TheClassifica: Renati Zeri per sempre

Renato Zero è al n.1 della classifica dei presunti album col suo ventinovesimo disco. Si chiama Zero il folle. Sono sempre contento quando si mette nel titolo, rassicurando i fan: anche stavolta sarà al centro del suo stesso affresco.

E così, un’altra volta, eccoci riprovare a chiederci perché. Chissà perché.

Renato Zero è una questione culturale. Inscindibile da questo Paese. Renato Zero è LA risposta a ogni domanda sull’Italia. Prendendo una cellula a caso da ogni italiano (mi raccomando: ITALIANO) e mettendole insieme tutte e 60milioni, otterremmo Renato Zero. Se trovassimo una foto di Romolo e Remo da piccoli, scopriremmo che entrambi hanno la faccia di Renato Zero, e pure la lupa: a quattro zampe ma coi capelli neri tinti e lo sguardo intensone. E un giorno l’Italia finirà di vivere come nazione – facciamo, toh, nel 2087, perché non possiamo aspettarci che duri 300 anni, in fondo tante espressioni geografiche governate più seriamente sono durate molto meno (comunque tranquilli: Alitalia sopravviverà). E quel giorno qualcuno come in Watchmen getterà via con noncuranza un quaderno nero e polveroso con scritto UFFICIO AFFARI RISERVATI, sulle cui pagine ingiallite saranno a malapena leggibili certe scritte un po’ più calcate (“…ENRICO MATT…” “…PIAZZ.. FONT..N..” “GOL DI TURON…”). E sull’ultima pagina di quel quaderno ci sarà la foto di un uomo coi capelli neri tinti e lo sguardo intensone. Perché io credo che tutto ciò che fatichiamo a spiegarci ma vediamo ripetersi da anni in forme diverse, grossolane o sottili, alla fine ci riconduca a Renato Zero, il grande prete del pop italiano. Avete presente i preti, specie quelli anticonformisti, controcorénte. Quelli che si guadagnano una piccola santità stando vicino alle persone, che amano quel ruolo che gli permette di predicare e di vestirsi in modo sconclusionato.

Non sto giudicando, eh. Sono decenni che vedo preti e che vedo Renato Zero, e che cerco di farmi una ragione del loro ruolo nella Storia della nazione, e dopo una lunga fase di costernazione mi sono convinto che abbiano una funzione. Per la quale nessuno se n’è mai uscito con qualcosa di meno assurdo. Così da perfetto prete, Zero predica al POPOLO, lo conforta scuotendo la testa con lui (ah, questi politici, ah, questi social, ah, questi italiani che non fanno figli); stringe “le mani a chiunque senza chiedere nome e cognome” (Zero il folle), ne La culla vuota torna a stigmatizzare l’aborto con più sottigliezza di quando lo faceva, davvero controcorrente, negli anni 70 (Sogni nel buio: “Mi chiamerò Francesco o Maria Rosa? Che importa, quello che conta è che io sia come mamma mi vuole… Mi vuole… No. Lei mi ha ucciso!”) e nessuno che l’ha mai messo sul libro nero come il povero Nek. Poi, come tutti i preti invita a stupire della grandezza dei santi, e il suo preferito è “io, quello che sbaglia e non si pente. Meglio per te se non mi sfidi più: sono così, troppo sincero e fiero. Rinascerò se il mondo è buono”. (Gli anni miei raccontano, 2016). In conferenza stampa si è proclamato “Portatore sano di coraggio” e nello spiegare il titolo dell’album ha specificato che “La Storia l’hanno fatta i folli: Gesù, Galileo, Mozart, Martin Luther King, John Lennon, Pasolini, Steve Jobs”.

Potrei cavillare. Nell’elenco mancano nomi significativi, a cominciare da Hitler, oppure che – per stare in quell’epoca – anche Churchill ha fatto la Storia e non credo che fosse folle. Ma ho veramente voglia di mettermi a discutere con Renato Zero? L’unica volta che ci ho provato, si è trasformato in Giorgio Panariello. Eppure, per quanto personalmente non ami la sua opera e fatichi a trovare tre suoi pezzi da mettere nella mia personale top 1.000.000 (fatica che non faccio con Cocciante o con Tozzi, per fare due nomi che erano ai blocchi di partenza con lui) gli riconosco di aver saputo parlare per quasi 50 anni al POPOLO come pochissimi altri. Voglio dire, Berlusconi ci è riuscito per poco più di 20 anni, Pippo Baudo e Pannella per 40. Lui, con la diabolica astuzia dei preti, lo fa dal 1973, anzi, mi correggo: lo fa duemila anni, e lo farà fino al 2087. E forse cambierà faccia ma sarà sempre lui, perché Renato Zero come La Cosa di John Carpenter sa diventare Ultimo, o Anastasio, o Kekko dei Modà che oggi sono al n.2 proprio dietro di lui. E se avete ascoltato gli ultimi album di MiticoVasco e MiticoLiga, pure loro di questi tempi sono Renato Zero. E Canale 5 è Renato Zero, e certamente la Rai è Renato Zero, e RTL è Renato Zero, e ogni tanto, in tutto questo pontificare il dubbio mi viene: forse pure io sono Renato Zero.

Resto della top 10. Dietro ai Modà con Testa o croce (bentornati! Oh, come mi spiace non parlare del loro album) c’è Lazza con l’edizione autunnale di Re Mida. Dietro a questo podio tutto rinnovato continuano le nuove entrate, con Levante al n.4 e Mika al n.10. Rimangono in top ten Ultimo, al n.7 con Colpa delle favole, e il contingente di rapper dal n.5 al 9: gli ex primi in classifica Gemitaiz & Madman, poi Night Skinny, Machete e Rocco Hunt.

Sedicenti singoli. Anche qui c’è una novità al n.1, ed è Gigolò di Lazza e Sfera Ebbasta cui partecipa anche Capo Plaza, però solo in featuring, caso mai si credesse il Capo. Al n.2 sale Dance monkey, della strana australiana Tones and I, che scavalca la ex n.1, cioè l’attuale numero 3 Ancora una volta di Fred De Palma featuring Ana Mena, canzone regina dell’estate – che è FI-NI-TA. Quindi torniamo agli album.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top 10 dei presunti album Massimo Pericolo, Post Malone, Emozioni e Masters vol.2 di Lucio Battisti, Abbey Road dei Beatles. Escono del tutto di classifica i Korn dopo 3 settimane, i Verdena dopo due (una delle quali, passata in top 10) e soprattutto Madame X di Madonna dopo 16 settimane. Che dire: è andata così. Se volete sentirvi ancora più tristi, pensate che Elettra Lamborghini è in classifica da 17 settimane.
Invece, il club degli album da più di cento settimane in classifica continua ad annoverare Hellvisback di Salmo (192 settimane), The dark side of the moon (153), ÷ di Ed Sheeran (136 settimane), Evolve degli Imagine Dragons (120), Polaroid 2.0 di Carl Brave x Franco 126 (119), The wall (102). Altri album che fanno ingresso in classifica: Lazza, come Cesare Cremonini, ci ha fatto dono di una versione solo piano dei brani di Re Mida, entrata al n.19. Mentre entra al n.32 Il cammino dell’anima di Angelo Branduardi, al n. 43 il live dei Simple Minds e al n.88 quello degli Helloween. Infine, entrano al n.62 Nick Cave, e al n.90 i Darkness.

Miglior vita. Lucio Battisti ha retto piuttosto bene alla seconda settimana, quella in cui non sei più l’hashtag, mantenendo otto album in top 100; grazie a lui abbiamo in classifica undici dischi di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di regime forfettario. Tra loro, e ormai mi ci sto abituando con rassegnazione, continua a mancare Nevermind. È finita un’epoca. Per fortuna non finisce mai l’epoca dei

Pinfloi. Dopo il confronto televisivo da Bruno Vespa, The dark side of the moon riguadagna consensi e sale dal n.75 al 45, ma anche The wall secondo Il Giornale ha ASFALTATO il rivale e infatti tra i suoi elettori sale dal n.78 al 74, a dimostrazione che pur tra tante differenze rimangono due amabili piacioni ai quali non rinunceremmo per nulla al mondo.

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