TheClassifica 58. Una direzione.

TheClassifica 58. Una direzione.

Gli One Direction sono al n.1. Gli One Direction sono una sfida concettuale. Che conviene non raccogliere.
Ma d’altro canto, stamattina ho del tempo libero.

Indice:
1. la mutevole idea di boy-band e l’immutabile machismo del rock
2. la sempiterna questione dei Beatles
3. i fan come elemento del giudizio critico
4. sfumature chic dell’essere hater
5. talentami questo, Albione rapaaace
6. il citazionismo rock degli OneDirection come spina nel fianco dei critici
7. il rock, l’indie, la nicchia, la noia
8. in quattro anni, quattro album. E 262 concerti
9. “la chitarra era una spada e chi non ci credeva era un pirata”
10. le teenager, cuore reietto delle correnti musicali
11. l’ossessione moderna per le cover come segnale finale
12. l’elusione di chi è fuori target, ovvero quanti pezzi degli 1D arrivano ai 30enni?
e infine
13. il vero, dissimulato punto debole degli One Direction

(“Tredici punti? Ma sei sicuro?” “Sì, lo so. Forse non ho TUTTO questo tempo libero”)

Nella musica il termine di giudizio odierno sono i fan. Ovvero: quel gruppo o cantante non sarebbe male, ma sant’Iddio, hai visto i suoi fan, che ritardati? “Don’t wanna be like that”, come implorava Joe Jackson. Oh, non è colpa dei social network, succedeva già prima – ma sarei sorpreso nell’apprendere che negli anni 70 esistevano i battistiani, i degregoriani, i gucciniani. Cioè, magari sì, esistevano i club, con quelli che ascoltavano gli Area a irridere quelli che sentivano i Genesis e i due che sentivano punk (poi diventati misteriosamente milioni) a schernire chi sentiva gli Chic. Però mi viene da dire che se succedeva, era ai piani alti dell’intellettualismo musicale. La gente ammodo aveva altro da fare, comprava i dischi e non faceva critica musicalesistenziale. Tempi beati.

(anche se è pur vero che a fine anni 70 migliaia di rocker, fomentati mi pare da un dj di Detroit, fecero un pubblico falò di album di disco music) (sempre così tollerante, il buon rock)

Oggi ognuno di noi quando si espone pubblicamente si prende la responsabilità dei propri gusti, e non è così semplice rischiare di essere impopolari. A meno di buttarla in ironia, in guilty pleasure, che è poi buttarla in caciara – un’eccellenza italiana, essendo tendenzialmente un po’ smidollati.

(presenti esclusi, eh)

Di fatto, catalizzando un sentimento un po’ primitivo, il gruppo o artista malsopportato definisce coloro che non sapendo bene cosa vogliono essere, decidono cosa NON vogliono essere. I Rolling Stones cercarono ostentatamente di smarcarsi dai Beatles (pura finzione: li frequentavano e li tenevano d’occhio). Il punk partì a testa bassa contro la disco e i mastodonti del prog (nonostante Animals dei Pink Floyd incorporasse la stessa cupezza urbana che portava al famoso “No future” dei Sex Pistols); i semi del grunge germogliarono sull’onda della saturazione per il synth­pop degli anni 80. 

Solo che gli One Direction non sono una boy-band come le altre. Con tutto che gridano la loro realtà di prodotto studiato a tavolino – e lo gridano picchiandoci sopra il pugno, sul tavolino. Per chi non lo sapesse: i componenti si sono incontrati e sono stati messi insieme, letteralmente, nel 2010 durante le selezioni dell’X Factor inglese, dove sono arrivati terzi.
E per quanto stiano funzionando molto bene – ma molto, sull’asse imperiale: negli Usa hanno un successo che tira in ballo gli immancabili Beatles.
Che sono una pietra di paragone impossibile per qualunque fenomeno musicale e sociale. Però come resistere alla tentazione di commentare “Anche loro avevano iniziato con I want to hold your hand, anche loro piacevano alle ragazzine, poi…” 
Gli One Direction vivono in un’epoca diversa. I Beatles, superata la fase delle cover, divennero Lennon & McCartney, più George Martin. E, quando era diventato impossibile ignorarlo, George Harrison. Un team di quattro persone. Nel quarto disco degli One Direction si contano 12 produttori. 16 autori di canzoni. Tra i quali anche i componenti del gruppo: Payne e Tomlinson co-firmano otto pezzi su dodici, beninteso insieme a legioni di coautori, che immagino scelti a Los Angeles in una selezione durissima tra quelli specializzati in “oooh” e quelli guadagnatisi grande rispetto per il loro rivoluzionario uso pop dello “yeeah”.
Otto su dodici. Non è male. Ma capite anche voi.

Però a scompaginare l’odio di prammatica dei rocker verso gli One Direction – e l’entusiasmo effemminato delle loro fan femmine – c’è il fatto che raramente una boyband aveva fatto tanto uso di un sound chitarristico e di citazioni oldies, dai Kinks agli Who, ma in generale attingendo più ai riff e ai corettoni delle rock hit che non alle melasse r’n’b delle boyband post-TakeThat. E non parliamo dei loro luogotenenti australiani, i Five Seconds Of Summer: una band ricolma di chitarroni.
Non un suono nuovissimo, per carità.
Però poi se guardo a chi sta entusiasmando la comunità del rock duroepuro, salta fuori che gli album dell’anno sono War on Drugs o Jack White. Con dischi che potevano uscire nel 2014 come nel 2004 o nel 1991. Ci vediamo, eh – e l’urgenza dell’innovazione artistica underground, salutatemela tanto.

(“Sai cosa mi sembri?” “Lo so. Un critico lesso e Amico di Maria che dice che da quando esiste il rock’n’roll, le bimbeminkia ci hanno spesso preso” “E che bisogna dare credito ai ragazzi eccetera. Non è così?” “Ascolta, io non do credito a NESSUNO. Non è che il successo dei Modà o di Emma convalida loro e il gusto di chi li ascolta. E certamente non convalida Maria né RTL, così come gli OneDirection non convalidano Simon Cowell, la cui pochezza umana si staglia nel momento in cui lancia i terribili Il Divo” “E allora COSA stai dicendo, buon uomo?”)

Sto dicendo che forse gli One Direction contengono più verità di quante ne possiamo sospettare noi vekkiminkia, e ci sono buoni motivi perché noi non le cogliamo. A cominciare dal fatto che ciò che fanno, semplicemente a noi non arriva. Le radio, la televisione, i mezzi che ancora si rivolgono alle vecchie generazioni li filtrano gentilmente affinché non ne siamo turbati, per non sentirci vecchi come i nostri padri e perpetuare la nostra illusione supergiovane. Gli OneDirection e quelli come loro non ne risentono: la loro popolarità viaggia su altri canali, ma viaggia che è un piacere. Pure, negli anni 90 un adulto non poteva fare a meno di sentire Jovanotti e le Spice Girls, mentre negli anni 10 un adulto senza figli non sarebbe in grado di canticchiare un ritornello degli 1D. Nonostante l’ovvia esuberanza social delle Directioneers, è la teenmania più garbata della storia. Ed è difficile continuare a ragionare di musica e tendenze quando il più grosso fenomeno degli ultimi cinque anni ti sta evitando. Non siamo noi a evitarli, ne siamo evitati. Altro che snobismo. Ed è ben diverso da Beyoncé, che alla fine continua a correre dietro anche a un pubblico senior. Oltre che, naturalmente, da Jack White, per il quale un 16enne sano di mente non dovrebbe stravedere.
Io è tutta mattina che ascolto Four, il disco più venduto in Italia oggi. Gradevole, mai realmente becero né stucchevole. Ma nessun pezzo mi tira il neurone per la giacchetta – cosa che spesso succede con nomi anche più pop di loro. No, mi dribblano proprio.
C’è una barriera generazionale ed è decisiva. Chi lo sa, forse proprio per questo potrebbero essere più rock’n’roll degli Arcade Fire 

(non che ci voglia tanto).

(“Mancherebbero ancora un paio di punti. E poi vabbé, tutte le altre 99 posizioni della classifica, ma questi sono dettagli, in fondo questa rubrica mica si chiama TheClassifica”) (“Ci arrivo, dai. Cos’è che manca ancora?” “Ad esempio quella faccenda delle cover” “Ah, sì. Volevo parlare del fatto che la smania per le cover dimostra che così come di ogni pezzo si può appropriare chiunque, e trasformare in rock un brano dance, allora la musica viene ricondotta all’attitudine di chi la sta suonando e alla sua accettabilità: il paradigma rimangono i Cake con I will survive. Ma vale anche Personal Jesus acustica di Johnny Cash, perlomeno per quel mondo rock tordo che ignorava che la versione di Cash era identica a quella acustica degli stessi Depeche Mode” “E questo cosa dovrebbe dimostrare, dunque?” “Che il rock è nell’occhio di chi guarda” “Uh. Finalmente hai detto qualcosa di quotabile” “Tu mi denigri, ma alla fine sono io che tengo a galla la barcarola, qui” “Finito?” “No, c’è ancora il punto debole”)

Il punto debole degli One Direction ve lo dico desolatamente con la faccia di quello che invece che un asso, tira fuori dalla manica un sei di bastoni. Gli One Direction non hanno scritto Yesterday, né Nowhere man. Che dopo quattro anni, i Beatles avevano pur composto. Ma nemmeno Satisfaction. Nemmeno Sunday bloody sunday. Nemmeno Stan. Che diamine, il livello di complessità è sotto gli Spandau Ballet (e non parliamo dei Duran Duran, più warholiani di Jagger). In loro non affiora mai – e ho letto i loro testi, cosa di cui non si cura nemmeno chi ne scrive bene – un senso del tutto, la sensazione di poter dire qualcosa di più, di non rappresentare semplicemente un piccolo sogno transeunte. Al quarto album, è ancora ragazze = entusiasmo vs ragazze = malinconia generica. Non è mai “Mmh, ma alla fine com’è, ‘sto mondo?”. Inevitabile, quando hai appaltato le tue canzoni a gente che si mette a comporre con i diagrammi di flusso delle parole più efficaci. Quindi, che gli OneDirection non arrivino a gente fuori target come me e un bel po’ di voi, è giusto ma è sbagliato.

(“…Transeunte?” “Quando ci vuole ci vuole”)

E ora, proprio quando non ci credevate più, la classifica dal n.2 al n.99. Oltre agli 1D, nessuna vera novità in top 10, giusto il ritorno sanguinoso di Biagiantonacci, che come Sauron risbuca al n.6 dal n.23 dove le forze del Bene lo avevano spinto. Nelle prime dieci anche MiticoVasco (n.2), Pink Floyd, Modà (n.4), Francesco DeGregori (n.5), U2, Fiorella Mannoia, Emma, Fedez. Vengono subito fatti accomodare fuori la raccolta dei Queen (n.12) e i Foo Fighters (n.15); manca il bersaglio di un pelo il live dei Depeche Mode (n.11). Per voi che odiate i talent: Sister Cristina scende dal n.17 al n.29. Deborah Iurato dal n.11 al n.26, entrambe alla seconda settimana dall’uscita.

Pinfloi. Sei album in classifica, poi uno si domanda perché dilaga la violenza. The endless river al n.3, The dark side of the moon al n.37, The wall al n.55, Wish you were here al n.57, The division bell al n.76, la deprecabile raccolta A foot in the door al n.79. Quanto ai Led Zeppelin, resistono solo le ultime due ristampe: IV al n.61 e Houses of the holy, ancora per poco, al n.91.

Pensavomeglio. Renzo Arbore con …E pensare che dovevo fare il dentista… non migliora il suo n.22 iniziale e scende al n.33. Bryan Ferry entra al n.71. Cristina D’Avena con Magia di Natale Deluxe Edition entra al n.65. Neil Young è già al n.81, Sam Smith al n.98. Ma del resto anche Taylor Swift (n.2 in Usa ovviamente dopo gli One Direction) qui da noi claudica al n.31, altro che i platini. E quanto a Hozier, tante care cose, ma anche dopo la comparsata a X Factor non conosce le gioie della top 100 italiana.

FilavalaLana. Molti di voi (no, non è vero. Nessuno) mi ha chiesto che ne è stato della signora Del Rey, dopo che per due anni (non due mesi, eh) Born to die ha navigato la classifica italiana come una sdegnosa nave da crociera. Beh, in modo altrettanto misterioso, l’uscita di Ultraviolence, che per molti (forse anch’io) era meglio del primo album, ha ucciso le vendite di ambedue i dischi, attualmente fuori graduatoria. Non so cosa pensare. La verità è che il fatto che io scriva di classifiche di vendita non comporta che io ne capisca alcunché. Ma forse non avete mai avuto questa sensazione. A presto.