TheClassifica 61: Iglesias + Hozier, vamos a pregar bailando

Si presenta come un annetto tutto pepe, vero? D’altra parte gli anni col 5 sono lì piantati nel loro decennio come obelischi, non possono mica giocare a nasconderello dietro al decennio precedente come i loro predecessori più piccini. No, amici, siamo nel pieno dei Dieci – e TZN vi rifulge. Sbrigo rapidamente la prima pratica: l’album più acquistato e quindi presumibilmente regalato sotto Natale, così come quello più sentito a Capodanno (sciambola, che veglioni) è la raccoltissima di Tiziano FerroIl che va a dimostrare una volta di più che come per i libri, il mercato dei dischi ha come principale interlocutore la femmina della specie. Perché lo conosco, il maschio italiano, e so che ha smesso di comprare TZN dopo il coming out.
Avendo quindi già tizianeggiato in questa rubrica, mi offro da solo il destro per parlare di singoli. Due in particolare: il re delle festività, cioè Take me to church di Hozier, e quello che dovrebbe essere il più acquistato del 2014, cioè Bailando di
1) Enrique Iglesias
2) Descemer Bueno
3) Alexander Delgado e Randy Malcom Martinez ovvero i Gente de Zona
4) nella versione yanqui, Sean Paul.
(da non confondere con Sean Bean, o anche “l’attore che prima della fine viene immancabilmente decapitato”)

Ora, io non so da quanto tempo visitate questa rubrichina. Però se siete nuove leve, dovete sapere che è nata alla fine degli anni Zero e uno dei suoi punti fermi era l’espediente blandamente comico di trovare i punti di contatto tra il numero uno della classifica e Berlusconi, numero uno della vita. Ebbene, stavo pensando che i singoli di cui sopra potrebbero parlare del Paese quanto e più del primato di TZN.

Bailando è stata pubblicata nel 2013, nell’album Sex and love (titolo che del resto anche Gatto Panceri ha dato a un suo pezzo quattro anni fa). Del brano esistono quattro versioni (per tacere di quella originale, del cubano Descemer che l’ha scritta): in spagnolo, in portoghese, in portobrasilese, in spagnolinglese con Sean Paul. Il video è gustoso perché nella versione spagnola fanno le stesse cose che in quella inglese – giocano a pallone, vanno in bici, camminano per strada facendo i gesti da convintissimi davanti alla camera (avete presente, quando i cantanti e soprattutto i rapper agitano le braccia energicamente per dirci “Oh che lo dico davvero, eh!”) però whoops!, nelle immagini di quello ispanico, Sean Paul sparisce tipo un leader comunista dalle foto di Stalin.

Altre nozioni utili: Enriquetto ha tirato fuori dall’album cinque singoli – poi volendo attaccare il record di Michael Jackson (sette singoli da Thriller) (che aveva sei pezzi) (…no, non è vero, ne aveva nove) (volevo strapparvi un sorriso con le cattive) ha deciso per il sesto. Quindi Bailando non era la sua prima scelta. Anzi. E invece è andato benino (in Usa, n.12. Certo, laggiù ha fatto di meglio), in Spagna è andato al n.1, come del resto nelle repubbliche con governi umoristici (Cuba, Cile, Colombia, Messico, Venezuela). E parlando di queste ultime, l’Italia ci è proprio impazzita. Tenendolo in testa tredici settimane consecutive, da fine agosto a fine novembre, meglio di Happy di Pharrell Williams (!). Anche su Spotify è tuttora n.8, a 30 settimane dall’uscita. Ah, se solo i tormentonologi si esprimessero dopo il 16 agosto, che Dio benedica i loro occhialetti firmati! Perché la verità è che non è stato vissuto come tormentone.

Forse perché Enrique Iglesias è un personaggio che non agita troppo il nostro immaginario (anche se sta con la Kournikova, la tennista che veniva invitata a tutti i tornei e usciva al secondo turno ma non importava). Ma di fatto è un pezzo che non ha bucato i social, non è entrato nei colonnini: pur spandendo stilosa cafoneria non attira l’attenzione. Perlomeno non dei media, o della gente avantissimo. Ma c’è tutta un’Italia che anche solo davanti al titolo non poteva rimanere indifferente: si intitola bailando, ripete “Bailando!” e penso che persino Salvini – con l’aiuto di persone caritatevoli a fianco che gli danno delle imbeccate – possa intuire lontanissimamente di cosa parla. Quella che potremmo sociologizzare come “Italia di pancia”, si è buttata come un sol uomo sulla tamarrata di Enrique e dei suoi amici che scorazzano per strada seguiti da chicas che agitano chicamente i pancini.

E tuttavia, ecco che sempre dal 2013 è arrivata a chiudere l’anno tricolore l’invocazione dell’irlandese Hozier, che è un po’ The Opposite of Bailando. Intanto, in questo caso c’è l’approvazione del mondo anglosassone, che noi ci teniamo. Poi, anche in questo caso, il titolo Take me to church arriva al dunque con una certa facilità, anche se il testo è un filino più ambizioso di La domenica andando alla Messa. Per non parlare di Hozier, che fisicamente cristoneggia ieratico in una sorta di ideale contrapposizione al Quartoggiareggiante Enrique.

Peraltro è interessante vedere ripescato uno dei più reiterati espedienti poetici di Martin Gore dei Depeche Mode, ovvero Desiderio meets Religione. 
(qui forse ci potrebbe uno “specie di questi tempi!”) (però no, non pensavo a questo) (non la so COSI’ lunga)
Il pezzo di Hozier però a differenza delle varie declinazioni di Personal Jesus offerte in carriera dai Depeche Mode, ha veramente i toni del gospel, salvo quando esplode nel ritornello, nel quale assume le modalità di quel tipo di brano che arriva al cuore ancora prima di qualsiasi istanza mistica, ovvero “La carogna mi ha mollato ma io l’amo”.

(gratta via l’incenso e mirra da Take me to church, e ci trovi un po’ di Bella Stronza)

E quindi, all’Italia de panza che anvedi, che ha scelto Bailando, si sovrappone (non contrappone – no, sarebbe comodo) l’Italia tutt’anima che ha scelto Take me to church, che del resto faceva abbastanza pendant con la Messa di mezzanotte. Ecco, noi a metà decennio siamo ancora i pendolari tra questi due poli, l’anglosassone e il latino, la strada di quartiere dove fare i buzzurri e la cameretta in cui contorcersi tormentati – ma soprattutto la panza e l’anima.
(il cervello mai) (ma d’altra parte, chi sono io per cantarne le lodi)

Siccome vi vedo pensosi, torno agli album per rimetterla moderatamente in caciara.

Top ten. In generale, non è che Natale abbia premiato qualche disco diverso da quelli che sono andati bene a novembre e dicembre. Dietro TZN, sempre gli stessi nomi dell’ultima TheClassifica: MiticoVasco, MiticaGianna, i Pink Floyd (eh vabbé) (io ci ho provato, eh), Modà, Francesco De Gregori, One Direction, Fedez, AC/DC.

AndsothisisChristmas. Tra i dischi di Natale, the winner is Mario Biondi, che nella settimana decisiva è l’unico in top ten (n.9). Si ferma stavolta al n.14 Michael Bublé, n.31 Marco Carta, n.46 Mariah Carey. Solo al n.67 Il Volo, e mi spiace personalmente per Bruno Vespa che utilizza il servizio pubblico per sostenere i loro dischi prodotti da Tony Renis.

Migliorvita. Nella settimana di Natale, gli artisti vicinissimi a Gesù in classifica erano nove, nella settimana di San Silvestro erano undici.
(gratta via lo spumante da Natale e Capodanno, e ci trovi il 2 novembre)
(ciao, a presto)