Crea sito
AMARGINE

TheClassifica 45. Il popolo rock e il popolo Amico

Mi spiace essere io a dirvelo, ma l’Italia è un Paese diviso. Ah, lo sapevate già. Mmm beh, dai, fatemi andare avanti lo stesso, ormai sono qui.

Stasera su RaiUno, Massimo Giletti presenta l’eccellente show Una voce per Padre Pio (…non c’è niente da fare: “San Pio” non decolla). L’ospite di punta sono i Dear Jack, gruppo lanciato da Amici, gestito da Rtl 102.5 come i Modà (coinvolti nella produzione) (Rtl + Modà + Defilippi) (Goebbels non è potuto venire, ma fa sapere che manda tanto amore) (e ringrazia i giornalisti di Amici per il premio della critica) (…avete capito bene, italiani: il PREMIO DELLA CRITICA). Domani è un altro film, il loro album di debutto, è da diverse settimane, compresa questa, n.1 tra i dischi più venduti in Italia. Questa è la parte di Italia che compra i dischi, guarda la tv e ascolta la radio. Maria De Filippi regna implacabile su di lei, imponendole la sua idea di pop italiano di poche pretese e tanta enfasi, fatto da Very Normal People.
Poi c’è l’altra parte di Italia, che si è scatenata nei giorni scorsi a concerti di artisti che a mio parere non sono precisamente epocali ed irrinunciabili in questa loro fase. Sui social network è stata tutta una fibrillazione (prima), seguita da una condivisione estatica delle prove dell’esistenza dei santi: foto di Jagger e Richards, dei pupazzoni degli Arcade Fire, di Steve Tyler, Pearl Jam, qualcuno persino di MiticoVasco, fino a Massive Attack, Placebo, Antwoord, e via instagrammando. Questa parte d’Italia, lo dicono le classifiche, non compra i dischi. Li tira su in qualche modo, ovviamente, tra Torrent e Spotify; però non sfugge al venite adoremus che è il concerto, con molte banconote fruscianti che escono dal gruppo. 

Ecco, io ho una mia teoria sugli EVENTI live, e temo l’abbiate già letta in questo angolino – cercherò quanto meno di cucinarvela in modo diverso.
In questo periodo non faccio che sentire amici che mi chiedono che concerti andrò a vedere quest’estate. La mia risposta è: “Se riesco, nemmeno uno”. Non è snobismo. Credo. Semplicemente, non ho nessuno di fronte che mi faccia dire: QUESTO è quello che va visto ora come ora. E non solo. C’è anche un’insofferenza nei confronti del live.

(“Non dire che stai per preparare uno di quei sorbetti al gusto di #sìperònonnefannopiùdiFreddieMercury”) (“No, niente di tutto ciò”) (“Okay, allora è uno di quei budini al sapore di #sìperòaiconcertidiunavoltasiballava”) (“Uh. Ehm”) (“Ecco. Lo SAPEVO”) (“Va beh, fammi fare, a questo punto”)

Gli stadi (e ultimamente gli ippodromi) traboccano di vecchie glorie venute a raccogliere un tributo d’amore, offrendo in cambio la conferma dello status leggendario che si sono guadagnati. Sia chiaro, ce n’è anche per la scalpitante gioventù: i Modà e gli One Direction avranno il loro turno negli stadi. E stadi veri – mica il Brianteo di Monza. Per non parlare del grande momento dell’hip-hop all’Arena di Verona, con J Ax, Fedez, Club Dogo ed Emis Killa tutti assieme, un po’ come succedeva negli anni 50 quando tutti gli esponenti del pimpante rock italiano, Celentano, Gaber, Jannacci venivano portati in giro quasi per fare folklore, perché era il concept del rock’n’roll che vendeva, prima ancora che i singoli personaggi. Nell’hip-hop poi, lo testimonia la geniale furbata di Spit su Mtv, funziona benissimo l’idea della gara, di stabilire chi, in quel particolare certame, ha spaccato. Inevitabile, per un genere che la mena sempre con l’affermarsi, vincere, diventare il Gran Poobah della scenetta, eccetera. 

Ma naturalmente, anche se i nomi sono tanti, è difficile ignorare il rituale che riporta la gente a inchinarsi davanti ai vecchissimi Rolling Stones, i vecchiacci Black Sabbath, i vetusti Motorhead, Aerosmith, Scorpions; l’anziano MiticoVasco, i vecchi Metallica, l’attempato MiticoLiga, i vecchiotti Pearl Jam. Quelli che vanno sanno benissimo che non vanno a vedere una band all’apice del suo gioco. Ma non possono mancare. E non solo per questioni di affetto o nostalgia. Molti di loro torneranno a casa esaltati, pensando che comunque rispetto a quanto passa il convento in questo periodo, hanno perlomeno visto uno spettacolo impeccabile. Non si sono trovati in mezzo ad animali strani, a un contesto che richiede un qualche percorso mentale – tipo i concerti degli Antwoord ma anche di Stromae. No, il concerto rock oggi offre un momento piacevole e rassicurante, come le partite di baseball per gli americani. Famiglie, innamorati, vecchi amici.
Non ho pregiudizi nei confronti dei senatori – anzi, che ci crediate o no, i concerti migliori che ho visto nel 2012 e 2013 avevano la stessa formula: Simple Minds e Litfiba impegnati a coverizzare se stessi da giovani. Una finzione, un cortocircuito, e tuttavia un passo indietro verso i dischi, le canzoni, rispetto allo spettacolo. Entrambe le band non proponevano il repertorio di maggiore successo: niente Don’t you, niente El Diablo. Tutti e due i gruppi, per quanto accomunati dalla presenza di due attempati marpioni come frontman (anche se uno dei due, evidentemente, ci va giù con i rigatoni, e non è l’italiano) erano concentratissimi sulla musica, molto più di quanto lo fossero le altre volte che mi è capitato di vederli. 
E non ce l’ho nemmeno con la catarsi organizzata. Però continuo a battere la testa contro questa idea – che i Pearl Jam, nel 2014, allo stadio, possano essere brividi pelle d’oca nostalgia dolceamara rauco sogno rock della mia generazione. Nonono, non guardatemi così. Li ho visti dal vivo, ho i loro dischi, ho un momento di sgomento tutte le volte che da qualche parte mi arriva l’intro di Jeremy, quel basso sulle corde alte che già è una sorta di stratagemma da film horror, un modo per avvertire “Sta per succedere qualcosa di brutto”. Però allo stesso tempo non sento vibrare nessuna corda profonda – e per quanto la mia infinita aridità personale sia una eccellente motivazione, ho da sempre la vaga sensazione che sui Pearl Jam si sia finiti per convergere perché a qualcuno bisogna pure attaccarsi. Non c’è genio nei Pearl Jam, lo dico con rispetto e non mi sembra di dire niente di cattivo. C’è del bello, c’è del romantico. Ma sono le mezzali, i numeri 8 che diventano capitani perché “Can’t find a better man”. Non sono quelli che cambiano il gioco.

La mia personale sensazione è che l’arma in più del concerto-adunata, forse la sola arma realmente vincente ora come ora, sia il concetto molto contemporaneo di condivisione. E il migliore argomento a favore di questa ipotesi sono i testoni degli Arcade Fire, gruppo che non è esattamente una band da arena rock (e poi Nella Mia Umile Opinione, una band che ruota attorno a una coppia sposata può funzionare solo se i due si picchiano e/o cornificano, da Ike & Tina Turner ai Fleetwood Mac). Al loro concerto non si balla, quindi che si fa? Coniglio dal cappello: i craponi. La foto da condividere senza se e senza ma, sono quel qualcosa che fa scattare (in tutti i sensi) qualcosa nel pubblico. “Io c’ero, io sharo”. Prova a farlo con un disco, a trasformare in evento condiviso l’ascolto di traccia 4 o traccia 7. Se puoi instagrammare, puoi anche fare meno caso al fatto che sei stato lì due ore e mezza a un concerto di rock non ballabile – cosa inconcepibile per la vecchia guardia, per Rolling Stones e Bruce Springsteen, quelli cresciuti pensando che il rock’n’roll era un BALLO, non un genere.

(“Finita la tirata?”) (“Sì – è che mi sembrava di essere sul pezzo. I concerti, eccetera, no?”) (“Ma sì, fai come ti pare, poi se la gente va a leggere gli altri non ti lamentare. Almeno rimane spazio per parlare di classifica, o no?”) (“Stringo più che posso”)

Al n.2 in classifica arriva Lana Del Rey, col suo secondo disco Ultraviolence – ricordo che il primo Born to die è in classifica da 125 stravaganti settimane, e ora come ora è al n.49. Parere sintetico: mi sembra sempre più vicina allo stile “torch” virato rock di Anna Calvi. Per me lei continua a risultare credibile come Capezzone, però il disco sta su che è un piacere, quindi approvo. Copertina molto Baustelliana, anche, LOL.

Al n.3, Salmo da Olbia, con il prodotto intitolato Documentary Combo CD + DVD. Qualunque cosa sia, contento per Salmino, che ha un suo stile originale, brutalissimo, ma in realtà è una pasta. Una seadas, toh. Al n.4 i Linkin Park, mio vecchio tallone d’Achille. Che siano scesi a valle di se stessi è evidente da anni, però questo disco mi suona decoroso – ma su di loro sono meno attendibile che sul resto. Al n.5 i Coldplay, al n.6 Deborah Iurato (dal sito di Maria: “Non sopporta le persone false e prive di senso umano. Tre anni fa ha lasciato il suo ex ragazzo perché voleva che lei non cantasse più”), al n.7 Emis Killa, con la nuova versione di Mercurio che contiene il suo nuovo successo calcistico: Pappappàra!; al n.8 Biagiantonacci, al n.9 Mina con Selfie (sì, lo ha chiamato così, come un Mengoni qualunque) e al n.10 Gemitaiz, il rapper spacciatore che si batte per una gioventù strafatta, come del resto farei io se fossi il tiranno sanguinario che impersono quando gioco a Civilization.

Subito fuori dalla top ten i Kasabian, così come Michele Bravi, vincitore di X Factor (uh-oh) e MiticoLiga, reduce dal suo decimo concerto a San Siro. Non se ne è nemmeno parlato molto. È come Milan-Barcellona: nel secolo scorso si sono incontrate 5 volte. Dal 2000 a oggi, dodici volte. Cosa non ha dovuto fare il Milan quest’anno per non trovarselo più davanti.

Entrano al n.13 Jennifer Lopez, al n.24 Entics. Bollettino Pinfloi: questa settimana c’è solo The Dark Side of the Moon, al n.80. Non so come interpretare, forse i Mondiali hanno distolto per un po’ i brizzolati dalle proprie paturnie.
E per finire: il Momento di Scherno nei Confronti degli Indiebloggers (che mica ce ne ho solo per gli amici di Amici, oh). Lo Stato Sociale, gruppo sulla cui furba commercializzazione si è scatenata una incommensurabile diatriba sessangelica degna di gente che ha un lavoro fisso, è al n.85 a 3 settimane dall’uscita.
Per piacere.

4 Risposte a “TheClassifica 45. Il popolo rock e il popolo Amico”

  1. siccome delle classifiche mi frega il giusto, dirò solo che secondo me quel che conta dei concerti è esserci stato, prima ancora di godere durante (che comunque se stai godendo come un riccio per essere presente, stai godendo comunque)
    ah, un’ultima cosa:
    secondo me 1 seada, 2 seadas
    non è che faccio il grammarnazi, è che sono sardo e col quel cognome dovresti avere rispetto delle seadas o sebadas
    non fosse mezzanotte me ne andrei a friggere una (io le trovo al supermercato, qui in continente)

  2. Sostanzialmente abbiamo quattro tipi di acquirenti di dischi (dischi… si vede che sono vecchio…): 1) il popolo di Maria + RTL; 2) quelli che vanno sul sicuro per un regalo di compleanno/Natale (raccolte di Vasco/Liga/Jovanotti/ecc.); 3) adolescenti che fanno il rito di passaggio alla musica adulta e si comprano i Pink Floyd; 4) acquirenti di Born to Die di Lana del Rey.

  3. eh, ma sarebbe un po’ come amare una donna solo nel pieno della propria potenzialità e bellezza e mollarla quando sopraggiungono le rughe, o la menopausa.
    ad alcuni concerti si va ben consapevoli del fatto che l’artista, o il gruppo, non sia all’apice della propria carriera. e forse noi del resto non siamo più all’apice come fruitori di musica e di spettacoli. in qualche modo si cresce e si invecchia insieme agli artisti e fino a quando quello che succede sul palco rispecchia anche il nostro stato d’animo, di ascoltatori più maturi, va bene cosi. I PJ li ho visti 18 anni fa, e se incitassero al pogo, o il pubblico pogasse ancora, probabilmente mi avrebbero già annoiato. Invece, si sono fatti un po’ più adulti, e io con loro.

I commenti sono chiusi.