IL CAFFÈ SULL’AMACA. Il rassicurante “danger” di Iggy e delle rivoluzioni rock

Gimme danger di Jim Jarmusch è un documentario divertente, fatto con poca musica e forse con pochi mezzi (volutamente?). gimme-danger platinatoSoprattutto, con poche immagini di repertorio: certi frammenti video si ripetono anche quattro volte nel corso del racconto, che comunque è oggettivamente senza pause. Iggy Pop è in forma e ha voglia di raccontarsi, gli altri reduci dell’avventura Stooges vengono fuori come soggetti altrettanto interessanti dopo aver passato nell’ombra la loro vita (per alcuni peraltro giunta alla fine).

Chi si aspetta un film d’auteur da parte del regista di Dead man sarà un po’ deluso. Oppure no: Jarmusch ha fatto un film da fan come li fa Martin Scorsese, che fin da The last waltz ha fissato il paradigma del regista di rango che davanti agli idoli di gioventù si butta ginocchioni gridando “Non sono degno!”. Gimme-Danger_Iggy_JarmuschNon c’è nulla di nemmeno vagamente critico in Gimme danger: è una delle tante celebrazioni video di un’icona della musica, ad uso dei devoti, come ce ne sono mille: la cosa buffa è che così tante siano fatte così con lo stampino, come se non ci fosse altra strada che confermare al fan che non si sbaglia, che il suo beniamino è il migliore di tutti, che prima non c’era niente di simile, e chi non lo sa va compatito.

Nulla poi della brutalità dei rapporti all’interno di un gruppo mostrata da Let it be dei Beatles o Surviving the Police di Andy Summers (e ogni tanto da Sum of the parts dei Genesis). police copelandPerché per quanto suoni strano, certi documentari sulle star del pop hanno più coraggio rispetto a quelli sul rock – il pur eccellente Crossfire hurricane sui Rolling Stones riesce a glissare su un paio di decenni di pubbliche coltellate tra Jagger e Richards. Nei documentari pop invece a volte viene seminato il tarlo del dubbio, della fallibilità dei divi e della loro insicurezza umana – vengono in mente In bed with Madonna o Three to get ready dei Duran Duran, in cui il gruppo si accorge che sta perdendo terreno e ne prende atto con sofferenza ma insospettabile onestà (un prodotto celebrativo avrebbe tagliato la scena in cui John Taylor in riunione col management dice: “No, Joan Rivers non se ne parla, è esattamente il tipo di programma cui NON dovremmo partecipare”. duran riversUn secondo dopo, ecco il gruppo che ride sotto le telecamere alle battute di Joan Rivers). Oppure Take That: for the record, in cui i quattro abbandonati raccontano con sincero dolore di come si siano sentiti feriti da Robbie Williams, finché non gli viene detto, a bruciapelo: “Robbie ha qualcosa da dirvi”. Silenzio atterrito. “…Lui è qui?” “No, vi manda un videomessaggio”. Appare Robbie in uno schermo: “Ciao, ragazzi. Mi dispiace, ma non penso sia una buona idea rivedervi”. Loro lo guardano come schiaffeggiati. Stringe il cuore.

La cosa più bizzarra che Gimme danger contribuisce a mettere in luce è forse il bisogno spasmodico di certi generi musicali di porsi come rivoluzione assoluta, verbo salvifico. “Ho spazzato via gli anni 60”, svela garrulo Iggy, mentre David Bowie al suo fianco si sganascia. paul george“Niente è stato più come prima” dice Jarmusch fuori campo. “Questa musica ha influenzato tutto quello che noi sentiamo oggi”.

Sugli anni 60, chi lo sa – sembrano sempre in giro. Come tutti gli altri decenni, del resto. Ma su come gli Stooges abbiano cambiato o influenzato “quello che sentiamo oggi”, basta orientare un pochino le orecchie, sia verso il mainstream che verso le nicchie, per capire che oggi il pianeta sta ascoltando tutt’altro.

Ma poi, quello che sta diventando sempre più desolante – e rivelatore – è il modo in cui certi generi e i loro fan hanno bisogno di sentirsi dire che hanno fatto davvero la rivoluzione, che “Niente è stato più come prima”. Sto pensando al punk, forse sto pensando anche alla new wave, al grunge, sto pensando al vecchio hip-hop, ormai vicino ai quarant’anni, e ancora lì a pretendere che lo si tratti da supergiovane. Non è il modo migliore per crescere.