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Vasco ai margini – TheClassifica 46/2021

Il numero uno. Beh, per poco. Domani il disco di MiticoVasco verrà detronizzato, dopo una sola settimana, dal n.1 dei presunti album ITALIANI più ascoltati. Come un Ed Sheeran qualunque. Guardandomi in giro mi pare che nessuno colga – o meglio, che nessuno senta il bisogno di cogliere qualche significato in tutto questo, se non il normale scorrere del tempo e la vecchiezza, che come una Roma senza burle e senza ciance, non prove esige dal musico, ma (…eccetera). E tuttavia non c’è solo questo: nell’imminente incoronazione del King Marracash, dopo una settimana di passerella per il Komandante, c’è anche la definitiva fine di un’epoca. Certo, anche in questo nostro mondo di numeri, MiticoVasco può sempre rivendicare i suoi: quelli delle vendite spettacolari di dischi pagati veramente, e di anni di stadi riempiti schiacciando ogni tentativo di metterne in discussione lo strapotere, per non parlare del record mondiale del megaconcerto di Modena Park. In realtà non è nelle cifre, che sta
La fine di un’epoca. In questi ultimi anni un intero catalogo di suoni è stato messo ai margini da basi preconfezionate e autotune. E insieme alle bordate di chitarra e gli ineffabili “EEEEH!” di MiticoVasco, questo vocabolario canzonesco è stato messo a margine soprattutto per ciò che quei suoni tentavano di esprimere, quelle Sensazioni forti di un’Anima fragile, destinate a una generazione senza più santi né eroi. Forse è quest’ultima, la differenza più importante: oggi sono in giro innumerevoli santi e stormi di eroi, e credo che l’impagabile incipit del disco, XI Comandamento (che ricorda i suoi fasti da dj a fine anni ’70) (a me viene in mente Rockin’ rollin’ disco king di Paul Sabu!) contenga dell’insofferenza vera:
“Avanti il popolo del cambiamento, avanti il prossimo! Avanti il prossimo Comandamento… Bisogna arrendersi, a oltranza”
È una smorfia di rabbia che forse Fabri Fibra ancor più che Marracash avrebbe potuto esprimere, ma non qualcuno dei rapper più giovani – d’altra parte bisogna aver vissuto un po’, per sapere con una certa precisione cosa si disprezza. Però a esser finito ai margini delle canzoni, e non solo le sue, non è solo questo. È sempre più ai margini anche il tentativo un po’ patetico di confrontarsi con chi ascolta: quale rapper potrebbe anche solo concepire Siamo solo noi? “Sono solo IO”, casomai. E quale signorino dell’indie pop potrebbe trasmettere quella carica primordiale al suo pubblico? Ma poi, del resto: quale pubblico desidera quella carica, se non nella forma glamour dei Maneskin, con tutta la loro contagiosa favola da sguaiata boyband (con FEMMINA)? Probabilmente l’unica energia che ha un qualche valore nella musica del 2021 si manifesta sotto forma di aggressività verbale – e tra l’altro anche un po’ meno rispetto a due-tre anni fa.
Proprio perché si trova a margine, quindi proprio qui nei paraggi, provo una specie di struggimento vero nell’ascoltare Siamo qui. Il titolo non è strampalato come sembra – se non altro perché istintivamente porta a rispondere a MiticoVasco: “O komandante, nostro komandante, Siamo qui, ok; e magari siamo solo noi, ma dove??? Dove siamo, o Vasco?”
Lui non ne ha la più vaga idea, veh. Oggi come quarant’anni or sono. Quel che può fare, come quarant’anni fa, è cercare stili che vestano bene le sue parole e i suoi slanci. Solo che non ha più negozi in cui prendere i vestiti – oh, mica può andare in quelli dove vanno Gué Pequeno o Coez. Allora, prende dall’armadio roba che ha già messo. E qualche volta gli va anche bene: per esempio, in La pioggia alla domenica o Prendiamo il volo, che sono davvero la quintessenza di Vasco
(“I sogni che non so perché non hai mai fatto… E io che non ne posso più / Perché ho capito che non mi diverto / Perché non ha più senso un aeroplano senza un aеroporto / Che dove si va? E come si fa? / Chе non si arriva e non si parte / Come la pioggia alla domenica / Come un Natale che non nevica / …E neanche la TV”)
Oppure nell’ineccepibile Tu ce l’hai con me, in cui ripesca le sue infatuazioni di rock “industrial” anni ’90. Ma ci sono momenti di questo album in cui l’espediente di prendere roba dal proprio armadio lo porta a sbagliare cringiosamente vestito: per esempio, la pasticciatissima Un respiro in più reclamava la forma di ballata acustica alla Vivere (Già fatto? Ma è davvero un’obiezione?). Poi, in generale, sia quando va bene che quando va male, MiticoVasco ha ancora la capacità di dire delle cose, e lo affermo con austera serietà. Perché se state ghignettando, dovete dimostrarmi che negli ultimi dischi di Sferoso Famoso o Gazzelle ci sono due frasi da salvare, e nel disco di questo 70enne non ce ne sono almeno venti.
Il problema grosso e quasi insormontabile però è quello della musica. Non tanto nel rock più ferroso (gli stessi Maneskin, per l’appunto, sono una microtestimonianza che ci si può fare ancora qualcosa) ma in quel tipo di ballata dolceamara in crescendo che è stata in questi ultimi vent’anni la Stalingrado in cui il Komandante ha resistito all’assedio. Quando la risfodera (almeno tre volte nel disco) ho l’orrenda sensazione di ascoltare un album in cui Tommaso Paradiso rifà Vasco, e ne esco con il cupo desiderio di rigare delle macchine fighette a caso (…nella speranza demente di beccare quella di Tommaso Paradiso). Beninteso, Vasco Rossi non è la prima rockstar che deve fare i conti con l’età – non mi riferisco solo alla sua età ma proprio a questa età moderna di cui tutti ciangottano. Non è per caso che a un certo punto, e ben prima di lui, Bowie o Gabriel o Jagger hanno smesso di provarci – e Vasco non è Robert Plant, non può infilarsi nelle nicchie con un sorriso sornione. Per me va già bene che in Siamo noi ci siano quattro pezzi che possono stare con dignità in una mia playlist blascosa. E almeno in questo, c’è della modernità: orsù, lasciamo tutti perdere gli album, che sono finiti vent’anni fa come le ideologie: raccattiamo quel poco che troviamo per strada, e facciamo colazione anche con un toast, del resto. Spesso.
Resto della top 10. Il numero uno della settimana scorsa, Rocco Hunt, è smontato rapidamente dal trono scendendo al n.6, mentre il suo predecessore Ed Sheeran gavotta al n.9. Ottimo ingresso al n.2 dei presunti album per Madman, con MM Vol.4: slittano di una posizione altri ex primatisti: Blanco (n.3), Ultimo (n.4) e Salmo (n.5). Entrano al n.7 i Modà – ah, quanti ricordi, vero? – e al n.8 Taylor Swift, con il suo secondo album di cover di Taylor Swift. Rkomi al n.10 conclude la lucente diecina, nella quale abbiamo un’adeguata quota rosa (una FEMMINA) e un inquietante levata di scudi dei non ITALIANI (addirittura due).
Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten e irrimediabilmente ABBA (n.19), Il Volo (n.20) e Loredana Berté (n.42). Da segnalare tra le Nuove Uscite il n.18 dei Silk Sonic, il n.27 di Dave Gahan, il n.32 di Damon Albarn – mentre il Buon Anniversario della settimana è per Nevermind dei famosi Nirvana, che ri-entra al n.22. Escono invece dalla classifica generale Millennium Bug X degli Psicologi (dopo 32 settimane), Dolce vita di Shiva (dopo 22 settimane) e Blue banisters di Lana Del Rey, che è durato 3 settimane come Crisalide di Beba. Tra le majors, ritorna sopra il 40% dei dischi in classifica Universal, e sospiriamo tutti di sollievo.
Sedicenti singoli. Uh, momenti tellurici: c’è addirittura una novità sul podio, ed è costituita da Pastello Bianco dei Pinguini Tattici Nucleari (dei quali un giorno bisognerà anche parlare) che dopo 11 settimane avanza dal n.5 al n.2, alle spalle del preoccupatissimo Salmo, da più di un mese al n.1 con Kumite. Fra i duetti di Sferoso Famoso, quello che conserva la posizione più alta è quello con Madama, Tu mi hai capito, che scende dal n.2 al n.3. Ovviamente niente singoli tra i primi dieci per MiticoVasco.
Lungodegenti. Nessuno dei moderni evergreen da 100 settimane e passa è uscito dalla classifica dei presunti album; per una volta preferirei non snocciolarli tipo rosario, mi limito a bofonchiarne gli autori malmostosamente: Marra Pinguini Salmo Lazza Ultimo Gazzelle Capoplaza Geolier HarryStyles e ovviamente il segnetto di Ed Sheeran, non l’ultimo, quello prima, in classifica da 246 settimane. Però ha perso quasi venti posizioni in una settimana, è al n.78. Chissà, forse era meglio se non pubblicava un nuovo segnetto e continuava solamente a minacciare di farlo. A proposito: molte righe fa ho parlato dell’incoronazione di Marracash, il cui album è uscito in concomitanza con quello di Adele. Magari sbaglio, eh. Ora come ora, invero, su Spotify non c’è proprio partita, ci sono undici pezzi di Marracash tra i primi dieci.
(ovviamente sono undici tra i primi undici – però suonava bene)
In compenso Adele potrebbe contare sul peso che continuano ad avere i cd sulle classifiche. E persino sulla quantità di recensioni positive che sta tirando su. Ricordiamo comunque che non è ITALIANA ed è anche spudoratamente femmina, quindi in teoria deve volare basso. Ma l’algoritmo e le conversioni se la ridono delle nostre teorie, amici: qualunque verdetto verrà fuori e qualunque sentenza noi ne potremo incautamente trarre, la verità è che non c’è modo di prevedere nulla di questi giuochetti, anche se sarebbe così simpatico, it would be so nice come cantavano i
Pinfloi. Esce vivaddio dalla classifica A momentary lapse of reason, mentre The dark side of the moon scende dal n.70 al n.74. Ancora fuori dalla top 100 The wall che sta chiaramente aspettando di capire se riusciremo a salvare il Natale, potete scorgerlo lì ancora più ai margini, che aspetta solo di venirci a trovare tra le mura di casa mentre ci chiediamo Is there anybody out there?
Grazie per aver letto fin qui. A presto.
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