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AMARGINE

Musiche pesantissime – TheClassifica 11/2021

Pre-massa. Sospetto che le maggiori riflessioni che la musica italiana ha fatto sulle dinamiche sociali negli ultimi 20 anni siano:

  1. Ognuno di noi è solo, tutti cercano di fregarlo tranne la mamma e la sua popstar preferita, che è una persona speciale che merita un successo enorme;
  2. Ognuno di noi è solo, e tutti gli dicono che non ce la farà mai perché tutti sono invidiosi – tranne i frà i brò gli zì e i trullallà;
  3. LORO, in generale sono contro di NOI. E non c’è molto da chiarire in merito. Va così e basta. Non dite che non ve ne siete accorti, insomma;
  4. I soldi vanno adorati, sono letteralmente magnifici e chi ne ha di più è certamente migliore di chiunque;
  5. Anche i prodotti vanno adorati. Tutti abbiamo necessità assoluta di possedere una quantità schiacciante di prodotti costosi;
  6. Certo non bisogna essere schiavi del consumismo: siamo italiani e sappiamo vivere, quindi ci basta anche solo essere abbastanza ricolmi di soldi da vivere perennemente a Portorico ricoperti di catenazze d’oro, tatuaggi anche sui denti e una quantità di escort da portare in giro sopra dei SUV che irradiano musica orrenda ad altissimo volume mentre la gente attorno riconosce la superiorità della nostra civiltà;
  7. Infine e soprattutto: la strada è la strada ed è la strada che è la strada nel senso che cioè, in questa citttttàh.

Diciamo quindi che quella della canzone che narra la società è una tradizione che è andata perdendo vigore. Dal 1981 era stata il core-business degli artisti di sssinìstra, ma sarebbe inaccettabile dire, come fanno periodicamente i formaggioni di destra, che cantautori come Dalla, Bennato, Venditti, DeGregori, Zero, Baglioni debbano le loro fortune a una qualche idea di “canzone impegnata”. In compenso il rapporto tra cantautori di sssinìstra e musica equa e solidale è andato gradualmente sfilacciandosi. Penso che Daniele Silvestri e Niccolò Fabi abbiano fatto le ultime cose realmente ispirate in quell’ambito, perché al loro slancio corrispondeva una capacità di dire le cose e crederci. Poi, correggetemi se sbaglio, abbiamo avuto una fase in cui prima Caparezza e poi Mannarino sono stati identificati a qualche livello come cantori del popolo. Forse in questi ultimissimi anni possiamo iscrivere al partito (pardon) anche Brunori Sas, toh – anche se è più cantautore da disagini portatili. Eventualmente, nelle microbolle universitarie si cercava di dare un ruolo di critica sociale a I Cani o Lo Stato Sociale. Ma credo che questo la dica lunga sui provvedimenti urgenti che andavano presi nelle Università italiane a inizio secolo: non è stato fatto, e ormai non c’è più rimedio. L’importante è che servano a trovare lavoro. Ai docenti, intendo – è per loro, che le teniamo in piedi, non per altro.

Ma tornando alle canzoni che ci parlano del mondo, col passare del tempo i vecchi big hanno sempre continuato a tentare timidamente qualcosa, ma credo che per esempio Jovanotti col suo Sabatosabato o MiticoLiga con il suo Made In Italy abbiano suscitato nella loro potenziale audience quello stesso moto di ripulsa atterrita che si accompagna al ricordo dei perennemente sbeffeggiati Inti Illimani – come se nel DNA sinistrese fosse entrato per l’eternità l’imbarazzo per la can…zo…ne…po…po…la…re di Ivano Fossati, o per il fatto che la Storia siamo noi o che Piero dorme sepolto in un campo di grano, insomma la reazione suscitata nel proprio elettorato era sempre “Sì, va bene ma basta prediche, tanto siamo migliori per definizione, no?”

Curiosamente, la mutazione genetica è avvenuta su entrambe le sponde. Solo che è stata di segno opposto. Anche perché c’è ancora un pubblico che chiede che qualcuno gli spieghi in modo facile e immediatamente comprensibile quello che gli pare di veder succedere. Quel pubblico non trova nessuno a sinistra. In compenso trova Ultimo, Fabrizio Moro, Ermal Meta e se qualcuno se li ricorda ancora, i due Comunisti Col Rolex. Ed è abbastanza fatale che questa settimana ci ritroviamo

Il numero uno tra i sedicenti singoli. Ovvero, davanti a Madame (n.2) e Maneskin (n.3) Colapesce e Dimartino e il loro inno a una musica salvifica in quanto disimpegnatissima, che parrebbe essere stato adottato euforicamente da un pubblico di sinistra che grazie all’adorato Sanremo (…ovviamente) ha finalmente trovato il mantra con cui ritrarsi dal brutto mondo cattivo che non lo capisce, e dedicarsi finalmente all’amore appassionato per il proprio straordinario ombelico. E nel contempo,

Il numero uno tra i presunti album. Ovvero Tribù urbana di Ermal Meta. Che con le sue canzoni si rivolge espressamente a chi stordito da una Vita da fenomeni chiede canzoni che diano due indicazioni di massima sul mondo, o anche solo una pacca sulla spalla. “Tommaso ha 40 anni e tre bocche da sfamare ma si affoga nei bicchieri e resta a galla coi pensieri; Marta li ha compiuti ieri e guardarla fa male, il contrario dell’amore la morde, ma lei è un fiore tra le pietre” (Il destino universale) “Siamo gli ultimi di questa lunga fila, siamo quelli che ci manca ancora una salita. Quelli che vedi quasi sempre sullo sfondo, invisibili che salveranno il mondo” (Gli invisibili); “Nel fango della stessa sorte tutti noi siamo uguali, che ridiamo con le costole rotte per andare avanti” (Un altro sole).

So bene che i miei colleghi ignorano Ermal Meta più che possono. E non mi aspetto che la sua immagine mi porti una ventata di lettori, perciò in copertina metterò Colapesce e DiMartino, in modo che mi leggano sei persone invece che quattro. Poi, sul fatto che sia necessario parlarne, naturalmente non posso essere così incrollabile: le sue canzoni non mi piacciono, tranne forse la strana No satisfaction – ma questo non è rilevante. La cosa che mi confonde è un’altra: ogni tanto sospetto che la maggior parte delle sue canzoni non piaccia nemmeno a lui. Che però le scrive così perché ritiene che questa sia la loro forma necessaria: enfatica, coi corettoni, con soluzioni melodiche da pop cantautorale che sembrano prendere le mosse dall’Eros Ramazzotti degli anni 80, o dagli anni in cui Ron era il faro di Radio Italia. È come se Ermal Meta, proprio perché non è italiano, si sentisse libero di ricordare agli italiani che c’è un tipo di pop con cui non hanno chiuso, e tutti i PRODUCERS di Presuntuopoli non realizzeranno mai nulla di altrettanto incisivo, qualunque cosa gli dicano i discografici e una generazione di critici priva di orecchie (oltre che di colonna vertebrale). A suo modo, questo tipo di musica è il nostro country: ci piacerebbe liberarcene per sentirci finalmente ipermoderni. E sarebbe anche un’esigenza comprensibile. Ma quello che secca ammettere è che proprio come accade col country americano, questa musica e la facilità con cui arriva contribuisce a mettere in luce tutti i limiti di quella con cui abbiamo creduto di seppellirla.

Resto della top ten. Alle spalle di Ermal Meta c’è un altro album sanremese o quasi, perché Nuda10 di Annalisa era già uscito a settembre e dopo una settimana al n.2 era rapidamente crollato al n.24 nel giro di sette giorni. Mantiene il n.3 Obe di Mace, che si sta comportando davvero benone; debutta al n.4 Meridionale di Aiello, davanti a Tante care cose di Fulminacci. Completano la prima diecina Gazzelle, Capo Plaza, la compilation Sanremo 2021, i Maneskin col disco vecchio e Sferoso Famoso.

Altri argomenti di conversazione. Scende dal n.5 al 20 La Rappresentante Di Lista, manca la top 10 Gio Evan (n.14). Ma che gli importa, lui è un poeta. Entra(no) al n.42 Lo Stato Sociale. Sembrerebbe piuttosto basso ma non mi sbilancio, poi magari salta fuori che NON era realmente l’album, un po’ come Colapesce e Dimartino che sono al n.19, ma è la versione nuova, è ancora quella vecchia, devo veramente stare dietro a tutte queste sceltine strategiche? Ma quanta voglia posso avere? Ragazzi fare i discografici in quest’epoca dev’essere noiosissimo, fanno bene a drogarsi. Intanto escono dalla classifica dopo una sola settimana Scary Hours 2 di Drake, che era entrato al n.54, i Kings Of Leon, Road to the Sun di Pat Metheny, Jason Vieaux & Los Angeles Guitar Quartet (era entrato al n.25). Gli album in classifica da più di 100 settimane sono Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari (102 settimane), Billie Eilish con il suo debutto (103), Re Mida di Lazza (107), Post Punk di Gazzelle (120), Salmo con Playlist Live (123), Diari aperti segreti svelati di Elisa (125), 20 di Capo Plaza (152), Ultimo con tutta la sua discografia ovvero Colpa delle favole (102) Pianeti (159) Peter Pan (162), e su tutti l’inutile Segnetto ÷ di Ed Sheeran, uscito 211 settimane fa. Prima o poi, per decisione ormai presa dalla casa discografica, toglierà il record di settimane consecutive ai

Pinfloi. Ma non oggi. Intanto, The dark side of the moon scende (in modo appena percettibile) al n.31, The wall sale (in modo appena percettibile) al n.51. Ipotizzo che queste oscillazioni appena percettibili seguano quelle di due punti di riferimento planetari importanti per quel che resta dei nostri sistemi ideologici: The dark side of the moon è sicuramente Joe Biden con i suoi problemi di equilibrio, mentre The wall è Putin, assassino e orgoglioso di esserlo in un mondo che non sa più riporre la sua stima in una schietta brutalità.