.

aMargine presenta: Riccardo Bertoncelli – discorso di fine anno 2017

aMargine presenta: Riccardo Bertoncelli – discorso di fine anno 2017

Che fa la musica? Che intenzioni ha? Per tentare di decifrarne le misteriose volute, ho chiesto anche quest’anno l’illuminazione al Magister di tutti noi critici.

Vasco Fideles – Classifica Generation, cap. X

Vasco Fideles – Classifica Generation, cap. X

Tornando a quei 220mila possiamo a questo punto avanzare l’ipotesi che lailalalailalalai, li abbia fatti godere.

TheClassifica 80. Ultime grida dall’anno scorso

TheClassifica 80. Ultime grida dall’anno scorso

TRILOGIA DELLE FESTE
Capitolo IV: Natale 2015 e la sua posizione nei confronti di noi giovani. (contiene: TZN)
Capitolo V: un anno di noi. (contiene: ancora TZN)
Capitolo VI: panettone di informazioni semidivertenti sull’ultima classifica del 2015. (contiene: Pinfloi)

(seh, lo so che è lunga. Se non siete per il binge reading, leggetela a puntate)

Capitolo IV

Ciao, amici! Fatevi guardare. Siete bellissimi. Così in forma, rilassati, piacevoli al tatto e all’odorato. Cosa mi raccontate? Cosa avete trovato sotto l’albero? Per caso Adele, Marco Mengoni, Coldplay? Sono i tre album più venduti nella settimana di Natale – quella in cui si fanno parecchi regali, e si vendono parecchi dischi. Due attività irragionevoli che in alcuni casi, fantasmagoricamente, coincidono. Che cosa stranissima, no? Regalare un disco, dico. Fa molto anni 80, in qualche modo. Oggi, regalare un disco è un gesto costipato. È forse l’oggetto più perdente in circolazione – oddio, anche gli orologi se la giocano. So cosa mi direte: un cd forse sì, però dai, il cofanetto… oppure, ancora meglio, il vinile… Belli, costosi. Evocativi di mondi fatati.

Oh, ma ditelo pure. Tanto il cappello introduttivo è finito, e stiamo per addentrarci nella parte muscolare di questo scritto. Permettetemi di mostrarvi l’infografica che segue, relativa al trio di album più regalati gli anni scorsi. Guardateli mentre sfilano, gli spettri dei Natali passati – vediamo se ci vedete quello che vedo io.

2005: De André, Renato Zero, Robbie Williams
2006: Laura Pausini, Elisa, Renato Zero
2007: Ligabue, Zucchero, Gianna Nannini
2008: Laura Pausini, Giusy Ferreri, Irene Grandi
2009: Andrea Bocelli, Vasco Rossi, Laura Pausini
2010: Zucchero, Ligabue, Michael Jackson
2011: Michael Bublé, Tiziano Ferro, Adriano Celentano
2012: Jovanotti, Zucchero, Eros Ramazzotti
2013: Ligabue, Laura Pausini, Mario Biondi
2014: Tiziano Ferro, Vasco Rossi, Gianna Nannini

E poi, come già detto,

2015: Adele, Marco Mengoni, Coldplay

Ci sono un po’ di album di canzoni natalizie che straniscono i dati, quindi i nomi di Irene Grandi, Michael Bublé e Mario Biondi vanno presi con le presine per non scottarsi, magari con su motivi natalizi, renne e ghirlande. Ma lo vedete quello che vedo io, critico visionario, ponte tra una generazione che ha fatto i soldi straparlando e un’altra che straparla sognando i soldi? Riuscite a notare il salto quantico di questo Natale? No, non è la prevalenza degli stranieri (dei britanni, prevedibilmente) sugli italiani, anche se è vero che non sussiste nei precedenti elenchi di strenne. No! Hanno indovinato quelli che hanno risposto “Nessuno del terzetto di alta gamma ha debuttato nel secolo precedente”.

Ok, aritmeticamente doveva succedere prima o poi – inoltrandosi in questo secolo, intendo dire.
Però è successo nel 2015. E un po’ io ce l’ho, la sensazione che il pimpante giovanilismo di facciata di governo e opposizione abbia finito per fare breccia. Così come Boldi e De Sica sono stati sostituiti da Zalone e Berlusconi da Renzi, allo stesso modo Pausini e Antonacci non appaiono nel presepe, pur presenziando in top 5 in guisa di pastorelli. Significa che lo svecchiamento, tanto invocato, è arrivato? Non saprei – io nel dubbio, dubito. Però già che sono qui vi sottopongo il dato, affinché ci posiate qualche arruffato pensiero.

E dei tre re magi, che dire?

1. Adele. Di lei ho già parlato tanto. Per chi capitasse qui solo ora, ecco gli highlight di tanto pontificare, copincollati con malagrazia da TheClassifica 76 (sto inventando: non ricordo proprio il numero). Siccome è il disco dell’anno, merita questo remix.

⦁ “Io non trovo niente “da smontare” in Adele. Trovo che sia l’antitesi di ciò che è “montato”. Non è un prodotto, non ha studiato da star. Ora è un format, ma non lo era quando ha iniziato”.
⦁ “C’è una continuità evidente tra il primo disco 19, che forse un po’ di gente si è dimenticata, e il nuovo numero, questo 25. Vi annoia? Non può farci niente, Adele è questa cosa qui: una ragazzona maestra nell’arte di creare una tristezzina amichevole, consolatoria, e poi scagliarla in cielo e muoverla vorticosamente come Topolino fa con le stelle nell’Apprendista Stregone di Fantasia“.
⦁ “Sono ammirato, quasi sbigottito da come un approccio alla musica così lineare e vecchio stile riesca a mettere in riga tutti gli iperproduttori maghetti del plink e del “uuuh!”, nonché tutti quelli che sbavano per il fantasma di una contemporaneità confusa, molto presunta, molto presuntuosa. La verità che il successo di Adele mette sul tavolo, è che l’orecchio, come la pancia, non è felice se ci infiliamo cose artefatte. E appena può va a cercare la buona minestrina di nonna Adele”.

2. Coldplay. Di loro invece no, non avevo parlato. Non vi stupirò con una difesa acrobatica: A head full of dreams è brutto. Sì, BRUTTO, come le brutte persone. Di una bruttezza pacchiana. Buon per gli haters, anche loro hanno ragione ogni tot; però il disco brutto capita sempre ai grandi gruppi e ai grandi solisti – e io insisto, sfidando il vostro beffame, che i Coldplay sono un grande gruppo. Anzi, a distanza di, boh, sarà un mese?, spezzo una lancia per il singolo, quello che fa Dedadà o qualcosa del genere. Quando passa per radio, crea un abisso con tutto il resto dei singoli da top 30. Adesso, vogliamo fare un processo al resto dei singoli da top 30?
No, non ora, amici. Devo passare a Marco Mengoni, ho molte cose da dire su di lui.

3. Marco Mengoni. E invece no – le molte cose su Mengoni me le tengo come argomento principale della prossima TheClassifica, la cui uscita, mi dice l’editore, è prevista nelle prossime 48 ore. Questo perché è venuto il momento di riflettere su una cosa, a proposito di Marco Mengoni. Ovvero: volevamo una popstar. Sì, volevamo tanto una popstar. Volevamo intensamente una popstar, con tutto il nostro febbrile anelito. E ci hanno dato quella popstar.

E adesso?
E adesso?
E adesso, eh?

Capitolo V 

La FIMI ha reso noti i dischi più venduti di TUTTO il 2015. Caramba, che solerzia: un tempo lo facevano tipo a giugno. Anche qui vi sottopongo una slide. Eccola:

GLI ALBUM PIU VENDUTI DEL 2015
1) Lorenzo 2015 CC – Jovanotti
2) TZN – The Best of Tiziano Ferro – Tiziano Ferro 
3) Out – The Kolors
4) 25 – Adele
5) Parole in Circolo – Marco Mengoni
6) Il Bello D’esser Brutti – J-AX
7) Sanremo Grande Amore – Il Volo
8) Le Cose Che Non Ho – Marco Mengoni
9) Passione Maledetta – Modà
10) Giro Del Mondo – Ligabue

Undici cose da dire, sui social, sugli album più venduti del 2015.

1. Il più vecchio è MiticoLiga 2. Mi, i TheKolors! 3. Ehi, c’è una straniera! 4. Non c’è il rap. 5. Però ci sono due ex-rapper. 6. Quello de Il Volo è un EP di cover. Costa poco. 7. C’è due volte Mengoni. 8. Eh, sì. 9. DUE album di Mengoni. 10. Ok, c’è altro? 11. Sì! Guardate la gallery qui sotto, sui più venduti degli anni precedenti.

2014.
1. SONO INNOCENTE, VASCO ROSSI
2. THE ENDLESS RIVER, PINK FLOYD
3. TZN – THE BEST OF TIZIANO FERRO

2013.
1. MONDOVISIONE, LIGABUE
2. GIOIA … NON È MAI ABBASTANZA!, MODÀ
3. BACKUP 1987-2012 IL BEST, JOVANOTTI

Bene. Intanto mi pare di poter dire che Jovanotti e i Modà, vendono tantone. Ma soprattutto, all hail Tiziano Ferro. Per due anni consecutivi sul podio dei dischi più venduti e con lo stesso medesimo aggeggio. Beh, salute. Io non credo proprio fosse mai successo prima, a nessuno.

(e con questo, qui ho finito, e passo alla parte terza)

Capitolo VI

Lui si era ucciso per Natale. Molto regalato anche il box di Francesco Guccini, altrimenti non sarebbe sceso dal n.10 al n.21 già a partire da Santo Stefano (o come diciamo noi dei media, “boxing day”). Spiace che nessuno lo abbia preso per San Silvestro, si poteva usare La locomotiva per fare il trenino. Pochi hanno regalato The ties that bind del Boss Springsteen, solo n.40. Ma naturalmente quello che tutti volete sapere è chi ha vinto la disfida dei dischi di canzoncine natalizie. Ebbene, Grandmaster Bublé, al n.16, stacca Il Volo, n.20 (ma si consolano con tre titoli in top 30). Mette di buonumore vedere che Tony Hadley (n.41) sopravanza Mario Biondi, Andrea Bocelli, Mariah Carey e Mina.
Miglior vita. Mi duole dirvi che la tradizione di commemorare i defunti a Natale è andata un po’ persa: niente John Lennon nella top 100, ma neppure Fabrizio De André. Solo 8 album di artisti che hanno lasciato questa valle di LOL. Li guida Pino Daniele al n.46. 
Il fattore. Urban Strangers non hanno fatto il botto previsto ma okkupano il n.12 anche dopo le feste; Giosada galleggia al n.25, i Moseek faticano intorno al 70mo posto.
Pinfloi. The dark side of the moon al n.56 precede The wall al n.58, ma mi pare di poter dire che non c’è rancore tra le due parti. Wish you were here giustamente sta molto dietro, al n.79, rmente la raccolta One foot on the door ricompare in classifica solo dal 26 dicembre in poi, nel deprecabile precariato di un n.97. Stanno bene e vi salutano (anzi, vorrebbero che voi foste lì) l’album di David Gilmour (n.36) e il The wall di Roger Waters (n.66). Ma so cosa vi state chiedendo: e The endless river, il paladino della vinilità? Dopo aver passato nove mesi in classifica tra il n.30 e il 50, di colpo a novembre nel giro di tre settimane è uscito dalla top 100. Si dev’essere improvvisamente sparsa la voce che non era un granché.