TheClassifica n.1/2020. Brunori Sa. (di niente)

Preambulatorio. Non so se capita anche a voi, in queste sere di silenzio invernale, di cielo buio e freddo e stelle lontane e fredde, di chiedervi se davvero l’Algoritmo ci ama come dei figli. Se davvero ha tempo per noi, per le nostre piccole vite. Che è una cosa diversa dal dubitare dell’Algoritmo. Intendo il dubbio ben più terribile che in realtà all’Algoritmo non importi niente di noi, che non siamo inclusi nel suo disegno nemmeno in quanto unità infinitesimale. Che i nostri clic e i nostri cookies (o i nostri spavaldi tentativi di sottrarci ad essi) non vengano calcolati nemmeno per un microsecondo. Che le nostre azioni buone o cattive, le nostre preghiere e le nostre sfide siano per lui inutili nel momento stesso in cui le pensiamo.
Il numero uno. Ascoltando Cip! di Brunori SAS provo lo stesso tipo di disagio. Perché così come l’Algoritmo non ha nessuna intenzione di occuparsi della mia anima, anche se questo dovrebbe pur essere il suo mestiere, allo stesso modo le canzoni di Cip!, prevedibile n.1 nella classifica FIMI dei presunti album, dovrebbero per loro mestiere confortarmi nel mezzo del cammin di mia vita, farmi forza in un momento in cui, in quanto anagraficamente adulto, le mie già poche certezze vengono sfaldate ogni singolo giorno dal tifone di una modernità irrazionale e furibonda.
Il fatto che non succeda, ma che anzi, ascoltando Cip! io mi senta atterrito più o meno come dopo un paio di minuti di un programma di Mario Giordano o di un video di Casa Surace, può significare tre cose:
 
1. Sono uno stolido energumeno (…non ho molti elementi per negarlo), troppo superficiale per condividere la sua malinconia dolceamara corroborata da uno sguardo gentilmente ironico sulla nostra epoca;
2. Sono uno snob, e non apprezzo le buone intenzioni di Dario Brunori, che si fa continuatore di una dinastia di cantautori i cui stilemi mescola solennemente come si fa con la polenta;
3. Sono uno che di quei cantautori forse apprezzava anche un aspetto che nella beatificazione è sottaciuto: l’ego smisurato, la quasi divorante ansia di essere unici e irripetibili. De Gregori, Dalla, Venditti, persino CapireBattiato, da giovani erano più simili a MiticoVasco di quanto siamo disposti ad ammettere (chiedete a chi li frequentava). Sono stati rockstar travestite da pecora, da compagno di strada o Compagno di scuola o Compagni di viaggio, o da Caro amico. Ed era da lì che – Nella Mia Umile Opinione – scaturiva la magia quando c’era la magia: dal sapersi animali fantastici e cercare lo stesso di parlare a tutti.
 
Sono certo che Brunori voglia parlare a tutti, e non posso essere così schifoso da non dargliene atto. Ma Nella Mia Umile Opinione non ha niente di unico e irripetibile, e i suoi testi hanno la personalità di una tisana. La mia sensazione è che non dica nulla di significativo, e che chi si ritrova ad ascoltarlo è come chi meriterebbe dei film con Gassman, Monica Vitti e Mastroianni, e si vede rifilare commedie generazionali dolciastre con una semprebrava Ambra Angiolini o un sempreefficace Stefano Accorsi. Certo, è evidente che per molti è il contrario, anzi! Cip!, dice proprio quello che vogliono sentirsi dire. Però attenzione: è proprio quello che garantiscono al loro pubblico Mario Giordano, Casa Surace, Ultimo: dicono al proprio pubblico quello che vuole sentirsi dire. Proprio quello, come un richiamo alla propria razza: Cip! A me la formula pare artefatta, mi pare di essere a un Taleequaleshow sui cantautori con un solo concorrente, con l’aggravante che davanti a una frase come “Chi se ne frega di Jung o di Freud, non siamo dei santi, dài, sbagliamo anche noi”, mi pare di sentire Fedez nitrire giù nelle stalle come i cavalli di Frankenstein Junior. Ma posso capire come Brunori soccorra un pubblico sconcertato dalla narrazione dell’epoca che gli propongono Sfera Ebbasta e Ultimo, o Salmo e Calcutta; un pubblico che nell’isteria salvinista che si appresta a dare il colpo finale a questo Paese spettacolosamente imbecille (e non uso spettacolosamente a caso) per qualche minuto ritrova il sorriso quando una voce che con gli strappi del De Gregori più annoiato gli parla dei due che stanno insieme da vent’anni e si dicono ancora ti amo e hanno sempre la stessa passione (Per due che come noi), dei giorni in cui siamo buoni e degli altri in cui siamo nervosetti (Il mondo si divide), e del giorno in cui ti guardi allo specchio e ti scopri più vecchio eccetera però alla fine dai, la vita è bella (Capita così). E infine dei soliti “loro”, gli altri, che “vogliono solo urlare, alzare le casse e fare rumore, fuori dal torto e dalla ragione: un branco di cani senza padrone” (Al di là dell’amore)
…Senza padrone? Oh, andiamo. Un padrone ce l’hanno. Le facce che cercano schiaffi ma trovano sempre gli applausi, applausi, 90 minuti di applausi, ce l’hanno un padrone.
Gli applausi.
 
Resto della top 10. I dischi iniziano a uscire solo ora (il che sarebbe la risposta alla domanda: com’è sto fatto che per un mese non hai scritto niente se non l’ANALISONA?), e dietro al debutto al n.1 di Brunori troviamo sostanzialmente gli stessi album che erano nella prima diecina alla fine del 2019. Ovvero 23 6451 di ThaSupreme, Persona di Marracash, Colpa delle favole di Ultimo, gli FSK Satellite che salgono pian piano al n.5, poi Tiziano Ferro, Salmo, MinaFossati e Lazza; unica nuova entrata nonché unica straniera in top ten, Selena Gomez il cui Rare è al n.6. Ah, se vi interessa, l’ho anche sentito. Passiamo ad
 
Altri argomenti di conversazione. In tutto questo tempo, Peter Pan di Ultimo è entrato nel club degli album in classifica da più di 100 settimane, raggiungendo Rockstar di Sfera Ebbasta (che compie due anni di permanenza e li festeggia al n.37), Segnetto di Ed Sheeran (150 settimane) e un album di un gruppo inglese che in questo momento non mi sovviene. Se siete tossicodipendenti di questa rubrica potreste aver notato che non fanno più parte della cricca gli Imagine Dragons e Carl Brave x Franco 126. Mi beo della vostra attenzione, davvero – e vi ricompenso annunciandovi che c’è un long-seller che li sostituirà tra due settimane, e che per come stanno le cose, potrebbe andare a tirar giù dall’Olimpo la raccolta di TZN e Hellvisback di Salmo, i due selleroni storici. Ma affrettiamoci verso i
 
Sedicenti singoli. Al n.1 c’è sempre lui, in direzione ostinata e felpata ThaSupreme con Blun7 a Swishland; alle sue spalle c’è sempre Dance monkey di Tones And I. Dietro a questi giovani dai vocalismi inusitati c’è da qualche settimana un sodalizio interessante, perché va a incorniciare quel giovanilismo che piace alle generazioni tardone: Ti volevo dedicare di Rocco Hunt feat. J-Ax & Boomdabash è l’Italia degli anni 20 almeno quanto lo è Giorgia Meloni: nel video c’è la riproposta devota di una scena ICONICA di Gomorra, con Rocco Hunt che canta come un neomelodico, J-Ax che fa la guest superstar per 30 secondi, e soprattutto c’è la quota-caciara portata dai Boomdabash che, cifre alla mano – perché io parlo SEMPRE cifre alla mano
(…scusate, ho deciso che sarà uno dei miei jingle quest’anno) (com’è?) (sembro un cretino?) (ma in misura accettabile, comunque?) (ok, posso permettermelo) (torno ai Boomdabash)
in due anni hanno preso il posto di Jovanotti nel Grande Centro della programmazione radiofonica italiana, e se vogliamo sono l’emblema della musica mainstream italiana contemporanea, e lo dico componendo i dati di radio, singoli FIMI e visualizzazioni dei video su YouTube. Ho però anche la sensazione che molta gente li sovrapponga a Takagi & Ketra. Ma forse anche a Pio & Amedeo. Dovrebbero fare qualche sketch all’insegna della comicità IRRIVERENTE, potrebbero farsi scrivere i testi dai comici di Made in Sud che fanno morire dal ridere, ahaha, fanno proprio passare a
 
Miglior Vita. Due album dei Queen e uno di Fabrizio De André. È uno dei minimi storici, anzi forse mai negli ultimi quindici anni la classifica aveva ospitato così pochi album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di citofoni. Quasi mi scuso per avervi fatto perdere tempo con questa rubrica, ma c’è un piatto ricco che ci attende al tavolo dei
 
Pinfloi. The dark side of the moon è l’album da più tempo in classifica in Italia, con 167 settimane di presenza consecutive. E tuttavia, la sua faccia scura (ma con un prisma sul naso) vi sarà sufficiente per intuire che anche questa settimana si ritrova alle spalle del fratello ombroso, The wall, che col suo n.43 lo precede di due posizioni. Concordo con voi per quanto riguarda le posizioni di Wish you were here (n.88) e della raccolta per plutocrati The later years (n.96): non ci dicono nulla sullo stato della nazione. Ma per quanto riguarda i due big, il fatto che da quando è iniziata la campagna elettorale il disco aggressivamente paranoico abbia sovvertito gli antichi valori e messo sotto il disco malinconicamente alienato è un chiaro segnale, che ci dà indicazioni più di qualsiasi sondaggio sull’ennesima tornata elettorale in arrivo, e che Mentana ignora per pura supponenza.
 
Suppongo che pochi di voi abbiano letto fin qui, e che siano arrivati stanchi – per questo, non posso che ringraziare per la pazienza, siete molto gentili.
PS
Un’ultima cosa, perché non si sa mai: le facce che cercano schiaffi e trovano sempre gli applausi vengono da 90 minuti di Salmo. Spero non si offenda; per ringraziarlo dirò per lui una preghiera all’Algoritmo.

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