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Tutti spiegano Taylor Swift – TheClassifica 17/2024

Non c’è molto tempo. Tra poche ore, il n.1 di Taylor Swift nella classifica italiana verrà riassorbito, risistemando sul trono qualche microcefalo ITALIANO amato da 14enni che sognano di spacciare droga seduti sulla loro Lambo e puntarvi una pistola in faccia.

E io sono qui, dove l’avvoltoio scende planando su un’autostrada che si insinua tra biblioteche e musei, galassie e stelle. E quando la falce arriverà, rischio di ritrovarmi bloccato sotto al sole come un dinosauro in una teca di vetro.

Mi sono baloccato con l’idea di essere l’unico a parlare di Taylor Swift parlando SOLO di musica, facendo l’elenco dei cinque Swiftismi più tipici. Lo avrebbero letto in 6, fermandosi dopo due minuti e mezzo – che è l’esperienza che molti nonfan raccontano riguardo all’ascolto della Swiffer. “Non capisco! Quando arriva il gancio, quando arriva il ritornello, un refrain, un legno cui attaccarsi nell’oceano?”

Ma non posso permettermi di scendere a 6 lettori. Se dimezzo il pubblico, lo Stato mi taglia i finanziamenti. Sicché, mi sono gingillato con l’idea opposta. Non parlare del disco, ma solo delle recensioni. Perché in virtù del suo immenso successo planetario e della apparente noncommerciabilità di quella che è l’artista col maggiore successo commerciale in circolazione, recensire – anzi, spiegare Taylor Swift è l’ultima grande ribalta, l’ultima occasione per vivere – e per esibirsi in un assolo memorabile. E non si cimenta solo la compagnia di giro dei venerabili trombettieri, qui sotto.

No, si sale di livello: per esempio, ho appreso da un eccellente articolo di Laura Fontana su RivistaStudio (uno dei circa sessanta pezzi in cui RivistaStudio ha spiegato Taylor Swift, e almeno due terzi sono eccellenti) (ok, un terzo è orrendamente stupido e imbarazzante, ma è la spietata legge della grande ribalta) che il Post – che è un amico, e che saluto – ospita una rubrica di Michele Serra. E in tale ambito, pure lui ha spiegato Taylor Swift.

Recensire le recensioni di Taylor Swift è così appassionante che lo ha fatto anche la Swiffer medesima – sui social, appioppando a ogni articolo un titolo di una sua canzone. Intendiamoci, lei è da sempre ipersensibile a quello che si dice di lei e in generale a chi ha la malsana idea di contrariarla. Incluse le amiche o i fidanzati, come intuiva già nel 2012 (!) un eccellente articolo di Violetta Bellocchio su RivistaStudio (mica scherzavo, sono una pletora), in cui tra l’altro rivela una notevole conoscenza dei fondamentali del country.

(segnatevi questa parola: country. Tornerà utile quando nel presente articolo verrà introdotta la Regina Beyoncia)

Ma spiegare Taylor Swift è un irresistibile esercizio di stile. Il solo che la musica conceda in un’epoca piena di critici beffati dal destino. Una generazione che non ha avuto la fortuna degli spiantati ciarloni che l’hanno preceduta, quelli che hanno vissuto l’era dei capolavori e li hanno commentati d’istinto secondo i propri estri e lune e frattaglie di ignoranza liceale, stroncando ed esaltando artisti a seconda di quanto avevano bevuto. I critici dell’ultima leva si sono formati incrociando Adorno e Greil Marcus, Umberto Eco e McLuhan, Alex Ross e Pauline Kael, e a colpi di 27 sul libretto erano (forse) finalmente pronti a Capire Battiato – ma in sorte gli è toccato un secolo in cui sono andati spegnendosi tutti i fari che con qualche canzone tracciavano la rotta in mari cupi e ostili. Hanno visto affievolirsi (per usura o crescente insofferenza per il giuoco) le luci di Britney e Rihanna, Adele e Gaga, Miley e Justin Bieber, One Direction e Billie Eilish, gli ultimi che aveva un senso spiegare come tutti quei fenomeni o epifenomeni che Il Post (che è un amico e saluto) ci spiega senza posa.

A un certo punto, credo sia stato nella fase di Ed Sheeran e Drake, è stato chiaro che l’ansia di spiegare non incontrava, sull’asse delle ascisse, la richiesta di spiegazioni. Che diamine, come se la gente non si spiegasse da sé Nicki Minaj o Bad Bunny, Dua Lipa o The Weeknd o Harry Styles.

Così, là fuori dal nostro vivacissimo ombelico italiano, tra le strisce e le stelle di quel Paese che ancora, malgrado tutto si fa carico di dare al globo qualche fenomeno globale, sembrano rimaste soltanto due grandi statue con una fiaccola in mano. Beyoncia, la regina nera che è approdata al country, e Tay Tay, la regina bianca della Pennsilvanya che il country lo ha lasciato ed è approdata a…

A cosa? Ah, IO non lo saprei spiegare. È un rebus, una caccia al tesoro, e sia lei che i discepoli della sua megachurch amano moltissimo gli enigmi, gli indizi, le easter eggs. E forse persino gli inganni, perché sottintendono un gioco del quale sono complice controparte. Nella mia marginale opinione, The Tortured Poets Society è un disco affascinante, complesso e di nicchia, che mi guardo bene dal raccomandarvi. Perché non è affatto mainstream, e non è certo glamour. Ti aspetti una superstar, ti ritrovi Emily Dickinson (della quale, per di più, si dice che Swiffer sia lontanissima parente). L’accessibilità delle canzoni è un inganno: ha senso in una dimensione pop che è solo sua, conchiusa nelle geometrie compositive di Swift, anche se un orecchio caparbio può cogliervi di tutto, da Imogen Heap a Goldfrapp a Beth Orthon a (…di nuovo) Lorde e tante nonne (Alanis) e bisnonne (Joni) di un gotha smaccatamente femminilissimo nel quale Taylor però non è ammessa, e che guarda con curiosità e interesse – ma sull’invidia non giurerei. “Tu non sei Dylan Thomas e io non sono Patti Smith, questo non è il Chelsea Hotel e noi siamo due idioti moderni”.

La Società dei Poeti in Pena non fa niente di particolare per piacere al pubblico di massa, e questa è la base del grande sudoku diabolico di Swift. In questo album, su 31 canzoni – il doppio di quelle preannunciate – non ce n’è una che sia realmente pensata per uscire dalla sua immensa fandom e diventare una hit per ascoltatori nuovi, per diventare virale su TikTok o passare (LOL) per radio. “Qual è la Billie Jean di Taylor Swift?”, ha chiesto Neil Tennant dei Pet Shop Boys, proconsole del pop. È quello che si chiedono in tanti, me lo sono chiesto a lungo io stesso.

(ma peraltro, qual è la Billie Jean, per esempio, di Drake? One dance ha 3 miliardi di ascolti su Spotify – me la potreste cantare ora?)

Pare strano. E lo è. Ma dopo aver piazzato le sue necessarie megahit anni fa, Swiffer è ascesa a quel livello di superiorità concesso a chi fa parte della Società dei Cantautori Venerati, cioè l’esenzione dal volgare fardello delle canzoncine di successo, peste nera del pop, associata alle piaghe dell’algoritmo e dei producers.

Nel contempo, è anche il suo tallone di Taylor: una scelta che si può permettere, ma che ora come ora rivela il suo desiderio di essere presa sul serio. E la sua evidente sensazione di essere la protagonista del Truman Show che mormora davanti allo specchio da sola e nello stesso tempo, davanti a un miliardo di persone.

La sua sola corrispettiva carismatica, Regina Beyoncia, vive la situazione opposta. La sua Texas Hold’Em è nelle top ten di tutto il mondo (tranne QUI, ovviamente), una hit tutta coretti e banjos e handclap piacioni: ora che viene presa sul serio, Beyoncé può uscire dal Louvre e fiondarsi nel saloon, yeah!

Ora non c’è più bisogno di decifrarla. E così, lei non si porta più dietro giudizi pirotecnici come quelli che compaiono nell’esaminazione (ugh) di Wikipedia, che vi accludo.

“Autoparodia” (Consequence Of Sound), “Intelligenza e catarsi” (Variety), “Svolta caratterialmente accattivante verso un melodramma lunatico” (Financial Times – credo che Melodramma Lunatico valga anche per i loro consigli finanziari) o “Finta profondità intellettuale” (Dazed – ehi! Cosa avete contro quelli tra noi che fingono profondità intellettuale?) (a proposito, non ho letto l’irreprensibile The Guardian, ma avrà sicuramente scritto qualcosa di pregnante che mi annoia sulla fiducia).

Solo la Swiffer, nella musica, consente certi pezzi di bravura e analisi dalle quali sono sinceramente ammirato, come questi:

“Taylor Swift è un preconcetto. Taylor Swift è un accordo al piano in minore, che sembra sempre sull’orlo di una crisi di nervi salvo poi non crollare mai” (Corinne Corci, Rivista Studio)

“Per capirla bisogna avviarsi su per una via crucis dove ogni tappa rappresenta un fenomeno di Internet, che va analizzato e capito. Intanto bisogna avere chiaro cos’è la “stan culture”, poi si passa al concetto di “ancella dell’algoritmo” e per ultimo alla comprensione dei dogmi del “femminismo performativo”. Infine, il contesto in cui inserire questi tre fenomeni di Internet è quello delle “megachurch” (Laura Fontana, Rivista Studio) (ve lo avevo detto, di Rivista Studio)

“Che vi piaccia o no, The Tortured Poets Department è il (temporaneo) picco del fenomeno monoculturale che è Taylor Swift, nato anche dalla produzione infinita (solo oggi 31 canzoni), dall’onnipresenza nel dibattito pop, dalla capacità di far appassionare milioni di persone alla sua personale soap. Ha il fascino dell’evento da cui stare lontani per noia, saturazione o disistima oppure a cui partecipare in un’epoca in cui si pensava che la cultura pop fosse talmente frammentata da non potere più produrre una star contesa persino dai governanti. Passerà anche questo, passerà anche lei, passa tutto” (Claudio Todesco, Rolling Stone)

E insomma, cosa ho cercato di dire con tutta questa prolisseide? Che uno dei propositi dell’arte è di ispirare le persone, di spingerle al meglio. E se la Swiffer può ottenere cose simili da qualcuno, forse questa è la spiegazione che posso dare a me stesso.

(voi, scegliete la spiegazione che preferite – perché nella mia microchurch, funziona così)

RESTO DELLA TOP 10. Swiffer detronizza, dopo 6 settimane, TonyEffe, il fidanzato che tutti vorrebbero per la figlia del proprio peggior nemico. Un’altra produzione deprecabilmente non ITALIANA, Dark Matter dei Pearl Jam, afferra il terzo gradino del podio ma non la piazza d’onore (una volta il secondo posto si chiamava così – ora è “il primo degli ultimi”). E questo, malgrado ottenga invece il n.2 (piazza d’onore) dietro alla domina Swift nella classifica di cd e vinili, che tra l’altro incolonna solo stranieri dal n.1 al n.5 – tra questi, i Pinfloi con un disco nero con su un prisma, al n.3. Ma ho buoni motivetti per sospettare che tra pochi giorni troveremo un artista italiano (possibilmente MASCHIO) al n.1. E questi motivetti si trovano nelle

CANZONCINE. Tra i sedicenti singoli, non c’è nessun brano nuovo in top 10, dove l’unico brano non ITALIANO continua a essere Gata Only del cileno Floyymenor. Il che è un modo subdolo di farvi capire che Taylor Swift aka The Music Industry non è riuscita a piazzare nemmeno una traccia tra le prime 10.

Ma se è per questo, nemmeno tra le prime 20.

Solo Fortnight, tra i centomila brani del nuovo album, si accaparra un n.22 grazie al featuring urbano di Post Malone. Ed è l’UNICO brano di Taylor Swift in top 50.

(ma d’altra parte, tornando a Beyoncia, pur essendo in top 10 ovunque, da noi è al n.69, causa la nostra inestuinguibile voglia di chilometro zero)

Il podio perciò è quello della settimana scorsa, rimescolato: sale al n.1 Come un tuono di Rose Villain & Gué (Pequeno), scende al n.2 L’ultima poesia di Geolier & Ultimo, li sorveglia dal n.3 Lazza con 100 messaggi, che occhio: NON è Quella di Sanremo. A proposito: della Sacra Kermesse di febbraio sono ancora ai piani alti tre brani: la Tuta Gold di Mahmood, Sinceramente di Annalisa e Ipmetupte di Geolier.

ALTRI ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE. Per la prima volta da quando Carlo Martello tornò dalla battaglia di Poitiers, la Sony non ha nemmeno un singolo in top 20, che è invece divisa equamente tra gli altri due padroni delle nostre orecchie, Universal e Warner più una briciola per Artists First (Alfa al n.16). Per quanto riguarda gli album, i due dischi da più settimane consecutive in classifica sono entrambi in top 50 da più di cinque anni fa, quando sono usciti, e sono Re Mida di Lazza (19 marzo 2019) e Fuori dall’hype dei Pinguini Piacioni (5 aprile 2019). Credo che per degli adolescenti siano più o meno contemporanei dei

PINFLOI. The dark side of the moon è al n.15. Un gradino sopra l’ultimo prodotto di Bruce Springsteen, la sua compilation di successi, regalo di Natale ideale. Perché o è Natale tutti i giorni, o non è Natale mai.

3 Risposte a “Tutti spiegano Taylor Swift – TheClassifica 17/2024”

  1. “Nel contempo, è anche il suo tallone di Taylor: una scelta che si può permettere, ma che ora come ora rivela il suo desiderio di essere presa sul serio.”

    Questo passaggio non mi convince: Swiffer ha già pagato il suo dazio alla musica seriosa con i due mortiferi dischi acustici dell’era COVID (quelli con i mortiferi The National e Bon Iver).

    1. Eh, però se hai ascoltato TTPS, siamo sempre lì. Forse quello che deve pagare è un dazione tale che chiunque altro ne uscirebbe rovinato.

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