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AMARGINE

Gazzelle e l’indie-pop italiano ovvero la furibonda vendetta di Pupo – TheClassifica ep.7/2021

“We learned more from a three minute record than we ever learned in school”
(Bruce Springsteen, No surrender)
 
Ogni tanto ho la sensazione che abbiamo tutti – e dico davvero tutti – la percezione di cosa stia succedendo tutto intorno. Cioè siamo l’opposto del Mr. Jones di Bob Dylan, qualcosa sta accadendo e noi sappiamo cos’è – ma è troppo complicato dirlo. Non tanto accettarlo, quello potrebbe anche essere necessario, o utile, o comunque costruttivo. Anzi, forse lo abbiamo accettato quasi tutti. Perché è abbastanza facile, accettarlo. Dirlo no, non lo è.
(volete che lo dica io?) (ma perché mai?) (SAPETE cosa sta succedendo)
(…ciao, mi chiamo Paolo, produco botti di ferro e mi ci infilo)
Sono due i pensieroni che mi portano a questo incipit vibrante e sentenzioso. Il secondo è la marea di bava montante per Sanremo, sempre più alta, tutta bava ITALIANA; non è molto buona da bere ma è la nostra bava condivisa, schiumosa e identitaria, sulla quale abbiamo costruito, galleggiante, almeno un terzo della nostra narrazione come abitanti di questa cosa lunga. Gli altri due terzi sono ovviamente il calcio, e il potere.
(l’ho presa un po’ larga, vero?) (ok, ricominciamo) (avevo accennato a due argomenti che mi portavano ad argomentare) (dell’argomento numero due, vi ho appena parlato) (quindi ecco)
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Il numero uno. Ok di Gazzelle, con il suo titolo pieno di vibre presebene – importanti per il Paese! – ha debuttato, come prevedibile, in vetta alla classifica FIMI degli album più ascoltati dalle Alpi all’Etna. Il suo primato non è un pochino favorito dalle circostanze come quello del PRODUCER Mace la settimana scorsa – perché con tutto il rispetto, non c’era proprio concorrenza. Gazzelle, cioè il 31enne Flavio Bruno Pardini, avrebbe sconfitto concorrenti anche grossi e nerboruti: è in classifica da due anni con l’album precedente Punk (oggi, dopo l’immancabile repackage, conosciuto come PostPunk) (…qualora non frequentaste la savana pop, sappiate che è un titolo coolissimo e puccioso che non ha a che fare col genere musicale da lui proposto: OK per contro è la morte sua). Gazzelle, un anno fa ha riempito il Forum di Assago e il Palazzo dello Sport di Roma e non solo loro. Gazzelle è arrivato in cima con molto lavoro e, come Ultimo, con una vera etichetta (e distribuzione) indipendente alle spalle. E io, gente, gli porgo il mio rispetto.
Altro, non ho da dargli.
Ma immagino che se ne farà una ragione, vero? Dehehihohu. Dopo tutto, Gazzelle, e con lui tutta la cosiddetta scena del cosiddetto it-pop della cosiddetta capitale, è in un momento di grazia che ricorda davvero quello dei cantautori negli anni tra la fine dei 70 e l’inizio degli 80, oppure quella specie di new wave italiana degli anni 90. E caso vuole che l’epicentro del genere sia Roma, così come il rappificio sta sostanzialmente a Milano, malgrado l’ascesa di Napoli. Invero, i sei album più #venduti nel Paese nel 2020 sono nati all’ombra delle palme di piazza Duomo, con la sola eccezione di quello di ThaSupreme che è nato nel suo stanzino che io poi mi figuro tipo una stanza del film The Cube, è un’iperstanza in una dimensione a parte. ThaSupreme putacaso presenzia, in featuring, in Coltellate di Gazzelle, ed è il frutto più smaccato, ad oggi, della relazione spiacevolissima tra il rap italiano e i nuovi Pupi. Sì, nel senso di Enzo Ghinazzi in arte Pupo, dileggiato per anni e poi iperrivalutato sadicamente dalla neocritica frizzantissima, quella che cerca le implosioni (perché, sapete, dopo le esplosioni, tocca pulire), per cui giorno dopo giorno leggiamo che Albano era un assoluto KING, Fra Cionfoli una leggenda vituperata, Orietta Berti la nostra Aretha Franklin, e apriamo subito una room su ClubHouse per rivalutare Gianni Togni e non vi sarete mica persi il Techetecheté su Umberto Balsamo, im-per-di-bi-le!
(non so se c’è stato, sto inventando) (credo) (…siete andati a controllare?) (che spreco di tempo) (ma torniamo a Pupo)
Enzo Ghinazzi (in arte Pupo) è il modello vocale di tre quarti dei cantanti indie italiani oggi, e Gazzelle non sfugge. Del resto, l’ariete che ha sfondato a sinistra per il Pupismo è stato Tommaso Paradiso, che dal vivo è sorprendentemente simile a Ghinazzi. Ma soprattutto, Tommaso Paradiso con i Thegiornalisti è stato il primo, quando le sue fregnaccette melense iniziavano a colare Su di noi come un Gelato al Cioccolato, a ottenere recensioni deliziate (…mi sono segnato tutti i nomi, TUTTI, e so che ora fanno finta di niente e sono passati ad altri entusiasmi spumeggianti post-ironici ma io non dimentico – anche perché come Arya Stark ripeto ossessivamente i loro nomi e quelli dei loro giornaletti ogni sera prima di dormire).
Il punto però è che Enzo Ghinazzi (in arte Pupo) è il modello anche per i testi. Perché fatta salva la l’invenzione nonsignificativa da retwittare – in questo caso, la frase “Sempre così, ad annegare come un’oliva nel gin”
(e me l’immagino, lo staff di Gazzelle che al materializzarsi di questa frase, esulta ruggendo come gli italiani all’espulsione di Zidane nel 2006, come l’entourage di Calcutta per la frasina sulla Tachipirina e quello di Coez per la scuola di danza nello stomaco)
il generoso e parzialmente incolpevole pubblico è blandito con strofe come quelle che ho condiviso con voi qua e là. Chiedendovi: di cosa stiamo parlando?
E alla fine, per forza i Pinguini Tattici Nucleari finiscono per sembrare dei colossi, l’obiettivo apparente dei poetitpop e dei loro portabandiera influenzanti è che i frammenti di discorso amoroso diventino frantumi, e io non so (non posso saperlo) se le femmine che ai loro tempi sono state con DeGregori o Ruggeri o Fossati a distanza di anni ricordino le loro storie con entusiasmo, ma certo oggi sono sbigottito dalle giovani femmine alle quali batte il cuore ascoltando il nuovo filone indie-sviolinoso in auge nella nazione.
Se i loro fidanzati sono così noiosi da farle struggere per questo melenso nulla, capisco il crescente fabbisogno di droga. E capisco anche coloro che per lavoro e per relazioni pubbliche (non escluse quelle coi fans, che vanno lisciati perché oggi sono dei preziosi alleati) suonano l’amena piva del Grande Momento per la Musica Italiana. Sì, per me fate bene a garantire che ogni lagnoso disco italiano è, cioè, inténzo in un modo assurdo: finché ci sono due lire in questo lavoro, può essere lecito turarsi le orecchie come Montanelli si turava il naso. A me basta che non me lo veniate a dire seriamente. Perché nessuno che abbia ascoltato non dico i citati DeGregori e Ruggeri o Fossati ma anche Bennato e Cocciante e Zucchero, insomma quelli che vendevano TANTO da essere mainstream negli anni settantottanta, oppure, una generazione dopo, Jovanotti Silvestri Bersani Fabi Masini (…apprezzate il mio ecumenismo), cioè quelli che vendevano TANTO negli anni novantazero, nessuno di voi può seriamente stralunare per questa estasiata corsa al livello zero. Per evitare che questo venga attaccato come “discorso da boomer” (non ci provate: sono più veloce di quasi tutti voi) abbandono il paragone di genere e passo al paragone sulla produzione contemporanea, e lo dico senza problemi: con tutte le critiche che si possono riversare sul rap italiano, sì, anche ai suoi esponenti più monocordi e perennemente incistati in interminabili trattati su se stessi e sul successo e il cash e il fumo, la verità è che anche dal più insulso album rap, qualcosa tiri sempre fuori. Qualcosa impari.
Alla peggio, dalle basi dei PRODUCER impari la fondatezza delle teorie naziste sull’efficacia del ripetere con insistenza cose spiacevoli e inascoltabili.
Ma il nuovo pop cantaucoso italiano, dolce e un po’ salato, non ha nessuna intenzione di lasciar dentro qualcosa ai suoi ascoltatori. E questo, insieme a tante altre cose, ma tante, e tutte stranamente simili, è quello che sta succedendo. E c’è un perché. Ma spiegarlo, è complicato, e io devo passare a
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Il resto della top ten. Scende al n.2 Mace, leader maximo la settimana scorsa, rimane al n.3 Capo Plaza e resta piantato al n.4 Sferoso Famoso; scivola dal n.2 al 10 l’album dei Foo Fighters. Seconda più alta nuova entrata, al n.5, Mr. Rain con Petrichor – e putacaso io da un rapper, my man Nerone, ho imparato che il petricore è l’odore che si leva dall’asfalto dopo la caduta della pioggia (cioè la signora Rain), il che conferma quello che vi dicevo sul rap, che due cose le può insegnare. Al n.6 i Pinguini Tattici Nucleari, il cui album precedente un anno dopo il loro Sanremo è finalmente uscito dalla top ten (…non è andato lontano: è lì appollaiato al n.11). A proposito di longseller, tra il n.7 e il n.9 ci sono tre album usciti più di otto mesi fa: The Weeknd, Ernia e Harry Styles. Molto più recenti i
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Sedicenti singoli. Podio costituito, come è giusto che sia, da pezzi usciti nel 2021 (non è così scontato: Superclassico di Ernia si è decisa a uscire dalla top ten dopo 35 settimane). Al n.1 è sempre il fuffoso romanticismo urbano de La canzone nostra (Mace, Blanco & Salmo), davanti a – toh! – Destri di Gazzelle, e Venere e Marte di Takagi, Ketra, Marco Mengoni, Matteo Salvini e Frah Quintale. Va così. Torniamo agli album, e in particolare ai
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Lungodegenti. Il segnetto ÷ di Ed Sheeran è il disco da più tempo (207 settimane) in top 100. Poi ci sono due album di Ultimo, Peter Pan (158) e Pianeti (155), e sta arrivando nel club dei centenari anche il terzo, Colpa delle favole (98). Poi ci sono 20 di Capo Plaza (148), Diari Aperti Segreti Svelati di Elisa (121), Playlist live di Salmo (119), il citato Post Punk di Gazzelle (116) e Re Mida di Lazza (103). A metà marzo un decimo della top 100 sarà occupato da questi superdischi, approvati da più di due anni. Per contro, hanno salutato piuttosto rapidamente l’allegro consesso Medioego di Inoki (4 settimane, una delle quali al n.2 quando è uscito), Be dei BTS, 11 settimane, n.2 la settimana di uscita, Brigatabianca di Samuel, due settimane di permanenza, una delle quali al n.6 quando è uscito, infine Zayn, tre settimane di presenza, top ten (n.8) nella settimana in cui è uscito. Sbaglierò, ma di long-seller ne vedremo un po’ meno nei prossimi anni. In compenso posso annunciare il ritorno in classifica di quel disco dei
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Pinfloi. The dark side of the moon rientra fragorosamente in top 100, al n.22. Non ho veramente idea di cosa sia successo in questo mese di assenza dopo aver battuto il record di permanenza, se lo hanno tolto dai negozi per far salire un po’ la domanda o ri-deluxarlo.
“Come puoi non saperlo, dovrebbe essere il tuo lavoro”.
Se la mettete così vi propongo l’ipotesi di my man DanTheMan, che lavora in un negozio di dischi e afferma che TDSOTM era in ristampa (coi libri capita, anzi magari in copertina a ‘sto giro hanno tolto il prismone e hanno messo una tipa un po’ sognante coi capelli rossi come fanno tutte le case editrici). Qualunque cosa sia successa, io non la so spiegare – ma la accetto. Certo, da questa settimana ricomincia il dualismo con The wall, n.46 – però prima di pronunciarmi aspetto le oscillazioni di entrambi nei sondaggi.
PS: no, non è vero, non posso aspettare: The dark side of the moon è il Governo Conte, The wall è il Governo Draghi. Ciao a tutti e grazie per aver letto fin qui.

Una risposta a “Gazzelle e l’indie-pop italiano ovvero la furibonda vendetta di Pupo – TheClassifica ep.7/2021”

  1. Confermo che il disco in questione è tornato nei negozi.
    Sempre interessante leggerti e grazie della citazione, ciao. Dan the Man.

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