AMARGINE

Polemistan 21 ottobre – 10 novembre 2022

Io so, io sono convinto, io mi illudo, io mi invento che queste polemiche, viste tutte insieme con occhio sereno ma anche nuvoloso, un giorno ci diranno qualcosa su questa fase del mondo. Ma cosa ci dicono, ORA? E quale, più di tutte quelle che ci hanno tenuti impegnati in questi venti giorni, sopravviverà nel lungo periodo? La mia timida risposta è disporle in ordine crescente, come gradini di una scala per il paradiso. E quindi:

1. Smith & Weller. Al riparo da tutto ciò che accade di realmente rilevante, sull’amabile Record Collector, Paul Weller si è messo a insultare Robert Smith dei Cure. I vecchi militanti si chiedono, come sempre: “Ma come?? E adesso, con chi mi schiero? Chi dei due è più a sinistra dell’altro, il mod o il goth? Perché, perché anche questa scissione? Ma poi, sono mai stati nello stesso partito, ‘sti due?” Ebbene, come sempre coi sessantenni, è effettivamente successo, ovviamente negli anni ’70: The Jam e The Cure trovarono the contratto discografico alla fine degli anni 70 grazie allo stesso talent scout Chris Parry. Ma naturalmente gli anni ’80, per loro natura, hanno portato i primi rancori – con l’unica dichiarazione di Smith su Weller, che risale al 1985, parlando di musicisti con coscienza sociale. “Anche quelli come Paul Weller che vorrebbero essere associati a certi movimenti, non credo diano un grande contributo. Perché bisogna essere piuttosto stupidi per trovare credibile uno come Paul Weller. E bisogna essere piuttosto stupidi per trovare credibile uno come me”.

(…eccomi, Robert. Purtroppo ho letto troppo tardi questa intervista, ormai è andata – però apprezzo il pensiero)

Beh, e cosa c’è di interessante? Che la risposta del mod è arrivata un’era geologica dopo, cioè il mese scorso (…37 anni dopo) (è il feud più lento della Storia, ma questo gli conferisce una certa eleganza preistorica). Quando l’intervistatore di RC ha accostato un brano di Noel Gallagher (e NON di Weller) a A Forest dei Cure, lo stiloso mod ha puntualizzato in bello stile: “Non li sopporto. Quel fottuto str***o grassone col rossetto – non ci lavorerei mai, lo prenderei a schiaffi”. Il tastierista dei Cure Roger O’Donnell ha mormorato da qualche parte che Weller poteva darsi un contegno, però Smith non ha risposto. E io amo pensare che lo farà nel 2040, per non consumare questo dissing in due giorni, sui social, come fanno i rapper (salvo poi sfoderare tarallucci, vino e featuring, dopo sole due settimane). È bellissimo vedere questo scambio di colpi inconsistenti ma lenti e solenni, perché nei sogni di bambino la chitarra era una spada, e così mi aspetto che duellino i vecchi pirati.

2. Memo chi legge. Cosa abbia fatto Memo Remigi, lo si è più o meno visto – ovunque ti giri c’è il Meme di Memo. Devo riconoscere che sulle prime ho pensato che l’episodio avrebbe arricchito le memorie di Memo, aggiungendo finalmente qualcos’altro da dire sul Menestrello di Erba oltre a canticchiare “Sapessi com’è strano…”. Ma ignoravo di ignorare il suo ritorno alla popolarità grazie alla partecipazione a un programma su una tv di Urbanetto Cairo, sinergicamente accompagnato da interviste a cadenza stagionale sul Corriere della Sera del suddetto Urbanino Cairo).

Beh, e cosa c’è di interessante? C’è che rimane il dubbio su cosa abbia DETTO Remigi per difendersi. Vecchio porco, vecchio bavoso, vecchio libidinoso? Su di ciò, la critica è concorde, sulla parola “vecchio”. Però qualche autore di La7 avrebbe dovuto soccorrerlo e suggerirgli di definirsi “vecchio zozzone” o “vecchio sporcaccione”. Si sarebbe guadagnato simpatie dai lettori di Charles Bukowski nobilitando il proprio impulso e allargando il dibattito alle pagine culturali. L’ennesima occasione sprecata.

3. I rave e le fave. Sì, già sapete: il Governo, questo Ministro Piantedosi, noi giovani.

E cosa c’è da dire? Io, niente. Ne hanno già parlato tutti, e voi non avete voglia di sentirne parlare ancora. Non so darvi torto – però mi correva l’obbligo di menzionare la polemica più mainstream di ottobre. Ma almeno qui vorrei essere un po’ più di nicchia, e passare oltre.

4. Monten***o. Rock and Roll Nigger di Patti Smith è stata tolta da Spotify, Apple Music, Tidal e Amazon Music. Non è un brano di malvagia ambiguità come Brown Sugar, che però intanto è stata prudentemente messa da parte dai Rolling Stones nell’attuale tour. Tra l’altro proprio Mick Jagger, principale compositore di Brown Sugar, venne chiamato in causa quando la garrula giovane Poetessa spiegò il senso di Rock and Roll N***r: “Non è soffrire, che ti rende un nigger. Penso che Mick Jagger stilisticamente abbia quei requisiti. Non capisco realmente perché porsi la questione, oppure pensate che i neri siano migliori dei bianchi? Sono cresciuta tra i neri, posso camminare per strada e dire a un ragazzo ‘Hey, nigger’: non ho alcun tipo di super-rispetto o di paura; quando faccio affermazioni del genere, non mi aspetto che vengano analizzate, sono battute, uscite spontanee” (Rolling Stone USA, 1978).

Beh, e cosa c’è di interessante? Ho un sospetto. Chissà se è davvero per la parola con la N che la canzone è sparita, e non per le altre due parole del titolo, quelle che iniziano per R, sconvenienti anche loro. E a proposito:

5. Psycho Killer. Per la prima volta un gigante del r**k’n’r**l muore senza un alone di lutto diffuso. Elton John ha detto di dovergli molto, Jagger & Richards hanno espresso rispetto, Bob Dylan ha cantato un suo pezzo in concerto. Ma lo zio Jerry era un vecchio zozzone anche da giovane (non è da tutti). E come ha notato Claudio Todesco su Rockol, “Jerry Lee Lewis è vissuto nell’epoca giusta, in cui tutto era possibile, ma è morto in quella sbagliata” – in cui si viene giudicati per la musica, ma soprattutto per le proprie gesta.

Beh, e cosa c’è di interessante? Che non è vero. Andiamo, è pieno di trappusi che vanno in classifica millantando di essere pericolosi gangster drogati e millantando di fare musica fighissima – andrebbero giudicati a pacche in testa, altro che reaction video. Comunque, qualcuno qui ha visto il biopic su Jerry Lee Lewis, Great Balls Of Fire? Fu molto tenero sul lato zozzone di JLL – perché lo mostrò come un giovane zozzone, che invece va sempre bene. I biopic sono sempre petalosi e per il 90% inventati, per rendere le star sufficientemente interessanti. Solo uno non ne avrà bisogno.

6. Wild, wild West. Kanye è in uno di quei suoi momenti complicati. Non che lo stiano abbandonando i fans. Né le piattaforme di streaming: lo svedese Daniel Ek, duca di Spotify, ha definito le sue affermazioni antisemite “semplicemente orribili” – però con lui continua a fare i numerini, sicché non vede motivo di bloccare la sua musica né lo Spotipodcast in cui è stato esuberante e pirotecnico contro gli ebrei. In compenso ad abbandonarlo sono i brand – che poveri, fanno una fatica enorme per risultare piacioni e inclusivi. Forbes sostiene che tra le rescissioni di Gap e Adidas e Balenciaga e gli altri, il suo conto corrente sia sceso di un miliardo e mezzo di dollari.

Beh, e sarebbe poco? Credetemi, non gli mancheranno mai i soldi per la pizzata con i compagni di classe: di più ricchi di lui, nel mondo dello showbusiness, risultano solo George Lucas e Steven Spielberg. Il che implica che malgrado il complotto giudaico, il selvaggio West fino a ieri era più ricco di Paul McCartney, Elton John e Madonna a fine carriera. Il che – a sua volta – ci dice anche molte cose sul percorso fatto dalla musica in questi decenni: Kanye West è certamente vissuto nell’epoca giusta per lui. Dice Kim Kardashian che K avrebbe bisogno di aiuto, perché è bipolare. Ma è esattamente questo, che lo rende l’artista adatto a quest’epoca bipolare che avrebbe bisogno di aiuto ma d’altra parte è esuberante e pirotecnica.

7. Italia, Uno: Ringo of Power. A voi questo sembrerà un Paese noioso, eppure è un Paese in cui DJ Ringo ha fatto dei miliardi. E facendo il DJ. Almeno, credo.

Beh, andiamo, qui che polemica ci può essere? Una c’è, la faccio io. Ve lo chiedo pubblicamente: se divento uno di quei giornalisti che intervistando letteralmente chiunque, da Ringo a Raf a Topo Gigio gli rivolgono la domanda sui Maneskin per poi infilarli nel titolo dell’articolo, linciatemi. Sì, sto proprio dicendo di venire in ventidue a menarmi e di superare col mio beneplacito i confini della barbarie. Yeezus, la domanda sui Maneskin… Un giorno ce ne libereremo. Ma mai di chi la pone.

8. Italia, Due: Morganetto al Governo. Lo sapevamo che sarebbe successo. Questa nazione va in brodo di giuggiole per ogni piccolissimo D’Annunzio estasiato da sé medesimo, e ogni D’Annunzietto prima o poi diventa fiore all’occhiello di un governo reazionario. La prima scemenza scema del divo brianzolo, ovviamente, è stata una delle sue sei idee inchiodate fisse nella sua testa polverosa (il Bowieberlinese e Luigi Tenco e le altre due che dovreste sapere, ormai). Sarebbe a dire, più canzoni ITALIANE alla radio. Ignorando ovviamente che già sono in larga maggioranza. O forse non lo ignora nemmeno, lo sa ma ha fatto lo stesso la sua uscita da patriota perché l’importante è strappare l’applauso fremente d’orgoglio di chi sogna di vederlo volare su Pola per rivendicarla nel nome di Sergio Endrigo, per poi esortarlo ad andare a vivere nel Vittoriale (sperando che non se lo venda per comprarsi…) (non so cosa, forse DJ Ringo lo sa).

Beh, una cosa va riconosciuta. No, non che ne sappia di musica – quando mai. Che sia riuscito a darla a bere a tanta gente, dimostra solo quanti ne sapiano persino meno di lui. No, quello che va riconosciuto è che un Governo che mette Lotito

(no, davvero: Lotito!)

nella Commissione Bilancio

(no, davvero: nella Commissione Bilancio!)

aveva il potenziale per mettere Morganetto al Dipartimento per le Politiche Antidroga. Purtroppo la cosa dei rave li ha distratti e non ci hanno pensato, ma io ci credo – e secondo me dovreste crederci anche voi. Grazie per aver letto fin qui, a presto.

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