TheClassifica 64. Marracash, Carmen Consoli – una faccia, una razza

Parlare di Marracash e Carmen Consoli insieme? Va bene. Come volete. Però siete voi che avete insistito, eh? Se non ne viene fuori niente, poi non lamentatevi.

Status di Marracash (n.2) e L’abitudine di tornare di Carmen Consoli (n.3) sono stati pubblicati nella stessa settimana dalla stessa casa discografica. Il fatto che io li trovi due buoni dischi, che potrei mescolare nello stesso lettore mp3, oltre a sancire che io sono una creatura strampalata (ma questo, lo trovate scritto già sullo zerbino lì fuori) ci dice che le strategie discografiche non prevedono sovrapposizioni. Le fasce di mercato sono ben chiare: Marracash = pubblico in età scolare (dalle elementari all’università) (in fondo si somigliano), Carmen Consoli = pubblico che ha superato il trentesimo giro. Nessuno, si ritiene, aprirà il portafogli per entrambi.

Ambedue non pubblicavano album da un bel po’. Il che è piuttosto importante, è un fattore che di solito induce a non fare troppo i camaleonti, ché già un po’ di gente là fuori rischia di non riconoscerti. Ambedue fanno generi che (lo dimostra il mancato spodestamento di Marco Mengoni, sempre n.1), pur reggendo bene, attualmente subiscono la dittatura leziosa del poppettone italiano. E subiscono forse proprio la difficoltà di un’inversione: un rapper che si rivolga ai 35enni, o una cantautrice che dia forma al pensiero dei 20enni. La cosa strana è che le forme spurie, in realtà, vengono premiate dal pubblico. Jovanotti è quella roba lì. Fedez è quella roba lì. Il pop con le scarpe rap. Forse invece Levante è quell’altra roba, non so, vedremo.

Se c’è un limite che accomuna ambedue i dischi, è quindi che tutti e due continuano a muoversi nel loro territorio, cosa che alla fine sembra quasi un’accondiscendenza anche involontaria nei confronti delle strategie di mercato. Ho la strana sensazione che Marracash, forse anche per necessità di consolidamento in una scena che cambia molto velocemente – e che è di fatto in balia dei capricci di un pubblico sempre più ragazzino (che ci mette un attimo a punire chi dà segni di crescita) abbia rielaborato a lungo i pezzi di Status perché non gli scappassero troppo di mano, e non si allontanassero troppo dai riferimenti dei referenti. Poi, è chiaro, nell’assalto di messaggi, moltissimi dei quali sopra la media del genere, molte cose sono proprio sue, così come lo sono i vezzi di Carmen Consoli ne L’abitudine di tornare: il sillabare marcato, la tossicodipendenza da aggettivi (…qualunque oggetto si trovi a passare dalle sue parti è sempre a rischio di diventare ostinato, silente, mantecato, corinzio), le zaffate di modugneria – non sempre respirabilissime. Più che altro perché, da attestato di appartenenza melodica mediterranea, è diventata manierismo: Negramaro e Modà, ma anche un tot di cantautori brizzolati modugneggiano sin verguenza. Ma ammetto che al disco della Carmen mi ero avvicinato con lo stesso entusiasmo di chi per regalo di Natale riceve le robe eque e solidali. Invece, dai.

Perché detto delle rispettive prudenze, in tutti e due i dischi io – deogratias – sento della musica. E guardate che non succede più così spesso, eh? Di norma, ovunque ti giri, si sentono i suoni. Le citazioni. La produzione, i giochini, i metamessaggi, le collaborazioni

(non che nel disco di Marra manchino, eh) (e sono tutti maschioni vestiti di nero) (…poi vengono a dirmi che il rap è omofobo) (fatevi delle domande, raga) (mentre nel disco di Fedez sono tutte femmine) (ché Fedez, per quanto sia il più giovane, è l’astutoulisse della congrega).

Consoli e Cash, con questi due cognomi che per le rispettive fasce sono tutto un programma 
(va beh, il cognome di lui non è Cash) (anche se a furia di chiamarlo Marra) (è Rizzo, che è un po’ meno significativo) (non vi autorizzo a fare gli spiritosini – una mia ex di tanti anni fa faceva Rizzo di cognome) (…ripensandoci, forse potrei autorizzarvi)
hanno fatto due dischi ineccepibili per chi già li stima. Ma non è previsto che arrivino a chi non li mastica di già. Poi per forza non c’è la comprensione tra i popoli e si arriva alle intolleranze e a Charlie Hebdo.

(“…ma cosa stai dicendo, ma sei scemo?”) (“L’ho scritto per svegliarti”) (“Ah. Beh, hai fatto bene, mi avevi fatto addormentare. Quand’è che parli male di qualcuno? Che io vengo qui per questo”) (“Davvero? Ma cosa stai dicendo, tu sei me – non hai facoltà di scegliere se venire qui dentro o no” “Vero. Però dai una botta lo stesso, dai. A nessuno interessa quando parli di musica” “Squisito come sempre. Ricordami bene cosa rappresenti, che non mi ricordo più” “Sono l’espediente ironico del critico che si autocritica. Sai quando scrivi del cinismo sogghignante, del distacco 2.0 come cifra della contemporaneità?” “Davvero scrivo queste cose?” “Ehi, questa dovevi farla dire a me, sono io quello salace” “Ah sì?” “…Ohoho. Bravo, eh. Bravo” “Fammi theclassificare, dai” “Sì, meglio”)

Miglior vita. Ci sono ventotto dischi di artisti deceduti in classifica, VENTOTTO – siamo o non siamo gli stragisti più intonati del mondo? Ventiquattro sono di Pino Daniele – VENTIQUATTRO, nuovo record. Voglio dire, quasi uno su quattro (…lo so che ci arrivavate) (VOI sì, ma IO in matematica avevo un 4 autorevole e rispettato). 

Pinone. Daniele peraltro caccia fuori dal cimitero autorevoli habitué della top 100: vengono a mancare (ops) Fabrizio De André e Nirvana, spinti fuori dalla vitalità Pinesca. A guidare il corteo è, un po’ a sorpresa, Bella ‘mbriana, salito al n.14, mentre Nero a metà scende dal n.11 al 24. Avevo già pignoleggiato sul fatto che con Pinone mangiano praticamente tutte le etichette italiane. Ma una cosa che può essere interessante notare è che ora come ora i suoi sono gli unici dischi della Warner in top 20.
(e pensate che è l’unica casa discografica con cui sono in buoni rapporti)

Topten. Ci sono un bel po’ di nuove entrate, all’ombra di Consoli e Cash, e sono Ghost (n.7), Giovanni Allevi (n.8), Claudio Baglioni (n.12), Marilyn Manson (n.26), Bjork (n.32), Mark Ronson (n. 73), Belle and Sebastian (n. 86), The Decemberists (n. 90). Mi pare di sentire qualcuno di voi: “Oooh, ma così basso?”
Escono dalla prima diecina Fedez, AC/DC, Francesco De Gregori. Leggevo l’altro giorno sul magazine del Corriere della Sera un’intervista a DeGregori intitolata (testuale) “Noi italiani siamo dolci e deboli. E’ questo, insieme alla lentezza, che la Merkel vorrebbe farci espiare. Ma nella vita la bellezza può più del dolore”.
Giuro, era il titolo. 
Il sottotitolo, non l’ho letto.
Ed io che mi preoccupo di non saper fare i titoli.

Pinfloi. Pinone non butta fuori dalla classifica solo i defunti, ma anche i Pink Floyd.
(…queste battute gratuite non vi fanno onore) (lo dico per l’ennesima volta, io sono Floydiano, anzi, lo dico così che fa più elegante: io non posso non dirmi Floydiano)
The endless river scende al n.11, The dark side of the moon barcolla giù all’83, e tutti gli altri sono fuori dalla top 100.

Dimenticavo. Hozier è l’unico straniero tra i primi dieci. Decimo, appunto.

E poi basta. Ho finito. Ciao, e grazie.

No, non è vero. Ho messo una foto di Consoli invece che di Cash perché la sua faccia non mi persuade. Era più vecchia quindici anni fa, dai.

E alè, coltiviamo buoni rapporti come fossero grano saraceno. Ho finito davvero. Grazie a tutti.