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TheClassifica 52 – Quel nostro vivere la vita intera

Subsonica al n.1. Dopo Fabi Silvestri Gazzé (ora n.2). Dopo i Club Dogo (ora n.4). Tra qualche giorno toccherà a Fedez. È carina questa cosa che le uscite italiane siano programmate per concedere a tutti una settimana di gloria. Forse dovrei fare dei boxini in cui ricordo quali sono i veri long-seller. Almeno quelli in top 20. Ok, dopo lo faccio.
Ma ora: i Subsonica. Che prendono il n.1 in una settimana in cui le nuove uscite sono quasi tutte straniere. Ho detto quasi: c’è per esempio Cristina Donà che entra al n.12.
C’è uno strano fenomeno nell’ambientino che si verifica nei riguardi di Cristina Donà.

ambientìno s. m. [dal lat. ambiens -entis, part. pres. di ambire «andare intorno, circondare» ]. Insieme di persone aventi comuni interessi, idee, tendenze, o svolgenti una stessa attività: l’ambientino di quelli che parlottano di musica.

Se state leggendo queste righe, decisamente siete nell’ambientino, anche solo come osservatori esterni delle Nazioni Unite. Quindi, potete fare questo esperimento: quando avete davanti qualcun altro che parlotta di musica, provate a vedere cosa succede quando pronunziate queste parole: “Cristina Donà”.
La reazione più comune è 1) un arretramento quasi impercettibile della testa, mentre 2) le palpebre si spalancano brevemente a sottolineare l’importanza di un argomento; 3) una frazione di secondo dopo, il soggetto emette un suono di implicita, immancabile approvazione “Mmh, mh!” e/o annuisce vigorosamente, come a garantire che non si permetterà mai di fare osservazioni men che elogiative su Cristina Donà. E chissà se è proprio questo il problema.

Cristina Donà ha un palmares pazzesco, credo che abbia la casa piena di premi Tenchi e Lunezi, quando la recensiscono all’estero la seppelliscono di stelline. E tutto questo venendo da Rho, e nessuno di voi sa cosa vuol dire (…e per fortuna nemmeno io). E tuttavia, se il suo nuovo album non entra in top ten, cosa che riesce a Sergio Cammariere (n.10), io credo che qualcosa non abbia funzionato. Sì, a lei un n.12 o 4 o 7 o 19, potrà fare rosina, però,

fàre rosìna es. dialettale lombarda [detto ispirato dalla signora Rosina, che faceva impacchi alla gamba di legno del marito, producendo nullo effetto]

anche mettendo in conto il ritorno a un’etichetta più piccola (ha fatto il giro completo), qui qualcosa non torna. Chissà, forse non ha la faccia, non ha il fattore X. Però gente più autunnale e poetosa di lei è arrivata in qualche modo, almeno una volta, magari anche per sbaglio!, al pubblicone. Lei invece ha questo karma atroce per cui scrive il pezzo sanremese per Arisa, e il pubblico televota quell’altro, quello barocchino lezioso che poi ha vinto il Festival. E sono d’accordo con voi che tutto questo dica un sacco di cose sul pubblicone. Ma non mi toglierete mai (mai!) (provateci) (ha! tanto è inutile) la sensazione che la cosa dipenda anche in parte dall’atteggiamento protettivo che l’ambientino ha sempre avuto nei confronti di alcuni musicisti italiani, senza mai peraltro sperticarsi ma blandendoli con l’aggettivo che porta la morte, ovvero

“interessante”

producendo poi un perverso effetto muro nei confronti della gente là fuori, quella che ha la rozza abitudine di comprare dischi. Perché a DeGregori negli anni 70 Giaime Pintor gli allestì una specie di gogna lunga otto pagine. I dissidi tra Guccini e il magister Bertoncelli sono passati alla Storia. Quanto a FABER, consiglio il volume De André Talk curato da Claudio Sassi e Walter Pistarini per farvi un’idea di quanto venisse torchiato anche solo nelle interviste, negli anni 60 e 70. Dopo di che, tombola, sono diventati inaspettatamente cantautori di massa, e non grazie alla gaia critica.

(“Scusa, mi torni un attimo sull’aggettivo?” “Interessante? Hai mai letto che un disco era uno dei più interessanti, il cantautore era tra i più interessanti?” “Spirilliardi di volte” “Ecco. Interessante : musica = carino : cinema. Poi se arriva qualcuno che, mettiamo, tira due legnate a fin di bene a Dente, Brunori SAS e Vasco Brondi, di colpo si spande un indignato sbalordimento” “Qualcuno chi?” “Lascia stare. Fammi arrivare ai Subsonica”)

Ed è qui che arrivano i Subsonica.
Li ho visti quest’estate in concerto, e per quanto sapessi della loro credibilità come live band, quasi non ci potevo credere. Hanno fatto saltare in piedi 50mila persone, la maggior parte delle quali non era lì per loro. Sono tornato a casa e ho raccontato la cosa, in modo piuttosto laico. Ma il mio responso pressoché unanime nell’ambientino, al nome Subsonica, è stato: 1) arretramento del capo
(quello c’è sempre)
2) palpebre socchiuse 3) smorfia di disdoro unita a emissione sonora disapprovante.

(“Guarda che si è capito dove vuoi andare a parare” “Sarebbe una novità” “Stai prendendo le distanze” “Da te?” “Da CERTA critica. Stai facendo del CERTISMO” “No, dai” “Sì, come se non lo avessi mai fatto” “Ma è inevitabile. Io sono io” “E voi, non siete…” “Ma no! Non voglio dire questo. Però sono nell’ambientino da 17 anni” “Che circostanza invidiabile, eh” “E a un certo punto non posso evitare questa sensazione che ci si muova tutti insieme nella stessa direzione come quando sei sott’acqua e guardi le alghe con la maschera” “E tu sei quello controcorrente, vero?” “No, io cerco di capire le correnti per seguirle, sono tipo le meduse” “In quanto irritante?” “No, perché mi piace farmi portare. E poi mi piace la compagnia, non importa se andiamo tutti in un postaccio, alla fine ci divertiamo, dai” “…Mainstream. Oppure il gitone delle medie” “L’ho sempre detto. Certo, non avere un gusto mio, aiuta un sacco. Ma in effetti, che me ne farei” “Però il mainstream critico è pro-Donà e anti-Subsonica” “Senti, ci arrivo, fammi parlare, invece che inserirti in questi stucchevoli momenti-Gollum”)

Sono stato anche alla conferenza stampa durante la quale i Subsonica hanno presentato Una nave in una foresta. E devo dire che è stata un’esperienza esattamente opposta a quella del concerto. Una cornucopia di noia. Non posso dire che la responsabilità fosse tutta dei giornalisti (…per quanto) (tanto per farvi capire, una delle prime domande è stata La Grande Domanda Italiana) (“Andate a Sanremo?”) anche perché loro sono stati piuttosto sabaudi, oltretutto facendo l’errore di evidenziare quanto secondo me (Nella Mia Umile Opinione) va lasciato seminascosto, ovvero i richiami artistici o quelli vagamente mistici (ma va detto che questo magari è un problema mio, per questi aspetti ho una sensibilità che potrebbero venderla all’Ikea, con delle istruzioni di montaggio stampate su una sola facciata di un solo foglietto).

Io credo che se un gruppo rock italiano (e non parlo di rock da autostrada, Litfiba Negrita MiticoLiga) (né ovviamente del neomelodico mascherato, ovvero Negramaro e Modà) arriva al pubblico con pezzi come Lazzaro o Di domenica, siamo davanti a un lavorino ben fatto. Però, oh, forse sbaglio qualcosa. Forse io nelle canzoni non cerco l’estasi dell’arte immortale. Oppure non ci cerco la Verità. O non ci cerco – come adorava scrivere una grossa frangia di pulpeggianti recensori anni 80 – sangue e viscere pulsanti.
(“Ma la smetti di parlare di te? Sembri un blogger” “Doveva succedere prima o poi, no?” “Ma perché, in ogni caso, dai tutto questo peso alla critica? Si è visto che non ne ha” “Sto cercando di creare un raccordo tra il successo percepito e quello reale. Guarda il prossimo esempio. Sto arrivando allo snodo”)

Se siete lettori di Repubblica, il disco che sta cambiando il mondo in questi giorni è certamente quello di Leonard Cohen (n.6) (quindi diciamo, milleduecento copie, toh). Se siete lettori del Corriere della Sera, non vi sarà sfuggita la paginona inneggiante alla partnership tra Tony Bennett e Lady Gaga, “signora del jazz” (le pagine musicali del Corriere avrebbero vita durissima con i controlli della Food & Drug Administration). Laddove se siete parte dell’opinionismo indie, l’uscita che ha fatto tremare il pianeta è stata quella di Aphex Twin. Entrato in classifica al n.46. E qui non commento nemmeno, perché sarei veramente fastidioso. E poi sto per tirare le fila, alla riga sotto.

Le fila. La morale di tutti questi piccoli indizi è che la Società dello Spettacolo si sta incasinando. Se “lo spettacolo non dice niente di più di questo, che ciò che appare è buono, ciò che è buono appare”, cosa abbiamo quando TUTTO appare, di continuo, contemporaneamente, senza distinzioni quantitative né qualitative attendibili?

(“Qui hai voluto fare il grosso, eh?” “Sì, mi pareva che si stessero addormentando, con tutto questo parlare di media” “Hai fatto bene. Rubrichine, ora?” “Prima chiudo la top ten” “Okay, ma sbrigati”)

La top ten si completa con il n.3 di Lenny Kravitz, uno dei sette pilastri di Virgin Radio (insieme a Bon Jovi, Billy Idol, Red Hot Chili Peppers, Aerosmith, Skunk Anansie e Roadhouse Blues, meglio nota come “Quella dei Dòrs che fa pàpparappàrappà-parapapapà – figahgràndiiDòrs”), e con il n.9 di Jamil, rapper di San Vito (VR) che sulla copertina di Il nirvana è raffigurato mentre assume sostanze blandamente illegali. Questo perché “Se uno è il King di qualcosa bisogna che tutti lo dicano, non è che uno se lo può inventare da solo. Ho fatto il pezzo King del Bong anche per questo: tutti mi avevano visto con il Bong” (intervista di Alice Castagneri su La Stampa).
Escono dalla top 10 Ariana Grande (dal n.4 al n.16), Slash (dal 3 al 17), Battiato & Pinaxa (dal n.5 al n.23). Non ci entrano nemmeno Alt-J (n.24), Mario Venuti (n.26), e il già citato Aphex Twin (n.46).

Longseller. Ehi, lo avevo promesso. I Modà al n.8, con 85 settimane di permanenza. Francesco Renga al n.7 dopo 29 settimane. Biagiantonacci al n.11 dopo 25 settimane. Ligabue al n.14 con 44 settimane. Giorgia al n.18 con 47 settimane. Nonna della classifica, i Negramaro, n.37: Una storia semplice è uscito 99 settimane fa.

Pinfloi. L’estate scherzosamente prolungatasi a fine settembre penalizza ovviamente The wall (dal n.52 al n.60), premiando invece The dark side of the moon, che sale al n.34; Wish you were here tiene palla al n.75. Rientra in classifica, al n.88, l’esecrabile raccolta A foot in the door.

Miglior vita. Nove album in classifica sono di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di risate; li guida Un’idea che non puoi fermare del Banco del Mutuo Soccorso, al n.25.

Born to dài. Un po’ come la spietata quiete senza vento de La linea d’ombra di Conrad, con la stessa inesplicabile immanenza con cui è rimasta in classifica due anni, la prima versione di Lana se n’è ormai andata – altrettanto immotivatamente. Quanto a Ultraviolence, subisce un’oscillazione rispetto alla scorsa settimana. Dal n.65 al n.66.
Sapete una cosa? Sono andato a vedere dove stava Born to die esattamente un anno fa alla stessa epoca. Ultima settimana di settembre del 2013.

Era al n.64.

(inquietante sigla di chiusura alla True Detective) (titoli di coda)

2 Risposte a “TheClassifica 52 – Quel nostro vivere la vita intera”

  1. da oggi utilizzerò “fare rosina” per suggerire l’inutilità totale o l’ininfluenza di qualcosa o qualche gesto
    per una giornata un po’ così non è male, voglio dire potevo passare la giornata senza aver imparato niente (a parte l’esistenza di cristina donà, ma fortunatamente sembra che io possa continuare a vivere ignorandone almeno le canzoni)

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