TheClassifica 81 – Volevamo una popstar. Ora abbiamo Mengoni. E adesso? E adesso?

TheClassifica 81 – Volevamo una popstar. Ora abbiamo Mengoni. E adesso? E adesso?

Allora: David Bowie. Leggevo sulla homepage di un giornale estremamente importante che Blackstar è al n.1 in classifica in Usa. Non dicevano che è al numero 1 anche da noi. Mi chiedo se se lo siano dimenticati, oppure se semplicemente sono ormai assuefatti a fare il loro mestiere copiando dai siti del Kansas City. Comunque, tra raccolte e album originali entrano 8 dischi del duca camaleonte androgino bianco in classifica, equamente distribuiti tra Warner e Sony. Il più alto è Nothing has changed al n.13; gli album veri e propri sono invece il penultimo The next day (n.65) (un po’ a sorpresa, no?), Heroes (n.62) e Ziggy Stardust (n.97). Per il resto, su Bowie ho già detto una pletora di cose altrove.
Ed è molto subdolo da parte mia far precedere la dissertazione su Marco Mengoni, n.2 in classifica e protagonista con ben due album della top ten annuale totale, da queste poche, asciutte righe su David Bowie. Sì, lo è.

Non è che non abbiamo mai avuto delle popstar, in Italia. Anzi: a lunga o a breve gittata, da Renato Zero alla Rettore, da Anna Oxa a Eros Ramazzotti, da Paola&Chiara a Coconuda, ne abbiamo avute un bel po’. Però da alcuni esperti di coolness si invocava da tempo l’avvento di una popstar moderna, di respiro internazionale (evidentemente favorito da un dentifricio internazionale). E questa popstar 2.0, che – toh! – ha chiamato il suo primo album Solo 2.0, è Marco Mengoni.
E benone. Volevamo la popstar italiana moderna. L’abbiamo.
Io, ho una domanda.
E adesso?
E adesso? 
E adesso?

(…forse sono tre domande) 

Attorno a Mengoni è stato costruito l’intero evangelo di X Factor, perché la maggior parte dei vincitori ha picchiato il muso, e quelle che stanno meglio fanno le coriste di lusso sui pezzi straziosi dei rapper – ma lui! Le Mengonnier! Oh, lui rumina successi come una mietitrebbia, gira l’Italia e financo l’Eurofestival proiettando successo e popstarità. La faccina, la barbina, i capini di abbigliamento corrispondono a un’idea italiana di “moderno” sulla quale non possiamo più discutere. Quell’idea di “moderno” è tra noi da quasi una decina di anni, forse non contiene niente, non è nemmeno realmente divertente, ma almeno per un po’ ce la teniamo.

E’ poi ben vero che Mengoni ha trionfato a Sanremo. Come del resto Povia, Giò Di Tonno, Valerio Scanu, Arisa: hanno trionfato a Sanremo. E quindi? E adesso? E adesso? E adesso?
Adesso niente. Mengoni è sicuramente animale da palcoscenico, questo glielo concedo. Ma io tutto il “talento” di cui sento parlare lo individuo solo nel fare la faccina giusta, mettere (con l’aiuto di decine di persone) il suonino giusto, il titolino giusto al pezzino giusto. L’essenziale è sicuramente la migliore vincitrice di Sanremo di questo secolo. Mi sento invece di rilasciare la seguente, gravida dichiarazione: non ci voleva molto. Detta brutalmente, Mengoni è quello che chiede il mercato, è quello che chiedono i media. Quello che chiede la grande vanity fair italiana. Ma non ha veramente niente da dire.

Tanto per fare un esempio:

Le cose che non ho è il titolo che ho scelto per ricordare a tutti, ma prima di tutti a me stesso, quanto sia importante sapersi guardare dentro, imparare a godersi gli attimi della vita, i singoli momenti che compongono una giornata, e – nel mio caso – la fortuna che mi è capitata di fare ogni giorno quello che più mi piace”.

Gesù cavallerizzo, ma è davvero questo che mi state vendendo come artista di prospettiva europea? La risposta a tutti quei belgi e svedesi che fanno il pop europeo? Questo ipernulla ipercaruccio europeo? Perlomeno Scialpi negli anni Ottanta diceva che i tagli sui suoi jeans erano le lacerazioni che la sua generazione aveva dentro. Okay, lo so cosa state pensando: altro livello culturale. Ma saltando a una o due generazioni dopo, il confronto col pezzodanovanta corregionale, ovvero TZN, non si pone nemmeno. Non sto nemmeno a parlare di qualità musicale o dei testi, mi limito a sottoporre i gelidi dati. L’ultimo album di Tiziano Ferro consta di quattordici pezzi, dei quali musiche e testi sono interamente suoi tranne due firmati insieme a un altro autore. Sull’altro piatto c’è Mengoni, che per scrivere le undici canzoni di Le cose che non ho, ha dovuto impiegare diciassette persone. Il che ci rivela volendo che Titti, anche se non lo direste mai, è un cantautore (oh sì, proprio come Brunori e Vasco Brondi e Calcutta) mentre Mengoni è qualunque cosa, qualunque autore passi per strada. Solo in questo forse è effettivamente una popstar moderna, esattamente come le popstar angloamericane per il cui successo si mobilitano trecento autori e seicento produttori che portano ognuno il proprio suonino modernino.

Oh, va beh. Comunque, viva Mengoni.
Insomma, dai: ce n’era tanto bisogno.

Il resto della top ten. Gli Urban Strangers salgono al n.6 – quindi a quanto pare il tour nei megastore è stato più redditizio del concerto di Capodanno a Matera. E forse poteva andare anche meglio, se non ci fosse il problema segnalato con puntualità da Il Messaggero: “Gennaro degli Urban Strangers dopo il concertone dell’ultimo dell’anno ha condiviso foto insieme ad una misteriosa ragazza mora. I due si scambiano effusioni: lei sarebbe Eleonora Esposito, 20 anni, di Napoli, già presa di mira dalla gelosia delle fan. Eppure pochi giorni fa Gennaro aveva detto di essere ‘single e felice’. Chi vivrà vedrà”, conclude il quotidiano, con un certo inspiegabile distacco che non gradisco proprio. Comunque, Il Messaggero ha inappuntabilmente documentato la questione, qui potete vedere una foto. Speriamo che Eleonora non sia la Yoko Esposito degli Urban.
Per il resto, al n.3 c’è Adele, seguita da Modà, Coldplay, TZN, Dolorimestruali Antonacci, la povera Pausa ed Emma. E passiamo a

Miglior vita. Certo, con Bowie che entra in questo campionato, il cimitero si rianima: tredici album incisi da artisti che hanno abbandonato questa valle di ironiedelweb. Tengono i Motorhead, che forse per la prima volta non escono dalla classifica una settimana dopo l’uscita dell’album.

Pinfloi. Al n.50, The wall! E al n.60, ancora The wall, nella colonna sonora del film di/su/con Roger Waters. Bisogna veramente amare The wall per prenderla, sapete: bisogna non averne mai abbastanza dei mattoni nel muro e di Vera Lynn. Scende dal n.60 al 70 invece The dark side of the moon, perché i primi freddi richiamano più l’idea di pattinare sul ghiaccio sottile della modernità che non il lunatico sull’erba o l’eclipse. The best of Pink Floyd – A foot in the door, la raccolta che andrebbe deplorata per le strade con un flashmob, sale al n.86 superando Wish you were here che è al n.89, un calo di interesse che andrebbe indagato: forse dovrei salire al piano di sopra e chiederne conto al giovane che vuole mantenersi suonando la chitarra elettrica, anche lui saranno almeno tre giorni che non intona “Hauauiiisc…” nelle ore e ore di preziose esercitazioni quotidiane nelle quali il brano eponimo è un momento irrinunciabile since 2002 – ed è un momento che dura quaranta minuti, perché la ripete e ripete e ripete, finché non significa veramente niente, e io come vorrei, come vorrei, essere lì, in casa sua, e dirgli…

HAUAUISC – Ehi, un momento. Dirmi cosa? Si dà il caso che io dia lezioni di chitarra e suoni qualche sera in un locale, e credo che la mia versione di Wish you were here sia più che qualificata.
IO – Ah, è buffo, perché guardacaso il signor Waters è proprio qui dietro, così ecco, permettimi…
WATERS – Ho sentito cosa hai appena suonato. Tu non sai niente del mio lavoro. Tu suoni ogni mia topica come se fosse epica – come tu sia arrivato a tenere una chitarra in mano è cosa che desta meraviglia.
IO – …Dio, se solo la vita fosse così.