Tag: Pino Daniele

Vasco Fideles – Classifica Generation, cap. X

Vasco Fideles – Classifica Generation, cap. X

Tornando a quei 220mila possiamo a questo punto avanzare l’ipotesi che lailalalailalalai, li abbia fatti godere.

TheClassifica 71. Mainstream, posto che esista (feat. Clementino)

TheClassifica 71. Mainstream, posto che esista (feat. Clementino)

Classifica FIMI degli album più venduti: Miracolo! di Clementino da Nola al n.1, davanti a Luciano Ligabue e Jovanotti.

TheClassifica 69. Provincia e negri

TheClassifica 69. Provincia e negri

Negrita n.1.
Jovanotti n.2, Il Volo n.3, poi Marco Mengoni, Madonna.
E dal n.6 al 10, Tiziano Ferro, J.Ax, Mark Knopfler, Dear Jack, Nek.
Con un certo sbigottimento, mi ritrovo spesso a scrivere dei Negrita. Fa strano, perché sono volutamente ignorati dal bel mondo medianico. E dal mondo #hashtag. 
Poi però ogni volta che pubblicano un album (e non succede spesso: in questo secolo la loro cadenza è estremamente rilassata, ogni 4 anni circa) vanno al n.1. Continuando ad essere ignorati. Cosa che me li rende abbastanza intriganti, e colpevolmente simpatici.
Ma non solo.

Io confesso. I primi tre pezzi del nono album, al quale hanno dato l’enigmatico titolo 9, mi piacicchiano. Sono oggettivamente disarmanti, nella musica e nella scelta delle parole: nessuna, nessuna pretesa. Il mezzo – cioè un rock semiarticolato, apertamente rétro – è il messaggio. Così, in omaggio a questa fiducia nella propria formula, peraltro giustificata da tutti ’sti numeri uno ottenuti senza tanta fanfara, dedico un remix di me stesso, un rimestamento di articoli già scritti, come fossero dei giri di chitarra già rodati.

Greatest Considerazioni sui Negrita, 2008-2013. I Negrita, dunque. Che segnale dà al mondo contemporaneo, un n.1 dei Negrita?
(perché mi faccio queste domande?)
Io ho una certa stima di Pau, se non altro per il fatto che è uno che picchia i giornalisti musicali; se mi desse una voce, io potrei anche raggiungerlo e tenerglieli fermi. Ma finisse qui! Il giornalista da lui menato, che all’epoca scriveva per Il Giornale Duro e Puro Nel Quale Qualcuno, HaHa!, S’Intascava Il Danaro Del Contribuente, era nientemeno che il futuro opinionista politico Figuccio Fighetti (che anche oggi, tohguarda, scrive su un quotidiano duro e puro). E anche se la giustizia lo ha condannato, giustamente (immaginatemi mentre pronuncio “giustamente” con lo sguardo fervido di Cary Grant in His Girl Friday), ebbene, per me Pau is da man.
Certo, i Negrita negli anni 90 mi suscitavano un levigato fastidio, erano il rock come potevano concepirlo Aldo Giovanni & Giacomo. Ma nell’ultimo decennio hanno virato verso un approccio meno vorreimanonposso, e più potremanonvoglio. Alla fine, negli ultimi 10 anni ci hanno azzeccato più dei Litfiba, separati o matrimoniali che fossero.
Che vi posso dire, non so nemmeno bene cosa pensare dell’acquirente dei Negrita. Me lo figuro un po’ come un rocker di provincia, un randa discendente dal Vasco Rossi di Fegato spappolato. Nessuna spocchia: lo dico sapendo cosa significa vivere nella sterminata provincia di questo cavolo di Paese che è tutto una provincia. Che poi, non è che chi vive in città sia così sveglio: si parla di gente che a suo tempo ha votato Alemanno e la Moratti. In realtà, alla fine il rock italiano è provincialissimo, non è mai stato un rock urbano: il primo gruppo rock a San Siro sono stati i Negramaro. La metropoli europea dove vivo, oh, lei ci ha dato Grignani e Antonacci, Modà e Le Vibrazioni, e quindi, “De che stamo a parlà?”.
(…come dicono nell’altra metropoli, quella dove in pieno 2015 non si parla italiano perché sticazzi ahò, parla’ cafone fa ride forte) (e che di gruppi rock non ce ne ha mai, mai dati) (manco li Cani)
Sono così accondiscendente nei confronti dei Negrita che gli perdono tutti i cliché sulla strada e il vento e la vita di corsa – si corre un casino, nei dischi dei Negrita – e le melodie scritte col Manuale della Ballata in mano. Perché
(e qui rientro in diretta, aprile 2015)

ho la sensazione che la provincia, tramite gente come i Negrita esprima una sua ostilità proprio nei confronti della corsa in avanti della modernità. E siccome la provincia, Dio la benedica, non maneggia ancora la deliziosa arte del cinismo chic, del distacco illuminato, ecco certi testi negriti scritti col più naif dei pennelli:
“Persi nella nuvola blu della gioventù, le mie mani sulle tue… L’incoscienza dell’età, volevamo solo andare via. Sulla via per Marrakesh ballavano a piedi nudi, a Berlino tutto ok mentre il muro andava in briciole” (1989).
Oppure, sentite qui: “L’uomo nasce e cresce in cattività. L’uomo vuole sangue e sempre sangue avrà” (Mondo politico).
Per non parlare de L’eutanasia del fine settimana, che bizzarramente ha qualcosa di Sabatosabato del Jova (“Scende il mostro della sera nell’arena nazionale, ed ognuno si connette al suo sogno artificiale”).
Non è finita, c’è persino il candore da ventenne rapper della traccia 2, Poser: “Non cerco fama in tv, non sono un poser, non voglio sempre di più, I am a loser, io sono un capotribù, non sono un poser”.
E non gli puoi mica dire che stanno cianciando: obiettivamente, “la fama in tv” non l’hanno mai cercata. Non che li rincorressero per dargliela, eh.
Escono dalla top 10. Solo Fabrizio Moro (dal n.10 al n.25). E basta. Per il resto la prima diecina, esclusi i Negrita, è la stessa della settimana scorsa.
Agenzia delle nuove entrate. Unico altro nuovo disco a ottenere un buon risultato è quello di James Bay al n.13. Al n.16 c’è il nuovo dei Toto. Si intitola Toto XIV.
(…mi viene da fare la faccina che fece Sarkozy alla Merkel)
Al n.19 c’è Van Morrison, e al n.20 i Modena City Ramblers. Ah, quanti nomi da annate vintage del Giornale Duro e Puro Nel Quale Eccetera.

 

A proposito di negriti. Il megadisco To pimp a butterfly di Kendrick Lamar scende al n.65 dal n.32, suo apice qui da noi. È stato al n.1 in tutti i Paesi di lingua inglese (tranne l’Irlanda), ha avuto un punteggio di 97/100 su Metacritic, che aggrega tutte le recensioni dei media (sempre di lingua inglese, eh). I voti più bassi (4 stelle su 5, o 8 su 10) glieli hanno dati New York Times e Guardian. E tuttavia, l’album non ha conseguito piazzamenti trionfali nel resto del mondo; benino in Germania (n.7) e Svezia (n.10), malino in Francia (n.17).

In Spagna, n.91. E a giudicare dalle flachissime pagine wikipedia in spagnolo, tutto il mondo latino, dal Messico all’Argentina, di Quendrique ne fa volentieri a meno.
Sapete una cosa? Io sto con i chicos. Perché To pimp a butterfly, come del resto la maggior parte degli album hip-hop americani di quest’era, è terribilmente provinciale. Sì, è così. Che diamine, non si canticchia, non si balla. Tecnicamente sopraffino? Va bene, allora ascoltatevelo voi rappusi: state diventando i geek della metrica, ve ne siete accorti? Pimp ha poco di universale da dirmi, perché musicalmente dà il meglio quando campiona i Radiohead di Pyramid o nel breve esercizio di stile di rap jazzato (non ricordo il titolo, rimembro solo che era discretamente volgare) e il suo susseguirsi di rime immusonito non ha (Nella Mia Umile Opinione) i crismi dell’universalità che dovrebbe sempre avere il disco che fa gridare al capolavoro. Il fatto che oggi l’Impero abbia i megafoni più potenti che mai una koiné abbia mai avuto, non significa che tutto ciò che produce sia da prendere facendo l’inchino. Personalmente trovo l’hip-hop americano in fase di involuzione sonora da anni. Piuttosto che ascoltare ’sta roba da critici, vado a rispolverare Ice-T.
Pinfloi. The endless river scende dal n.20 al n.30. The dark side of the moon precipita al n.90, The Wall addirittura esce dalla top 100. La primavera ha colpito duro.
Miglior vita. La percentuale di artisti in classifica già vicini a Dio è del 10% – gli album di Pino Daniele sono cinque: un’equa spartizione. In questi giorni ricorre il seiennale del quinquennale del decennale di Kurcobèin, e tra il documentario che ricorda lui e il documentario che ricorda Amy Winehouse, possiamo stare tranquilli che le prossime settimane ricorderemo un sacco di cose.
Sempre quelle.
TheClassifica 68 – sMadonnando

TheClassifica 68 – sMadonnando

“Ma il tempo passò. Non era più tanto facile, e lei non si sentiva più così forte. Sì, i tempi erano duri: si pensava troppo al futuro, e a ciò che avrebbe potuto piacere alla gente. E poi arrivò quella volta che lei si esibì, 

TheClassifica 67 – Questo impagabile balletto

TheClassifica 67 – Questo impagabile balletto

There’s nothing more deadly Than slow growing fear The shallower it grows The shallower it grows The fainter we go Che strano, una delle più grandi hit dance di quest’anno, e nessuno che abbia fatto notare che la gente sta ballando su un testo che 

TheClassifica 64. Marracash, Carmen Consoli – una faccia, una razza

TheClassifica 64. Marracash, Carmen Consoli – una faccia, una razza

Parlare di Marracash e Carmen Consoli insieme? Va bene. Come volete. Però siete voi che avete insistito, eh? Se non ne viene fuori niente, poi non lamentatevi.

Status di Marracash (n.2) e L’abitudine di tornare di Carmen Consoli (n.3) sono stati pubblicati nella stessa settimana dalla stessa casa discografica. Il fatto che io li trovi due buoni dischi, che potrei mescolare nello stesso lettore mp3, oltre a sancire che io sono una creatura strampalata (ma questo, lo trovate scritto già sullo zerbino lì fuori) ci dice che le strategie discografiche non prevedono sovrapposizioni. Le fasce di mercato sono ben chiare: Marracash = pubblico in età scolare (dalle elementari all’università) (in fondo si somigliano), Carmen Consoli = pubblico che ha superato il trentesimo giro. Nessuno, si ritiene, aprirà il portafogli per entrambi.

Ambedue non pubblicavano album da un bel po’. Il che è piuttosto importante, è un fattore che di solito induce a non fare troppo i camaleonti, ché già un po’ di gente là fuori rischia di non riconoscerti. Ambedue fanno generi che (lo dimostra il mancato spodestamento di Marco Mengoni, sempre n.1), pur reggendo bene, attualmente subiscono la dittatura leziosa del poppettone italiano. E subiscono forse proprio la difficoltà di un’inversione: un rapper che si rivolga ai 35enni, o una cantautrice che dia forma al pensiero dei 20enni. La cosa strana è che le forme spurie, in realtà, vengono premiate dal pubblico. Jovanotti è quella roba lì. Fedez è quella roba lì. Il pop con le scarpe rap. Forse invece Levante è quell’altra roba, non so, vedremo.

Se c’è un limite che accomuna ambedue i dischi, è quindi che tutti e due continuano a muoversi nel loro territorio, cosa che alla fine sembra quasi un’accondiscendenza anche involontaria nei confronti delle strategie di mercato. Ho la strana sensazione che Marracash, forse anche per necessità di consolidamento in una scena che cambia molto velocemente – e che è di fatto in balia dei capricci di un pubblico sempre più ragazzino (che ci mette un attimo a punire chi dà segni di crescita) abbia rielaborato a lungo i pezzi di Status perché non gli scappassero troppo di mano, e non si allontanassero troppo dai riferimenti dei referenti. Poi, è chiaro, nell’assalto di messaggi, moltissimi dei quali sopra la media del genere, molte cose sono proprio sue, così come lo sono i vezzi di Carmen Consoli ne L’abitudine di tornare: il sillabare marcato, la tossicodipendenza da aggettivi (…qualunque oggetto si trovi a passare dalle sue parti è sempre a rischio di diventare ostinato, silente, mantecato, corinzio), le zaffate di modugneria – non sempre respirabilissime. Più che altro perché, da attestato di appartenenza melodica mediterranea, è diventata manierismo: Negramaro e Modà, ma anche un tot di cantautori brizzolati modugneggiano sin verguenza. Ma ammetto che al disco della Carmen mi ero avvicinato con lo stesso entusiasmo di chi per regalo di Natale riceve le robe eque e solidali. Invece, dai.

Perché detto delle rispettive prudenze, in tutti e due i dischi io – deogratias – sento della musica. E guardate che non succede più così spesso, eh? Di norma, ovunque ti giri, si sentono i suoni. Le citazioni. La produzione, i giochini, i metamessaggi, le collaborazioni

(non che nel disco di Marra manchino, eh) (e sono tutti maschioni vestiti di nero) (…poi vengono a dirmi che il rap è omofobo) (fatevi delle domande, raga) (mentre nel disco di Fedez sono tutte femmine) (ché Fedez, per quanto sia il più giovane, è l’astutoulisse della congrega).

Consoli e Cash, con questi due cognomi che per le rispettive fasce sono tutto un programma 
(va beh, il cognome di lui non è Cash) (anche se a furia di chiamarlo Marra) (è Rizzo, che è un po’ meno significativo) (non vi autorizzo a fare gli spiritosini – una mia ex di tanti anni fa faceva Rizzo di cognome) (…ripensandoci, forse potrei autorizzarvi)
hanno fatto due dischi ineccepibili per chi già li stima. Ma non è previsto che arrivino a chi non li mastica di già. Poi per forza non c’è la comprensione tra i popoli e si arriva alle intolleranze e a Charlie Hebdo.

(“…ma cosa stai dicendo, ma sei scemo?”) (“L’ho scritto per svegliarti”) (“Ah. Beh, hai fatto bene, mi avevi fatto addormentare. Quand’è che parli male di qualcuno? Che io vengo qui per questo”) (“Davvero? Ma cosa stai dicendo, tu sei me – non hai facoltà di scegliere se venire qui dentro o no” “Vero. Però dai una botta lo stesso, dai. A nessuno interessa quando parli di musica” “Squisito come sempre. Ricordami bene cosa rappresenti, che non mi ricordo più” “Sono l’espediente ironico del critico che si autocritica. Sai quando scrivi del cinismo sogghignante, del distacco 2.0 come cifra della contemporaneità?” “Davvero scrivo queste cose?” “Ehi, questa dovevi farla dire a me, sono io quello salace” “Ah sì?” “…Ohoho. Bravo, eh. Bravo” “Fammi theclassificare, dai” “Sì, meglio”)

Miglior vita. Ci sono ventotto dischi di artisti deceduti in classifica, VENTOTTO – siamo o non siamo gli stragisti più intonati del mondo? Ventiquattro sono di Pino Daniele – VENTIQUATTRO, nuovo record. Voglio dire, quasi uno su quattro (…lo so che ci arrivavate) (VOI sì, ma IO in matematica avevo un 4 autorevole e rispettato). 

Pinone. Daniele peraltro caccia fuori dal cimitero autorevoli habitué della top 100: vengono a mancare (ops) Fabrizio De André e Nirvana, spinti fuori dalla vitalità Pinesca. A guidare il corteo è, un po’ a sorpresa, Bella ‘mbriana, salito al n.14, mentre Nero a metà scende dal n.11 al 24. Avevo già pignoleggiato sul fatto che con Pinone mangiano praticamente tutte le etichette italiane. Ma una cosa che può essere interessante notare è che ora come ora i suoi sono gli unici dischi della Warner in top 20.
(e pensate che è l’unica casa discografica con cui sono in buoni rapporti)

Topten. Ci sono un bel po’ di nuove entrate, all’ombra di Consoli e Cash, e sono Ghost (n.7), Giovanni Allevi (n.8), Claudio Baglioni (n.12), Marilyn Manson (n.26), Bjork (n.32), Mark Ronson (n. 73), Belle and Sebastian (n. 86), The Decemberists (n. 90). Mi pare di sentire qualcuno di voi: “Oooh, ma così basso?”
Escono dalla prima diecina Fedez, AC/DC, Francesco De Gregori. Leggevo l’altro giorno sul magazine del Corriere della Sera un’intervista a DeGregori intitolata (testuale) “Noi italiani siamo dolci e deboli. E’ questo, insieme alla lentezza, che la Merkel vorrebbe farci espiare. Ma nella vita la bellezza può più del dolore”.
Giuro, era il titolo. 
Il sottotitolo, non l’ho letto.
Ed io che mi preoccupo di non saper fare i titoli.

Pinfloi. Pinone non butta fuori dalla classifica solo i defunti, ma anche i Pink Floyd.
(…queste battute gratuite non vi fanno onore) (lo dico per l’ennesima volta, io sono Floydiano, anzi, lo dico così che fa più elegante: io non posso non dirmi Floydiano)
The endless river scende al n.11, The dark side of the moon barcolla giù all’83, e tutti gli altri sono fuori dalla top 100.

Dimenticavo. Hozier è l’unico straniero tra i primi dieci. Decimo, appunto.

E poi basta. Ho finito. Ciao, e grazie.

No, non è vero. Ho messo una foto di Consoli invece che di Cash perché la sua faccia non mi persuade. Era più vecchia quindici anni fa, dai.

E alè, coltiviamo buoni rapporti come fossero grano saraceno. Ho finito davvero. Grazie a tutti.

TheClassifica 62 – O’ Paese d”o blues

TheClassifica 62 – O’ Paese d”o blues

Quindici album di Pino Daniele in classifica. Caspita.