Jonny Greenwood. Come funzionano i Radiohead (intervista 2001)

Non sapevo tante cose. Per esempio, che quelli che stavano uscendo erano gli ultimi dischi. Gli ultimi dei quali si sarebbe discusso per anni. Poi, non sapevo che la mia testata di allora fosse stata inserita nell’elenco B, quindi io avrei parlato con Greenwood e non con Yorke. Ora ringrazio che sia andata così – però all’epoca mi sentii come i giornalisti degli anni 60 e 70 che tornavano al giornale dicendo “No, non ho parlato con Jagger – mi hanno rifilato il chitarrista”. Non sapevo nemmeno che tipo fosse Greenwood. Pensavo: magari è più compagnone del talpone nell’altra stanza. Eh, mica tanto. Però certi tratti personali di star anche enormi me li sono dimenticati, mentre di lui ricordo molte cose. radiohead jonny yorke cineseSoprattutto che rispondeva proprio come suonava: shoegazing da manuale. Da seduto, dietro una scrivania che ricordava un po’ un banco di scuola. Però proprio come uno studente insicuro, alla fine di ogni risposta alzava gli occhi all’improvviso dalla punta delle scarpe e mi guardava con un piccolo sorriso, come per dire: “Vai! Sono riuscito a rispondere!”

Ricordo anche che all’epoca non intervistavi un musicista con un’addetta stampa lì, presente, addosso a entrambi, a far sentire la sua querida presencia – e, eventualmente, a telefonare al vicedirettore per dire “Costui non garba alla mia personalità isterica, adiposa e sottoalfabetizzata, ho deciso che non devi farlo lavorare più oppure il tuo giornale le interviste se le sogna”) (ma naturalmente, è ovvio che questo tipo di pratica non penalizza quelli bravi) (scusate, era un ricordo vero di una cosa successa nella stessa casa discografica qualche anno dopo –  non lo faccio più, prometto)

L’inizio è un po’ goffo, poi arrivano due o tre piccole cose che fanno pensare ancora oggi. Insomma, spero ci troviate qualcosa di interessante. Quanto meno, l’accenno a Napster.

Che rapporto di parentela c’è tra Kid A e Amnesiacamnesiac.albumart
Sono gemelli, ma non identici. Amnesiac è rimasto nella pancia un po’ di più.

Molti hanno pensato che il cambiamento stilistico di Kid A rappresentasse anche una sorta di cuscinetto tra voi e le aspettative che si erano create dopo tre anni di attesa…
Sì, in parte è vero.

E molti si aspettano un ritorno allo stile di Ok computer. 
In tal caso, credo che anche stavolta molta gente rimarrà spiazzata. Pazienza: a noi piace quello che stiamo facendo. Molti gruppi cercano di rifarsi a una formula, di rimanere nei paraggi del loro maggiore successo. Noi invece ci siamo fidati di noi stessi.

E tuttavia avete avuto un enorme successo in ogni caso, e incredibilmente anche negli USA. Ne siete rimasti sorpresi?
Ovviamente non ci aspettavamo di andare al n.1, ma Kid A era un disco attesissimo. Qualcuno ha scritto che in quel momento avremmo potuto pubblicare qualunque cosa, e la gente lo avrebbe comprato. Forse c’è qualcosa di vero, ma penso che oggi i brani, grazie a internet e Napster, circolino così velocemente che molta gente ha l’opportunità di sentirli prima di comprare il disco. Quindi credo ci fosse anche un autentico interesse per la musica contenuta in Kid Akida.albumart

Un mese prima dell’uscita hanno cominciato a circolare recensioni di Amnesiac, specialmente su internet. Ne avete letta qualcuna?
No. Anche perché abbiamo visto che molti critici hanno completamente cambiato parere sul disco che lo ha preceduto. Se proprio quello che gli importa è uscire prima di tutti gli altri con la recensione, possono farlo – ma immagino che la cosa comporti un giudizio frettoloso su un disco ascoltato una volta e mezza. È piuttosto bizzarro, ci sono dischi che ascolto da molti anni fa sui quali non mi sono ancora fatto un’idea precisa. Ma io non sono un critico, naturalmente.

Effettivamente molti hanno confessato di aver cominciato solo dopo qualche mese ad apprezzare Kid A. Pensi che succederà anche con Amnesiac?
Credo che sarà una sorpresa minore, un po’ perché è stato preceduto da Kid A, un po’ perché in questo caso ci sono dei singoli. Comunque fare dischi non esattamente “a presa rapida” non è un peccato.

A proposito, visto che i due album provengono dalle stesse sessions, perché avete deciso di convogliare tutti i potenziali singoli in Amnesiac e non ne avete messo neanche uno in Kid A?
Beh, non è stato esattamente così, anche con Kid A avremmo potuto fare dei singoli. Ma in quel momento abbiamo avuto la ingenua pensata di proporre alle radio di uscire dalla logica dei singoli: “Non vogliamo imporre a voi e al pubblico una canzone particolare, scegliete voi quale brano trasmettere”. Così loro non hanno trasmesso niente! Nelle radio non sono abituati a ragionare in questi termini. Ma ci avrebbe fatto piacere sentire l’effetto fatto da un nostro brano nel flusso della programmazione radiofonica, specie negli Stati Uniti. Ci avrebbe detto qualcosa sulla nostra musica, penso. radiohead jonny yorke

L’interpretazione prevalente in effetti è che stiate cercando di trovare nuove leggi per la musica pop, di smontare alcune delle sue strutture, musicali e promozionali. Se è così, in che misura è un divertimento, e in che misura una sorta di compito che vi siete dati?
Smontare è una parola troppo grossa. Non siamo partiti con l’idea di fare una rivoluzione, cambiare tutto. Forse siamo solo cambiati noi, e certe cose che prima ci sembravano necessarie non ci sembrano più irrinunciabili. Siamo nella musica da un po’ di tempo, siamo stati fortunati, e il successo dei nostri dischi ci permette di fare certe scelte. Per quanto mi riguarda sto per compiere 30 anni, e voglio vedere cosa può darmi la musica di nuovo. Il che non vuol dire che non mi piaccia più la musica pop. Ce n’è parecchia che amo, e che mi ispira. In questi giorni sto ascoltando Serge Gainsbourg, mi piace tantissimo. Ha fatto dei pezzi con Brigitte Bardot che sono incantevoli… Mi piace come punta a dare un autentico stile alle sue canzoni. Credo che tenesse tantissimo al sapore della musica pop.

Puoi fare anche esempi più recenti?
Ci sono molte cose che, per quanto non possa dire di amare, trovo interessanti. Il nostro tecnico del suono ha lavorato con la Kelly Family, e con lui abbiamo parlato molto del modo in cui il pop attuale punta alla pulizia anche dei suoni. Mi piace anche l’hip-hop americano, ad esempio l’ultimo disco di Dr. Dre. Trovo interessante l’attenzione per la modernità e la pulizia del suono, in contrasto con quello che succede in Inghilterra, dove da un sacco di tempo c’è l’ossessione per un suono “sporco” che dia un’illusione di purezza, di ritorno agli anni ’60 e ’70. Come a ostentare un’istintività che in realtà è puramente prefabbricata… Sono settant’anni che si registra musica pop, e non si sono fatti molti passi avanti. A parte il fatto che la maggior parte della musica che viene registrata fa schifo, ho l’impressione che ci si sia fossilizzati su un certo modo di proporla, e anche di ascoltarla. È strano che ancor oggi la gente distingua tra una musica pop basata sulla chitarra, considerandola genuina, semplice e diretta, e musica “adulterata”, inquinata dalle tastiere e dall’elettronica. Io suono la chitarra, e non mi sento scandalizzato da Pro Tools. La musica pop mi sembra vittima di un’illusione. radiohead jonny yorke bn giovani

Forse anche più di una.
Sì, ma ce n’è una che ha a che fare più con la nostra immaginazione che col business. Quello che la gente sente quando mette un cd dei Radiohead nel suo lettore è una nostra composizione, e quindi qualcosa che volevamo comunicare. Ma quando si comincia a parlare di immediatezza, bisogna sempre tenere a mente una cosa: quando sentite un disco dei Radiohead o qualunque disco, state ascoltando qualcosa che è successo una notte di un anno fa in uno studio di registrazione: non sta succedendo in questo momento a casa vostra.

Però è successo, è un documento, è qualcosa che avete creato. Gli avete dato la forma che è sul disco.
Sì, ma non avete Thom davanti a voi che declama le sue liriche: Thom in quel momento è da tutt’altra parte – questa è la realtà, mentre se voi pensate che noi stiamo cantando in quel preciso momento, quella è finzione. Ecco perché diffido di chi parla di dischi genuini, di realismo. Mi va bene parlare delle canzoni, ma non bisogna essere troppo sicuri che un disco blues sia più “vero” di un disco di musica elettronica.

Tempo fa avete dichiarato che durante le sessions di Kid A avevate in mente Remain in light dei Talking Heads.
Sì, abbiamo fatto riferimento a quel disco, credo sia un album molto importante.

C’è un disco di riferimento anche per Amnesiacradiohead jonny yorke live
Hmm… In parte, ancora quel disco, proprio perché è stato registrato durante le stesse sessions. Ma l’espressione “un disco che avevamo in mente” è quella più giusta: non abbiamo voluto fare la nostra versione di Remain in light. Mi mette a disagio parlarne perché sulle riviste musicali poi questa cosa viene sempre enfatizzata.

Prometto di minimizzare.
Riprodurre, imitare il lavoro di qualcun altro è la strategia sicura per realizzare qualcosa di mal riuscito. È come quando un produttore parte deciso a farti fare una nuova versione di Led Zeppelin IV perché lui avrebbe voluto produrre quell’album. Non puoi rifarlo, quindi lascia perdere. La cosa migliore che puoi fare è cercare di cogliere lo spirito di un’idea, vedere quali risposte ti sollecita. E poi concentrarti su di te.

In Kid A hai suonato strumenti insoliti come l’Ondet Martinot. Lo hai fatto anche in Amnesiac?
Ho suonato fisarmonica e piatti. E il double bass in You and whose army?. È uno strumento molto funky, che mi è sempre piaciuto molto.

Ma un chitarrista come te non soffre a lasciare la chitarra per dedicarsi ad altri strumenti, e in particolare a Pro Tools e ai computer? radiohead jonny yorke bn
La chitarra rimane lo strumento più importante della mia vita, ma rimane uno strumento. Per esprimere cose diverse, devi usare strumenti diversi. Se voglio fare un disegno, non posso usare una macchina da scrivere.

Pensi che i vostri fans riusciranno a suonare i vostri pezzi alla chitarra?
Facilmente. Non credo che la gente farà troppa fatica a trovare gli accordi per i brani di Amnesiac. Casomai potevano esserci più problemi per Ok computer.

Questo significa anche che per voi sarà facile suonare Amnesiac dal vivo?
Sì, e senza nemmeno ricorrere a stravolgimenti.

In concerto non parlate quasi mai, e questo alimenta la convinzione che siate un gruppo che cerca di nascondersi, di evitare il contatto con la gente. Viceversa, avete due siti internet, e in uno di essi, Spinwithagrin.com, siete completamente a disposizione di chi vuole comunicare con voi.
Penso che il sito internet risolva qualche problema legato alla timidezza e al nostro bisogno di riflessione. Probabilmente le grandi conferenze stampa – show con domanda e risposta frizzante non fanno per noi. Quanto ai concerti, quello è un discorso più ampio. Ogni tanto ci riguardiamo nei video, e facciamo fatica a riconoscerci. Ma un concerto è un momento molto particolare. Sicuramente non lo intendiamo come show.

Se è così cosa pensate di dare al pubblico che viene a vedervi? radiohead concert
Forse il pubblico non riceve niente, forse è una cosa molto egoista quella che facciamo. Ma forse la gente riceve l’esperienza di vederci mentre cerchiamo di costituire un insieme che fa musica meglio che può. È come vedere una partita di football da molto lontano: non vedi quello che vedi normalmente in tv, cioè il singolo giocatore con la palla… Da lontano vedi una squadra che cerca di muoversi insieme, in modo corale. Però non è automatico come sembra, la realtà è che si tratta di più persone che in ogni partita cercano di fondere le loro azioni, i loro movimenti nel modo migliore. Noi non siamo esattamente professionali, non andiamo sul palco con la sicurezza di quello che succederà. Intendiamoci, so che possiamo fare buoni concerti, ma non è mai una garanzia. Però mi viene da aggiungere che non trovo niente di speciale nei concerti perfetti, quelli in cui ogni sera i musicisti ripetono meccanicamente note e parole e gesti e faranno divertire la gente. Per noi il margine di incertezza, lo sforzo c’è sempre. A volte non funzioniamo, siamo una squadra che gioca male. Secondo me la cosa è da accettare, penso che anche il pubblico dovrebbe farlo. Per quanto mi riguarda ho sempre considerato i concerti, anche quelli altrui, come uno sforzo, un tentativo di trovare una coesione – e non un meccanismo perfetto che si ripete tutte le sere. Quando vado a un concerto non mi dispiace sentire una stecca o un effetto Larsen, qualcosa che non va “come dovrebbe andare”. Rende il tutto più umano.

I testi delle vostre canzoni suscitano sempre delle interpretazioni anche piuttosto fantasiose. Vi capita mai di chiedere spiegazioni a Thom?
Preferiamo non farlo: è sempre riduttivo chiedere a qualcuno di spiegare una canzone. Una canzone è qualcosa che dura 4 minuti e ti propone delle cose, che chi ascolta può fare sue o meno. Per farmi capire, mi ricollego ai Talking Heads: una volta ho letto un’intervista in cui David Byrne spiegava le sue canzoni. Leggendo, vedevo la differenza tra quello che io avevo trovato in quei pezzi, e quello che lui diceva di averci messo. E pensavo: allora mi sono sbagliato. E se invece si fosse sbagliato lui? Tanto più che in un certo senso, un errore lo ha fatto: mi ha tolto delle cose. Aveva ristretto le possibilità delle sue canzoni.

Per finire: negli anni ’90 avete inciso tre dischi. Dal 2000, la vostra media è di un disco all’anno. Pensate di mantenerla?
Sì, lo spero proprio.