Tafkat. Episodio VII. Jamiroquai, la black music del buffone bianco

Le notizie sono due.

Intanto, siamo l’unico Paese in cui Automaton di Jamiroquai è al n.1. Di solito questa considerazione viene posta (nonché accolta) come segno di insanabile e cafona distanza dal Popolo Meraviglioso (gli inglesi) (perché con gli americani non condividiamo un n.1 da chissà quanto tempo) (a meno naturalmente che il disco non sia di un artista del Popolo Meraviglioso). Secondo me invece, anche se non sono mai stato un fan forsennato dello scemo col cappello, è un segnale che qui c’è ancora un po’ di voglia di musica vispa. Poi va beh, lo so anch’io, che in questo n.1 c’è la persistenza degli anni 90, la generazione in plancia di comando eccetera. E poche cose mi inquietano come l’ipotesi che un cinquantenne bollito da più di un decennio faccia un disco che non solo è piacevole – ma financo significativo. Mi viene subito da fare cose da giovani per bilanciare, tipo andare da Footlocker per diventare amico dei commessi. Però se guardo gli altri n.1 in giro per il mondo (ovviamente Drake in Usa, sempre Ed Sheeran nel Paese Meraviglioso, il giovane Biagiantonacci tedesco Joel Brandenstein in Germania, il rapper Lacrim in Francia…)

(…un momento)

Al n.1 in Francia garrisce il tricolore, amici. Questa è l’altra notizia. E non succedeva da milioni di anni, altro che Eros di qua, Pausini di là. Nell’album di Lacrim, gangstarapper parigino 32enne, c’è una zaffata di Italia portata da Ghali, Sferaebbasta e immancabilmente Charlie Charles, che ha messo mano a tre pezzi del disco. In Tristi c’è il featuring di Ghali, e quanto a La dolce vita, è un adattamento di una hit del cinisellese Sferaebbasta (indizio: a un certo punto Lacrim parte all’assalto: “Filidiputanafilidipapà!”). E insomma, d’accordo che non è un n.1 che sfiora il Popolo Meraviglioso – che ha uno schifo viscerale per la nostra musica fin dai tempi dell’opera lirica. Però mi aspetterei di leggere in giro qualcosa in merito. Boh, sarò distratto. Torniamo a Giannino Quaglia, come era chiamato qui da noi quando arrivavano le sue prime robe in discuteca.

Automaton, dopo sette anni di pausa discografica (giustificatissima) dall’ultimo carciofo pubblicato, è un compendio di funky e groove che scalda i cuori di quelli di noi che nella black music contemporanea queste cosucce non le trovano più, sepolte da chili di coolness e suonetti di produttori che io personalmente dipingerei da ulivi e poi lascerei liberi nei dintorni di un gasdotto (che se proprio non li sbatacchiano con una ruspa, quanto meno li tengono lì per sempre, evitando che tornino a far danni in studio di registrazione. L’album non solo non è iperprodotto e featurizzato, ma è sostanzialmente scritto da due soli componenti del gruppo: Jay Kay e il bassista Matt Johnson (…da non confondere con). Invece che aggiungere gente rispetto all’album precedente, facendosi aiutare dall’abituale cinquantina di spindoctors che servono per un disco negli anni 10, hanno ridotto la squadra, estromettendo il chitarrista Rob Harris – che comunque è sempre lì a pennare. I riferimenti a tutto un mondo di luci strobo e pavimenti luminosi sono chiarissimi, con qualche aggiornamento daftpunkiano ma sempre con un equilibrio trés Chic. Però quello che altre volte era scialba fotocopia senza nerbo oggi suona convinto, quasi fosse in missione per conto di Dio o anche meglio: di Stevie Wonder. Forse non è vero, ma è bello illudersi che il gaglioffissimo e pallido Jay sia uscito dal suo torpore per farci riassaporare un po’ di cose che mancano alla musica nera in questa fase storica, in cui persino i migliori (Drake, Frank Ocean, i redivivi Arrested Development) hanno spesso l’aria di fermarsi a pensare a cosa diranno i critici (solo Pharrell Williams è solennemente immune dal morbo). Jay Kay, come farebbe James Brown, rimette al centro di tutto i piedi, i fianchi, il sedere. Che sono parti di noi tutt’altro che stupide, vanno trattate bene, con buona musica, coi già citati groove ma anche con un po’ di raffinatezza se possibile. Poi beh, c’è anche da dire che non a tutti queste cose mancano. Ma detto tra noi, sto segretamente elaborando un algoritmo che un giorno proverà una teoria relativamente azzardata: alla maggioranza della gente che ascolta musica e ne smania e sragiona, in realtà la musica fa schifo, la odia. È che NON LO SA. È così difficile informare le persone, specie se credono alle proprie personali fake news.

Resto della top 10. Al secondo posto entra Il secondo cuore di Paola Turci, che forse stavolta nel n.1 ci credeva – malauguratamente, è “Sempre la damigella, mai la sposa” (coniata negli anni 20 negli Stati Uniti come slogan pubblicitario per un colluttorio) (altro che Mad Men). Al n.3 Gattyno EdSheeran, al n.4 Depeche Mode, al n.5 Benji & Fede, dei quali è uscito l’album Panini (…mi si rivolta Pietro Vierchowod nella tomba). Al n.6 Ermal Meta, al n.7 MiticoVasco, al n.8 entra la raccolta di Umberto Tozzi, al n.9 debutta Triplicate di Bob Dylan, che porta al pazzesco, inusitato numero di QUATTRO gli stranieri in top ten – la cui ultima posizione pertiene a Mina&Celentano.

Altri argomenti di conversazione. Escono con una certa relativa celeritudine dalla top 10 sia Clementino (dopo una settimana) che i ComunistiColRolex (dopo 10 settimane), e forse anche Tiziano Ferro (dopo 17 settimane). Debutta al n.21 Bassi Maestro, al n.32 Lorella Cuccarini con Nemicamatissima, al n.34 Renzo Rubino. Al n.42 i Mastodon, al n.55 Goldfrapp. Intanto la raccolta di TZN festeggia le 123 settimane in classifica al n.62.

Miglior Vita. Una più che dignotosa percentuale dell’11% di album in classifica si deve ad artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di talent privi di Morgan. Li guidano i Doors al n.50.

Pinfloi. Oscillazioni significative nella fatidica triade: scende al n.40 (dal n.33) The dark side of the moon, mentre per The wall c’è una sostanziale tenuta, (dal n.63 al 65); in questo scenario l’uomo avveduto non può ignorare il significato del corrispondente guadagno, dal n.84 al 69 di Wish you were here. Secondo uno studio di un’università gallese, le tensioni internazionali sono le evidenti cause a monte di questi epifenomeni; alcuni analisti finanziari paventano, per i prossimi mesi, l’affacciarsi in classifica di The division bell. Sarebbe preferibile una recessione.

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