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Gazzelle e l’indie-pop italiano ovvero la furibonda vendetta di Pupo – TheClassifica ep.7/2021

Gazzelle e l’indie-pop italiano ovvero la furibonda vendetta di Pupo – TheClassifica ep.7/2021

“We learned more from a three minute record than we ever learned in school” (Bruce Springsteen, No surrender)   Ogni tanto ho la sensazione che abbiamo tutti – e dico davvero tutti – la percezione di cosa stia succedendo tutto intorno. Cioè siamo l’opposto del 

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

PREMESSA PER CHI NON È ABITUATO. Vorrei potervi dire che le charts annuali che sto per sottoporvi hanno un significato reale. Ma non è così. Come possiamo comparare la performance di un album uscito a gennaio e quella di uno che è uscito a novembre? Anzi, a controllare le date di uscita dei più venduti tra gli album, viene da dire che a dominare il 2020 è stato il 2019. Del resto, per fare l’esempio più ovvio, l’album di Marracash (disponibile dal novembre 2019) ha avuto tutto il 2020 per colonizzarci, laddove evidentemente Sferoso Famoso, uscito nel novembre 2020, non ha vinto quest’anno ma ce lo ritroveremo tutto trionfoso nell’Analisona del 2021 (intanto, colgo l’occasione per rendere omaggio alla madrina di questo appuntamento: Annalisona) (…non che il suo 2020 sia stato da incorniciare, purtroppo).
Ma dicevamo: ha senso pontificare su classifiche come quelle della FIMI, le principali e più rappresentative in circolazione in Italia, anche se mescolano dati di natura opposta, dai cd – e nemmeno tutti (per esempio non quelli delle edicole) agli ascolti ossessivi e condizionati dalle playlist – e nemmeno tutte (per esempio, non conteggiano YouTube)?
RISPOSTA. No!
RISPOSTA ARTICOLATA. No, non ha senso, però magari se ne possono trarre due indicazioni. Forse persino tre. Se in qualcosa di quello che state per leggere riuscirete a trovare qualche spumeggiante aspetto musicalsociologicoestetico utile a chiarirvi il lato lagnososchiamazzante questo impareggiabile Paese, forse non tutto questo sarà andato sprecato.
Ma se vi ritroverete a concludere che è solo una sarabanda di nomi e penose manfrine necessarie a tener su una qualche illusione di panorama musicale, io non ho niente da obiettare. Alla fine è solo un’occasione per fare un po’ di conversazione, oppure di prendere atto che siamo passati dall’inizio del decennio alla sua fine.
Comunque, per gentilezza, per avere la migliore approssimazione possibile del SUCCESSO, cercherò di mettervi a disposizione classifiche di varia natura, e non solo quelle della FIMI (che saluto) (ciao, FIMI!) (viva la FIMI) e non solo quelle italiane, e non solo quelle delle “vendite”. Ehi, non lo fa nessun altro! Cioè, sì, ok, lo fanno separatamente, ma così non si capisce niente. Io invece, mmmh, vi manderò di nuovo a scuola, io vi darò ogni centimetro delle charts, oh!, vi darò whole lotta classifiche. A cominciare da quella dei concerti più visti nel 2020.
Ehi, complimenti ai Dream Theater – e pure a Gazzelle, davanti a Renatone… Come? Cosa? Sento qualcuno che da là in fondo mi dice che le classifiche vanno contestualizzate, che da sole non significano niente eccetera. Oh, ma devo dirvelo io? Dove siamo, in una telecronaca Rai, che avete bisogno di qualcuno che vi aiuti a capire cosa vedete? Va beh, facciamo un’altra premessa.
PREMESSA SUL FATTO CHE IL 2020, DI QUA E DI LÀ. Può darsi – lo dicono tutti – che sia stato un anno particolare. Sapete, stop ai concerti, niente Olimpiadi, niente Fuorisalone, niente Sangue di San Gennaro. In compenso ci sono stati i talent e ovviamente Sanremo (niente può fermare Sanremo). Tuttavia, l’unica cosa che distingue realmente questa Analisona da quella del 2019 è che manca la classifica dei concerti più visti. Per il resto, quello che avevamo visto succedere nel 2018 e 2019, si è confermato nell’anno testé concluso. Il Riassunto per chi non ha tempo non è troppo diverso da quello di dodici mesi fa.
RIASSUNTO PER CHI NON HA TEMPO
1) solo gli ITALIANI fanno musica che piace agli ITALIANI – gli stranieri producono cose che non ci sfiorano- a meno che non vengano trasmesse su Netflix. Quest’anno, soprattutto grazie ai singoli, sono andati un pochino (ma pochino) meglio dell’anno scorso – ma per questo dato, il sospetto è che Covid ci covi;
2) le donne, se proprio vogliono aprir bocca, devono ritornellare graziosamente attorno all’Uomo Forte, idea fissa della nazione dagli antichi Romani in poi (and counting). L’anno scorso la classifica era espressione della straripante virilità ITALIANA – ma quest’anno abbiamo fatto persino di meglio e le abbiamo quasi rimandate in cucina, ovviamente a fare le pizze fatte in casa;
3) non formate una band, MAI, a meno che non riusciate a ottenere lo slot della Simpatia Sanremese (da Lo Stato Sociale ai Pinguini Tattici Nucleari). In caso contrario, non si vende niente e oltretutto ci si ammala;
4) casomai, come fanno tutti, fate un FAD, Featuring A Distanza – la DAD, Didattica A Distanza, ne è una derivazione, basandosi sulla stessa idea di mandarsi dei temini a distanza;
5) partecipare a un talent non basta: dovete farne almeno DUE oppure andare a Sanremo (che poi è il talent più vecchio) e poi, come con Elodie e Gaia, dopo più tentativi il pubblico sfinito prenderà atto che non mollate: si arrenderà e vi tributerà il successo che meritate;
6) su Spotify va forte il rap italiano, su YouTube vanno fortissimo Sanremo e le sue lagne di qualità, ma soprattutto YouTube consacra le hit estive ITALIANE brutte e banali (non aggiungo “cretine e dozzinali” perché ho un grande rispetto per i nostri PRODUCERS, che col loro tocco da Re Mida riescono a produrre paccottiglia cafonazza e tirarsela. Qualche mio collega li gratifica scrivendo che sanno il fatto loro. A me verrebbe semplicemente da chiedergli l’iban e organizzare una colletta, ponendo fine alla loro miseria infinita. Ma è una mia debolezza buonista;
7) in Italia quelle che potremmo chiamare Star Globali riscuotono una quantità assai esigua di trippa per gatti. Del resto non appaiono al GF Vip né all’Isola dei Famosi, quanto possono realmente valere? E tuttavia, tra i campioni del 2020 che sto per nominare, nessuno riesce completamente a imporsi come asso pigliatutto in nessuna parte del mondo, in genere c’è qualche campione locale che impone la legge del quartiere. Stefani Joanne Angelina Germanotta (Lady Gaga), Abel Makkonen Tesfaye (The Weeknd), i 방탄소년단?, 防彈少年團 (Bangtan Sonyeondan, per gli amici, BTS) e Dua Lipa (…l’unica col vero nome. E nella mia umile opinione è più bello dei nomi d’arte degli altri tre) si sono fatti rispettare in classifica con album di alto livello nei rispettivi generi, e Bad Bunny è l’uomo più streamato dal genere umano secondo Spotifone. Ma credo siano coinvolti nella Grande Perdita di Importanza della Musica (in cui rientra quella dell’album, ovviamente). Forse tra qualche mese l’IFPI, federazione della discografia mondiale (tipo la federazione dei pianeti di Star Trek) dichiarerà Taylor Swift artista dell’anno anche per il 2020. Ma non sta lasciando granché il segno, vero? Se vi è simpatica, spero che questa Umile Opinione non vi offenda. Anzi, faccio ammenda pubblicando un comunicato stampa che, come tutti i comunicati stampa su chiunque, ne comunica il SUCCESSO. Ma che Swift sia da anni la superstar della musica sul pianeta, e ciononostante il 99% del pianeta non saprebbe cantare una sua strofa nemmeno sotto minaccia di una trasmissione di Mario Giordano, è un argomento a favore della Rétromania.
8) questo riassunto è lungo, lo so. E non so nemmeno se riassume. Ma a proposito:
9) confrontando le canzoni che arrivano in top 10 di Spotify e Apple Music, le azzeccatissime hit italiane hanno una durata sensibilmente minore di quelle straniere, siamo vicini al minuto; quasi tutte le irresistibili creazioni dei nostri producers durano meno di 180 secondi, a riprova che il pubblico ITALIANO non si stancherebbe mai di ascoltare cretinate concise – ed è ora di riconoscere che Giorgia Meloni lo ha capito prima di tutti.
INFINE, SEMPRE PER CHI NON HA TEMPO: UN MINUTO DI SADISMO (aka: i FLOP). Chiariamo una cosa: tutti gli artisti che vi piacciono sono straordinari e l’arte non si misura con le classifiche, perché non è che nel 1875 qualcuno valutava se Degas aveva venduto più di Renoir e se Cèzanne non aveva ottenuto il quadro di platino. Cioè, in realtà qualcuno che lo faceva, c’era (mercanti! Fuori i mercanti dal tempio! Eccetera!) ma il SUCCESSO non significa niente, è un valore così anni 80 e 90 e 00 e 10. Ciò non toglie che, sulla base degli ottusi dati di vendita, qualcuno nel 2020 NON è andato così bene. Ora: volete realmente sapere di chi si tratta?
Lo volete, voi???
Siete persone orribili. E purtroppo siete nel posto giusto.
Ovviamente bisogna mettere nell’equazione anche le aspettative, o il livello cui l’artista era abituato. Per cui limitiamoci a citare alcuni album di artisti importanti i cui album del 2020 non hanno ottenuto certificazioni nel 2020 – e quindi dovrebbero essere rimasti sotto le 25mila copie: Piero Pelù, Samuele Bersani, Annalisa, Ghemon, Max Pezzali, Francesco Bianconi, Negramaro, Francesca Michielin, FSK Satellite con Padre, figlio e spirito, Achille Lauro con il disco – pardon, il progetto del 2020, Fiorella Mannoia, Carl Brave con Coraggio. Ma per l’appunto, ci è voluto coraggio per pubblicare dei dischi nel 2020, e plaudiamo a chi ha rinunciato alla prudenza mercantile per dare qualcosa al suo pubblico. Che poi, sono in ottima compagnia: quest’anno, dischi che si sono fatti valere in tutto il mondo come quelli di BTS, Drake, Taylor Swift, Bob Dylan, Eminem, Ariana Grande e Juice WRLD hanno avuto gli stessi problemi col nostro pubblico dal palato fine. Per ora.
E ADESSO, PER CHI HA UN SACCO DI TEMPO: CLASSIFICHE!
ALBUM PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
In sintesi. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. E i primi 6 posti sono a posto.
Poi, pop italiano, indie-rock italiano (più o meno), canzoni per bambini italiani – e infine, per non esagerare con la varietà, rap italiano.
Rispetto alle elezioni del 2019, il rap italiano aumenta la sua percentuale. Agli ascoltatori italiani, in sintesi, piacciono molto gli italiani che parlano moltissimo. Più che in passato. Poi c’è da discutere su quante di queste parole resteranno.
Il numero uno. Premetto che è La Mia Umile Opinione, ma non credo di dire una cosa aberrante se dico che Persona di Marracash è il migliore tra i dischi che negli ultimi dieci anni hanno occupato la primissima posizione in queste classifiche annuali (per concedervi di argomentare, giacché questo non sia un monologo e vi sentiate liberi di commentare mentre scrivo, vado a elencarli) (Vivere o niente, L’amore è una cosa semplice, Mondovisione, Sono innocente, Lorenzo 2015cc, Le migliori, Segnetto di Ed Sheeran, Rockstar, Colpa delle favole). (se il titolare dei titoli non vi viene nemmeno in mente, forse ho implicitamente ragione) (e non dite che sono mezzucci. Anche se so benissimo che lo sono: adoro i mezzucci). Persona è un disco che alza il livello dello scontro, e mi pare di poter dire che l’album di ThaSupreme fa la stessa cosa in un’altra direzione. Non mi sento di dire la stessa cosa del n.2 di Sferoso Famoso, però come hanno detto critici e addetti ai lavori, era giusto che Sferone facesse un disco fastidioso e insulso, per sfondare all’estero. Dati alla mano non ci è riuscito, ma i comunicati stampa ripetono di sì (e noi giornalisti musicali obbediamo, in modo che forse un giorno Spotify o una major facciano di noi delle persone oneste). Mr.Fini di Gué Pequeno non ha accontentato tutti ma è un disco ambizioso da parte di uno che giocava a fare quello che le ambizioni se l’era fatte togliere da un dottore di Detroit (cit.); allo stesso modo forse gli album di Ghali ed Ernia non saranno ricordati come pietre miliari, ma mi sembra abbastanza chiaro che entrambi hanno alzato il mirino. Poi, parecchio rap italiano nuovo e non nuovo ha invece cercato di vivacchiare allo stesso modo, con gli stratagemmi facili. Ma non gli ha detto benissimo. Vi sto annoiando? Siete anagraficamente indifferenti al rap italiano?
Ecco, torniamo a un problema importante. Il rap italiano abbonda, e nel biennio 2019/20 sono usciti alcuni dei migliori dischi di rap italiano di sempre. Ma come il pesce persico del Nilo nel Lago Vittoria, il genere sta alterando l’ecosistema e non per colpa sua (beh, insomma. Lui ci sguazza. Questo fanno i pesci, no? Rari son quelli che volano). Il rap italiano, per DNA sta contribuendo all’implosione di quel che resta della musica tricolore, anche se va a suo merito aver reinserito nella società una generazione di discografici completamente privi di udito. Personalmente non ho nulla in contrario al totalitarismo rappuso, posso farmi una ragione delle infinite banalità da quartiere nei testi, e della piattezza sonora di cui la maggior parte degli ascoltatori 13enni si pasce deliziata: il rap mi garba comunque più dell’indie e caso vuole che professionalmente mi porti più soldi degli altri generi. Però non posso nascondere la sensazione che le classifiche ufficiali ne esagerino il peso e l’impatto rispetto a quello che viene realmente ascoltato in Italia. Ora come ora, lo scenario sembra sbilanciato a favore di un mezzo (il telefonetto, le piattaforme), di una fascia anagrafica e di un tipo di fruizione, mentre la verità è che in Italia si ascolta anche tanta altra roba. Spesso brutta (…molto spesso). Che attualmente risulta messa ai margini. Basterebbe, per argomentare, il confronto con la classifica dei…
SINGOLI PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
Qui il livello di vita mojita e Mariadefilippismo si fa vorticoso: le hit estive continuano a imporre la loro spietata legge, che è poi la legge della ripetizione, felicemente mutuata dalla propaganda nazista: il massimo risultato è ottenibile ripetendo la canzone dell’anno prima – se non un identico featuring (Sandrina Amoroso, Ana Mena). C’è anche, immancabile un presobenismo ebete che come olio di palma lubrifica la produzione seriale delle azzeccatissime hit da spiaggia. E forse è per disperata autodifesa immunitaria che in top 10 si fa strada un 30% di brani stranieri, tutti caratterizzati da un clima vintage che è quasi un rifugio dal cinismo con cui sono state assemblati gli zombie sonori che si trovano sul podio – e beninteso, Superclassico di Ernia (n.4) non è da meno: nessuno mi toglie dalla testa che il famoso “Dio, che fastidio” sia rivolto alla propria stessa canzonuccia, e al Coez che Coeziste con la parte nobile di ogni giovane artista disposto a immergersi volontariamente nella fanghiglia indieurban.
Trivia: tra gli album le tre major si spartiscono quasi tutto, col Leviatano Universal che incamera il 44% della distribuzione dei titoli in top 100 (Sony 24 titoli, Warner 22) (l’italiana Artist First segue a distanza con 5). Tra i singoli, però, Universal è meno universale e piazza tra le prime cento 37 delle sue azzeccatissime hit, contro 29 per Sony e 27 per Warner. Nella top 30 dei singoli, la performance Sony è addirittura migliore: 11 indimenticabili motivetti contro i 9 straordinari tormentoni della rivale (7 per Warner).
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PERÒ SPOTIFY, PERÒ YOUTUBE.
1) Spotifone. La app svedese col bollino verde dice che questi sono gli album e i singoli più ascoltati in Italia. Pur tifando smaccatamente per i rapper, emettendo per finissime ragioni strategiche i suoi verdetti a fine novembre non fa un gran favore al suo pupillo Sferoso Famoso, il cui album quindi è come se non fosse uscito nel 2020. Lo stesso vale per MiticoLiga e San Claudio Baglioni, che però non sono il tipo di mondo felicemente rappuso, rigorosamente maschio e amabilmente patriottico che Spotifone caldeggia. Per quanto riguarda i singoli, però, si sbilancia a favore di Irama con Mediterranea (69 milioni di ascolti a fine anno) davanti a Good times di Ghali (67 milioni) e M’manc (Shablo feat. Geolier e Sfera Ebbasta). Difficile capire il peso in classifica delle inseguitrici di Spotifone (Amazon, TimMusic, Tidal, Deezer). Però vale la pena considerare la situazione del n.2 mondiale:
2) AppleMusic. La mela ha detto che quest’anno i suoi ascoltatori hanno continuato ad ascoltare con piacere Dance monkey di Tones And I, che era al n.1 in Italia già nell’ottobre 2019.
Non fate quella faccia. Anche all’estero ha comunque retto per tutto il 2020.
Stando al comunicato ufficiale, il resto della top 5 è occupato da Blun7 a Swishland (ThaSupreme), Karaoke (Boomdabash e Sandrina Amoroso), Mediterranea (Irama), Ti volevo dedicare (Rocco Hunt, con J-Ax e Boomdabash). Tutto questo, ammettiamolo, ci dice che rispetto agli utenti di Spotify, quelli di AppleMusic sono un pochino più lenti e probabilmente un pochino più adulti. In Applelandia, il rap si appoggia visibilmente al pop, e al n.1 c’è addirittura una STRANIERA – e sorvoliamo sul fatto ancora più strano: è una femmina. Poi ci sarebbe
3) YouTube. Che però non conta per la classifica, almeno per ora, anche se è il principale strumento di ascolto di musica degli italiani. E qui risultano al primissimo posto Boomdabash e Alessandra Amoroso, con quasi 100 milioni di visualizzazioni; il secondo posto viene assegnato a Francesco Gabbani, ignoratissimo dal Paese Ideale ma non dal Paese Reale, e il terzo a Rocco Hunt e Ana Mena con A un passo dalla luna. A dire il vero, mentre scriviamo, quest’ultima totalizza ben 6 milioni di visualizzazioni in più del brano portato da Gabbani a Sanremo, ma questo è quel che accade quando si sparano i verdetti un mese prima della fine dell’anno. Poco male, di sicuro Rocco non se la Mena (ahaha. Scusate).
In generale, si sa che YouTube è la fonte di musica per un segmento di ascoltatori più adulto e nazionalpopolare (…avrete notato la comparsa della parola “Sanremo”), che non manda Tha Supreme ed Ernia in top 10, privilegiando Baby K, Chiara Ferragni (meglio del marito, quest’anno) ed Elettra Lamborghini, queen e idole eccetera. Qui di femmine, per qualche motivo, ce n’è a pacchi.
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TALENT
1) da XFactor 2019 non era uscito nessuno in grado di farsi notare in classifica. E la recente edizione del 2020 non promette meglio;
2) da Amici 2020 è venuta fuori Gaia, che ha ottenuto un disco d’oro con l’album Nuova genesi e un platino col singolo Chega, premiato anche da YouTube. Non siamo dalle parti di Irama, ma col singolo è andata meglio di Alberto Urso (e ci mancherebbe).
3) Diodato, vincitore di Sanremo 2020, ha ottenuto un disco d’oro con l’album Che vita meravigliosa e un doppio platino con Fai rumore. Chiude l’annata entrando nella top 50 degli album, al n.46. Ok, Gabbani e Mahmood erano andati molto meglio, ma facevano un altro genere, via. Quest’anno da Sanremo sono usciti bene Elodie, che forse è finalmente uscita dalla angusta categoria delle ancelle del cantante macho (leggi alla voce: Francesca Michielin), ma soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, con doppio platino per il singolo Ringo Starr e platino per l’album Fuori dall’hype: il paragone con Lo Stato Sociale del 2018 sarebbe banale, e infatti eccolo: a conti fatti i Pinguini hanno avuto meno visibilità, ma più ascolti.
Trivia: l’album di Levante, quando è uscito nel 2019, non era entrato in classifica; ora ce lo troviamo grazie alla partecipazione a Sanremo 2020.
METOO. Per fortuna le feminazi non hanno contagiato il nostro maschio popolo, e gli ITALIANI ne hanno accettate soltanto 9 tra i cento album più venduti. Elodie è l’unica nei primi 30. Tre sono straniere. Tanto vale citarle tutte: Elodie, Billie Eilish, Dua Lipa, Lady Gaga, Levante, Elettra Lamborghini, Elisa. Solo tre di loro hanno un cognome. Al confronto, il 2019 con addirittura 13 femmine in top 100 era stato un anno tutto rosa nel quale la fragorosa virilità ITALIANA era stata messa a repentaglio. Precisazione: non sto contando Sofì dei MeControTe, Mina con Fossati, Lady Gaga con Bradley Cooper (comunque l’ho già citata come solista).
STRANIERI IN TERRA STRANIERA.
(…che carini a distinguere tra “venduti” ed “equivalenti”, no?) (possono ancora permetterselo)
Si nota quella cosa che dicevo prima? Nessuno stravince universalmente. Per i Britanni, addirittura, il sig. Capaldi è il n.1 per due anni successivi. Comunque hanno addirittura due album rap in top ten, per loro è quasi inaudito. La Francia è sovranista quasi quanto noi, nella top 100 hanno la nostra stessa percentuale “local” dell’80% circa, dichiara la Snep. La Francia è anche il posto in cui il podio è completamente occupato dal rap “interno”, come l’Italia. I todeschi hanno un eclettismo encomiabile: hard-rock, rap, Schlager, cantautorismo. E un filo di nazionalismo in meno. Non molto, ma ammetterete che da parte loro, eccetera. Ovviamente inutile sperare che i Britanni ascoltino qualcuno che non canta nella loro lingua. Ma qui mi fermo, perché non è che mi pagate per insultare i Britanni (però che sogno sarebbe).

Principale differenza: anche negli USA, YouTube raddoppia le presenze femminili. Attenzione però: Taylor Swift non compare. Se è per questo, nemmeno Harry Styles o BTS o Fleetwood Mac. L’hit single, per lo streaming, rimane una faccenda urbanissima. Nessuna star del country – mentre tra gli album, avrete notato che anche tra gli equivalenti c’era al n.10 Luke Combs, che al cappello da cowboy preferisce i cappellini tipo baseball, sua concessione semi-Swiftiana alla modernità.

Vedete bene, lì in fondo? Direi che come singolo, Blinding lights compete con i boss del quartiere portando a casa un podio ovunque, tranne ovviamente in Italia, volete mettere con la magia del sound becerone che ci vibra ignorante nel petto? (… non trovate bello che “Ignorante” sia stato l’aggettivo più esaltante del nostro decennio?) Eccoci allora a parlare di
STRANIERI IN TERRA ITALIANA
Tra i presunti album sono 22 in tutto su 100; nessuno in top 10, solo tre in top 30. Volendo fare i pignoli, sono anche meno di quel che sembrano. Nel senso che i Pink Floyd hanno in top 100 due album, i BTS pure, Ed Sheeran e Lady Gaga anche. Però non voglio piegare i sacrosanti dati alle mie convinzioni: in fondo siamo passati da 8 a 10 nomi stranieri in top 50 e pertanto abbiamo un +4% perentorio e senza se, e senza ma: anzi, di questo passo torneremo ai pericolosi livelli del 2005, quando gli stranieri in classifica erano 45 su 100: volete davvero che la brutta musica nostrana sia sostituita da brutta musica straniera? Lo volete voi??? “Nooooo!” Nei sedicenti singoli poi abbiamo tre stranieri in top 10 (nessuno tra i primi cinque), e 17 in top 40, insomma diciamo che nel mordi e fuggi senza impegno delle hit è più facile ottenere tre minuti di attenzione ITALIANA. I cosiddetti album richiedono oggettivamente troppa attenzione, e non siamo mica a scuola. Non prendiamo lezioni da nessuno.
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ALTRI ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE
RADIO GAGA. Rispetto alla parte iniziale del decennio la programmazione, Nella Mia Umile Opinione, sembrerebbe all’insegna della spericolata arte di compiacere contemporaneamente a) i discografici insistenti b) un pubblico non freschissimo ma forse più incline a ritmo e musicalità di quello dello streaming, e se proprio non se ne può fare a meno, c) divertirsi anche un po’.
Le classifiche di EarOne tratteggiano una programmazione che dà un colpo al cerchio, uno alla botte piena, e uno alla moglie ubriaca, mantenendo peraltro le percentuali geografiche in una parità secondo me accettabile. Tra l’altro da 3 anni la top 100 è sostanzialmente divisa a metà tra musica ITALIANA e internazionale, con impercettibile aumento delle eccellenze del territorio. Fornisco le cifre per chi dubita della mia parola, peste lo colga: 52 italiane in top 100 nel 2020, 51 nel 2019, 50 su 100 nel 2018.
Trivia: sempre affascinante la popolarità ermalmetiana di LP, distribuita dalla piccola X Energy, non altrettanto rilevante in altre classifiche.
VINILI. Non riesco a dare importanza a questa classifica, mi dispiace, credo valga quanto quella dei libri di musica o delle t-shirt (…quella, sarebbe interessante). Però sono un glaciale professionista e pertanto ve le allego. Per il quarto anno di fila, The Dark Side Of The Moon eccetera. Perde una posizione la raccolta dei Queen (dal n.3 del 2019 al n.4 del 2020), ne guadagna due Nevermind, tre posizioni in più per Legend di Bob Marley, rientra in top 10 Abbey Road, mentre Sgt.Pepper non è in top 20 perché non ha una bella copertina. The Wall arretra di tre posti, mentre lo Springsteen di quest’anno va meglio (n.5) di quello dell’anno scorso (n.7).
Rimarchevole il secondo posto dell’unico a intrufolarsi (sostanzialmente, in un mese) nell’acquario classic rock: SferosoFamoso, che probabilmente è andato bene come regalo di Natale (la copia autografata a 85 euro, esclusiva Amazon); ci sono due album italiani in top 10, e sono degli unici due artisti nati dopo il 1970. Sono una discontinuità rispetto agli anni scorsi e ci spostano verso il più grande tra i due imperi dalla cui luce abbagliante veniamo illuminati.
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Perché in America, al primo e secondo posto ci sono due dischi e cantanti nuovi (e il primo è un inglese), nel Regno Unito invece trionfa il vintage, e non dipende dal famoso video che impazza su TikTok, col tipo che canticchia Dreams. Vi rivelerò un segreto: molto prima che il tipo canticchiasse Dreams sul suo skateboard i Fleetwood Mac avevano due album tra i 30 più venduti di tutto l’anno nel Regno Unito, nel 2019: la raccolta 50 years (n.13) e Rumours (n.30). Di fatto i Fleetwood Mac, i cui membri meno vistosi sono britanni, sono stati il secondo classic act più popolare in una nazione che è più ancorata agli anni 70 rispetto a noi e agli yankee.
MIGLIOR VITA. Ormai nelle theclassifiche settimanali non menziono più gli artisti che hanno abbandonato queste nostre zone rosse e arancioni e gialle per andare nella Grande Zona Nera, e del resto in quella annuale entrano solo Pop Smoke (n.50) e i Nirvana di Kurt Cobain, quello che si è fucilato, mitico!. Sì, sono solo due: gli italiani non hanno versato uno stream per Juice Wrld, Ennio Morricone o Eddie Van Halen, e sono del tutto spariti i Queen (4 album in top 100 e uno in top 10 nel 2019). Come D’Annunzio, stiamo andando verso la vita.
PINFLOI. Non è stata una buona annata. The wall scende dal n.63 al 77, e The dark side of the moon pur rimanendo il vinile più venduto come nel 2017 e 2018 e 2019, lascia il n.49 e va a occupare proprio quel n.63 come un saprofita. Per prevenire un ulteriore calo Roger Waters dovrebbe prendere in considerazione l’idea di dare le sue canzoni più angosciose a qualcuna delle sedicimila serie tv sulla monarchia britannica, gli ITALIANI le guardano tutte avidamente. D’altra parte è consolante sapere che c’è un popolo che da secoli, per legge eroga miliardi alla stessa famiglia di incommensurabili citrulli e non è il nostro.
Si potrebbero dire ancora tante cose. Ma non ce n’è motivo. Grazie per aver letto fin qui, siete stati molto gentili. Andiamo a darci sotto col 2021, ora.
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PS: …un momento! Come dite, bambini? Ah, ma certo, boomer che non sono altro, dimenticavo TikTok. Qui circolano un po’ di classifiche diverse, non so di chi fidarmi, è un po’ tutto un balletto. Ma per l’appunto: eccone una semi-attendibile sui balletti più telefonosi del 2020:
E con questo, ho fatto il mio dovere: è stato un piacere.
La fattoria del rap italiano – TheClassifica 41/2020

La fattoria del rap italiano – TheClassifica 41/2020

Al n.1 un disco inutile che serve a un po’ di cose. Per esempio, a ipotizzare che un rap idiota convenga a molti.

Ripensandoci, forse il problema sono loro – TheClassifica 22/2020

Ripensandoci, forse il problema sono loro – TheClassifica 22/2020

La Battaglia di Grande Inverno, la Battaglia della Nazionale del 1982, la Battaglia di Drefgold e Sfera a favore di un rap molliccio e noioso.

Piccoli Maschi Italiani – TheClassifica 20/2020

Piccoli Maschi Italiani – TheClassifica 20/2020

Prefisso. Ora che siamo entrati nella Fase 3, non ha più senso negarlo: in questo Paese, la gente disperata, determinata a vivere di bassi espedienti, ha due scelte. Fare politica, o scrivere di musica.

E il più straziante tra gli espedienti disperati del giornalismo musicale è quello di fare le carezzine a tutti i fan. Quali fan? Tutti i fan, tutti. Perché come gli elettori, i fan fanno numero. E se è la pancia a guidarli non importa, anzi meglio: nella testa ci metteremo noi quello che li farà sentire legittimati, l’importante è che portino like, condividano, ritwittino, facciano arrivare il pezzo all’artista, al manager, alla casa discografica, e che vivaddio la testata veda impennarsi l’engagement e il critico vibrante che ha brillantemente accostato Myss Keta a Gertrude Stein ed Elettra Lamborghini ad Artemisia Gentileschi possa veder circolare il suo nome fino a legittimamente sognare di scansare Scanzi dal trono di Quelli Che Andavano Abbattuti Molto Prima Ma Ormai.

Il numero uno. La cosa più deprimente di tutto questo è che tra il parlarsi addosso e il pindareggiare, le cose banali si perdono così come nel calcio si è perso il tiro tonto da fuori area che spesso lasciava basito il portiere (la cosiddetta saracca o, a Napoli, ‘o scaldabbagno). Perché negli anni della loro ascesa ho letto di tutto sulla Dark Polo Gang, di tutto. I critici ipergiovani, Dio benedica i loro crapini, elemosinavano per sé dei riflessi di street cred in estasi completa ed epifanica – mentre i critici boomer, Dio benedica i loro craponi, atterriti dal rischio di sembrare anzyani svuotavano lo scaffale degli agganci pasoliniani. Ma questi bla bla non sanno le cose (cit.) Per fortuna nel nuovo Dark Boys Club (che debutta al n.1 tra i presunti album) proprio i tre patatoni, tra un machismo e un facciobruttismo, spiattellano la verità piatta e banale, usando loro stessi, finalmente, le due parole chiave: boy band.

(“Sangue sopra le mie Nike, chi l’avrebbe detto mai di questa fama e quest’hype, di ‘sti soldi e ‘sti soldout? Quando rockiamo lo show la nostra gente fa: “Wow” – Dark Wild Bandana, boy band, quelli che settano il trend”)

E da quaranta metri, ecco la palla in porta. Cos’altro vogliamo dire? Vogliamo contare tutte le volte che si scopano la mia bitch o si baloccano con i vestitini firmati? Annotare tutte le droghe che i frugolini citano orgogliosamente – su tutte, sempre quella più paurosa (buh!). Cioè, la gòga (…perché non importa se sono di buona famiglia, l’alvabbédo d’aa strada sgià oddo gonsonandi). Dark Boys Club dura 26 minuti, è costituito da dieci pezzi secondo i dogmi del marketing, dalla soglia di attenzione alla banale matematica: meno pezzi in meno tempo portano più streaming. Poi, se l’artista vi è simpatico assai, potete gettare lì che la brevità corrisponde a quella stessa urgenza di comunicare che era tipica del punk, blablabla. I dieci pezzi non fanno fatica a prendersi tutti i posti che contano nei

Sedicenti singoli. A partire dalla n.1 misteriosamente intitolata Pussy, nella quale ospitano Lazza e Salmo, poi al n.2 con l’omaggio alle costose braghe Amiri boys (con Capo Plaza) e al n.3 con Savage (con Wayne Santana e Tedua). A me, lo confesso, i tre peracottari sono simpatici assai, e l’album Dark Boys Club, per quanto le sue rime siano difficili da tollerare quando si hanno più di 13 anni, ha tanti featuring di prestìggio e un paio di basi ribalde di Youngotti (so che vi piace pensare che sia Jovanotti) (…anche a me). Purtroppo dopo un quarto d’ora le idee sono già finite, la gang non ha più niente da dire, se non che è una gang – e allora chiudere il tutto in 26 minuti si conferma sintomo di banale saggezza. Evidentemente gli FSK Satellite, che sono per gli undicenni di oggi quello che la DPG era per gli undicenni di tre anni fa, spingono i loro modelli originari a una specie di crescita, e il prossimo album sarà quello (lol) della maturità, anche se mi sa che sarà tipo la Maturità di quest’anno, cioè una faccenda un po’ bufu, regà. Però rimarrà sul tappeto una questione. Che mi ponevo già nel vedere che i BTS sono andati al n.1 ovunque tranne che da noi.

(ma lì, si può rispondere tranquillamente che quelli sono coreani e noi siamo candidamente razzisti. Perché quando tutti i popoli del pianeta stavano nelle palafitte, noi già andavamo a stuprare le Sabine)

Ovvero. Come mai l’Italia in questo secolo è passata dalle boy-band per ragazze a quelle per ragazzi, fatte da ragazzi?

La risposta è scritta sulla sabbia – e la porteranno via tutte quelle hit estive che sbavano da mesi nei file dei nostri più ispirati artisti. E nella Fase IV ci salteranno tutte addosso.

Resto della top 10. Di fatto l’Italia è tutta un blabla, con il rap al n.2 (Ghali), n.3 (Marracash) e n.4 (ThaSupreme). Al quinto posto ci sono i Pinguini Tattici Nucleari, che da mesi i giornali incoronano come veri vincitori di #Sanremo. No, non è vero, non lo fanno. Perché poi dovrebbero scrivere che sono di Bergamo, e da lì in poi è tutto un toboga verso la polemica. Rap anche al n.8 (Travis Scott) e n.10 (Drake), e con The Weeknd (n.6) e Dua Lipa (n.7) abbiamo un terrificante quartetto di stranieri tra i primi dieci, ma possiamo imputarlo allo stato di smarrimento da Fase 2. Al n.9 rientra invece Il Fantadisco dei MeControTe, di Luì e Sofì, e fa sempre piacere, perché ai critici snob come Madeddu non piacciono – eppure è evidente che in loro c’è tutto un sottotesto che rimanda a Serge Gainsbourg e Jane Birkin, o Gainsbourg e Brigitte Bardot, o Gainsbourg e qualunque donna alla quale stesse facendo l’occhio lesso in quel momento.

Altri argomenti di conversazione. La DPG è l’unica nuova entrata in top 50. Dopo essere entrato al n.2, Dani Faiv scende subito al n.15 (uhm). A causa della prudenza nel pubblicare nuovi album, assembramento di long-seller tra il n.11 e il n.20: lì troviamo Ultimo (due volte), Salmo, Lazza, Rocco Hunt, Machete Mixtape, Billie Eilish, Capo Plaza e l’outsider vero di questa top 20 secondo me ovvero Gazzelle, che nelle prime posizioni credo ci sia stato cinque minuti – ma come la vendetta, il suo album piace freddo. Tra i dischi a breve permanenza sarei per segnalare Subsonica, Fiona Apple e Giulia Molino (una settimana), The Strokes e Aya Nakamura (due settimane). Li guardano con alterigia i

Lungodegenti. Iniziamo da 20 di Capo Plaza (108 settimane), i primi di Ultimo (Pianeti entrato 115 settimane fa, e Peter Pan 118), Rockstar di Sfera Ebbasta (121), ÷ di Ed Sheeran (in classifica da 167 settimane). Ma naturalmente l’album da più tempo in classifica è dei

Pinfloi. Ed è The dark side of the moon, lì da 184 settimane, anche se ora è al n.69 e ha perso 25 posti tutti insieme, cosa che mi allarma un po’, perché The wall da quando è uscito di classifica, non si è più visto, cosa che mi fa pensare che si vendesse tantissimo nei negozi. Sì, è rientrato in classifica Nevermind dei Nirvana ma non è la stessa cosa. Anche se, sapete, è il gruppo di Kurt Cobain – quello che si è fucilato da solo, mitico.

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Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

Sono stato su TikTok con Madonna – ClassificaGeneration, stagione III, ep. 14

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La canzone al n.1 in USA, in Germania, nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, e n.7 in Italia dura 110 secondi.
Non so se un pezzo altrettanto breve ha mai dominato così il mondo. Non ho statistiche attendibili sulle fortune internazionali di (Let me be your) Teddy bear di Elvis che durava un minuto e 45 secondi.
Il brano di cui sto parlando si chiama Old Town Road, si basa su un sample di 34 Ghosts IV dei Nine Inch Nails e ha un chiaro sapore country. Però nella classifica di Billboard del country non ce lo hanno voluto. In quella del rap sì, ma non rappa per un singolo istante: l’unica cosa che lo lega al rap è che cita una Porsche e dice che il suo cappello da cowboy è di Gucci (ma ovviamente). Un legame culturale, in sostanza.
Il brano è al n.1 perché Lil Nas X, 20enne di Atlanta ha giocato con una stupidatona virale della app TikTok (della quale io non sapevo niente, ma secondo i media saputi, nemmeno voi – esibisco tipico titolo del Post). Un giocherellino chiamato Yeehaw Challenge, cioè una gara a fare un video ghignoso partendo dall’idea che il protagonista bevendo un bicchiere di YeeYee Juice si trasformi in un cowboy. Lil Nas X ha usato come ambientazione l’amatissimo videogioco western Red Dead Redemption 2. Ha cominciato a fare così tante visualizzazioni che la Columbia lo ha messo sotto contratto e gli ha fatto rifare il pezzo con Billie Ray Cyrus (countrystar, padre di Miley).

Che centrifugone, vero? Il country, i Nine Inch Nails, l’applicazione supergiovane, il videogioco, Atlanta città del trap ma anche di Rhett Butler, e l’onnipresente Gucci.
A posteriori, si vedono le componenti vincenti. Ma solo dopo. Nessuno a tavolino ci poteva pensare, nessuno ci sarebbe riuscito. A me questa cosa continua a sembrare fantastica: nessuno può prevedere il successo di una canzone, nessuno ha l’equazione, per quanto ci seduca l’idea che esista gente che la sa lunghissima, il ReMida che non sbaglia un colpo, che ha gli ingredienti e la ricetta, o per quanto sia bello anche il contrario, cioè sentenziare che era chiaro che quella certa operazione non avrebbe mai funzionato, si capiva lontano un miglio. Però no, non è così.

Noi fessi che prendiamo il cane e lo conduciamo fruttuosamente a spasso per l’aia dovremmo essere onesti e dirvelo: non ci capiamo NIENTE. L’unica strategia vincente veramente rimasta nel mondo della musica, e questo è ciù che fanno le ultime tre multinazionali rimaste in piedi: tirano gli spaghetti contro il muro, vedono quelli che rimangono appiccicati, e gettano via gli altri.

(comunque, il brano più suonato dalle radio italiane è Certe donne brillano di MiticoLiga. E non è tra i primi 100 singoli in classifica)
Ma ora ristabiliamo le abituali gerarchie e parliamo di presunti album.

Top ten. Come dice il Vangelo, Ultimo sarà il primo, perlomeno tra i presunti album – anche nella settimana dell’uscita di Francesco Renga, ex componente di PezzaliRengaNek. Completa il podio al n.3 Side Baby (ex Dark Polo Gang). Sale addirittura al n.4 Billie Eilish, anche perché tutti gli album entrati dal n.2 al n.5 la settimana scorsa scivolano via, chi dolcemente (Achille Lauro dal n.3 al n.8) chi bruscamente (BTS, Massimo Pericolo e Fabrizio Moro, tutti fuori dalla top 10, specialmente Moro che scende dal n.2 al n.18). Entra al n.7 Giordana Angi, che scopro essere “la cantante della squadra bianca di Amici”. Completano la prima diecina Rkomi, Salmo, Coez e di nuovo Ultimo.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top 10 MiticoLiga, BTS, Bohemian rhapsody. In top 20 ci sono una ragazza americana, dei giovani coreani e dei vecchi inglesi, il resto è ITALIA, a dimostrazione che la nostra musica piace in tutta Italia. GiordanaDiAmici è anche l’unica cantante italiana in top 20, a dimostrazione che i nostri uomini maschi hanno voci più gradevoli, come ha detto il n.2 in classifica, e che non era il caso di dare loro spazio al Concertone del Primo Maggio, come ha detto la sua ex. Entra al n.14 l’omaggio del grande Gino Paoli al grande Gino Paoli, e al n.47 Honk, nuovo greatest hits dei Rolling Stones – e in effetti, su 36 brani ci sono almeno 12 greatest hits, ai quali si aggiungono duetti dal vivo con Ed Sheeran e Florence che guardate, non sto nella pelle. Entra al n.49 Priestiess, davanti al n.52 del live di Beyoncé diva regina déa eccetera.
Ci sono addirittura 22 album a distribuzione indipendente in top 100. A voi sembrerà poco, ma è una percentuale altissima rispetto alla norma. 44 titoli per Universal, 25 per Sony che sembra in forte crescita, 9 per Warner.

Ulteriori argomenti di conversazione (per conversatori estenuanti). Escono dalla classifica, dopo una sola settimana, The Chemical Brothers (…ho una mezza idea di intitolare questo articolo “Gli anni 90 sono finiti!”) (sarebbe un’analisi finissima ma anche giornalismo di servizio), Rancore che era rientrato grazie al vinile, Myss Keta dopo 3 settimane di permanenza in classifica (…quindi è pronta per X Factor pure lei) Jack Savoretti dopo 5 settimane, Enrico Nigiotti dopo 9 settimane e Shade dopo 10. A proposito, il contingente sanremese è di 8 artisti in classifica su 20 partecipanti, e mi sentirei di dire che Ultimo, Renga, AchilleLauro, FabrizioMoro, Mahmood, Irama, Il Volo e Boomdabash sarebbero tutti in classifica pure senza Sanremo. Certo che Mahmood ha fatto il botto, grazie. Il problema sono i 12 spaghetti che non sono rimasti appiccicati alla parete. Ma è un problema vostro? Un problema mio? Haha, certo che no.

Argomenti bonus di conversazione (per conversatori feroci). Fatti sentire / ancora di Lady Pausa esce di classifica dopo 57 settimane. Mentre non si schiodano i longseller Hellvisback di Salmo, con noi da 168 settimane (è al n.54 esattamente come la settimana scorsa, è tipo il motore immobile della classifica italiana) seguito da The dark side of the moon (129) e Divide di Ed Sheeran (112).

Sedicenti singoli. Qui scordatevi la vivacità che c’è tra i presunti album: non a caso al n.1 c’è sempre #Calma di Pedro Capò feat. Farruko, al n.2 #ConCalma, di Daddy Yankee feat. Snow, e al n.3 #Perunmilione, dei Boomdabash feat. Boomdabash. Dopo due mesi entra in top 10, e dai e dai, La luna e la gatta di ParaJovaCalcù. Perché in fondo l’Italia è un tormentone estivo che dura mille mesi l’anno. Mentre Medellin, risposta di Madonna a Bolivia di Francesca Michielin, entra al n.38. E le va pure bene, nella hot 100 USA non ci è nemmeno entrata. A me, vi dirò, il pezzo non sembra malissimo (il video invece, è malissimo). Nel gran minestrone là fuori, mi sembra persino che abbia una sua originalità nel cavalcare il regghetòne. Cionondimeno, sono un serio professionista e accompagnerò questo pezzo col tweet “Ma era ovvio che sarebbe stato un flop” – fatemi precipitosamente eliminare quello su cui avevo scritto “La vecchia volpona si guarda intorno e fa centro per l’ennesima volta” – basta un clic ed ecco che passa a

Miglior vita. La sconfitta del Re della Notte di Game Of Thrones ridimensiona a 6 (sei) il contingente di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di beluga. Nevermind è al n.73, mi dichiaro soddisfatto. Vorrei poter dire la stessa cosa per i

Pinfloi. A saucerful of secrets esce subito dalla classifica ma soprattutto ne esce subito Wish you were here – e con The wall che scende dal n.31 al 56 e The dark side of the moon che scende dal n.20 al 45 non è difficile interpretare il chiaro segnale alle istituzioni in vista del voto contro quest’Europa che crede di fregarci: lo devono fare #primagliitaliani. Detto questo, daje regà, grazie regà, come state regà, vi voglio bene regà, annamo regà (cfr. Gazzelle).

PS (alternate take)
Vi saluto regàz, siete bellissimi regàz, siete una meraviglia regàz (cfr. Lodo Guenzi).

Sono stato in Corea con FabrizioMoro, AchilleLauro e MassimoPericolo – ClassificaGeneration, Stagione III Ep. 13

Sono stato in Corea con FabrizioMoro, AchilleLauro e MassimoPericolo – ClassificaGeneration, Stagione III Ep. 13

Mainstream, non startene lì impalato. Dì qualcosa. Di sinistra. O di destra. O di sud-est.