Tag: Rovazzi

ClassificaGeneration Stagione III ep. 3. Fedez e Di Maio: guardando dal trono

ClassificaGeneration Stagione III ep. 3. Fedez e Di Maio: guardando dal trono

Quando il potere logora chi ce l’ha, anche il potere non è più quello di una volta.

Dibattito animale

Dibattito animale

Posizioni scomode sullo stato di salute della musica nel 2018. Sono scomode per un motivo preciso: sono seduto male.

Polemistan 4 – Le migliori polemiche dell’agosto 2017

Polemistan 4 – Le migliori polemiche dell’agosto 2017

Per quasi tutto il mese ho temuto. Non c’erano polemiche.

Il che mi suscitava pensieri infelici: forse che i motivi per le polemiche, coi polemisti in vacanza, non esistono? Forse che l’universo, quando si abbassa la guardia di chi vigila, si mette a rigare dritto perché in realtà l’universo è un narciso che reclama attenzione? Tormentato e atterrito, mi chiedevo se soffermarmi nuovamente sugli spasmodici dibattiti sulla grassezza di Mariah Carey. Potevo davvero ridurmi così? (beh, sì) (ma il resto dell’articolo?)

Ma poi, sul finire del mese, che splendore. Guardate solo gli ultimi due giorni. Rovazzi accusato di aver plagiato – per la canzone che accompagna lo spot delle Big Babol – un brano del 2012 de I Mostri, Questa è la mia città. I due pezzi si somigliano parecchio. Certo, se sul pezzo dei Mostri cantate “Essere o dover essere, il dubbio amletico”, somiglia anche a un’altra roba. Devo confessare una cosa: sui plagi io sono incautamente garantista. Perché se il pop e il rock stanno riducendo drasticamente il numero di note – per l’entusiasmo dei produttori, dei critici e dei likethistrythat sparsi ovunque – temo che sia inevitabile un futuro di canzonette tutte uguali, tendenti alle due note (perché 3 saranno considerate “ampollosa magniloquenza prog”) e di opinionisti deliziati dal sottile citazionismo. Intendo dire che se si stabilisce per tacito accordo che nel vocabolario italiano ci sono troppe parole, e in fondo si può comunicare con molte meno, tipo 200, gradualmente tutti diranno cose che si somigliano smaccatamente, e niente zio, cioè ciaone, tipo che la gente stammale, e quindi bene ma non benissimo, però LOL.

Mi sembra strano – in effetti, mi sembra fin troppo bello – che nello staff di Rovazzi qualcuno abbia sentito la canzone de I Mostri, ma in fondo che ne so. Mancano le prove. Certo, non è mai un vero argomento contro una buona polemica. Per esempio: Niccolò Fabi smentisce il suo addio alla musica, voce circolata in seguito a un’intervista a Roberto Pavanello de La Stampa. “Non fidatevi dei titoli”, conclude Fabi. Il titolo dell’articolo è “Per Lulù trasformo il dolore in una festa che fa del bene”. Non mi sembra equivocabile. O è stato cambiato? Non ho le prove, e anche se mi pare di capire che Pavanello tiene alla Juve, sarò garantista pure per lui. Ma parlando di processi, eccone uno.

Inseguendo una libellula in un prato, Giulio Rapetti in arte Mogol vuole 8 milioni di euro dalla vedova e i figli dell’amico Lucio, e il tribunale gli ha dato in parte ragione, condannando la società della famiglia Battisti a pagargli 2.651.000 euro; lui intanto ha chiesto il pignoramento dei beni della società, che si chiama Acqua azzurra (“Nei tuoi occhi innocenti posso ancora ritrovare il profumo di un amore puro”). La cosa curiosa è che la polemica non c’è stata. Vedete, per generare una polemica danzante, uno dei due contendenti dev’essere più simpatico dell’altro. In questo caso quello simpatico è morto. Forse il grosso degli opinionisti è più dalla parte di Mogol, ma sospetto che dipenda dal fatto che la sua vittoria significherebbe l’approdo dei successi battistiani a YouTube, Spotify e compagnia streamante. Per capirci, un anno fa su Repubblica una lettera aperta di Gino Castaldo a Grazia Letizia Veronese la accusava: “Le canzoni di Lucio Battisti, fosse per Lei, dovrebbero scomparire, non essere cantate da altri, non raccontate, non esaltate come meritano”. Questo è un punto interessante. Sono sparite, le canzoni di Battisti, per il fatto di non essere sulle piattaforme? Sono meno valorizzate? Dobbiamo rimpiangere che non ci sia una Fondazione Battisti come la Fondazione De André e la Fondazione Gaber? Le giovani generazioni – per le quali indefessi ci battiamo – sono cresciute in anni anabattisti: questo ne spiega le difficoltà? Mi sbilancio: le canzoni di Battisti, sottratte alla conta dei clic, sono invece rimaste anche se come i libri di Farenheit 451, raccontate da tutti noi a modo nostro, chi citando una strofa in un post, chi mandando un brano per radio, chi ascoltando vetusti supporti da solo o in compagnia della progenie. Io do soldi a Spotify e sono contento che esista, ma il mio interesse di naturalista tifa per la diversità delle scelte della vedova Battisti.

In fondo tutto quanto, là fuori, è una battaglia contro la povertà. Taylor Swift per esempio ne conduce una contro quella dei suoi fan, dando loro incentivi per diventare più ricchi: chi può permettersi di spendere più soldi nel suo merchandising avrà più possibilità di vederla in concerto. A me sembra tutto coerente, le popstar non sono vostre amiche e vogliono quel danaro che siamo così stupidi da non impiegare in modo più verosimile. In ogni caso la posizione di reproba che le è stata assegnata pare aver portato qualche punticino a Katy Perry, dopo che la faida tra le due è stata rilanciata con entusiasmo nel nuovo video Swiftiano, con tanto di imitazione. Ma naturalmente stiamo parlando dei neutrali: una popstar è come una squadra di calcio: nun se discute, se AMA. Forse quindi non amiamo Rita Pavone? Cinquant’anni dopo che Umberto Eco, smaccatamente invaghito, pindareggiò su di lei?

“Il fascino della Pavone stava nel fatto che in lei quanto sino ad allora era stato argomento riservato per i manuali di pedagogia e gli studi sull’età evolutiva, diventava elemento di spettacolo”. (da “Un mito generazionale”, ne La canzone di consumo, 1965). Nel 2017, Rita Pavone è una signora – incidentalmente, juventina – che probabilmente giudica Salvini stupidamente moderato e ritwitta da Lugano, Switzerland, chiunque abbia da ringhiare contro africani e musulmani. Questo, oggi, diventa guardacaso elemento di spettacolo – specie nel momento in cui è tra i tanti che ritwittano la bufala sugli ambulanti eclissatisi dalla Rambla prima della mattanza di Barcellona. Ma se per Rita la Zanzara una modalità (credo involontaria) per rientrare al centro dello spettacolo è inveire sui social contro i negri e la Boldrini, allora a maggior ragione si capisce perché lo faccia Salvini. O Paolo Giordano del Giornale.

Che poi la cosa buffa è che più di un amico mi ha scritto “E dire che sembrava il più sensato fra i tre tromboni”, con riferimento alla crema cremosa dei quotidianisti che danno il loro contributo ad Amici di Maria De Filippi. Forse però se uno scrive per un quotidiano che ogni giorno sbraita contro i luridi buonisti, alla fine è difficile che non sia allineato, no? Anche in tempi in cui anche da (pardon) sinistra siamo tutti invitati a non sputare nel piatto dove mangiamo per quanto sia cucinato in modo rivoltante. Io mi limito a soggiungere che Giordano è juventino (ma lo dico così, eh). E che gli insulti cui è stato sottoposto in difesa della Boldrini sono sconcertanti quanto il suo post originario. Ma mi allarmano anche quelli che gli dicono “Torni a occuparsi di musica”. Preferisco si occupi della Boldrini.

Che poi, di politici di rango ne sono rimasti pochi, e di rado gli artisti riescono a fidarsi di loro. Per fortuna ci sono eccezioni come Lenny Kravitz.

Uno che la politica se l’è portata a letto è Gué Pequeno. Però non credo si possa dire che c’è stata polemica nei suoi confronti in occasione del video in cui si trastullava con il suo pirulino pensando che a vederlo fosse solo la sua amica. Per me lo scandalo è che non sia saltata fuori l’identità di lei. Non credo sia la Boldrini, né Rita Pavone.

Chiudo con altre polemiche che non ce l’hanno fatta: 1) Ryan Adams che definisce Josh Tillman/Father John Misty “il più grande stronzo presuntuoso sulla faccia della terra”. Mi sembra una valutazione esagerata dell’importanza di Father John Misty. 2) uno o più babbei in platea per Richard Ashcroft che rivolgono insulti omofobi a Perfume Genius al TODays di Torino. Che poi fatemi il piacere, siete fan di Ashcroft, mica di Axl Rose. 3) Vacchi che balla, Vacchi che fa un dj set, Vacchi che fa cose. 4) Rihanna grassa. Ah, ma su. L’ennesima wannabe che vorrebbe essere Mariah Carey.

Polemistan 3 – Le migliori polemiche del luglio 2017

Polemistan 3 – Le migliori polemiche del luglio 2017

Cos’hanno in comune Rovazzi, Morgan, Mariah Carey, MiticoVasco, Morrissey, Salmo e Povia? Che son qui dentro.

Polemistan 2. Le migliori polemiche del giugno 2017

Polemistan 2. Le migliori polemiche del giugno 2017

Tutte quelle diatribe che hanno fatto di noi le persone migliori che oggi siamo.

Superclassifica 2016. Tutto quello che non leggerete

Superclassifica 2016. Tutto quello che non leggerete

Cominciamo dagli album. Perché nonostante tutto sono ancora loro a tenere su la baracca.
Sentite qui.

Sony! Universal! Warner!

Poi,

Universal! Sony! Warner!

Infine,

Rtl 102.5 (aka Ultrasuoni)! Warner! Universal! Warner!

E questa era la top ten del 2016. Seguono, dal n.10 al n.20.

Sony! Sony! Sony! Sony! Sony! Sony! Self/XL (Adele)!

Indipendente Mente (Renato Zero)! Universal! Warner!

Si direbbe quindi una buona annata per Sony. Chissà quanto paga Sky, per farle fare X Factor… O – aspettate – è forse il contrario? Poi ne parliamo. Rimaniamo alla vetta.

Mina&Celentano è l’album dell’anno. Nonostante una partenza fiacca e un’accoglienza semiglaciale della gaia critica. lenonmiglioriDue considerazioni: FIMI sostiene che il 30% delle vendite sono riconducibili al Natale (…pensavo anche di più). Natale vuol dire: la gente che normalmente non raccatta dischi, in quei giorni a tutti gli effetti lo fa. E okay, qui non vi sto sorprendendo. Ma per farglielo fare devi anche saper puntare quel target lì. E avere chi ce lo porta per mano, a quel disco. E chi, meglio della vituperata RaiUno? Grazie alla sua disponibilità in termini di “Speciali” (privi dei due protagonisti!), il prodotto Mina&Celentano è arrivato a quel target. Per cui ora la dico grossa: se Sanremo fosse a novembre/dicembre, farebbe vendere dischi. Invece non è questa la sua funzione – lo sapevate già, scusate se vi ho importunato. Ma era anche per arrivare al campo dall'orto

Capitolo Sanremo. I vincitori, Stadio, n.61. Francesca Michielin, seconda classificata,n.55 (con album uscito nell’ottobre 2015). Caccamo&Iurato, terzi, non sono in top 100. E non c’è Arisa. Né Annalisa. Né Noemi, né Valerio Scanu, né Enrico Ruggeri. Però ci sono Alessio Bernabei (n.47), Lorenzo Fragola (n.48), Elio & le Storie Tese (n.84), Patty Pravo (n.99). Per quanto riguarda i singoli, la Michielin arriva al n.63 e Bernabei al n.95. Credo quindi che da questo punto di vista per IlBravoCarloConti si possa spendere l’hashtag: #nonbenissimo.

Vero è che a Sanremo si deve il n.29 di Ezio Bosso, a ridosso addirittura di Giorgia (n.28) (anche Giorgia, a margine, #nonbenissimo). E che la compilation più venduta è Sanremo2016 davanti ad Amiche in Arena e a una roba che si chiama Hot Party Summer 2016. Volete mettere con Mixage e Oro Puro e Freeway Estate? Sigh.

#Nonbenissimo anche Fiorella Mannoia (n.32) e Litfiba (n.40). Lungi da me suggerire a costoro di limitare le prese di posizione politiche – non sia mai, c’è sacrosanta libertà di pensiero. Che poi in diversi casi ha portato tanto buonumore che ce n’è bisogno, eh.

Il singolo più venduto è Cheap thrills di Sia. siaIl cui album NON è nella top 100 (e anche Lady Gaga, se la cava per un pelo: n.85). Questa è solo una delle anticipazioni sulle curiosità dei singoli, discorso che potenzialmente è molto più lungo di tre minuti più ritornello. Tanto per dire: Cheap thrills è stata al n.1 solo UNA settimana, a luglio. Spodestata da Andiamo a comandare di Rovazzi, che ha tenuto la vetta per le cinque settimane successive. Ma Rovazzi NON risulta in top ten (è 11mo). Prima di dire “Sì beh, però”, considerate che DJ Snake feat. Justin Bieber con Let me love you sono stati al n.1 per sei settimane, per di più non consecutive, da settembre a novembre. Risultano al n.20.

(al VENTI????)

FIMI. Federazione dei Musici. GFK, che fai i conticini. Siete sicure?

Lo so, vi tocca fare le medie ponderate perché così comandano gli angloamericani che impapocchiano tutto e poi saltano su a dire ufficialmente che nella storia i Queen hanno venduto più dischi di Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, David Bowie e Michael Jackson. D’altra parte sono inglesi e sono stupendi e necessariamente nel giusto, no? Mica come noi teròni.

A proposito di inglesi: vinile. Il più venduto è Blackstar di David Bowie. N.16 in classifica generale. Al n.2 ci sono Mina&Celentano – direi che non siamo in quota hipster. Al n.3, l’emblema stesso del vinile: The dark side of the moon, ristampato come del resto tutto il sacro catalogo: nei primi 20 sono ben cinque gli album incisi da Roger Waters e dai suoi nemici. Quanto pesa un vinile in classifica? Al quinto posto c’è Back to black di Amy Winehouse, che è n.96 nel computo generale. Ma ci sarà scappato anche qualche cd? Mentre il settimo LP più venduto è Led Zeppelin IV, e non gli basta a entrare in top 100.

Album, sempre album. Ma sì, torniamo alla top ten degli album. Anche quest’anno, 9 dei 10 più venduti sono italiani. Il decimo è dei Coldplay, e non è nemmeno uscito quest’anno: è A head full of dreams, pubblicato il 4 dicembre 2015. codlplayCuriosamente, ha mancato il n.1 in Italia (memento: mai sopravvalutare la prima posizione). L’anno scorso, il disco straniero (vale a dire: inglese) in top ten era quello di Adele. A proposito: Adele è ancora in top 20. Insieme a David Bowie, costituisce il trio di stranieri (sempre inglesi!) subissati dai 17 album italiani nelle prime venti posizioni. I primi americani, i Red Hot Chili Peppers (n.36) sono preceduti persino dallo spagnolo Alvaro Soler (n.31).

A proposito di americani. Divas e divos, impegnatissimi a fare metadischi pop avantissimi, non riescono a venderceli come facevano una volta quegli ignoranti di Madonna e Michael Jackson. Beyoncia troneggia (si fa per dire) al n.64, Rihanna 81, Gaga come già detto è al n.85, mentre Kanye West, Frank Ocean, Drake, Solange e poi boh, chiunque altro vi venga in mente, non ci sono proprio. E tutti comunque sono messi in riga da un canadese, Justin Bieber, n.46. liga

Torniamo al podio d’Italia (…è un po’ a zig-zag questo discorso, vero?) Dietro alla coppia più anziana del mondo ci sono TZN Ferro e MiticoLiga. Che erano nella top ten degli album più venduti anche l’anno scorso, e sono gli unici a ripetersi. Jovanotti, re del 2015, è al n.35.

Al n.4 c’è MiticoVasco, col minimo sforzo – la megaraccolta del suo meglio in 4 cd a prezzo molto ridotto. Al n.5, quella che forse è la sorpresa dell’anno, Sandrina Amoroso (tocca dare un po’ di merito a Elisa: firma due dei 4 singoli di Vivere a colori). La prima diecina è completata da Babba Pausini, Modà, Coldplay, Zucchero, Benji & Fede.

Il fattore vs Maria. In top 30 c’è un solo artista uscito dalle prime dieci edizioni del Programma Fighissimo di Sky, ed è ovviamente lui, san Mengoni. Poi si scorge Lorenzo Fragola laggiù al n.48. E la raccolta di Giusy Ferreri al n.73. In quota Amici invece abbiamo al n.5 Sandrina Amoroso, al n. 23 Emma, al n. 25 Sylvestre, poi Elodie al n.33.

(volendo, in quota Amici potremmo inserire anche La Brava Elisa, direttore artistico delle ultime due edizioni) (una presenza televisiva costante aiuta a vendere dischi?) (se siete Fedez sì) (se siete Elisa, non tantissimo: n.21) (ma no, cosa dico: è TANTISSIMO e lei quel quasiingresso in top 20 se lo MERITA TUTTO) (se siete Manuel Agnelli, mmh, un n.68 per gli Afterhours non è da buttare) (se siete Arisa, non beneficiate né da Sanremo né da X Factor – né con l’album né con la raccolta) arisa

Le vendite natalizie, dicevamo, sono il 30% del mercato. Però, quattro degli album più venduti sono usciti molto prima di Natale (Sandrina, Zucchero, Modà, Coldplay). Marco Mengoni ha ricavato solo un n.15 da un’uscita quasi natalizia (ultima settimana di novembre, con le prime lucine accese e Babba Pausini che già tuonava FELIZ NAVIDAD!!! nei centri commerciali). Potreste contestarmi che è un live. Va beh, contestatemi tutto allora. Anche quello dei Pooh è un live ed è n.11, e anche quello di Baglioni&Morandi ed è al n.12. Anche quello delle Amiche della Berté è un live, però lo hanno classificato come compilation, quindi boh.

Royal Rumble Rap: vince Salmo con un n.13, Marracash & Gué Pequeno n.24, Gemitaiz n.26. salmoNon sfangano la top 50 degli album che pure sono stati al n.1 (memento etc.): Sferaebbasta (n.51), Emis Killa (n.62).

Rock’n’roll! Detto del n.36 Red Hot Chili Peppers, a ruota abbiamo il n.37 dei Rolling Stones, n.41 Metallica, n.45 Radiohead. N.56 Springsteen, n.69 Sting, n.71 Green Day (che pure, sono stati n.1) (vi ho già detto che…?) (beh, aggiungo che è un buon motivo per risparmiarmi il computo analitico dei 52 numeri uno settimanali, specialità del mio pard PopTopoi). Poi The dark side of the moon al n.77 e Nevermind dei Nirvana (sapete, il gruppo di KURTCOBAIN!) al n.89. Un bel po’ più in basso di una raccolta dei Guns’n’Roses (n.79): il Wrestler Mickey Rourke è vendicato (vedi wikiquote. Forse).

Chi vuole un singolo italiano? Nessuno, nemmeno in streaming, sembra (e sottolineo SEmbra). L’anno scorso Roma-Bangkok di BabyK+CiùsiFerreri avevano fatto il miracolo, quest’anno solo Vorrei ma non posto è in top ten, al n.5. Come detto, Rovazzi è solo n.11. Sofia di Alvaro Soler è solo al n.3, preceduto da quella boiata di Faded di Alan Walker, che anche le radio più cafone passavano con parsimonia. Di nuovo mi sento di porre a FIMI e Gfk la domanda: siete sicure? (“Ehi, ma non siamo noi, sono i bonus e i moltiplicatori tipo Fantacalcio voluti dagli yankee e dai monarchici per equiparare album e Spotify e YouTube”) (…eh, già. Comoda, così) In ogni caso, pare che gli italiani sappiano fare gli album, ma non le canzoni. No, okay, è più complicata di così . ma non meno surreale. Ha a che fare con la differenziazione del prodotto, della fruizione, del… No, avete ragione: è più divertente – e non lontanissimo dal vero – se stabiliamo che la gente ama i cantanti italiani ma non le canzoni italiane.

Parlando di radio: il 65% della musica trasmessa dai network è straniera. Quindi, le radio, se ne potrebbe dedurre, influenzano i singoli più degli album. Ma chi lo sa: in fondo i Modà sono in top ten degli album e non dei singoli. Che vi devo dire: se non ci capite nulla, figuratevi i discografici. name is earl

Mettono d’accordo tutti i TheGiornalisti, che non compaiono né tra i primi 100 album né tra i primi 100 singoli. Non guardate me, guardate i mediapeople in visibilio cuoricioso per quel coso che non solo tiene aa’ Lazzie, ma somiglia pure a My name is Earl.

Planando su boschi di smartphone tesi. Tra il n.11 e il n.20 compaiono ben quattro live (Pooh, Morandibaglioni, Mengoni, MiticoVasco). Strano vedere che alla fine il live non è dead (pardon). Essendo il prodotto che più di ogni altro rimane circoscritto ai fan (persino più del disco natalizio della Pausini, mi sento di dire), è interessante vedere la forza delle fanbase. Ci metterei pure il disco delle Amiche in Arena, ma non vorrei ripetermi. Perlomeno, non più di quattro, cinque volte in un pezzo, dai.

Infine. Copincollo dal comunicato, perché non ho modo di verificare. “Sfiorati i 100 mln di stream in Italia (+54%) e il segmento premium che, per la prima volta, supera il free. Cala il download, continua a crescere il vinile (+74%)”. Antipatico vedere che per lo streaming c’è la cifra, in bei milioni, per il vinile no (come del resto per gli album) (ma immagino che per sua natura lo streaming sia contabilizzato più velocemente). Comunque fonti affidabili dicono che la fettina vinilica è intorno al 5% del mercato. Certo, l’anno prossimo mica ri-ri-ristamperanno l’intera pinfloideria. Almeno credo.

Con questo, avrei finito.

No, non è vero. Non c’è classifica senza Sezione Miglior Vita. princeE qui, sorpresa: in top 100 solo cinque album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di post-verità, e tra questi solo Bowie e Leonard Cohen (n.88) appartengono al Club 2016. I morti del 2016 sono stati più popolari su Facebook che nei negozi. Oh che strano.