TheClassifica 65. J-Ax è sempre di moda, perché non è di moda mai

Il bello di esser brutti, di J-Ax, entra al n.1. J-Ax sono andato a vederlo mi pare quattro anni fa a Sesto San Giovanni, al Carroponte. Anche prima che facesse The Voice Of Italy, la parabola ascendente era ricominciata da un bel po’, i rapper e non solo loro avevano iniziato a ospitarlo nei propri dischi. Ma nessun giornale era interessato a un mio eventuale pezzo più intervista: “Boh, J-Ax. Ci pensiamo e facciamo sapere”. I media lo tenevano ancora in purgatorio. Non ci vedevano nessuna delle due cose che rendono importante un artista: 1) non era in tv 2) non era sul Guardian. Quindi mi vidi il concerto e basta, notando che c’era tanta gente – ma TANTA, gente. Molti ragazzi (molti); moltissimi 40enni coi loro figli. E fu lì che dissi a me stesso: “Uhm”.
(“Uhm” è l’apogeo dei miei dialoghi con me stesso)
(“…Davvero?” “Sì” Lo dici per ferirmi?” “Sì” “Pensi di esserci riuscito?” “Uhm”)

I concerti estivi al Carroponte, per spiegarli a chi non è di Milano, hanno un che dei vecchi concerti della Festa dell’Unità: non c’è la stretta militanza da concerto, il pubblico ha una composizione diversa, anche se ha pagato. Poco. Cosa che secondo me è un punto a favore: porta in platea i simpatizzanti oltre ai tifosi. Sono sempre i simpatizzanti, a fare la differenza per gruppi o cantanti: è meglio contare su diecimila integralisti e centomila moderati che non sul contrario: qualunque uomo di marketing può spiegarvi il perché.
(io no)
E questo pubblico simpatizzante sapeva tutti i pezzi. Persino qualcuno del periodo hard rock, i tentativi non disprezzabili di tirare fuori un’altra parte del (funky)tarro, che però avevano portato allo scioglimento degli Articolo 31. E chi non li sapeva, comunque gli andava dietro, ritornellava quello che lui diceva di ritornellare.
J-Ax ha avuto una fase di espiazione più lunga di quella toccata a Jovanotti o Max Pezzali, per citare due coetanei. Oggi che tutti e tre i ragazzi degli anni 90, dopo un periodo più o meno lungo di minestrine, sono tornati a spadroneggiare, e i vip non li evitano più schifati ma corrono a farsi il selfie con loro, mi viene da pensare che lui sia quello dei tre che si è evoluto nel modo più coerente con ciò che è sempre stato. Perché in fondo, grazie ai riflettori di RaiDue, non ha fatto altro che rilanciare l’essenza del suo rap: la frase-gancio, che oggi lui chiama Jaxforisma – ma in definitiva è, ed è sempre stata, della materia di cui sono fatti i tweet. Ieri era “Io sono quello che impennava con il Ciao, con la maglietta degli Squallor, Arrapaho”, oggi è “Il bello d’esser brutti è ballare come se nessuno ti stesse guardando”; ieri era “Ho perso treni, aerei, più di una volta il portafoglio, ho perso indirizzi, soldi, ma mai l’orgoglio”, oggi è “Sono un ribelle mamma, perché quando ero in pancia girava Vallanzasca e tu scendevi in piazza a vedere Dario Fo”; ieri era “Mai nessuna foto renderà giustizia al tuo sorriso, quando esplode all’improvviso sul tuo viso”, oggi è “Non avremmo la Divina Commedia se Dante si fosse prima bombato Beatrice”. Ieri odiava la Lega, oggi odia la Lega (…appena può attacca briga con Salvini).

Fedez ha 587mila follower, J-Ax ne ha 723mila. 

Gli USB, il duo formato da DJ Jad con Ciccio Pasticcio, ne hanno 93.

(“Wow. Meno di aMargine” “Lo so, bisogna pensarci a queste cose” “Beh, pensaci” “Nah, non ho voglia”)

La questione della separazione da DJ Jad secondo me è basilare. È il taglio del cordone ombelicale, l’apertura della gabbia dell’hip-hop. Io non credo che J-Ax sia realmente, pienamente un senatore dell’hip-hop italiano, così come non credo che lo sia Jovanotti. Capiamoci: che abbiano fatto rap, e bene, è solo un segno della loro intelligenza, del loro istinto. Era lì, era materia da plasmare, lo hanno usato. Ma sono stati così furbi da non affondare nelle sue sabbie mobili, nelle catene dure e pure della “scena”. Che è un problema che si ritrovano ad affrontare oggi molti di quelli apparsi con lui e dopo di lui. Si fa fatica a uscire vivi dall’hip-hop. Specie se ci credi tanto.

(“Beh, ma anche dal rock, no?” “Uhm” “Dai, ti sto offrendo il pretesto per parlare dei Verdena, che sono al n.3. Dicci se sono usciti vivi dal rock” “Fammici pensare. Intanto dico una cosa negativa su J-Ax, visto che non ne parla male nessuno” “Ma come, credevo che il disco ti piacesse” “Certo che mi piace” “Ma quindi?” “Come sarebbe, ma quindi?” “Ah, scusa”)

Nessuno parla male di J-Ax. Tutti vogliono vedere lo zio, lo zio, lo zio. Tutti vogliono toccare lo zio, lo zio, lo zio. Voglion fare il featuring con lo zio, lo zio, lo zio. Vogliono la foto con lo zio, lo zio, lo zio. Lui nel disco ripete di saperlo: Intro e Sono di moda, che in un altro rapper sarebbero esercizi di stile, in lui sono esattamente quello che è successo. Però io le vedo, nei suoi RT, le foto con chi lo schifava ieri. I giornalisti-star, i suoi colleghi che facevano le smorfie, oggi cercano legittimazione accanto a lui. Che dice: tranquilli, è tutto calcolato: “Prima di essere un cantante sono un troll” (…che è la versione contemporanea di “Voglio cambiare il sistema dall’interno”) (Morgandeibluvertigo, 1998) (a sua volta, aggiornamento di “Cavalcare la tigre”, Julius Evola 1961). Ma non va MAI così. Il troll è quello che non aspetta altro che di passare dall’altra parte, ed essere uguale al presunto bersaglio che studia giorno e notte. E alla fine succede proprio quando tu pensi di usarli: è in quel momento, che tirano fuori le Suor Cristine, e usano te.
(…e il bello è che lo stesso ragionamento lo ha fatto anche Suor Cristina, e chi per lei) 

Al n.2 c’è Marco Mengoni, al n.3 Endkadenz vol.1 dei Verdena. Se prima con J-Ax sono stato un po’ local, con Sestosangiovannigrad e tutto, ora farò di peggio: venite con me alla stazione degli autobus di Bergamo City, Connecticut. Perché per me la cosa più bella dei Verdena sono che non si capisce una madonna dei testi – ed è la loro cosa più musicale, più arty: ascoltarli è come ritrovarsi a tarda ora su una panca vicino a uno della provincia di Bergamo (non della città, occhio) che dimostra dieci anni più di quelli che ha, e ha assunto qualcosa che non regge oppure (meglio ancora) finge di averlo assunto perché in realtà non ha i soldi per la compravendita, e ugualmente parte in un suo viaggio verboso un po’ sciamanico un po’ scemo, al termine del quale lui è lo stesso rimbambito di prima, ma tu hai sentito e pensato e immaginato cose che probabilmente non ti sono mai successe ma ti tornano familiari, una specie di substrato junghiano che la musica cerca di smuovere.
(“Substrato junghiano?” “Sì, è tipo i savoiardi nel tiramisu” “Secondo te ci devono essere, i savoiardi nel tiramisu?” “Ecco, proprio questo è il punto. C’è o non c’è, dentro di te, qualcosa che sta sotto tutto il resto e pur sciogliendosi dà consistenza al tutto?” “…Meno male che non scrivi di calcio”)

Ho letto un po’ ovunque, e penso sia abbastanza vero, che i Verdena si comportano come se non fossero un gruppo italiano. Forse è proprio per non sottolinearlo, che cantano in italiano (completamente sconnesso, ma pur sempre reminescente di alfabetizzazione). My own man Disappunto, su Bastonate, ha scritto che sono “un gruppo di pop cantautorale, 50% anni settanta e 50% contemporaneo, che in qualche momento, per ragioni non bene spiegabili, alza il volume delle chitarre”: è buffo quanto vero. Soprattutto la frase “ragioni non bene spiegabili”. I Verdena non hanno la minima idea di cosa stanno facendo. In effetti non capisco perché qualcuno si ostini a intervistarli. O a interpretarli.

(“O a interpretarli” “O a interpretarli” “Appunto, dacci un taglio. Oppure degli altri 97 album in classifica pensi di parlare altrettanto a lungo?” “Beh, ci sarebbe l’altra nuova entrata in top ten, Mecna, al n.8″ “Mecna???” “…Ti devo proprio spiegare tutto”)

Mecna mi pare sia di Foggia – poi magari googlo e correggo; è al secondo disco, Laska, e ha di insolito questa specie di chiave concettuale, legata al freddo, manco fosse Bjork. Coi ghiacciolini sulla barba, prova a saltare qualcuno degli steccati dell’hip-hop di cui parlavo prima, credo che stia prendendo ispirazione da James Blake, da quel tipo di dilatazione dei suoni e delle atmosfere. Paradossalmente, direi che è più youth-oriented il vecchio J-Ax di lui. E colgo l’occasione, già che ci sono, di aggiungere che Marracash è al n.4: lo sottolineo pensando a un articolo che ho letto il mese scorso su un quotidiano, in cui il tipo ghignava “Haha, fessi che siete, l’hip-hop non vende, non è vero niente, SVEGLIAAAA!!!11!1!!!!!”.

Escono dalla top ten. Ghost, MiticoVasco e Giovanni Allevi. Entrano in classifica un po’ bassi, rispetto alla fan base, Miguel Bosé (n.19) e Rachele Bastreghi (n.26).

Miglior vita. Scendono a diciassette gli album di Pino Daniele in top 100. Che, uniti agli altri cinque dischi di artisti che hanno abbandonato questa valle di risate, portano a 22, e quindi un disco su cinque, la quota di defunti in classifica. Una raccolta di Demis Roussos entra al n.54. Il lutto per Pinone sta un po’ fagocitando gli altri abituali lutti musicali, e la cosa penalizza De André e i Nirvana, scomparsi dalle charts. So che la cosa non durerà, ma mi inquieta lo stesso, non è che uno può scacciare gli altri dal cimitero accussì. E non solo. Non finisce qui. C’è chi la paga ancora più cara. Ci sono dei valori fondanti che vacillano.

Pinfloi. In classifica c’è un solo disco dei Pink Floyd, ed è The endless river. Al n.15.
Niente The dark side of the moon.
Niente The wall.
Niente The wish you were here. Che noto solo ora che rispetto agli altri, gli manca il The.

Sono molto, molto, (molto) scosso da questa cosa. Cerco delle ragioni. Cos’è successo, a fine gennaio? Cosa ha spinto la gente a rinunciare alla sua quota di magone? Cosa ha dato SPERANZA alle masse?

(“In quella settimana lì?” “Sì” “Sto guardando di cosa parlavano i giornali. La Boschi?” “No” “Tsipras?” “No” “Paletta?” “No” “…” “Guarda bene” “…Mattarella?” “Lo vedi che quando vuoi”)

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  1. Ho ascoltato un po’ (poco) di Mecna e mi chiedo: ha stile nella scelta della base musicale, ma come fa a entrare in classifica un rapper che non sa rappare?

    Sull’evoluzione della quinta colonna in pilastro dell’edificio standing ovation.

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