Tag: Lo Stato Sociale

Ripensandoci, forse il problema sono loro – TheClassifica 22/2020

Ripensandoci, forse il problema sono loro – TheClassifica 22/2020

Pre Messa. L’altra sera avevo la tv accesa. Volevo un sottofondo mentre cercavo dati che mi servivano. Beh, ho trovato un Italia-Perù dei Mondiali del 1982, per veri intenditori. Non ho visto i primi 25 minuti, in cui l’Italia aveva segnato. Però il Perù ci ha assediati per 60 minuti. Scirea, Gentile e Tardelli erano tipo Jaime Lannister, Il Mastino e Lady Brienne nelle scene incasinate della Battaglia di Winterfell, quando menano colpi a caso e nel buio stendono sempre un infoiato del popolo dei morti o del pueblo andino. Sempre più Inca, quelli ci hanno chiuso in area fino al pareggio sacrosantissimo. Poi però quell’Italia, dopo un’altra partita penosa col Camerun – secondo Oliviero Beha, ammorbidito dai nostri dirigenti – imbroccò quattro partite fenomenali, e lì nacquero gli anni 80. E gli Eroici del Mundial di Spagna. Gente che azzeccò 4 partite in sei anni, e avallò la narrazione degli italiani che danno il meglio quando hanno l’acqua alla gola
(ed è da allora che continuiamo a versare, amici. Non fermiamoci! Sì, altra acqua: vedrete poi!)
(ma ora arrivo al punto)
Il punto. A fine partita ho fatto andare il telecomando e ho trovato Mario Giordano che aveva ospite Iva Zanicchi. E correndo per lo studio gridava con la sua voce Fuori dal coro: “Ma Iiiiivaaaa, dicono che sono paaaazzzooo, ma sono iiiiio il pazzooo o chi fa arrivare gli africanii, sono davvero IIIIO il paaaaazzo” (correndo verso la telecamera e infilandoci naso e occhi stralunati e anfetaminici nel tentativo di guadagnarsi un’ennesima gif).
Per un secondo ho pensato: “…Ma in che senso, Iva Zanicchi?”
Nel senso che mi ero dimenticato. Iva Zanicchi è stata deputata al Parlamento Europeo per una legislatura e mezza, per il POPOLO della Libertà.
Prima di cambiare canale, approdando con soddisfazione su Focus che dava una roba di balene depresse (si stanno estinguendo – tipo il pop inglese) ricordo di aver pensato: “Eh, ora noi rimpiangiamo il passato, però ieri questo Paese mandava Iva Zanicchi al Parlamento Europeo”. E mi sono messo un paio di like da solo, come quelli che fanno le battute e si mettono da soli le faccine che ridono con le lacrime. Poi però mi sono dissato da me, twittando mentalmente “Invece Iva Zanicchi aveva perfettamente senso – averne, di Ive Zanicche!”. Tra l’altro, nella sua seconda legislatura totalizzò il 97% di presenze in aula, mica come il cretinazzo che sapete. Ricandidatasi nel 2014, non fu rieletta solo perché a quel punto noi, il POPOLO, avevamo bisogno di ben altri eroi.
Quello che sto cercando di dire è che forse un giorno mi guarderò indietro e riconoscerò che Sfera Ebbasta è stato un gigante della nostra musica, rispetto a

Il numero uno. Sospetto anzi che Sfera Ebbasta, che è il mandante (e in teoria, il discografico) di Elia Specolizzi da Racale (Lecce) detto DrefGold, ce lo mandi sapendo che lui al confronto può sembrare Leonard Bernstein. Anche se nel suo fortunato album Elo ci sono un numero adeguato di FEATURING (Sfera, Capo Plaza, Tedua, Luché, Lazza, Tony Effe, Gué Pequeno e i FSK Satellite), detto disco – che detronizza dalla vetta dei presunti album il minidisco senza pretese della Dark Polo Gang – è un prodotto che non può essere accettabile da chi ha più di 14 anni, e da chi ascolta musica per motivi diversi dal darsi un tono coi propri compagni di classe o annoiare i genitori boomer. Le rime sono ebeti – però ebeti in un modo penoso, non nel modo allegro degli FSK.
È qui che devo ammettere che qualche settimana fa mi sono speso per Little Richard, che aveva iniziato la sua carriera con il proclama dislessico “A-wop-bop-a-loo-bop-a-wop-bam-boom”?
Ok, immagino che sia qui.

Il punto (ancora). Io sono disposto a sentire un tizio che scova la parte più imbecille di me – non ci si mette nemmeno molto, non è che la nasconda così bene. Sono disposto a sentirmi dire idiozie anche per un tempo prolungato. Ma se su certe basi moscettine ma cool mi tocca sentire idiozie che non mi divertono nemmeno, allora tanto vale guardare ReteQuattro o Giletti su La7.
Perciò non me la sento più di definire questa roba #rapitaliano. Non dopo che sono usciti gli album di Marracash e di ThaSupreme e di Ghali, ed era uscita la Machete Mixtape e l’album di Night Skinny e c’è Madame in giro. Voglio dire, c’è – perché sì, c’è – un tentativo di alzare il livello medio, anche del puro divertimento. Invece Elo è un prodotto che punta alla fascia anagrafica appena superiore a quella dei bimbi dell’asilo che ascoltano Il Fantadisco dei MeControTe (che risale al n.11, e lotta insieme a noi).

Ne ho parlato perché è al n.1, e come tale mi tocca. Ma mi fermo qui. Vi lascio, per approfondimenti, alle recensioni di gente che al suo esordio due anni fa lo approvava incondizionatamente, perché erano i tempi in cui i puccettini di Rollinston e Noisi ripetevano saltellando “Se non capite siete vecchi, se non vi piace il problema siete voi, la musica va avantissimo, NOI siamo avantissimo”.

(Opps, a ‘sto giro però non lo hanno recensito) (vigliacchi) (ma non ti preoccupare Dref: l’ho fatto IO – perché sono un tuo bro, fra, zì, komparema, uen, uen, sugli sugli, bane bane)

Il resto della top ten. Elo è entrato al n.1 davanti a un’altra nuova entrata, Il concerto ritrovato di Fabrizio-DeAndré & PFM. Concedendo anche ai critici brizzolati il grido di dolore sui tempi villanzoni che consentono questo scempio: DrefGold davanti a FaberGold, dove andremo a finire eccetera. Al terzo posto rimbalza per qualche motivo l’album di Gaia, che è stato pubblicato due mesi fa ed era al n.30 quindi dev’esser stato rivitalizzato da un qualche ultimatum di Maria DeFilippi agli atterriti spettatori. Il podio della settimana precedente è tutto dal n.4 al 6 (Marracash, Ghali, Dark Polo Gang); al n.7 ThaSupreme compie sette mesi in top ten davanti ai Pinguini Tattici Nucleari e chiudono la prima diecina due nomi NON ITALIANI: The Weeknd e Dua Lipa. Ok, notate niente? Non manca qualcuno?

Altri argomenti di conversazione. Sono usciti dalla top ten Colpa delle favole di Ultimo (uh!) (oh!) (ecco chi mancava), Ezio Bosso e Travis Scott. Entra al n.24 Agust D, cioè Suga dei BTS, e possiamo spuntare la casella del primo rapper asiatico a entrare in classifica (no, Gangnam Style non ve lo accetto). Entra al n. 41 Wunna, di Gunna, numero unna in USA. Al n.100, ingresso incoraggiante per The 1975. Lasciano la classifica Polo G dopo una settimana, Ghemon dopo quattro (gosh). Eminem dopo 17 settimane.

Sedicenti singoli. Sale al n.1 la canzone balneare di Irama, Mediterranea, che apre finalmente i sei mesi in cui l’Italia si trasforma in Tormentonia. Alle sue spalle, l’altrettanto chiringuita Elegante di Drefgold&SferaEbbasta. Colgo l’occasione per intrigarvi ulteriormente con le sue rime versione spiaggia – potrete ascoltarle sognanti sulla vostra barchetta a komparemi.

Ancora sul podio, al n.3 Good Times di Ghali. Entra per ora al n.5 la joint-venture LadyGaga-ArianaGrande, mentre sale inesorabilmente il pezzo VIRALE di Emanuele Aloia, Il bacio di Klimt (n.7). Dopo il n.2 iniziale, Problemi con tutti di Fedez scende subito al n.20, curiosamente appena sopra Le feste di Pablo di Cara & Fedez, ex n.1 – ora n.21. Anche su Mahmood & Massimo Pericolo (Moonlight popolare) il verdetto mi sembra abbastanza drastico (dal n.3 al n.22). Ma già che siamo qui, vi sommergo di cose da dire ai vostri primi apericena mascherati: i singoli della Dark Polo Gang sono già tutti usciti dalla top 30 (bufus!), gli irriverenti regaz de Lo Stato Sociale con la giocosa Autocertificanzone non li vedo proprio tra i primi cento (magari ho guardato male, eh) mentre a un anno dall’ingresso in classifica, Una volta ancora di Fred De Palma e Ana Mena non ne è mai uscito ed è ancora al n.30, per quella nostra voglia di Temptation Island che non si estingue mai. Viceversa, mi duole informarvi che Ma lo vuoi capire? di Tommaso Paradiso langue al n.58, perché non è stato capito. Al contrario dei

Lungodegenti. Arriva Luché, che passa a tre cifre: Potere (Il giorno dopo) è in classifica da 100 settimane. Entra in un privé in cui lo aspettano ÷ di Ed Sheeran (entrato 169 settimane fa), Sfera Ebbasta con Rockstar (123). Peter Pan di Ultimo (120), Pianeti del medesimo Ultimo (117), 20 di Capo Plaza (110). E poi va beh, nel lato oscuro del privé ci sono i

Pinfloi. The dark side of the moon stacca il numero 186 (tre anni e mezzo abbondanti) salendo al n.33. Ma il mio cuore sbatte su The Wall, che dopo un esilio di due mesi è rientrato in classifica a metà maggio e ora sale dal n.70 al 63 – forza, forza ragazzo, ora ricominceremo tutto, nella Fase 2 ti ascolteremo per ricordarci i picchi di cupezza del lockdown: non ti lasceremo più scendere sotto il n.100, andrà tutto bene, bring the boys back home.

(…ci sarebbe anche Wish you were here entrato al n.90, ma lo ignoro con alterigia) (grazie per essere arrivati fin qui, a presto)

The great tormenton swindle

The great tormenton swindle

Tempo di mettere ordine sull’italico bagnasciuga.

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

RAPPORTO aMARGINE 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’ANALISONA)

Presunti album, sedicenti singoli, ascolti radio, concerti, persino i vinili perché sapete, sono tornati di mo- ah, ma andiamo.

Marginalità – Pensiero unico stupendo

Marginalità – Pensiero unico stupendo

«This is the next century
Where the universal’s free
You can find it anywhere
Yes, the future has been sold»

(Blur, The Universal, 1995)

Ovviamente, se un libro su due fosse pubblicato da Mondadori, se un film su due fosse della Disney, se metà degli scaffali del supermercato fossero di Nestlé, farebbe più effetto. Mentre il fatto che un disco su due in classifica sia gentilmente offerto da Universal, ne fa un po’ meno. E poi, non è neanche vero, è sensazionalismo a buon mercato: sono solo 49 album su 100. Però in questo momento, secondo FIMI, Universal è anche al n.1 nei vinili (grazie a L’imboscata di Franco Battiato) e nelle compilation (grazie a Kiss Kiss Play Summer). I singoli no, le sfuggono a causa di Sony che gode dei trionfi delle due tormentoniste Giusy Ferreri e Baby K. E solamente 45 singoli di Universal sono tra i primi 100. Non so voi, ma io farei saltare un po’ di teste.

Peraltro la presa di Universal sul mercato italiano supera di parecchio anche le proporzioni della analoga supremazia in Usa, che non è scarsa: nel 2017, il 37% della total album consumption, nella prima metà del 2018 i cinque artisti di maggiore successo secondo i dati Nielsen (Post Malone, Drake, Migos, XXXTentacion, J.Cole), e otto dei primi dieci. Ma in Italia, in questo momento, nemmeno mettendo assieme le altre due major Sony (22 album) e Warner (15) e aggiungendo gli indipendenti distribuiti da Artist First (5), si arriva a una opposizione credibile (…pardon) (adesso vi ho già dato il sottotesto, vero?) (lo so, dovevo tenermelo per il colpo di scena finale).

Pur appartenendo alla francese Vivendi (ricordate? Bolloré, Telecom, eccetera), la divisione musicale della holding ha poco di parigino: i quartier generali di Universal Music sono a Santa Monica, New York e Londra, e i boss universali sono Sir Lucian Grainge e Boyd Muir, rigorosamente provenienti da Londra, capitale europea del grande e coolissimo megaimpero.
Universal Music è un mosaico pazientemente composto negli anni: complice la grande crisi post-mp3 del decennio scorso, ha gradualmente assorbito tantissime case discografiche delle quali forse notavate i loghi sui vostri dischi: Polydor, Emi, Decca, Virgin, Island, Geffen, Def Jam, persino Deutsche Grammophon, Verve, e insomma tantetante. E ha mantenuto quelle etichette in vita, proprio come Fiat, la famosa società olandese con sede fiscale a Londra annovera divisioni che chiamiamo Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Jeep, con una loro presunta identità in modo che il cliente sdegnosamente si distingua, esca dal coro, fugga dal gregge, sia se stesso.

Ora come ora le etichette che le danno più soddisfazione a Vivendi nella classifica italiana sono Virgin (Imagine Dragons, Cesare Cremonini, MiticoVasco, Tiziano Ferro, Vegas Jones), Polydor (Emma Marrone, Caparezza, U2, 5 Seconds of Summer), ma soprattutto la Island Records.
La Island, fondata da Chris Blackwell (nella foto, quello con la maglia rossa), era l’etichetta di Cat Stevens e Roxy Music e U2, ma soprattutto era era l’etichetta del reggae, tanto da esser nata fisicamente in Giamaica (che, un po’ esplicitamente, è un’isola). Oggi l’etichetta del reggae è l’etichetta del rap. Anche de Lo Stato Sociale e Shawn Mendes, perché è sempre bene differenziare – però Drake, Rkomi, Marracash, Luché, Gué Pequeno, Post Malone, Sfera Ebbasta e Fabri Fibra fanno tutti capo alla Island. E in questo momento è proprio dall’hip-hop che arriva lo strapotere della multinazionale, nella cui sede italiana (come racconta la manager Paola Zukar nel suo libro Rap – Una storia italiana) nel 2005 alla fine di una riunione un dirigente francese domandò esterrefatto: “Ma voi non avete artisti rap?”

Ora, torniamo all’inizio di questo racconto marginale. Metà degli album più venduti in Italia vengono dallo stesso posto, dagli stessi uffici, con la stessa proprietà, la stessa gente, gli stessi – per così dire – talent scout, che seguono gli stessi input che vengono dagli stessi capi. E la sede centrale spinge l’hip-hop, malgrado l’idiosincrasia degli inglesi per il rap (un duro colpo per il business musicale londinese, che si regge su cantautori globaloni e coccolini come Ed Sheeran e Adele, e ha in Stormzy una rapstar che negli USA vale meno di Jovanotti).

Il punto è: se le cose vanno così, e un + 6.8% negli introiti rispetto al primo semestre del 2017 porta 2,6 miliardi di euro in più a Vivendi, quanto è realistico aspettarsi che la musica dei prossimi anni e soprattutto le prossime star siano così diverse da quelle che in questo preciso momento il POPOLO, sempre sia lodato, sta apprezzando? Sia chiaro, nulla da dire se siete entusiasti teenager rappusi (…ma date retta: sopra i 22 anni, a meno che non collaboriate con Rollinston non è plausibile che ascoltiate Drefgold. Per mostrarvi supergiovani fate più bella figura a millantare di intendervi di birra o di moto).

Beninteso, tanti complimenti a chi lavora in Universal e ha investito nel rap italiano e in tutto il rap del mondo, hanno fatto il loro mestiere e lo hanno fatto benissimo. Però la ricetta funziona così bene che interessarsi di qualcos’altro non ha senso, e il ricambio tra i generi è finito: stanno morendo tutti (tranne il reggaeton, e non è una buona notizia) mentre il rap non tramonta mai, sta per compiere 40 anni e con tutta probabilità vivrà più a lungo del rock’n’roll. Economicamente sta una favola, eppure, malgrado tutta la trap e gli sciroppi che fanno diventare geniali, il grosso della produzione – che a sua volta è grossa – non è mai stato così prevedibile come oggi. D’altro canto, i ragazzi mica sono scemi: dieci anni fa magari no, ma oggi se fai come ti viene detto puoi fare più soldi che a fare il barista. E francamente, chi scrive non ha alcuna passione particolare per l’ambito indie, però fa un po’ specie che metà degli album e dei singoli in classifica siano della stessa multinazionale, che li vende come gli album più disagiosi e ribelli e irriverenti di tutti. Con questa premessa vengono venduti e con questa premessa il POPOLO li compra.

(questa cosa dell’incoraggiamento dall’alto di uno spirito anticonformista e anarchico a Orwell non gli era venuta in mente. Questo perché era inglese prima che esserlo fosse cool)

Naturalmente, l’obiezione nuovista è che sicuramente dal basso arriverà qualcosa, è sempre arrivato!; che in circuiti sotterranei invisibili ma rigogliosi scorre linfa vivificante che sboccerà spontanea. In passato è sempre stato così, leggo ripetutamente.

Ma il passato è famoso per una cosa: è passato – e se la vostra speranza nel futuro è che il passato si ripeta, questo articolo è più ottimista di voi.

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

Marginalità – Cantanti italiani e (…senza offesa) impegno nel 2018

Le popstar italiane una volta avevano delle opinioni. E magari le hanno pure oggi – ma pagano dei manager perché le stronchino sul nascere.

Noi, Noyz and all the Boyz – Classifica Generation, Episodio XIX

Noi, Noyz and all the Boyz – Classifica Generation, Episodio XIX

Per dire, da ragazzo Ambra mi pareva insulsa e scema, quindi ero vecchio e non capivo i giovani.

Lo Stato Sociale è piuttosto inutile – ClassificaGeneration, cap. XVI

Lo Stato Sociale è piuttosto inutile – ClassificaGeneration, cap. XVI

Avrei preferito non parlare mai de Lo Stato Sociale, ma il ritorno di Sfera Ebbasta al n.1 nella classifica dei presunti album non mi lascia molta scelta se non guardare a quella dei sedicenti singoli. Tra i quali Non mi avete fatto niente di Meta&Moro scende al n.2 cedendo il n.1 a Una vita in vacanza – due brani qualunquettisti che si completano in modo mirabile, con buona pace delle schiere di Repubblica che – aduse a saltare pachidermicamente sui carri più tragici – le catalogano, e senza nemmeno un po’ di humour sardonico – come “canzoni impegnate”.  

Che il parapapunzi di Una vita in vacanza sia la canzone più in auge a pochi giorni dal voto più zumpappà che questa nazione abbia mai espresso è del tutto adeguato. E in perfetta sintonia con gli schieramenti che Lo Stato Sociale finge di disprezzare (…e tuttavia, che piccola sottigliezza il fatto che l’unico politico messo alla berlina nel loro video IRRIVERENTE rivolto alla very normal people sia quello che conviene di più sbertucciare, il candidato Renzi).
Avendo avuto il lancinante privilegio di assistere a una loro esibizione, mi sento di garantire di non aver mai visto sul palco in anni e anni e anni (e anni) un gruppo – oh, pardon: si definiscono collettivo, con evidente wannabeismo Wu Ming – più inutilmente strafottente e musicalmente sciatto, credo anche per mascherare i propri limiti infiniti: non c’è loro canzone che non sembri la copia brutta e svogliata di qualcos’altro, e con allusioni e slogan talmente telefonati che sembra che qualcuno abbia mandato Povia al Dams. Nella Mia Umile Opinione, sono uno dei gruppi più disperatamente inutili apparsi negli ultimi cinquant’anni, forse riempiono un vuoto, come tante delle cose insulse che cerchiamo di spiegarci. Il loro comunicato stampa mi avvisa cionondimeno che i “cinque pazzi scatenati”, dopo qualche data in Europa definita Erasmus Tour

(…più smaccati di così, si entra direttamente in Casa Surace) 

“alzeranno ancora una volta l’asticella, per organizzare il limbo collettivo più grande d’Italia”. Per me, benone: hanno pieno diritto di fare brutte canzoni e sfruttare l’ansia di nuovismo che percorre lo scanzonato Paese, nonché di incontrare l’adorazione incondizionata della ineffabile sala stampa di Sanremo – che del resto è la primissima ad abboccare quando le si butta in faccia la locura di una vecchia che balla o una scimmia che balla o l’amico di Daniele Silvestri che ballava (#qualcunocheballa is the new black) (per Sanremo 2019, gattyno che balla e non se ne parli più). Le testate di sinistra, Manifesto in testa, sono totalmente disposte a bersi le raffazzonate rimasticature di Bifo Berardi e Deboscio, intanto che il Corrierone fa le sue gallery sul look vincente (e IRONICO) del frontman cuccioloso, mentre i critici indie abbozzano, stroncati preventivamente fin dagli inizi nella VIRALE Mi sono rotto il cazzo
(“Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda, si fa fatica a capire cosa scrivete, bontà di dio avete dei gusti di merda”)
(opinione opinabile ma legittima, però siete andati a Sanremo a portare una canzone che è l’apoteosi del kaffeeeee, un grido di guerra già rilanciato da un ufficio all’altro sulle ali di whatsapp nel sogno rivoluzionario di una vita in vacanza senza “nessuno che rompe i coglioni”)

Ma a proposito di scrivere in modo patetico, regalo ai lettori di questo angolino marginale un frammento del libro Il movimento è fermo – il “romanzo d’amore e di protesta” del collettivo, pubblicato da Rizzoli giusto un anno dopo l’altrettanto significativo libro di Benji & Fede. Libro dedicato con pucciosa retorica “A chi sa amare e ogni giorno crea possibilità: percorrendo nuove strade, occupando spazi, liberando idee”, ma che si badi, “Non è una storia in versi, e non è neanche un’autobiografia. Parla di noi, ma nessuno è noi, o forse lo sono tutti. Parla di trentenni, ma anche di sbarbi e cariatidi. Lo hanno scritto due di noi, e gli altri hanno detto che è figo”. Il passaggio che vi ho selezionato, in apertura, introduce sapientemente i personaggi principali tramite una brizziana conversazione al bar (e dove, se no) (“in una Bologna che in fondo è sempre la stessa, tra concerti in giro e litri di sangiovese”) sul significato di T’immagini di Vasco Rossi.


Beh. Naturalmente è possibile che là fuori qualche YouTuber scriva peggio. Ma la differenza è che lo YouTuber lo sa.

Top ten degli album. Come detto, Sfera Ebbasta ritorna al n.1, ed è la trap vs Sanremo nelle prime posizioni: Ermal Meta scende al n.3, superato da Annalisa; rimangono in alto FabrizioMoro (n.4) e Ultimo (n.5). Carl Brave x Franco 126 salgono tanto, dal n.32 al n.6, laddove Max Gazzé avanza al n.7, Emma resiste al n.8 davanti a Ed Sheeran e a un’altra nuova entrata dalla Kermesse: Red Canzian al n.10 (meglio, molto meglio di Facchinetti&Fogli anche se si inerpicano risoluti dal n.46 al n.37).

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten la raccolta Primati de Lo Stato Sociale, Oh vita! di Jovanotti, Back home di Madman. Debuttano al n.15 i Decibel, , si presenta al n.22 Bella, prof! di Lorenzo Baglioni. Sempre tre gli album in top 100 da più di 100 settimane: il best di TZN al n.71 (uscito 169 settimane or sono), Hellvisback di Salmo al n.65 (107 settimane) e i Coldplay con A head full of dreams (n.116).

Miglior vita. Sono nove gli album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di dichiarazioni di voto. Ben quattro di questi album sono di Fabrizio De André, il cui cofanettone sale lento ma perentorio al n.16. Constatiamo con piacere che Nevermind dei Nirvana (quelli di Kurt Cobain, quello che cioè zio si è SPARATO) che barcollava al n.100, con un colpo di reni ha evitato l’abisso risalendo al n.83. A deniaaaal, etc.

Pinfloi. Soddisfacente + 4 per The dark side of the moon che sale al n.41, mentre The wall fa ancora meglio e svolazza dal n.72 al 62, e malgrado il disappunto di questa rubrica anche Wish you were here si innalza dal n.82 al 76 – e se nemmeno qui vedete una chiara profezia sul voto del 4 marzo, davvero sarò costretto a farvi dei disegnini.
(… come dite?) (35%?) (Ha! Vi piacerebbe)

Spesso Ermal di vivere ho incontrato – Classifica Generation, cap. XV

Spesso Ermal di vivere ho incontrato – Classifica Generation, cap. XV

Vengono qui e ci portano via le nostre donne e i nostri festival della canzone italiana.

Il rap spiegato dai rappusi – Classifica Generation, cap. XIV

Il rap spiegato dai rappusi – Classifica Generation, cap. XIV

“Chi vi credete che noi siam, per le rime che facciam”

Il bacio della morte delle radio italiane

Il bacio della morte delle radio italiane

In questi giorni le radio della furibonda eppur spensierata nazione sono tutte schierate al Festival della Canzone Italiana, con immenso dispiego di forze – ma sempre con l’abituale scanzonata leggerezza. Perciò, mi sembra il momento ideale per commentare lo scanzonato contributo delle radio alla musica italiana. E scanzonato mi sembra l’aggettivo più adatto.

Dovete sapere che nella graduatoria delle canzoni italiane più trasmesse dalle radio nel 2017 (dati EarOne) svetta, e non credo l’avreste mai detto, Partiti adesso di Giusy Ferreri.
Che però, putacaso, non è tra i primi 100 singoli più (venduti?) (ascoltati a pagamento?) (gettonati?) del 2017 nella classifica finale diffusa dalla FIMI.
Nel 2016, per contro, la canzone italiana più trasmessa – sempre secondo l’autorevole EarOne, non ve lo ripeterò più – era stata, e non credo l’avreste mai detto, Ti sembra normale, di Max Gazzé.
Che nella top 100 invece ci era entrata! Con un autorevole numero 98. Aveva fatto peggio, in quell’annata, di Volevo te di Giusy Ferreri, n.94 – e 18mo brano italiano più diffuso quell’anno. In pratica, venendo trasmessa un po’ meno, LaGiusy ha avuto qualche chance in più.

Concediamoci ora un minuto per le prime sottili ironie.

(se non ve ne sovvengono, niente di male) (però non sarò io a suggerirle) (me ne starò qui serio come un inappuntabile funzionario)

Tra le granite e le granate di Gabbani, trasmessa persino più di Occidentali’s karma, vincitrice di Sanremo 2017, ha ottenuto un n.67 nella classifica annuale dei singoli. Beh, poteva andare peggio, diciamo; dopo tutto ha staccato la terza più trasmessa, Come nelle favole di MiticoVasco, n.88 – però dai, che gli frega a Vasco dei singoli, no? In realtà è la radio, che sta usando Vasco Rossi per darsi un tono, giusto? Appena giù dal podio le cose iniziano a migliorare sensibilmente: al n.4 c’è Pamplona di Fabri Fibra featuring quello che tiene aa’ Lazzzie, n.11 tra i singoli, e al n.5 la fatidica Senza pagare dei due pentastellati col Rolex. Ma al n.6 c’è Tiziano Ferro, il cui componimento Lento/Veloce, usato come escort dal Cornetto Algida, boccheggia al n.86 a differenza de Il conforto, duetto con Carmen Consoli, che si giova di una minore attenzione da parte delle radio (14ma più trasmessa) ottenendo un n.45 per la FIMI.

A questo punto è lecito iniziare a chiedersi se, al di là degli spiccioli di Siae che arrivano per la diffusione in pubblico di una canzone, a chi sta in una casa discografica (a partire dalle tre tirannosaure che occupano 27 delle prime 30 posizioni) convenga o no che un brano sia – amichevolmente, beninteso – spinto presso un network radiofonico. Viene il dubbio che sì, che gli spiccioli provenienti dallo streaming siano anche inferiori a quelli che vengono diritto dai diritti.
E a questo è altrettanto lecito affiancare l’ipotesi che un pezzo che le radio martellano, non susciti negli ascoltatori un arrembante desiderio di cercare quel brano anche su Spotify, Applemusic, Deezer e quella cosa della Tim. C’è un apparente effetto di saturazione.
Ancora più lecito inferire – lo stavate già facendo, ed è lecito! – che chi ascolta la radio non faccia uso dei mezzi succitati, perché la radio è un device vecchio, buh, potere ai giovani! E in parte c’è del vero. Cionondimeno le radio continuano a usare la musica – e questo perché? Soltanto perché agevola la loro missione di fare da sottofondo nei negozi, nelle palestre e dalle parrucchiere? Si sa che nelle ore di punta, alla gente che sta in macchina si danno programmi vuoti di musica e pieni di parole – e se possibile, parole foriere di ghignate pazzissime: show scanzonati, e non solo perché senza canzoni.

Però non è solo così, la musica è un accessorio per le radio ma guai a sbagliarlo: la gente, farabutta, è capace di cambiare stazione. Ed è per questo che a me affascina calare il terzo asso della mia ampia manica, ovvero la canzone più trasmessa nel 2015 secondo EarOne: Share the love di Cesare Cremonini (anche lui uno a cui putacaso ci piace il Cornetto Algida) n.24 nella classifica di vendite di quell’anno – bella Zésare, finora sei il migliore. Ma il punto non è il risultato.

Il punto sono LaGiusi, Gazzé e Cremonini.
Il quale, colpo di scena, è stato l’italiano più trasmesso anche nel 2013!!! Con Logico #1.

Questi nomi mi inducono ad avanzare l’ardita teoria che segue.
Le radio cercano di trasmettere qualcuno che non dia troppo sui nervi. Che non abbia molti amici, ma anche molti nemici. Intendo dire, senza nulla togliere a Zésare, che i big shot italiani sono altri: MiticoVasco, TZN, la Pausona, Jova, MiticoLiga, Fedez. Solo che, se non ve ne siete accorti, hanno anche un cospicuo numero di detrattori. E i loro singoli sono spesso delle encicliche, non vanno via lisci (tranne nel caso di J-Ax & Quellaltro quando vanno apertamente per il tormentone regghetòne). Così, meglio dosarli, e mandare avanti altri: alle radio convengono cantanti meno ingombranti, che non polarizzino in fazioni politiche, e conviene soprattutto quel tipo di canzone un po’ casual che non impegna.

Visto che ho aperto con Sanremo, mi sento di constatare che in anni fortunati, di queste canzoni Sanremo ne ha tirate fuori una, al massimo due – in generale sono brani dance dal testo un po’ più ambizioso degli altri (Silvestri, Max Gazzé, Gabbani, a ‘sto giro LoStatoSociale).
Ma forse anche in questa fattispecie, chi porta una canzone gradita alle radio fa bene a preoccuparsi.