Tag: Duran Duran

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

E i Maneskin e HarryStyles e gli ABBA e Blanco e i Pinfloi e la tipa dei Brass Against. E bisognerà parlare dei Pinguini Tattici.

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Forse lui non parla di nessuno. Ma di certo, nessuno parla di lui.

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Pre Sto. Con amici e colleghi – ma anche con nemici e scollegati – mi ritrovo spesso a fare magnifici discorsi sulla musica. Su com’era, com’è. Sulle sue storie, sulle sue instagramstorie. Su cosa ci dice del mondo com’è, e come non è. Su come ci ha cambiati e come cambierà senza cambiarci più. E ormai questi discorsi mi paiono così migliori di tutti gli album in circolazione, che temo di ritrovarmi un giorno a vagheggiare album immaginari come gli assoli di chitarra immaginari del povero Joe, rockstar mancata immaginata da Frank Zappa. Non sarei nemmeno originale: lo fece per primo (tanto per cambiare) Magister Bertoncelli recensendo un LP di Crosby, Stills, Nash & Young così plausibile che la casa discografica inondata di richieste fu costretta a smentire. Lo ha fatto di recente Reg Mastice in un libro, e lo fece vent’anni fa mescolando hype e whatif il caro, scomparso Modern Humorist, che rivelò che l’imminente Kid A dei Radiohead avrebbe portato alle estreme conseguenze il pessimismo della band, con un disco di teen-pop prodotto da Max Martin, ospiti Scary Spice e Aaron Carter, e titoli accattivanti come Download my heart e Yo quiero bailar. La Storia ci dice che Kid A non è stato quel tipo di disco. Ma mi piace immaginare che un po’ ci abbiano pensato, a fare un disco pop insopportabile – ma che poi gli sia mancato il coraggio e abbiano dovuto accontentarsi del disco che quasi tutti considerano il loro capolavoro
(mmh, io no) (so che ve lo aspettavate) (confido che non vi interessi sapere qual è il mio preferito) (…non interessa nemmeno me)
Ecco, questo coraggio di fare un disco caruccio (“cuuuute” come diciamo noi giovani) e sciabadabadoso non è certo mancato a
Il numero uno. Con la classifica che ha chiuso il mese di aprile, Multisala di Federico Bertolini in arte Franco126 (come i centoventisei gradini della scalinata di Trastevere) è diventato il 15mo album diverso in 15 settimane a occupare il trono dei presunti album, dal quale per qualche giorno può guardare tutti quanti con alterigia. Da gennaio, 15 artisti diversi hanno avuto la loro settimana di trionfo, per poi ritirarsi in buon ordine – avanti il prossimo, gli lascio il posto mio. Viceversa, tra i singoli non si muove quasi niente. E così è come se il Paese fosse schiacciato tra gli spotifati ossessionati dalle Nuove Uscite (gli album) e i forzati della Top 50 (i singoli) che ogni giorno si fanno rassicurare dalle stesse musiche leggerissime e di #successo. Di per sé, Multisala è un altro album piasciòne da cantautorino indie co’ dentro er friccicòre d’aaaaaa primavéra de Roma, capitale ITALIANA dove da vent’anni la legge spietata dello showbusiness impone a cantanti e attori di forzare un accento romanesco pure quando non ce l’hanno, e persino se non sono dell’Urbe – per ostentare vicinanza alla GENTE, seguendo un filo lòggico ‘mportante. So che facendo notare questo dettaglio sembrerò più milanese di quello che sono, ma dentro di me (…come in ogni milanese, credo) c’è un romano mancato, e anche da dentro me stesso trovo tale espediente un po’ penoso. Ma devo ammettere che molto dipende dal fatto che ai primordi dei miei ascolti di musica, quando per la prima volta mi arrivavano canzoni di Battisti o di Baglioni o De Gregori, non deducevo immediatamente la loro provenienza, e credo che molto dipendesse dal fatto che non era la loro primissima preoccupazione farla percepire a me o agli ITALIANI. Il che mi sobilla un
Volo pindarico sul neoprovincialismo. Giovani virgulti, voi non ci crederete e io stesso l’ho capito solo dopo (anche perché ero infante, e infantile) ma l’Italia in cui sono cresciuto aveva una voglia di sprovincializzarsi immensa, tanto che ci si lamentava di esterofilia dilagante. Nella musica Michael Jackson, Bruce Springsteen, Madonna, Duran Duran – i quadrumviri dominanti degli anni 80, peraltro se ci pensate ben distribuiti dal punto di vista musical-ideologico – presero il sopravvento nel giro di due anni, da Rio (1982) e Thriller (1983) a Like a Virgin e Born in the USA (1984). Ognuno dei quattro (Nella Mia Umile Opinione) aprì poi la via per qualcun altro, non sarò certo io a sminuire Prince o Sting, Depeche Mode o U2, che erano già in giro ma avrebbero preso il testimone già a uno stadio evolutivo più avanzato – e lo dico, ovviamente, da incallito estimatore di tutti quanti. Ma ora vi spiego dove voglio arrivare.
1981 vs 2021. Farò ricorso alle classifiche che il premiato sito Hitparadeitalia ha provato a eternare, sapendo (come lo sanno loro) che l’attendibilità delle charts che ci sono state tramandate è un po’ labile, ma sicuramente imparziale. Questi erano i dati che ci venivano dati (per questo li chiamiamo dati). Proprio quarant’anni fa, per la prima volta nella Storia, i primi tre singoli più venduti dell’intera annata furono tutti e tre stranieri. E tranne il n.2, di un gruppo del quale nessuno sapeva niente (e temo che oggi il Corsera li chiamerebbe meteore) possiamo ancora considerare quei particolari brani come vicini a un’idea di musica che era commestibile sulle nostre tavole. Anche al quarto e quinto posto però ci sono canzoni non ITALIANE, e sono di FEMMINE.
Ma voi non guardate chi è davanti, guardate chi insegue: Ricchi e Poveri, Cecchetto, Loretta Goggi, Albano & Romina, Gianni Togni, Riccardo Fogli. Lo riconoscete? È Sanremo, col suo ghigno mortale: ritenuto spacciato pochi anni prima, come ogni zombie che si rispetti si riprende e rialza la testa. Nel 1982 si ha ancora un podio straniero, e il 45 più venduto è addirittura Der Kommissar, il rimosso rap austriaco di Falco. Ma Claudia Mori, Riccardo Fogli (vincitore di Sanremo) e Albano & Romina non mollano. Ed ecco arrivare
La mia riverita ipotesi. A un certo punto negli anni 80
(prendetevi un momento per deprecarli come sempre) (fatto?) (bene) (che non si dica che a parlare qui è una qualche nostalgia) (l’unica legittima è per le telecronache, che le faceva Bruno Pizzul da solo, e non i più babbioni del vostro liceo, in coppia) 
dicevo, negli anni 80 scattò una reazione al provincialismo di un decennio come gli anni 70 che avrà anche avuto i suoi pregi, ma in Italia culturalmente tendeva all’autarchia quasi quanto il Ventennio. E se nei consumi di massa la reazione si esprimeva nel graduale rigetto delle onnipresenti scatolette Fiat 126 ITALIANE del nababbo di Stato Agnelli, nel consumo di musica, anche quella più di consumo (…è per sottolineare questo, che vi sottopongo i 45 giri e non i 33 giri, per non parlare dei concertoni delle star internazionali negli stadi, sempre una faccenda che data dagli anni 80) si manifestò in un altro tipo di rigetto. Nella ricerca di qualcosa che fosse in antitesi con l’onnipresente pop ITALIANO di Tozzi, Riccardo Cocciante, Pooh, Zero, l’altrettanto rimosso Alan Sorrenti. Niente di personale nei loro confronti (anzi, dei primi due difendo la musicalità, sottovalutata rispetto ai testi), e certamente non sono qui a decantare Nikka Costa o Lio, che manco so chi fosse, apprendo oggi da Wikipedia che era portoghese naturalizzata belga. Sto dicendo che l’apertura dei confini musicali fece aprire tutta la musica italiana, dal pop ai cantautori. Per risollevare lo stramaledetto Festival, Pippo Bau iniziò a inseguire gli ospiti internazionali, e fu per questo che gli adulti di oggi rimasero fatalmente agganciati alla kermesse, e moriranno kermessando. Poi, se notate, nella classifica del 1983 che vedete gli italian boys in qualche modo rispondono, e al n.1 di Flashdance replicano I like Chopin di Gazebo e Vamos a la playa dei Righeira, due clamorose appropriazioni di nuovi stilemi in chiave ITALIANA – proprio come Vacanze romane dei Matia Bazar (n.4). In quella top ten il Belpaese risulta oggettivamente subissato. Non una grave perdita, vedendo come a difendere l’eccellenza ITALIANA c’è Corrado, con la eccellente pipì di Carletto, al n.9. Lo stesso succede inevitabilmente negli album, con l’irruzione tra i primi album più venduti di MiticoVasco, con delle Bollicine molto più funky che rock (perché noi Vasqueros della prima ora e mezza sappiamo bene che lui era un tamarro da discoteca). E trai più venduti di quell’anno, tra Thriller, Flashdance e Sinchronicity, ci sono altri due cantautori che riscuotono un entusiasmo di massa che negli anni 70 potevano solo sognarsi, cioè Dalla e Battiato, due che erano cresciuti guardando lontano, fuori dai confini – per poi eventualmente tornare a passare l’estate su una spiaggia solitaria, dove il mare luccica e tira forte il vento…
Lo stivaletto. Siccome siete gente vispa, sapete meglio di me che in queste settimane si discetta di comicità. Non credo mi deriderete se prendo atto che il mai sopito filone degli stereotipi regionali è tornato ai suoi massimi, da Casa Surace e Pio & Amedeo al Milanese Imbruttito (e tutti gli altri, dai). Evidentemente, per qualche tipo di viscerale ripiegamento antiglobal, viviamo un periodo di coccoloso ritorno all’ideologia dello Strapaese caldeggiata dal nonno di Alessandra Mussolini. Ma in quel caso l’autarchia era il vicolo cieco in cui lo scemo aveva infilato i nostri nonni; oggi è soprattutto una smania mentale, tanto che le multinazionali sono costrette a mettere bandierine tricolori sui loro prodotti per garantire a milioni di ex secessionisti che il dentifricio e la carta igienica sono fatti con ingredienti ITALIANI. Ebbene, io quando sento Gazzelle, Coez, Achille Lauro, Carl Brave o quando sento Franco126 pronunciare la parola “cabbbarèt” con tre B, mi sento preso in giro come quando vedo quelle bandierine.
(anche se discograficamente parlando, è giusto precisare che là fuori non è molto diverso; la chiusura verso l’esterno è una reazione diffusa ovunque, dalla Francia alla Germania alla Spagna. Curiosamente solo gli USA sembrano immuni, e continuano ad ascoltare britanni, latinos, persino sudcoreani)
Cionondimeno, l’accento che anvedi ahò profuso a profusione dalla Nuova Scuola Romana è solo un piccolo sintomo, trascurabile. La malattia è ben altra. E qui, per una volta mi tocca dare ragione a
Quello Che Scuote La Testa E Dice Che È Sempre Stato Così. Perché è vero, dal punto di vista melodico è inequivocabile, siamo di nuovo di fronte a un ribaltamento, a un rifiuto di quello che è stato – e si manifesta nella Vendetta delle Lagne all’ITALIANA. Il disco di Franco 126 è caruccio, le canzoncine sono fatte bene, i testi sono pensati per entrare nei tweet come nella Smemoranda, pieni di “forse” (anzi, di “fòrze”) e di rime adatte a un pubblico che dopo il decennio del rap maschione inizia a sentire il bisogno di canzoni paciughine con una spruzzata di “street cred”. Ci sta, lo capisco. Il dramma è che mancando riferimenti internazionali possenti, il ritorno alle radici ITALIANE si manifesta nel modo più raccapricciante. Perché chi come me è condannato dall’anagrafe ad aver vissuto il passaggio dalla “musica leggera” (si chiamava davvero così, e all’epoca non era un aggettivo hipster e coolissimo) subita durante l’infanzia alla successiva reazione in nome del pop e rock internazionale, che avrebbe colorato gli anni del teenagerato, non può non riconoscere stilemi che sperava sepolti, zio cantante. L’indie pop urban, con quel suo nomignolo modernista, sta riproponendo smaccatamente le gnagnere di Pupo, Collage, Sandro Giacobbe, Franco Simone. E ne sono così affranto che quasi ho nostalgia di quando Tommaso Paradiso tentava di ricalcare Umberto Tozzi, mondo cano. Si stava meglio quando si stava malissimo. Ciononostante, i critici della generazione successiva alla mia sembrano euforici di tanto mosciume. La mia prima spiegazione è: o prendono soldi, o prendono droga. La seconda è meno ottimista: sanno che siamo sempre stati questa roba qui. Che la Canzone ITALIANA, malgrado l’ostinazione degli esterofili come Fred Buscaglione o dei Renato Carosone o dei piccoli Maneskin che cercano di rinvigorirla, è sempre stata questo miagolìo strascicato con sapor di melodramma: a Sanremo, nel 1951, lo capirono subito. I traditori della Patria sono quelli che hanno cercato di cambiarla, sedotti dalle forze demo-pluto-giudaico-massonico straniere. Come ammetteva fin da subito l’intuitivo – ed esterofilo – Bennato (Edoardo), i rinnegati, stirpe neghittosa ed empia, siamo io e, temo, la maggior parte di voi, che nei periodi di procella cerchiamo, ogni volta, di dirottare questa barcarola. Ok, lo so, speravate in una spiegazione a nostro favore. Mi spiace. Mica sono qui a consolarvi – vi intrattengo un po’, ma poi chi vi conosce a voi? Vi rinnego pure a voi, da subito, ce l’ho dentro. Comunque, già la prossima settimana staremo parlando di altro ancora perché al n.1 ci andrà Rkomi. L’altra Nuova Uscita è Motta, che però sullo streaming ha numeri impietosi. Ma se vende quaranta vinili può farcela, staremo a vedere. Passiamo ora al
Resto della top ten. Il regno di Achille Lauro è durato, come da programma, una settimana, e il suo album scende al n.6; rimane saldo in seconda posizione Gué Pequeno con DJ Harsh, e Madame che risale al n.3 garantisce la presenza di un album sanremese sul podio, mentre i Maneskin scendono al n.5. Debutto al n.4 per Solo esseri umani (Valori / Amore / Vita), quarantaduesimo album in studio dei Nomadi, featuring Enzo Iacchetti nella title-track. Poi raffica hiphop/urban a concludere la prima diecina: Mace, Capo Plaza, infine Sferoso Famoso ed Ernia che risalgono ai n.9 e 10.
Altri argomenti di conversazione. Detto di Franco126 e dei Nomadi, non ci sono altre nuove entrate in top 50. Niente di niente. Ma ripetete con me: “è un periodo eccitantissimo per la musica”. Sinceramente, sembra che sopravviva (faticosamente) un album al mese, non c’è da meravigliarsi che ne escano sempre meno. Fuori subito dalla classifica gli Offspring (erano entrati al n.29), mentre Max Gazzé può dire di avere qualcosa in comune con Taylor Swift: entrambi sono durati due settimane; abbandona dopo un mese Maxtape di Nerone. Tra le nuove entrate in top ten della settimana scorsa, scendono dal n.5 al n.20 i Coma_Cose, dal n.6 al 17 Greta Van Fleet, dal 9 al 23 Emanuele Aloia.
 
Sedicenti singoli. I fan del golden boy Ultimo non riescono a scalzare la Musicaleggerissima dal n.1, pertanto il nuovo inno Buongiorno vita si deve accontentare di un dignitoso secondo posto, col podio chiuso da un’altra vedette della kermesse ligure: Madama, con Voce. Il pezzo di Ultimo è anche l’unica novità nella top ten dei singoli, perché a costo di ripetermi, tutti amano le Nuove Uscite, ma non le nuove canzoni. C’è anche una canzone non ITALIANA, è al decimo posto, Friday di Riton x Nightcrawlers feat Mufasa & Hypeman, al n.1 in Polonia e Belgio (Fiandre). Ma la vedo salire inesorabilmente in Slovacchia. Non sarò io a ironizzare su una nazione che ha mandato al governo un partito che si chiama Gente Comune e Personalità Indipendenti – nessuno, qui, è nella posizione per farlo.
 
Lungodegenti. Tempo di aggiornare la situazione per gli album che piacciono tantissimo e sono in classifica da almeno due anni – evidentemente sono i più belli dal 2018 a oggi. Per cambiare un po’, ve li sottopongo con la posizione attualmente occupata (nella prima colonna), seguita da quella della settimana precedente e dal numero di settimane consecutive di militanza in top 100.
 
…Ma naturalmente il più immarcescibile (nonostante le apparenze suggeriscano l’esatto contrario) è il segnetto di Ed Sheeran.
Che è a quattro settimane dal battere il record di permanenza dei
 
Pinfloi. Il cui The dark side of the moon è tornato a uscire di classifica, una settimana dopo che era rientrato. Il mio amico Dan The Man, insider in Feltrinelli, mi dice che la casa discografica continua a non mandarlo nei negozi, malgrado le richieste. Mi chiedo se ci sia un complotto in merito. Ma la sindrome da accerchiamento è più tipica di The Wall che del suo fratello maggiore hippie, e il muro bianco non ha motivi di gridare allo scandalo visto che, anche grazie all’assenza del prismone nei negozi, le sue vendite aumentano di un pizzico facendolo salire dal n.59 al 55. E visto che il convitato di pietra di questa puntata è stata la Fiat, non credo mi possiate obiettare che The Wall è Gianni Agnelli, col suo disprezzo infinito per il genere umano; The Dark Side Of The Moon è Susanna Agnelli, con quel tocco di compassione per i suoi (…sia detto con cautela) simili. Inutile dire che Wish You Were Here è invece Umberto Agnelli, melanconico, spaesato e inadatto alla società.
Grazie per aver letto fin qui, a presto.
Polemistan. Le migliori polemiche del Maggio 2017.

Polemistan. Le migliori polemiche del Maggio 2017.

Le polemiche del mese, quale è stata la migliore? Chi dice Gabbani vs Agnelli, chi Linus vs X Factor, chi J-Ax vs tutti – ed è polemica!

IL CAFFÈ SULL’AMACA. Il rassicurante “danger” di Iggy e delle rivoluzioni rock

IL CAFFÈ SULL’AMACA. Il rassicurante “danger” di Iggy e delle rivoluzioni rock

IL CAFFÈ SULL’AMACA. Nuova rubrica. Primo sermone: fan delle rockstar, i rockumentari vi dicono esattamente quello che volete sapere. Andate in pace.

Marginalità, cap. V – Teoria del litio e della vergine

Marginalità, cap. V – Teoria del litio e della vergine

Ho una teoria.

(ehi, bentornati! Come state? Woops, scusate: quello che è tornato sono io. Mi spiace avervi fatto aspettare così tanto. Spero abbiate trovato qualcosa da fare nel frattempo)

E tra poco questa teoria ve la servo – anzi, ve la impiatto. Sarà la portata centrale di questo menu, anche se non era quello di cui pensavo di scrivere per il ritorno delle Marginalità in tutta la loro blaterante grandeur.

Sapete, non è nemmeno così facile scegliere l’argomento, specie se uno manca da un po’ e si sente in dovere di tornare col botto. Perché col botto? Perché comunque la si voglia mettere, questi numerini quassù nei rettangoli colorati, che pure non mi cambiano in nulla la vita dal punto di vista economico, dopo un po’ diventano un ricatto. Tipo “Ho fatto 20 like meno dell’altra volta – dovevo postare di sabato mattina, che la gente sta più su internet. Dovevo trovare un tema più figo. Dovevo andare addosso ai Negramaro. Dovevo andare addosso agli Iron Maiden, a J-Ax, a Mika. Dovevo andare addosso al Corriere della Sera”.

(“Ehi, guarda! Lo sta per fare di nuovo!” “Tienti pronta a segnalarlo ai capi. Stavolta, stavolta non la passa liscia”)

La nostra vita si muove pur sempre lungo direttrici di approvazione. Anche quando si va fuori dal coro – in fondo, è quasi sempre per fondarne un altro. Per quanto uno possa essere narcisisticamente convinto di poter intrattenere chiunque anche col più insipido e decotto degli argomenti, la nostra vita si muove pur sempre lungo direttrici di approvazione.
Cionondimeno credo che i social network stiano per creare loro stessi un bizzarro rimedio omeopoatico per un male che hanno creato: la saturazione da argomento. Perché per dire, io ce l’avrei, un opinione su Giovanni Lindo Ferretti. Come avrei un opinione sul disco dei New Order e una su Inside and out e una su Netflix e una sui Pooh e una su Sara che molla X Factor.
Ma non è vero che se arrivi dopo, oh, ma basta scrivere l’opinione più interessante. 

La verità è che coi social siamo diventati come i Minions in quella gag in cui si spostano tutti insieme come uno sciame scemo: c’è una fase iniziale in cui tutti seguono un argomento. Poi, tempo quattro, cinque ore, parte il “No, ma dite la vostra su…” L’ironia, l’insofferenza, il naturale rigetto sono come i Langolieri di Stephen King: arrivano e mangiano ogni cosa senza ritegno.
Di fatto, sui social come su tutti i media vige la legge dell’utilità marginale. Ovvero, il primo biscotto è buono, il secondo ehi, buono davvero, il terzo mmh, mica male, il quarto ah, ora sto bene, il quinto dai, mangiamo anche questo, il sesto oh, forse sto esagerando, il settimo sì, però è l’ultimo, l’ottavo AAAARGH! – e non è mica facile non farsi influenzare dal fatto che la gente solo leggendo il titolo griderà AAAARGH! Così l’ottavo articolo del giorno sui vent’anni di What’s the story degli Oasis potrebbe anche essere bello come quello di Francesco Farabegoli su Bastonate, ma se lui non ha avuto la fortuna e l’accortezza di essere il primo della scatola, io lo lascio lì a irrancidire.

Il che cosa comporta?

Intanto, che sono già a metà del pezzo e ancora non vi ho sottoposto la TEORIA. Ma questo è voluto! Negli ultimi mesi ho scritto una quantità per me intollerabile di pezzi a piramide, mettendo la notizia nella prima frase come voleva il mothafuckin Corriere
(“Ha scritto mothafuckin, corriamo a segnalarlo ai capi” “Aspetta, cosa vuol dire?” “Che importa?” “Metti che me lo chiedono” “Uno che va a letto con la madre tipo Edipo” “Tipo chi?” “Un re” “Una celebrity? Allora è un complimento” “Hai ragione. Maledizione. Facciamo una gallery di gente a letto con la propria madre, presto” “Prima che la faccia Repubblica”)
Ma io, vi dicevo, ho questa bizzarra convinzione che se siete qui, da ME non volete notizie. Anzi, le notizie vi stomacano. Siete saturi. Così come delle opinioni su argomenti già langoliati, come delle foto degli arcobaleni alle nove di sera (“No, ma mettetela, una foto di arcobaleno”).
Quindi, c’è spazio per il tipo sagace che scrive di una roba che non c’entra niente – e ci mette venti minuti per arrivarci.

(con questo però prometto che le prossime marginalità saranno più frequenti e brevi) (ma sempre marginali)

E ora, eccoci. La teoria.

(anzi, no)

Premessa alla teoria.

A dire la verità non capisco perché ci sono arrivato solo adesso. Voi magari ci eravate arrivati già nel 2003. Però non mi avete avvertito! E d’altra parte, non c’erano né i blog né i social. Forse a quell’epoca nessuno aveva teorie.
Dicevo: mi sono reso conto che al centro della mia cronologia continuano ad esserci i Beatles. Io non li ho vissuti se non come eredità, mio padre comprava i loro dischi. Ma anche crescendo negli anni 80, per il giovane aspirante critico musicale o comunque per quello cui la musica piaceva TANTO, il big bang erano loro. Mi piacevano più i Rolling Stones? Fa niente. Non è che tifando per i vichinghi, potevi ignorare che prima c’era stato Gesùcristo e che si contavano gli anni da lui. Se poi scoprivo che c’erano stati Elvis o Chuck Berry, era ancora più semplice: la si chiamava preistoria (oltre tutto era in bianco e nero e nessuno sapeva nemmeno bene se erano vivi o no) e la si apprezzava come tale.

Di colpo mi sono reso conto di questo fattore che almeno in parte spiega la piega etica-estetica che sta prendendo una generazione nemmeno tanto giovane per la quale i Beatles sono la preistoria. Per non parlare di quella subito dopo: a 15 anni, sono preistoria anche Blur e Oasis e White Stripes. Quanto a U2 e Guns’n’Roses e Bruce Springsteen e Michael Jackson, li vedono come io vedevo i film di Hitchcock. Me lo presentavano come il re del brivido, e io potevo anche apprezzare la storia – un po’ lenta, eh, e che dialoghi rigidini – ma fondamentalmente mi chiedevo il brivido dove stava.

In ogni caso non credo di avere in bacino di utenza troppi 15enni (e se ce li ho, bene: che tengano il passo di quello che sto dicendo, magari gli è utile). La premessa è che la generazione che si accinge a ridipingere le pareti dell’immaginario nella fase attuale (quella tra i 25 e i 35 anni, diciamo) ha un altro big bang.

La teoria.
Il big bang dei circatrentenni di oggi sono Nirvana e Madonna. E questo crea un gap che noi ragazzoni tardivi non vediamo. Ma che rende difficilissimo parlare di musica con loro. Perché stanno parlando di altro. 

Specifico, perché è importante, che nel caso di Madonna, non sto parlando della ragazzetta da strada stonata tipo Cercasi Susan. No, la Madonna definitiva è quella che già guarda sprezzante tutte le altre, che bitcha di qua e di là e fa la corsa su quelle più giovani ma sempre rivendicando di aver fatto tutto prima lei (anche quando non è vero). La Madonna iconica.
I Nirvana per contro sono diventati più icone di quanto io stesso avrei pensato. So di dare un dolore a molta gente, ma quando uscì In utero, la maggior parte di noi non pensò: “Che meraviglia totale che mi lacera tutto e che solo io e altre persone dolorosamente stupende possiamo comprendere”.

No, la maggior parte di noi scemi pensò: “Bah”.

Poi arrivò il live su Mtv, ed era esattamente questo: un live su Mtv.

Quindi il tipo si sparò, e okay, questo ebbe la nostra attenzione. Chissà cosa pensò Madonna.
(io dico che pensò a Courtney Love) (o alla bambina) (perché sì, Madonna pensa sempre alle bambine, perché è madre, perché ha inventato la consapevolezza femminile) (prima non c’era, dicono) (e tutte queste altre cose che rendono uno stupido manifesto ogni cosa che fa)
Madonna è l’esatto opposto dei Nirvana in termini di adesione iconica. Ma lo sono entrambi, e sono icone proiezionali in un modo completamente diverso da quello che era venuto prima

(con la possibile eccezione dello scemo dei Joy Division, che non a caso diventa icona per le generazioni successive alla sua più di quanto lo sia stato per la propria)

Madonna e i Nirvana, a differenza dei Beatles (ma anche a differenza di Elvis, per quanto possa sembrare incredibile) mettono sempre l’io, io, IO al centro di tutto. Le canzoni dei Beatles, a metterle insieme tutte, sono più un “Noi”, o “Lei” o “Quel tipo on the hill” o “Quello di cui tu hai bisogno”; al massimo I’d love to turn YOU on. Persino Mick Jagger (che è Mick Jagger) non parla a nome di un io (Keith Richards lo fa decisamente più di lui, ma tanto non scriveva quasi mai i testi) e nemmeno i Led Zeppelin o i Pink Floyd o i Clash o i Duran Duran o gli U2.

Springsteen già ci va vicino, volendo. Però non del tutto volontariamente.

Ma è Madonna a ricalibrare ogni riferimento attorno alla persona che canta, costringendo l’ascoltatore ad aderire completamente. Buffamente, i Nirvana prendono una costola (storta) di questa attitudine, così come la prendono i rapper di seconda generazione, e da allora le canzoni sono sempre meno di tutti quanti: sono “il vestito che è stato reso leggendario da”, come scriverebbe il Corriere.

(“Eccoci, eccoci!” “Ma sei ancora lì? Io mi sono stancata di leggere, è troppo lungo, lascialo perdere e dammi una mano a copiare questa gallery di body painting a una sfilata di Magdeburgo” “Wow! Importantissimo! Subito! Colonnone centrale!” “Prima che lo faccia Repubblica”)

Solo che mentre per Madonna l’evoluzione è istericamente assertiva, i Nirvana si flagellano di disprezzo di sé e ironia. I Nirvana si discutono di continuo, perché è la loro inclinazione e la loro carta vincente: “Ah, io non mi sopporto, e non vi sopporto – perché non mi sopporto, però mi dispiace, però aaargh, però sto male, però va bene, aaargh”.

E anche se non ce ne siamo accorti subito, è stato tra questi due poli, nei quali poi si è comodamente inserito il rap (nella sua versione di prodotto urban style su scala industriale, quindi insospettabilmente riconducibile a Madonna) che l’autoreferenzialità ha fatto il suo golpe, e che nessuno scriverà più una canzone per noi.

(la boutade su MiticoVasco la fate voi o la faccio io?) (fatela voi)

Conclusione.

Basta, nient’altro da aggiungere, sono arrivato. Madonna e Nirvana alla base dell’onnipresenza insopportabile dell’ego in ogni cosa contemporanea. Detto questo, in ogni caso, i Pooh sono più importanti di Giovanni Lindo Ferretti. Sempre stati. Non hanno influito come lui sulle vostre vite di sbarbi? Lo dite voi: ogni giorno in cui vi svegliavate Yuri pronti a sparare, vi bastava uscire di casa per imbattervi nel Dio delle città.

The Kolors, visti dal vivo. Per così dire

The Kolors, visti dal vivo. Per così dire

DIECI COSE CHE MI SONO ANNOTATO DURANTE QUELLO CHE CON UNA CERTA DISPOSIZIONE D’ANIMO POTREMMO DEFINIRE UN CONCERTO DEI KOLORS, VISTO DURANTE EXPO2015 1. Anche se loro hanno un certo tiro, pochissima gente balla. Il pubblico è troppo impegnato a reggere telefonini e tablet, e 

(The Rolling Stone files) Nile Rodgers – intervista

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Nile Rodgers. La sua carriera non scherza. Ma sapeste la sua vita.

TheClassifica 41. Moroder by numbers

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La donna barbuta. La suora ballerina. Gli uomini col casco. Gli Amici di Maria. I fratellini dei Modà.

Manca solo The Elephant Man. Che mondo di Freaks. Tod Browning, avevi ragione tu.

Domani sera a Milano c’è Giorgio Moroder, e c’è una fibrillazione che attorno al suo nome non c’era nemmeno quarant’anni fa. A me va bene, cari hipster del cacchio, ma domani sera, mentre postate furiosamente le vostre fotine durante lo spettacolino, ricordatevi di invocare a gran voce Notti magiche o tutti quei pezzi di Sabrina Salerno – non quelli che hanno avuto successo, quelli mica li ha prodotti lui.

Scusate, forse sono nervoso. Al n.1 c’è Zésare Cremonini. L’avete mai visto nervoso, Cremonini? L’avete mai sentito furibondo? A me Zésare è simpatico, e penso che abbia scritto dei pezzi notevoli. Il nuovo disco Logico è pieno di shabadabadà e psichedelia e suoni notevoli per un disco pop italiano (o è un disco di un cantautore italiano?) (decidersi, decidersi) e citazioni bitolsiane (John Wayne, GreyGoose, Quando sarò milionario, Vent’anni per sempre), e cuori leggeri (Io e Anna) e cuori in movimento (Fare e disfare) e cuori pesanti (Se c’era una volta l’amore), e il cuore del cuore del pezzo che vola alto (Cuore di cane) e insomma va a finire che Zésare si conferma più britpop degli inglesi istessi. Penso che gli manchi un po’ il lato oscuro. Delle due l’una (pop) (pardon): o non ce l’ha, o lo nasconde di proposito.

PERCHE’ MAI?

Oh, non ne ho idea. Ma secondo me la sa lunga.

Al n.2 i futuri vincitori di Amici di Maria, i ciociari (così mi dice Guia Cortassa) (su di loro stranamente non ci sono molte notizie) (wikipedia tace atterrita) Dear Jack, guidati da Alessio Bernabei, che tra un anno mollerà gli altri bagonghi per fare Robbie – o Sarcina – o Zèsare. A pubblicare il loro disco (brutto) Domani è un altro film è la Baraonda, una etichetta indipendente, ma dipende – nel senso che come la Ultrasuoni dei Modà, dipende dal boss di Rtl 102,5, Lorenzo Suraci. Al quale una cosa gliela devo dire.

Caro Lorenzo Suraci, boss di Rtl. Io questa cosa te la devo dire. La tua radio è brutta, sta in un posto brutto, con programmi brutti, musica brutta, e tu produci dischi brutti, che furoreggiano su una televisione brutta, e che la tua radio manda a manetta sperticandosi in elogi brutti. Il pubblico è con te? È un pubblico brutto. Stai facendo i soldi? Beh, sono soldi brutti. 

(questa cosa gliela dovevo dire) (ecco)

Al n.3 c’è ora Caparezza, la settimana scorsa n.1; al n.4 Biagiantonàcci, al n.5 Anastacia, rediviva. Contento che stia bene –  e dico la verità; ci sono alcune canzoni di lei che mi piacciono – e sto mentendo. Al n.6 c’è Giorgia, che sul lungo periodo sta recuperando quello che forse non aveva venduto quest’inverno, sprimacciata tra le uscite contemporanee delle altre megadive (Pausini, ora n.14, Elisa, n.28). Tiene il n.7 MiticoLiga, mentre irrompe (relativamente) al n.8 Ben Harper, che ha una fan base rimarchevole che trangugia i dischi insipidi che sta facendo. Però sono contento per l’amico Benone – e dico la verità – e anche per l’amico Paolo Nutini, il cui inglese vendica quello di Rutelli. Chiude la top ten Francesco Renga, dai. Ne escono Davide Van De Sfroos, Moreno, Mondo Marcio e – con inusitata rapidità, mi sento di poter dire – Damon Albarn, che spancia giù al n.27. Cos’è che avevo detto la settimana scorsa? Ah, sì: “I raffinati non comprano dischi”. La ripeto, che magari diventa virale.

Altre nuove entrate interessanti, anche per la posizione che vanno a occupare e le conseguenze che ne possiamo trarre: Santana al n.13 (l’album, che ci crediate o no, si chiama Corazon); Chiara Civello n.16, Lily Allen n.32 (così impari a non telefonarmi, bitch), Lykke Li (n. 61. Ahi, ahi. Si rischia la one-hit wonder, qui). Più interessante ancora è l’impatto dello specialone su MiticoVasco mandato da RaiDue la settimana scorsa: un mazzo di sue raccolte impenna, più di tutte The Platinum Collection dal n. 94 al 21; LiveKom rientra al n.52, TuttoVasco sale dal n. 80 al 58, Best of Vasco Rossi entra al n.72. Bella lì, servizio pubblico, speriamo che ti dia una percentuale.

Intanto ho scoperto che sta vendicchiando anche da noi un fenomeno piuttosto ignorato, la colonna sonora di Frozen. È un Disney passato un po’ in cavalleria, probabilmente perché non è Pixar, quindi gli stessi che stasera saranno a fare le fotine a Moroder hanno deciso che nnaaaah, cioèeee, PixarLasseterStayhungryStayfulham. In Usa però il disco è appena sceso dal n.1 assoluto – e voglio dire, è un film uscito a Natale. C’è da dire che è un film molto violettesco, ma anche un po’ Glee, contiene un numero di canzoni (invero scritte da un team di autori non celeberrimi) che non ricordavo in un Disney da un bel po’. Nella sezione “Compilation” della FIMI è al n.3, staziona tra le prime dieci da quattro mesi, penso che in una ipotetica classifica italiana unificata sarebbe entrato in top ten.

(okay, la classifica unificata esiste, la FIMI la dà in esclusiva a Sorrisi&Canzoni) (quindi non esiste)

A parte questo. Stavo pensando che non ricordo esattamente quando i ragazzini, soprattutto le ragazzine, siano diventati questa risorsa per la discografia. Se ricordo bene, quando ero piccino l’idea era: fino a 10 anni, sigle di cartoni, poi aggregarsi ai gusti dei ventenni. Duran e Spandau e Culture Club non erano decisamente calibrati su un pubblico teen – fu il pubblico teen a saltare sul carro, non c’erano prodotti per loro. En passant, trent’anni fa, i Duran Duran erano al n.1 in Usa con The Reflex, pezzo letteralmente resuscitato da Nile Rodgers. A sua volta resuscitato dai due francesi col casco. Siamo sempre lì, a Tod Browning, ai Freaks, c’est Chic.

Calo nelle presenze di cari estinti: solo otto in top 100. Mi chiedo se sia colpa dell’exploit di MiticoVasco.

Bollettino Pinfloi. Settimana nera. Troppo sole, queste continue belle giornate penalizzano The Wall e Wish You Were Here che addirittura ESCONO DALLA TOP 100. Tiene ovviamente The Dark Side of the Moon, anche se capitombola al n.69. Speriamo che ci sia una Eclipse.