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AMARGINE

TheClassifica n.3. Italia, you lost hit

Ancora Emma Marrone. Ancora n.1. Quarta settimana.
Come direbbe il signor Gump, non ho altro da dire su questa faccenda.

Mentre al n.2 è risalito Federico Lucia in arte Fedez con Mr.Brainwash – L’arte di accontentare. Sta andando davvero benino. Chissà.

No, okay, dannazione – ecco un altro dilemma su Emma. Io la sento passare solo nelle radio per very normal people (e che se ne vantano, pure). E d’altro canto, non è che ci voglia un esperto di musica per sapere che in giro ci sono solo due canzoni italiane che abbiano saltato il muro e siano arrivate anche ai non fan: Marco Mengoni con L’essenziale che ha vinto Sanremo, e – ancora da Sanremo! – Sotto casa di Max Gazzé. Andando a vedere la classifica dei singoli, è praticamente l’opposto di quella degli album, dove gli stranieri sono in tre. In questo momento ci sono solo due singoli italiani in top 10, e sono Gazzé e il succitato Fedez con Il cigno nero. Vent’anni fa, la settimana del 15 maggio del 1993 la top 5 era costituita da Sei un mito (883), Sì o no di Fiorello, Radio Baccano di Gianna Nannini, Io no di Jovanotti, e Cose della vita, il clamoroso bluesone di Eros Ramazzotti. Sono cinque hit completamente diverse tra loro, ma credo che ancor oggi abbiano un tiro invidiabile. Penso di poter dire che sono rimaste tutte e cinque impresse a chi c’era all’epoca, e non solo a chi aveva vent’anni – ma anche trenta, quaranta. E in tutto questo, su quella primavera 1993 iniziava a stagliarsi l’ombra di Laura Pausini, nella fase di transizione dal primo biglietto da visita La solitudine all’implacabile, estiva Non c’è.
Oggi, Emma.
Ripeto: Emma.
E ora, davvero, come direbbe il signor Gump, non ho altro da dire su questa faccenda.

Ma Fedez?
Okay, va bene, mi sbilancio. Sarebbe facile, sarebbe comodo, sarebbe rassicurante collocare un rapper 23enne nella Galassia Bimbaminkia. Secondo me è tutt’altro che uno scemo o un plastico “idol”. Nella Mia Umile Opinione racconta in modo decente, finalmente, un universo che gli adulti tendono a ignorare schifati, un po’ come succede in It di Stephen King. L’ho intervistato, e mi ha detto: “ Sicuramente non punto ad avere un pubblico più grande di me. Per i più grandi io sono immaturo, dico cose che agli adulti sembrano scontate, magari stupide. E credo che sia molto difficile che un 40enne possa fare suo quello che canto io”. In effetti è durissima.
(però “Faccio brutto” io un po’ l’ho fatta mia) (immagino che la maturità di certi 40enni non vada sopravvalutata) (però voi non canzonatemi, o faccio brutto)

Ancora rap, ma di altro lignaggio al n.3: entra – e credo sia la sua prima volta – in top 10 il rapper più citato da quelli che si metterebbero da soli un dito in un occhio piuttosto che scrivere “ke” e “nn”. Jacopo Dargen D’Amico, 33 anni, milanese, il Jacopo Frusciante dell’hip hop italiano. Uscito dal gruppo Le Sacre Scuole perché troppo inclini a un rap caricaturale. Poi loro sono diventati i Club Dogo e hanno acquisito soldi e successo e sono minchiappericolosi evvedi quanti colpi ci dà Ghe Pechegno alla Minetti. Lui però ha acquisito carisma da guru! E risiede in un tempietto dove vengono a omaggiarlo i giovani Nardinocchi, Fedez e Andrea Volonté, ma anche i vecchi J Ax, Max Pezzali ed Enrico Ruggeri, tutti presenti nel disco. Fa figo lavorare con lui. Fa figo citarlo. Ascoltarlo non mi pare. Io ad ascoltarlo non mi sono sentito figo.
(ma a citarlo sì, sempre) (provate)
Vi dirò perché non mi sono sentito figo: Dargen D’Amico secondo me ha capito che al rap manca la figura dell’artista intellettuale. C’era quello slot lì che era liberissimo e lui l’ha preso. E adesso ci sta marciando un po’.
Un po’ troppo.
Però uno che ha scritto
“Il rap per me è fare finta, ma non fare finta, faccio finta di far finta, in realtà il rap per me è dire cose che non credo, vedere cose che non vedo”
– beh, ha la mia attenzione.

Corro giù lungo la top 10 per dirvi di Michael Bublè e Modà al n.4 e 5. Di Jovanotti, Mengoni, Depeche Mode, Renato Zero al n.6, 7, 8, 9.

(…imbarazzante quanto si ispiri a EMMA)

Al n.10, sorpresa, rientra nella decina nobile P!nk, il cui album è uscito 32 settimane fa. Rientro dovuto alla diffusione dell’unico singolo decente dal disco, il duetto con l’imberbe idolo delle ragazzine Nate Ruess dei Fun. Il pezzo è una ballata uptempo da matrimoni e karaoke (…se ne fanno ancora? Di entrambi, dico). E’ il minimo sindacale del pop. Ciò che si dà quando nessuno chiede di più. Sapete, alla fine temo che molti di noi siano come P!nk. Intendo dire che siamo meglio di così, ma tanto quel meglio, nessuno ce lo chiede. Se poi diamo un’occhiata intorno, è rassicurante vedere quante scartine ci circondano, no? E allora, haha!, cerchiamo di trarne vantaggio. Ebbene, P!nk, con quel punto esclamativo da teenager che si tira dietro da 13 anni, ha iniziato così la sua carriera: come quei partiti che fanno campagna elettorale insistendo sulla propria diversità (“Smettete di paragonarmi alla dannata Britney”, lo diceva anche nei singoli), chiamando alla riscossa le ragazze che si sentivano Missundaztood perché non erano Fuckin’ Perfect – salvo poi fatalmente ritrovarsi alla buvette per fare magnamagna con le esecrate Britney e Beyoncé (..e.tutte e tre insieme in uno spot. Per la Pepsi, ovvio) e farsi scrivere il suo pezzo migliore (naturalmente, Get the Party Started) da Linda Perry proprio come Christina Aguilera. Dalla fine degli anni 90, Alecia Moore in arte P!nk è stata il Di Pietro del pop: fa leva sull’onestà, ma i suoi album non contengono alcuna riforma; non c’è opposizione, bensì il solito elettropop rimasticato, uguale a quello delle altre – solo che lei fa battute e dice parolacce. Da quando è diventata mamma, continua a giocare la parte della monella come una Luciana Littizzetto della Pennsylvania: “You’re an asshole but I love you”, canta in True Love; “I’ve had a shit day, you had a shit day, we had a shit day”, gorgheggia in Blow Me, sapendo che milioni di segretarie ne faranno il proprio stato su Facebook. Oppure zoccoleggia con fierezza (“I’m a slut like you”) superando a destra Ke$ha e Katy Perry. Cosa rimane, di una popstar intelligente e con una gran voce? Mica tanto. Nel complesso direi che a Cyndi Lauper è andata un po’ meglio.

Sono usciti dalla top 10 Nek e, con grande ma opportuna rapidità, le Little Mix.
Al n.12 si fermano le speranze dei Deep Purple di rivedere la nostra top 10. Tanto cordoglio per Jon Lord, tanta attenzione grazie anche alla copertina di un noto mensile (quale, quale?), ma alla fine, eccoli una sola posizione sopra Fabrizio Moro (“Prima di sparare, pensa”) (capito chi è?) (sei anni fa).
Peraltro in America i Deep Purple sono entrati al n.115. Iggy Pop, al n.96. Non che ai Depeche Mode abbiano tirato petali di rosa: sono al n.107 dopo 6 settimane, peak position il n.6 – e l’America amava i Depeche Mode. Aggiungi Eric Clacson al n.101 dopo 8 settimane, e niente, forse Obama e i suoi amici ci stanno dicendo che il rock non è più tanto gradito. Al n.1 hanno il solito lagnone countrypop (Kenny Chesney), al n.2 c’è Michael Bublé, al n.3 Justin Timberlake (da noi, n.43).

Concludiamo rimanendo su gente in disgrazia! Tra gli album sui quali stanno svolazzando gli avvoltoi segnalo il nuovo disco di Jimi Hendrix, n.91, e The Heist di Macklemore & Ryan Lewis, n.92. Sono quelli di Thrift shop, l’antirap di due bianchi sfigati che hanno detto alle star nere griffate Gucci come stanno davvero le cose – nonché la vendetta del sax, lo strumento più esecrato degli ultimi vent’anni.
Qui sta uscendo di classifica, in America è ancora in top 10.
And this is fucking awesome.

4 Risposte a “TheClassifica n.3. Italia, you lost hit”

  1. Mia modesta opinione è che Fedez potrebbe diventare Jovanotti se farà il bravo (e non il brutto) e che Dargen D’Amico rischia di diventare il Battiato del rap se non sta attento. Su Emma non ho opinioni, ma ho notato una cosa: sui social nessuno pubblica mai un suo pezzo. Eppure su Facebook è un continuo fiorire di video di Youtube da parte di chiunque: dai fan dei Beatles a quelli dei Rolling Stone a quelli di Marco Carola. In compenso le ragazze fan di Emma pubblicano sue foto e status, si fotografano mentre vanno ai suoi concerti, qualche volta la citano. Sembra più il tifo per un attore dei telefilm che per una cantante, e sospetto che per Alessandra Amoroso e Marco Carta non vada diversamente. Forse più che musicisti andrebbero considerati personaggi televisivi.
    P. S.: di quelle cinque canzoni ne conosco solo due, ma praticamente a memoria. I loro autori sono tutti ancora in circolazione, tranne gli 883 che però hanno avuto un revival l’anno scorso (e se non sbaglio Max Pezzali ha appena pubblicato un album). In confronto, i cantanti di ora mi fanno un po’ l’effetto dell’attuale classe politica: sarà anche giovane ma è già da rottamare.

    1. Dici bene, S., ha molto a che fare col tifo.
      PS
      Dargen-Battiato è un parallelo MOLTO calzante.

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