Marginalità. Stagione 1, Episodio 3. Speciale EXPO 2015

Marginalità. Stagione 1, Episodio 3. Speciale EXPO 2015

“The thing about the Internet is that it’s a populist tool”.
(Will McAvoy, The Newsroom)

Previously, on Marginalità. A un certo punto del marzo 2015 salta fuori che la “long form”, non solo è legittima, ma è una qualità desiderabile nell’informazione su internet. Paolo Madeddu, enfant terrible dell’opinionismo europeo, ripete in una stanza semibuia le parole “long form, long form”, con le mani sui fianchi come Mussolini – e analoga, impettita mascellitudine. Guarda sdegnoso la bacheca di Facebook, dove un tipo ha commentato un suo articolo: “TLDR” (“too long, didn’t read”). E digrigna i denti in modo rimarchevole.

MARGINALITÀ – PRIMA STAGIONE, EPISODIO 3

“SPECIALE EXPO 2015”

Guest Stars:
Stromae. Madonna. Ignazio La Russa. Tidal. Empire. Ivan Carozzi. Jay-Z. Federico Russo. Kanye West. Kany e gatti. Camillo Langone. Louis C.K.

Louis C.K. ha stroncato Twitter. Mica Mentana o Gramellini. O me. “Non mi faceva star bene. Mi faceva star male. Quindi ho smesso”, ha spiegato in un’intervista radiofonica. “Penso che sia uno dei motivi per cui sta aumentando la polarizzazione di tutto quanto, perché la gente va troppo veloce, tutti cercano di reagire troppo velocemente”.
E non solo.

Pulito sì, fatica no. Stromae (su Twitter dal 2009) (ehi, come me!) (2 milioni di follower) (ehi, come me!) ha realizzato con Sylvain Chomet (Appuntamento a Belleville) un video cartoon per il suo brano Carmen, nel quale l’oiseau ribelle e alla fine incontrollabile non è l’amour, ma la carognetta blu di Twitter. In Italia noi mediapeople d’élite non ne abbiamo parlato, perché non ne hanno scritto il Guardian né il New York Times (…sì, insisto su questa cosa della sudditanza, perché so di aver ragione – sempre con le mani sui fianchi) ma anche perché a commentare c’era un alto rischio di incorrere in quel tipo di articolo impopolare che viene impallinato sui social (anche se, paradossino dei tempi, l’articolo impopolare può essere comunque ipercondiviso, come le gnagnere zuppose di Camillo Langone su Il Foglio). Se parli male dei mezzi della modernità, ti qualifichi automaticamente come anziano privo del senso della contemporaneità.
Ora: Louis C.K. e Stromae, due patetici superati che non hanno il polso della contemporaneità?
You cannot be serious. 
Che poi: Stromae ha reso VIRALE il suo pezzo su Instagram, poi ha twittato il link del video. “Ah, l’ipocrita!”
No, non funziona così.

Sapete, è molto facile che io abbia iniziato a lavorare su internet – pagato, proprio – prima di voi: era il 1997. Diciott’anni dopo, sto scrivendo queste cose su un blog, le pubblicherò su facebook e le segnalerò su twitter. Ma forse la verità è che non ho altri mezzi. Come un sacco di voi. Perché gli altri mezzi continuano ad andare per la loro strada. E tutti, su questi schermi, a ridere di loro, ché sono mezzi vecchi e destinati al fallimento, riservati agli anziani e non a noi dinamici e sbarazzini, e non sono adatti a comprendere la rutilante contemporaneità.

Ne sono sempre meno convinto. Su quello che succede là fuori, c’è un polverone pauroso. Ci sono troppi messaggi. E quindi, è ovvio che si sia tentati di concludere che il mezzo sia il messaggio. Tutti questi FOTTUTI GEEK che danno ragione a Marshall McLuhan. Eppure (enigmatica inquadratura sull’interno di un Frecciarossa, mentre le parole seguenti arrivano da voce fuori campo) sta’ a vedere che c’è un inganno, in tutto questo. In tutta questa ironia, tutta questa scintillante modernità, questa superiore percezione dell’esistente – grazie ai mezzi che ieri non avevamo.

Intendiamoci: non ho la minima idea di quale sia l’inganno – e non so perché lo scrivo. Ho solo una sensazione, quasi certamente fallace e sempliciona: il Paese mi sembra un filo più scemo che nel 2008. Che pure, quell’anno la gente ha votato Berlusconi, il quale ha nominato ministri LaRussa, Giovanardi, Meloni, Carfagna, Brambilla, Alfano, Maroni, Prestigiacomo, Bossi. Quindi non può essere, giusto? Siamo migliorati.
Ma certo. Quindi, veniamo alla musica: passiamo a Tidal.

Bene. Detto di Tidal, passiamo a Empire.

Fox the Fox. Empire, la serie hip-hop, sta avendo un successo consistente in America (e a quanto dice Entertainment Weekly, presso un pubblico in gran maggioranza nero. Segnatevi questo particolare). Non ha alcuna doppia lettura, è di una scrittura linearissima e con più trasparenza di una gallery di Rihanna. Mi verrebbe da dire che ha uno sviluppo pre-Sopranos: va dritto alla trama come facevano Dallas e Dynasty (citati come esempio virtuoso dal coautore Danny Strong). Il che non è necessariamente un male, se lo fai bene. Anzi, vi dirò: dopo i gran parapapunzi esoterici di Matthew McCounaghey in True Detective, ben venga. Però, nonostante la sua immediatezza, Empire pone delle domande. Io me le sono fatte.
Per mia fortuna se le è fatte anche Mike Zaroni di Rolling Stone USA, che a differenza del sottoscritto ha anche risposto, in un articolo che sottolinea tutte le mispercezioni (si potrà dire?) di Empire sull’hip-hop.  Tipo che le sessioni in studio non funzionano così, un CEO di una casa discografica nel 2015 non direbbe mai “Internet ha distrutto le possibilità di fare soldi con la musica” (alcuni lo hanno decisamente capito) e i bianchi continuano a gestire il business (con buona pace dell’enfasi sui boss neri alla Jay-Z) eccetera.
Ma c’è una cosa cui l’articolo non dà risposta, ed è la frase di Lucious Lyon, boss della Empire Records: “L’80% del mercato hip-hop è costituito da ragazzi bianchi”.
Quasi quasi vado a controllare, mi sono detto. Almeno questo.

E sono andato. Trovando un recente articolo del Washington Post) (…momento HouseOfCards, qui) che attribuisce il dato a un’indagine sui consumi del 2001. Trovo poi diversi pezzi, tra i quali uno del 2005 del Wall Street Journal, che si chiedono tutti se quel dato là sarà ancora verosimile.
Dopo il 2006, nessuno se lo chiede più. E non trovo dati in merito. Da qualche parte, tra il 2010 e il 2012, si parla dell’80%, ma nessuno cita indagini vere e proprie.
Mmh. Vi dico la mia?

La mia. Forse quelle di Empire non sono mispercezioni. Forse sono percezioni. La questione è proprio l’hip-hop percepito. Ed Empire funziona perché dà esattamente quello. Essendo un genere che vive di percezione (come e più del rock’n’roll degli anni 70, si potrebbe dire), piace la mitologia hip-hop per il suo accumulare più cliché possibili, credo sappiate quali sono. Tra questi ci sono il mogul nero un po’ gangsta ma col tocco di Mida, e la perfetta coincidenza di coolness e credibilità degli artisti: non hai la prima, non puoi avere la seconda (e viceversa). Ho paura che un giorno scopriremo che i cliché dell’hip-hop sono diventati la sua essenza, la sua struttura portante, e una volta venute fuori le crepe, potrebbe venire già tutto. Oggi come oggi non si direbbe, questo lo so anch’io. Ma nessun genere è eterno: al rock’n’roll è capitato.
Quindi la mia sentenza è: non affezionatevi troppo ai generi. Affezionatevi solo ai gatti.
(potete farlo anche coi cani, naturalmente, ma quello, son buoni tutti) (i cani danno qualcosa in cambio) (invece, il vero atto di buddhismo cristianista è ricoprire di affetto quelle creature infingarde e pusillanimi che lasceranno pelo su tutti i vostri maglioni neri)

Altri argomenti – ah, non finiscono mai. Tanto che in effetti penso che per le prossime puntate farò scegliere a voi impagabile pubblico. Cinque giorni prima di girare il nuovo episodio, su facebook, domanderò: di cosa volete che pontifichi nel prossimo episodio? 

– di Frances Bean, la figlia di Kurt Cobain che dichiara “I Nirvana non mi piacciono granché. La vostra cultura è ossessionata dai morti, lo sapete?”

– di Fabri Fibra che ottiene il n.2 in classifica senza pubblicare fisicamente il cd e senza avvertire i giornalisti (che offesissimi, lo ignorano). Un buon risultato, un brutto risultato?

– di Rick Rubin, il LEGGENDARIO Rick Rubin, che su Genius.com svela i segreti dei LEGGENDARI dischi che ha prodotto, e leggendo si scopre con un certo disagio che Rick Rubin, il LEGGENDARIO Rick Rubin, è uno degli uomini più fantasticamente noiosi al mondo, gosh;

– dei Francesi che si lamentano che non c’è più musica in tv. Che strano, era la lamentela che circolava in Italia diversi anni fa. Ora siamo pieni di musica in tv, e non solo i talent: dai documentari a getto continuo di SkyArte e RaiCinque fino a Emozioni su RaiDue (che è fatto bene, anche se la puntata su Elio & le Storie Tese è finita alle due di notte, e persino Federico Russo a quell’ora è a letto) (non so con chi);

– di Nina Hagen;

– di Coachella, il festival che puoi guardare da casa. Okay, lo so che i Live Aid (tutti e tre o quattro) li abbiamo visti così, e che Woodstock è diventato leggendario dopo il film. Però questa è una cosa diversa. Va a erodere uno degli ultimi tasselli, quello dello stare inziéme, quello del “popolo rock”. Ora possiamo vedere da casa l’emozionante spettacolo di duecentomila FOTTUTI GEEK con il loro device sollevato a riprendere la celebrity sul palco;

– sul legame tra Obama, Renzi e Jimmy Fallon (sul quale vi consiglio di googlare un ottimo articolo di Ivan Carozzi sul Post, sul messaggio dissimulato in modo sempre più accattivante dal mezzo) (no, non ve lo linko) (non linko mai nulla, avete notato?) (sarebbe come aprire una parentesi nei miei discorsi, che filano così liscio) (ho fatto della scorrevolezza la mia cifra stilistica). 

Finale di puntata. L’ottimo articolo di Ivan Carozzi sul Post cita MDNA (ma non come argomento clou). Ne approfitto per concludere con la madama. Che sto seguendo perché dopo averla cannoneggiata qualche settimana fa (TheClassifica 68: sMadonnando), forse ho colto un segnale di vita: come Terminator, la vecchia macchina da guerra continua a riaprire l’occhio rosso e malvagio.
Il limone con Drake, le chiappe esibite ai Grammy Awards, le barzellette sciape da Fallon, la gambotta sul tavolo mentre firma il Contratto coi Tidaliani, forse persino la famosa caduta durante l’esibizione in tv

(“Madonna, 30 anni di performance maniacalmente calcolate, che cade ACCIDENTALMENTE? Non credo proprio“)

sono la sua transizione nell’era di quelle che gli yankee chiamano “stunts” e noi chiamiamo “trovate”, ma sono nella loro versione odierna la sublimazione di ogni cosa a meme, a momento virale, flash o Vine a presa rapidissima, immediatamente twittabili e lanciabili in homepage su tutti i Corrieri.it del mondo.

Voi mi direte: ma se gli stunts riescono male, perché inseguirli? Forse la verità è che nessuno stunt “riesce male”. Se Kanye West ha capito tutto, come vedo ripetere universalmente da cinque anni
(ho dei dubbi in merito) (ma d’altra parte, è pur vero che Time non mette ME in copertina come una delle persone più influenti del mondo) (dammit)
dicevo: se i risultati certificano che Kanye West e Kim Kardashian hanno capito tutto, bòn, basta: persino il loro terrificante video in moto, memizzato di su e di giù, è un momento perfetto di comunicazione: se arriva alle masse, ha fatto quello che doveva qualunque cosa contenesse, come gli articoli zupposi di Langone.
…Mussolini, naturalmente, non potrebbe essere più d’accordo: questa cosa l’ha praticamente inventata lui. La puntata si chiude con me e lui che ce ne andiamo con le mani sui fianchi, rivaleggiando in mascelleria.

PS:
dell’EXPO non so cosa dirvi. Boh, magari già che ci sono un giorno ci vado. Tipo a luglio. Voi?