AMARGINE

Un nuovo regime in classifica

«Crying won’t help you, praying won’t do you no good
When the levee breaks, mama you’ve got to move».
(Led Zeppelin, When the levee breaks)

Mancano poche ore al grande ritorno del fascismo. Piangere e pregare non servirà a nulla, l’argine sta per cedere.

Ehi, ma come è potuto succedere? Eravamo così stupendi, così perspicaci, così ferrati in materia di #comunicazione, così londinesi, così veloci nel fare meme sagaci e battute definitive.

Ma non fa nulla, troveremo presto qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa – i vecchi, i giovani, i boomer, gli immigrati, il patriarcato, gli anni 80, Gladio, i russi, gli ucraini, i tedeschi, i francesi, i cinesi, l’Europa, Israele, Chiara Ferragni, Berlusconi, Greta Thunberg, Giampiero Ventura, le banche, Facebook, la democrazia, la Marvel, i YouTubers, i TikTokers, i Pampers, il politically correct, il Drive-In, Jovanotti, i milanesi, i meridionali, gli arbitri, quelli che preferiscono il pandoro, quelli coi calzini bianchi, quelli che applaudono quando l’aereo atterra, ma sicuramente NON può essere colpa nostra.
E soprattutto, come è possibile che stiamo per metterci in mano a una manica di buzzurri e assassini, se siamo immersi in una musica così straordinaria, tra Sanremo e la playa, tra giovani meravigliosi e linguaggi fantasticamente espressivi, tra basi che spaccano e PRODUCERS dal tocco di Mida? Dev’essere colpa di qualcuno – evidentemente, degli anni 90, dei gay, dei settentrionali, dei vegani, del MeToo, di Big Pharma, del proibizionismo, del probiotico, del programma, del prog.

Ma poi. Esattamente. Quale musica sta ascoltando, la nazione, all’alba di questo a lungo rimandato ritorno al fascismo? La verità è che non c’è più un mainstream.
Ce ne sono decine.

C’è un mainstream dello streaming audio, uno dei concerti, uno delle spiagge, uno delle panchine dei giardini o dei muretti, uno dei media sociali e uno dei media asociali, uno dei pubblici esercizi, uno della radio e uno della televisione. Ehi, un momento: ma come si possono definire mainstream se sono tanti? È un concetto che il pensiero non considera. Eppure qualcuno lo ha capito, tanto che ha saputo prendere tutte queste correnti e questi pubblici, ghermirli e nel buio incatenarli, ed è l’Oscuro Signore, il Festival di Sanremo. Lì, si rivelano mainstream i ComaCose e gli Amici di Maria, La Rappresentante di Lista e Fedez, Willie Peyote e Arisa, Mahmood e Fabrizio Moro, Dargen D’Amico ed Elisa. E chi può negare che lo siano?

Perché il problema non è – come vi ripetono i bene informati – che sta per vincere Il Partito Che Sa Parlare Alla Gente. Nooo!, sta per vincere Il Partito Con La Fanbase Più Compatta. La sua musica è fatta per arrivare a un insieme che non è una maggioranza schiacciante, è una delle tante componenti della cosiddetta Gente, simpatica più che mai, ne trovi ovunque tu vai – però è l’unica componente che col tempo si è fidelizzata (semper fideliz), e risponde gridando “Presente!!!” quando sollecitata.
A cent’anni dalla marcia su Roma, le cose si sono messe in modo che la piccola frangia compatta stavolta non avesse bisogno di un golpe per raccogliere il Potere: ha semplicemente approfittato della dispersione delle altre correnti. Non è diverso da quello che le classifiche musicali, e il loro sistema di voto, stanno testimoniando nella musica.

Per esempio quando Night Skinny va al n.1 degli album con Botox, che più che un album è una playlist (…anche se a me ricorda più quelle belle trasmissioni di Mediaset o di Sky con tutte le facce care ai genitori di quegli stessi teenager maschi che si gettano avidamente sulla nuova dose di gran varietà rappone). Botox è abbastanza gonfio da contenere 40 (quaranta) ospiti della scena scenosa, tutti a mettere almeno una decina di rime nelle 21 canzoni del PRODUCER di Termoli: Rkomi, Gué, Ernia, Noyz Narcos, Geolier, Tedua, Ric & Gian, Enrichetto Montesano, Rodolfo Laganà e tutta l’interminabile parata di grandi e piccoli istrioni di successo che inneggiano al proprio successo.
Malgrado il cast da discopanettone, solo due brani di Botox sono entrati in top 10 (grazie ai featuring di Paky, Noyz Narcos, Geolier, Shiva, Ghali, Rkomi, Tedua, Bnkr44, tutti compressi in due pezzi come ingredienti di un Oreo), al n.5 e 6. Solo due, nella classifica che conta veramente.

Inciso. L’incisione dei presunti album ha i mesi contati. Per gli ascoltatori sotto i 30 anni sono insignificanti se non come momento di promozione e visibilità che portano a una maggiore disponibilità di chi lo pubblica e a qualche occasione per mobilitarsi come fanbase. Prima o poi saranno definitivamente soppiantati dalle playlist, e il fatto che da semestri in top 10 bivacchino sempre gli stessi album (Blanco, Marracash, Rkomi, Irama) e che il 90% della nazione non abbia mai sentito un pezzo di Lazza malgrado i quasi sei mesi passati al n.1, non significano una legittimità ipergiovane per Lazza medesimo: significa che le premesse della classifica FIMI stanno vacillando.

Odio essere io a dirvelo, ma se avete in uggia gli anni 80 e 90 e 100 e 110, sappiate che il pop da classifica che deprecavate in quegli anni era arte cristallina rispetto a quello che sto per mostrarvi. E che prospera mentre noi ci occupiamo di altro, come quel certo partito. E mentre noi insistiamo (mi ci metto anch’io, giusto per non fare sempre quello che si chiama fuori) (…non mi chiamo fuori ma certamente nessuno mi chiama dentro – non mi chiama nessuno, ahaha) e scriviamo ai 4 + 20 che il rap italiano è pieno di meravigliosa, abbagliante vitalità. Non lo è affatto, ma guardare in quella direzione ci risparmia qualche imbarazzo.
Perché la classifica “ufficiale” è espressione della minoranza più compatta, quella degli adolescenti maschi. Sono belli e bulli, e governano la top ten, ma non rappresentano la nazione. Se volete vederne un quadro più fedele, anche se non esaustivo e completo, dobbiamo guardare altrove.

Secondo uno studio commissionato da Google, il 74% degli italiani adulti che ascoltano musica in streaming affermano di farlo utilizzando YouTube, seguito da Spotify (54%), Amazon Music (34%), la web radio (15%) e Apple Music (9%). Come nell’Antica Grecia, ogni pubblico prega il suo Algoritmo, che gli fa promesse di raccolti ubertosi, bel tempo, relax o energia (i nomi più diffusi nelle playlist), e naturalmente, protezione da musica indesiderata.
Non vi sarà sfuggito – ahò, l’ho scritto apposta – che lo studio è commissionato da Google, proprietaria di YouTube. È più recente di uno (neutrale) del 2017, che attribuiva a YouTube il 90%. In questi cinque anni la concorrenza è cresciuta, l’offerta è aumentata e migliorata. Tagliamo corto: vista la paternità dello studio, impongo da autocrate una tassa del 5% e abbasso unilateralmente e contestabilmente il 74% al 69%. Resta una quantità corposa, che – lo ribadisco ossessivamente – cambia in modo importante la nostra percezione della musica che si ascolta in Italia. Continuano a mancare i mezzi milioni che vanno a vedere Jovanotti o MiticoVasco o MiticoLiga e le dozzine di artisti (italiani) che riempiono gli stadi. O quelli che riempiono l’Arena di Verona, sempre disposta a riempirsi – forse anche con Eros Ramazzotti, che entra solo al n.2 nonostante si sia parlato tanto del suo divorzio da Illary Blasi. Sta di fatto che se c’è una maggioranza relativa, è quella di YouTube, superiore alle fonti principali della classifica ufficiale FIMI – ovvero le piattaforme di streaming alle spalle di YouTube: anche unite e intersecate, Spotify e le sue sorelle finiscono per essere meno mainstream della musica del tubo – che non vale per la classifica riconosciuta da discografici e politologi. Questa.

Attenzione, però: quello di YouTube che vedrete qui sotto non è un gran bel quadro neanche lui.
Ed è per questo che potete consolarvi pensando che là fuori ci sono altri partiti. Solo che non ottengono il Potere (tranne a Sanremo quando gli ottantamila intellettuali della Sala Stampa, dopo aver fatto il trenino e averlo postato sui social, ribaltano il voto popolare).
Sta di fatto che secondo Spotify e gli altri, Lazza è al primo posto tra i sedicenti singoli con Ferrari, insieme a James Hype & Miggy Dela Rosa (non chiedete), seguito dai Jovanotti Tattici Nucleari con GiovaniWannabe e da S!r! di ThaSup(reme) featuring Lazza e Sferoso Famoso.
Secondo YouTube, tanto tra i Video Musicali Più Visti che i Brani Più Ascoltati, le cose stanno diversamente.

A stravincere nelle consultazioni del 22 settembre è ancora il pop scimmione delle hit estive. Caramello, La Dolce Vita, Tropicana, Extasi, Shakerando. Altro che rap italiano. A metà settembre, Caramello di Rocco Hunt (uscita quattro mesi fa) continua a fare quasi 4 milioni di ascolti in una settimana su YouTube, contro i 2,4 milioni del brano nuovo di Night Skinny preferito dagli Spotifyers: Giorni contati con Noyz Narcos, Paky, Geolier e Shiva. Magari ci sono dei motivi contingenti, direte voi. Ce ne sono sempre. Per me va bene. Non li conosco, ma sono abbastanza sicuro che tra un mese ci sarà ancora una prevalenza della musica da giostre su quella da giovani gamer. Se volete faremo una verifica a metà ottobre, a regime insediato. I sondaggi che faccio con una certa frequenza depongono a favore della mia tesi ma non si sa mai.
Poi se volete, possiamo discutere sul fatto che gli ascoltatori di Spotify siano migliori, capiscano più di politica di quelli di YouTube, e che bisognerebbe far votare solo loro.
È una specie di utopia, e non ci conterei troppo. Le utopie presto ti lasciano a piedi. Intanto che altri sono in Marcia.

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