TheClassifica 93. Marra/Gué e un appropriatamente verboso discorso sull’hip-hop

So che non avete 16 anni. Quindi posso chiedervelo: vi siete mai domandati cosa ascoltereste se foste nati nel 2000? Presi in mezzo tra chi nella vostra classe ascolta Benji e Fede e chi invece Kurt Cobain perché cioè si è sparato, ciaone proprio. Le radio che vi ammazzano di Alvaro Soler e i genitori che vi inseguono con gli album di Springsteen e Foo Fighters. La tv che vi sommerge di Amici e i critici musicali che scrivono trattati sulla propria adolescenza indicando (nelle ultime due righe) come sola redenzione dei cantautori indie americani barbuti noiosi come il Portogallo. YouTube che vi porta in due mosse a DavidGuetta e Avicii e ovviamente, i social, che vi spaccano di Beyoncé perché è figa e fa le cose fighe e veste figo e piace ai fighi ed è consequenzialmente fatale che ad ascoltarla si diventi fighi.

Quindi, o 16enti, cosa ascoltereste? Arcade Fire? Muse? Grimes? Ed Sheeran? Lana Del Rey? Skrillex, in modo da fare contenti gli adulti che dicono che i giovani ascoltano Skrillex? O non vi fregherebbe niente della musica, vivreste i cantanti così come vivete gli YouTubers, come una modalità di raggiungimento del successo, di esposizione del sé?

Zoom su di me. L’altra sera guardavo il Coca Cola Summer Festival.
(e ovviamente lui, come il celebre abisso, guardava me)
E mi facevo questa domanda che vi dicevo. Ed era durissima rispondere. Ma non per un qualche gap generazionale, anzi – tra i presenti, quelli in giro da più anni (che pure, sia chiaro, stimo scoordinatamente) (la lievitante Elisa, il minerale Zucchero, il fiammeggiante Zampaglione, il planetario Renga, l’epistemologico Nek) mi sembravano i più rinunciabili. Il problema non era il linguaggio sonoro o quello espressivo – è che banalmente non c’era una sola canzone che mi facesse dire: “Toh. Questa mi dice due robe”. Tranne, maledizione, i danesi Lukas Graham, ma proprio perché c’era questo clima da male minore tipo tornata elettorale.

Va detto che erano tutti abbastanza divertenti da guardare – su tutti, Sandrina Amoroso; sotto tutti, Arisa, all’ennesimo autorilancio pop. Non era lo spettacolo atroce che temevo – certamente non più idiota dell’ultimo Sanremo, anche se i due 80enni Alessia Marcuzzi e Rudy Zerbi erano una tassa iniqua da pagare.

Insomma, mentre ero lì che aspettavo i momenti che più concupivo (Rovazzi e Il Pagante), sono apparsi Gue Pequeno e Marracash, e hanno portato lì il pezzo che se avessi avuto 16 anni mi avrebbe steso. marracash-e-gue-pequeno-album

Carota. Nulla accade è un pezzo che non ha troppe sottigliezze, contiene la dovuta quantità di cliché sul rap, sulla città che schiaccia (come se la provincia, invece, no), sul “credere in te” che ti salva – però gente, contestualizzate un attimo. La notte era buia, e piena di terrori e di The Kolors e Fabrizio Moro e duetti tra Emma Marrone e Alvaro Soler. In secondo luogo avete 16 anni, e anche se sono sicuro che siete più svegli di me e quindi per questo i due ex manzi del Muretto vi stanno sulle palle a pelle, quello è il tipo di pezzo che ti guarda negli occhi. Poi magari ti frega il portafogli, però intanto ti guarda negli occhi. Perché c’è sempre una prima volta in cui sentiamo dire in una canzone “A scuola non ti insegnano com’è il mondo davvero” – voi da chi lo avete sentito, la prima volta? Da Springsteen, dai Rolling Stones, da Lou Reed, da MiticoVasco? Che vi posso dire, siete stati 16enni più fortunati.
Bastone. E tuttavia, c’è qualcosa di cui il me stesso teenager si accorgerà molto presto – e non potrà non farlo, perché chi ascolta hip-hop compie il suo percorso molto rapidamente (credo che la maggior parte ne esca dopo cinque anni. Il ricambio generazionale degli ascoltatori è rapidissimo, e rimanere in sella per un decennio o più è difficilissimo).

Avvertimento amichevole. Dedico quasi tutto il TheClassifica a Marra e Gué e all’hip-hop perché non è successo molto altro in classifica. Se volete potete saltare la parte che segue. Ma potreste perdervi la parte in cui si fa uso del verbo “deepthroatare”. 

Bastone (reprise) Quando ho sentito per la prima volta Santeria, l’album di Gue Pequeno e Marracash, nuovo n.1 in classifica, ho pensato che uno dei due cercava, una volta tanto, la profondità dell’altro, che a sua volta cercava, una volta tanto, l’impunità del primo. Tant’è che non credo che i pezzi migliori, quasi tutti concentrati nella prima metà, siano merito di uno dei due in particolare. Al secondo ascolto, però, mi è venuto da dire: sì, posso contare almeno una trentina di rime magistrali da mettere via. Sì, un flow così, è da studiare a scuola. Sì, sì, sì.

Però la sensazione è che si sia raggiunto il soffitto.

E lo si è raggiunto perché sia gli artisti che il pubblico hanno smesso di chiedersi di più. Anzi, si sono incistati nel loro territorio ben delimitato. Il rap mainstream (possiamo chiamarlo così? In fondo è quello targato Universal, quello più fedele e attento ai percorsi delle scuole americane, quello che può anche aver flirtato con il pop ma senza mai saltare la staccionata come Jovanotti o Articolo 31) non può andare più in alto di così – non con queste fondamenta, non con questa prudente delimitazione dei confini. Non con l’eterno ritorno delle rime sui soldi, sui rivali in classifica, sulla droga, sulla città, su Tony Montana, sulle pute. Raga, ne ho sentite TROPPE.
(anche se, ammetto, “Mentre compongo come Sakamoto lei mi chiama “loco”, io la deep-throato” è tipo la Ferrari mimetica di Lapo Elkann: non esistono argomenti per commentarla)
E come quel ragazzino che gridava “Al lupo, al lupo!”, ogni volta che ne aggiungete una, non importa più se è vera o no – togliete definitivitudine a quelle precedenti. 

A meno che. Una volta approdati alla Santeria, dopo questo disco (cioè dopo aver dimostrato che eh, se volessero) tutti e due si prendano la briga di uscire dalla gabbia. Il che per quanto mi riguarda non vuol necessariamente dire non fare più pezzi di perfido machismo tipo la chiacchierata Cantante Italiana, o la pasolinata di Scooteroni. No, vuol dire: c’è un mondo un po’ più grande da raccontare, là fuori. Seriamente, anche voi, vi piacete più quando fate Senza Dio e Nulla accade, o quando state lì a gomorrare? Forza, che non avrò 16 anni ancora per molto.

Il resto della top 10. I Red Hot Chili Peppers scendono al n.2, l’amico Sergio Sylvestre al n.3, Radiohead al n.4, Zucchero al n.5. Poche differenze con la classifica della settimana scorsa: dal n.6 al n.10 ritroviamo più o meno i soliti di questo periodo: l’Amica Elodie, Coldplay, Pooh, l’Amica Alessandra Amoroso, l’Amica Elisa. Escono dalla prima decina Afterhours e l’Amica Chiara Grispo (dal n.10 al n.23).

Nuove entrate semi-interessanti. Marco e basta di Iaco (DJ Squalo di 105) entra al n.27. Entra al n.31 T’appartengo di Ambra. Sì, è QUEL T’appartengo, quello con l’amore col silenziatore che ti spara al cuore e pum! Entra al n.31 solo con le vendite di digitale e vinile. So che al mondo accadono cose peggiori. Però là fuori c’è chi nel 2016 è andato a comprare il vinile di T’appartengo. Forse vedendo Ambra Angiolini in copertina ha pensato che fosse Vanity Fair. Neil Young entra al n.33. E guardami negli occhi, Neil: puoi pure fare i caroselli per le strade, per questo numero 33.
Entra al n.71 Eterno agosto di Alvaro Soler. Questo sì che è un titolo.

Miglior vita. Sei dischi su cento sono riconducibili ad artisti che hanno lasciato questa valle di sfottò fascistoide. Li guida, al n.59, Nevermind dei Nirvana. Non so se lo sapete, ma Kurt Cobain, cioè, si è sparato – ciaone, proprio.

Breve discorso sui long-seller. Che sono tutti italiani. Fedez (n.93) è da 91 settimane in classifica, MiticoVasco (n.36) da 86, i Modà (n.49) da 85, TZN (n.30) da 83, Marco Mengoni (n.72) da 76, J-Ax (n.70) da 74 settimane, il live di Jovanotti (n.20) da 70 settimane.
Nessun album straniero è in classifica da più di un anno.
Quello che si aggira da più tempo è Rattle that lock di David Gilmour.
Eh.
Da 41 settimane in classifica.
La cosa non mi consola della inqualificabile assenza nella top 100 di album dei

Pinfloi. Questa cosa è insopportabile. Mi sembra ormai chiaro che le ristampe dei vinili stanno falsando il campionato. E se anche The piper at the gates of dawn è dato al n.9 nella classifica FIMI dei vinili, non basta a entrare nella top 100. La nicchia è piccola. La gente mormora.

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