TheClassifica 24 – Ligavisione

Sono in una salona semibuia, a Milano, quasi Stazione Centrale, in mezzo a 200 persone. Tra una speaker di Radio Italia, piuttosto conosciuta, e una ragazza che temo abbia un blog del Liga. Sono su una sedia in quarta, quinta fila. Mi accorgo che l’ufficio stampa ha fatto sistemare tutti i big shot in avanti. Sulle sedie c’è scritto RISERVATO. Io non sono riservato per niente, e lo dimostro dicendovi che oltre a non essere big shot sono anche un po’ inviso all’artista e all’ufficio stampa – e non è paranoia: il primo non scoppiava di felicità all’idea che fossi io a intervistarlo per il giornale, quindi guardacaso così non è stato; il secondo si è raccomandato che alla conferenza stampa non facessi le mie domande antipatiche.

Non è un problema, davvero non è un problema. È un loro diritto. Lo credo davvero. Mica sono in obbligo con me. In fondo, se ritengono che ce l’abbia con lui. Beh, forse al posto loro farei la stessa cosa. Per me significa giusto qualche soldo in meno, dai. In un’altra vita sarò anch’io un giornalista simpatico e parlerò con lui dell’Inter. Probabilmente con l’intervista ci pagavo il dentista. In ogni caso ci sono cose più importanti di cui scrivere, alla fine, che non la musica. Cose che si vendono davvero. La cucina. La moda. I libri no, quelli non si vendono – però ci sono i festival letterari, è un bel giro, vedi l’Italia. Ecco, il turismo. Da anni scrivo anche di quello. Però anche lì è arrivata la filossera.
La filossera, flagello delle patate, sono i blog, con la gente che ci scrive agratis oppure pagata 4 euro e visibilità dai megagiornali che si insinuano dappertutto. La filossera sono le tv, grandi e piccole e satellitari e digitaliterrestri, insomma tutto quello che gli uffici stampa – sempre loro – sanno essere più immediato e fruibile che non gli stupidi, verbosi giornali.
Eppure i giornali piangono miseria, d’accordo, ma si sa che anche la discografia non tira. Quindi, come mai siamo qui in duecento? Per quale grande illusione?

La verità è che vogliamo davvero sentire cosa dirà MiticoLiga. Perché sappiamo che Laura Pausini si prenderà le sue due settimane al n.1 dopo avere concesso un pochino di gloria a Giorgia, poi come concordato si scanserà anche lei.
Siamo qui perché quello che dirà lui, diverrà parte dei sogni di un milione di persone. Ed è giusto saperlo, che mentre sei sul tram o al centro commerciale, sette-otto persone intorno a te hanno da tempo deciso di credere nelle rovesciate di Boninsegna e tutte le altre robe perché ci crede MiticoLiga, e quindi è qualcosa in cui credere, che sarà sempre meglio che credere nella ripresa.

Frattanto è quasi mezzogiorno e ci mettono su il disco. E sul muro ci proiettano, enormi, i testi. Parolone su uno sfondo stellato. Bianco su nero.

Avete mai ascoltato un disco la mattina con duecento persone?

E non duecento amici, no: duecento saputoni – come il sottoscritto, beninteso.
Non lo fareste mai, vero?

(La prima anafora è “Sotto gli occhi”)

“C’è qualcuno che può rompere il muro del suono mentre tutto il mondo si commenta da solo”.
“Il cerino sfregato nel buio fa più luce di quanto crediamo”
(uh)
E mentre nel testo della canzone sfilano l’avvocato malvagio, il vampiro malvagio, i potenti malvagi, mi accorgo di una cosa che mi dò dello scemo per non averla mai notata in 23 anni di MiticoLiga: canta sempre senza gridare, laconico, sia che sotto ci sia la ballata, che ci siano i chitarroni. Le canta tutte uguali.

Il secondo pezzo è il ballatone: sembra un suo pezzo di vent’anni fa. O di dieci anni fa. Rimane proprio sempre lì, semprelìiiiiih, lì nel mezzo – ma quale tra i suoi fan si adonterà per questo? In questi testi comunque c’è qualcosa che sa di rap, giocherelli buttati lì in modo apparentemente gratuito (“La nebbia agli irti colli forse sale, non ci si bagna nello stesso fiume, non si finisce mai di avere fame”). Ed ecco che ex abrupto scende in campo un ligabuismo fondamentale:

NOI.

Inteso come: MiticoLiga e quelli che si riconoscono in lui.
In genere, da non confondere con LORO. Oppure (vedi ad esempio Non è tempo per NOI), con “VOI”.
Inteso come: quelli che non sono NOI.
“Siamo chi siamo, siamo arrivati qui come eravamo, si sente una canzone da lontano, potresti fare solo un po’ più piano?” (detto intanto che suona il piano) (LOL) (…ma forse non è intenzionale)

Nel pezzo successivo arriva un ligabuismo cruciale, sottovalutato ma determinante per il perdurante successo di MiticoLiga: il pezzo in cui si rivolge a una lei che fa fatica nella vita, fiera rocker imprigionata in una ausiliaria del traffico, o in una bibliotecaria. Dopo di che, il brano intitolato La neve se ne frega. Ballatona che forse diventerà un classico radiofonico e facebookiano tra dicembre e febbraio, appena fiocca. Sbircio il compito della vicina di banco della radio. Ha scritto: “Consueto ma inaspettato”.
Oh.

Sono contento che ci abbia messo la neve, conferma la mia tesina che la musica italiana va sempre più verso le chiacchiere sul meteo, che secondo me è la massima arte dei Negramaro. Ora tocca al primo singolo, la famosa Il sale della terra. La ragazza alla mia sinistra canta, sa già le parole. Mi sa proprio che è una di un fanclub. Io, IO sono il fallito e invidioso che ti ha fatto soffrire, ragazza. Io, con i miei articoli velenosi, scritti all’unico scopo di diventare celebre parlando male di lui.

L’anafora è “Siamo”. (NOI) Ricompaiono i malvagi. E sapete, c’è qualche fan di MiticoLiga che mi annovera tra loro. Forse è vero. Dio, sono anni che scrivo di lui, e mi becco gli insulti, e non mi ricordo nemmeno più quali verità definitive ho scritto. Il fatto è che tra me e MiticoLiga c’è dell’irrisolto. Io continuo ad ascoltare lui, lui continua a non voler ascoltare me, da quando a San Siro nel 1997, e probabilmente era il Primo Nome Veramente Grosso che mi trovavo davanti, mi ha guardato storto davanti a tutti gli altri (i giornalisti amici) dopo una domanda veramente qualunque.

Perciò, Ligabue è uno dei pochi che mi tiene nella condizione di sempre, quella del 1996 e anni precedenti, quella di ascoltatore. Non ha permesso che io bucassi la quarta parete. E sotto sotto questa cosa a me piace. Perché frequentarli sarà una specie di privilegio, ma anche NON frequentarli. Non ho mica mai voluto frequentare Zio Paperone o Sam Gamgee o Tony Soprano.

Intanto uno dei big shot del giornalismo si alza da una sedia e si dirige verso una porticina. Immediatamente gli altri si girano. Si controllano sempre tra loro. Uno si alza per vedere meglio dove va, dalle altre parti della sala lo seguono con sguardo attentissimo e un po’ animale. Perché non starà mica andando a fare un’intervista singola, vero?

Arriva un pezzo strumentale di 41 secondi, che probabilmente nasce come intro di Tu sei lei, ma è stata prudentemente separata e ha ricevuto un numerino in tracklist e un titolo per il bene delle radio – non bisogna lasciare nulla al caso perché questa canzone sia trasmessa tante, e tante, e tante volte.
Tu sei lei è un altro pezzo su una compagnera di strada, unica e ma fiera, fiera ma unica, e “con quel nome da straniera”
(scartiamo “Gina”)
Ogni tanto qualcuno fa delle riprese con un telecamerone o un iQualcosa. Finirò da qualche parte. Guarda mamma, sono su YouTube! Questa Nati per vivere ha la solita base Lust for life. Che poi è l’inciso strumentale di Rock around the clock, un giorno Iggy Pop lo dirà, spero. Il pezzo dura tre minuti e 51. Sembrano venti. Segue una CANZONE SUL TERREMOTO, un po’ didascalica ma ci sono versi con una loro dolcezza, tipo “I nostri passi fino qui, i solchi fatti in questo posto, se pure trema c’è qualcosa che riconosco”. Qualcosa di questo disco mi piace, e mi piace in particolare Per sempre, altra ballatonissima, 

(le anafore sono: 1) “Mio padre”, 2) “E lei che”)

Le canzoni sui genitori è difficile che siano commoventi, un po’ come le canzoni sui figli, altro topos della canzone pop. Eppure questa ha qualcosa di bello – che non è proprio la musica. Però immagino sia la musica che ci vuole nel caso tu voglia dire “Mia madre che prepara la cena cantando Sanremo, carezza la testa a mio padre gli dice vedrai che ce la faremo”. La grande commozione italiana. Alcuni di voi sogghigneranno: “la grande commozione cerebrale italiana, gh!”. E anche questo è il grande sogghignare italiano.

Ciò che rimane di noi recita: “È un Natale molto duro, sembra vuoto dentro; su ogni tuo regalo non c’è scritto niente”.
(dehehihohu)
Ehi, ma ora che ci faccio caso è – sì sembrerebbe proprio – è decisamente LA CANZONE CHE SI STANNO LASCIANDO. Fuck, proprio a Natale. Conviene lasciarsi ad agosto, no? Perlomeno, è sempre stata la mia teoria.

Intanto siamo sorvegliati (…giustamente, direi) (vi fidereste di 200 giornalisti?) da ragazzi dell’ufficio stampa che controllano che non registriamo il disco.

Però, tutti twittano. Per la visibilità.

Il disco è arrivato a un calembour sonoro morriconiano di 40 secondi intitolato Il suono, il brutto e il cattivo
(…Ligahumour)
che preludono a Con la scusa del rock’n’roll, inno col riffone
(nel quale l’anafora è proprio “Con la scusa del rock’n’roll”)
Ma anche questo cantato pianissimo.
Conclusione con Sono sempre i sogni a dare forma al mondo.
L’anafora è “Io non lo so”.
E io nemmeno.

Ad ogni buon conto, finito il disco, è arrivato lui e ha detto delle robe.
Io, non ho fatto domande.

Curiosamente, un collega facendogli una domanda ha citato una mia intervista di una settimana prima, a un famoso produttore italiano. Quindi in un certo senso te l’ho fatta, Liga, hai risposto a una questione che ti ho posto. 😛

No, non è vero. Ciao a tutti, alla settimana prossima.

PS:
al n.2 ci sono i One Direction.

 

Siete ancora lì?

Il pezzo però dovrebbe essere finito, voi lo sapete. Per compiutezza artistica.

Va bene.

Se volete sapere cosa penso degli One Direction
(ma perché volete saperlo?)
C’è un mio saggio sull’importanza dei gruppi da odiare, pubblicato sul sito Rollingstòn al loro apparire, qui: http://www.rollingstonemagazine.it/musica/news-musica/fallito-e-invidioso-dal-letame-nascono-forse-i-fior/

Sul resto della classifica, brevemente: ci sono in classifica nove dischi con canzoni natalizie, il più alto è il n.5 Mario Christmas, di Mario Biondi. Impennano i repackaging, natalizi anche loro: quello di Fedez va al n.3 (la versione precedente era al n.44), quello di Gue Pequeno al n.10 (era al n.73). A proposito di versioni 2.0, è interessante la moda di dargli titoli che discutono con quello originale. Gioia non è mai abbastanza per i Modà (n.14), Schiena vs Schiena di Emma (n.16), #Prontoacorrereilviaggio di Marco Mengoni (n.19). C’è una complicità birichina in questi titoli flessibili che desterebbe orrore nei fan dei Pink Floyd, i cui The Dark Side of the Moon e The Wall questa settimana fluttuano misteriosamente appaiati al n.53 e 54.
(mi piace molto metterci sempre l’occhiatina ai Pink Floyd, è una specie di siparietto comico) (o, visti i dischi in questione, di siparietto alienato)
Al  n.7 entra Del suo veloce volo, il live del concerto tenuto a settembre all’Arena di Verona da CapireBattiato e Antony Hegarty (il Boy George triste). Completano la top ten Laura Pausini (n.4), Mika (n.6), Gigetto D’Alessio (n.9). Fuori dalla top ten accadono cose incresciose
(anche dentro, invero)
Tipo che il postumo di Enzo Jannacci entra al n.33, o che le divette del pop vanno sempre fortissimo su Corriere.it ma non altrettanto nei negozi (Lady Gaga scende al n.25, Katy Perry al n. 36, Miley Cyrus al n.49, Avril Lavigne al n.66). Succede altresì che Reflektor degli Arcade Fire affonda sempre più (n.72 dopo cinque settimane: è stato più recensito che comprato). E che non solo i Daft Punk sono a tanto così dall’uscire dalla classifica (n.82), ma che rischia grosso anche Adele, n.87, dopo 149 settimane di permanenza. Evidentemente non è stata capita.