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AMARGINE

L’Italia ha finalmente zittito le donne – TheClassifica 44/2020 (side 1)

LATO 1
Da due settimane, la top 30 dei (presunti) album ITALIANI è solo di maschi. Quasi tutti maschi ITALIANI. Al n.1 c’è Letter To You di Bruce Springsteen, che è anche questo abbastanza simbolico, il Boss non è ITALIANO ma è sempre stato, e credo che la cosa non sfugga ai suoi discepoli, molto maschio. Non maschilista – ma certamente, vigorosamente maschione.
Ma il punto è che tra i primi trenta non c’è nemmeno una femmina (a dire la verità, nemmeno tra i primi 35, visto che Lady Gaga è al n.37) (siamo contenti però che ci sia lei che è un po’ ITALIANA). E questa cosa non era mai successa (nemmeno per una settimana) da quando per la prima volta si è tentato di quantificare e classificare quanti di quegli album con dentro la musica comprino ogni settimana gli ITALIANI.
Mi pare di capire che tra i cosiddetti addetti, sono l’unico a cui questa cosa fa effetto. Non ne ha scritto nessuno. Forse prima di scriverne qui nel mio angolo marginale ho anche fatto notare la cosa a uno dei miei capiredattori senza ottenere risposta, non ricordo con precisione (…so che sembra strano e sospetto, ma avevo una scadenza scalmanata cui pensare). E lo trovo impercettibilmente conturbante. Ho visto giornalisti e opinionisti mettersi a latrare in modo spasmodico per molto meno – perciò l’effetto che mi fa è indurmi a domandare a me stesso, maschio di greve conio, periferico, ragionevolmente propenso alle risse da strada, un tempo abbonato a una squadra di calcio, già sottufficiale dell’Esercito Italiano, apprezzabilmente preparato sui film con John Wayne, fintamente ben disposto nei confronti del pop ma in realtà pronto a saltare sull’attenti con gli occhi sbarrati ai primi colpi forsennati di John Bonham in Rock and roll del Led Zeppelin – a fare insomma a tutto ‘sto coacervo di maschitudine mesozoica che incarno da decenni la fatidica domanda:
“Ma che ti importa?”
È relativamente buffo, perché io da un lato sento che questa specie di record è importante, sento che mi conferma delle cose sul posto e l’epoca in cui vivo – ma forse invece non è vero, forse in realtà è solo un caso, è una coincidenza marginale, non dovrei perderci un solo minuto. Se fossi una persona avveduta dovrei avvedermi dai giornali e dai social, dalle ondate di titoli e post e hashtag e dibattiti accampati in significativi altrove, che le menti frementi e le anime animose che respirano l’aria di inizio secolo e ne comprendono l’essenza hanno tanto altro a cui pensare che non l’andamento settimanale di filastrocche e litanie di bamboloidi tutti attitudine. Oppure è pure peggio di così: sto puntando il mio puntuto dito su una questione irrilevante e già sgasata, che sapevano già tutti – guardate questo che arriva tutto esagitato, ma cosa vuoi sollevare? Anzi. Forse sto facendo mansplaining, sto additando all’interno di una smisurata nube di maschilismo tossico una trascurabile piccola esalazione della quale se fossi donna non coglierei precisamente l’urgenza, quando – tanto per cambiare – il problema sono io, che mi metto a sbruffare le mie scoperte dal mio piedistallino fatto col Meccano (trastullo vintage vissuto come roccaforte maschile preadolescenziale). E a suo modo è così, il mio è un problema da primo mondo, come diciamo nel primo mondo: mi rendo conto che questo muro di #narrazione musicale esclusivamente al maschile
(potete inserire battute facetissime sul n.9 di Achille Lauro da QUI
a QUI)
mi sta togliendo qualcosa, ci sta togliendo qualcosa, ma forse se fossi femmina avrei un listone di cose più significative cui attribuire un significato. Certo però che persino nell’America di Trump in questo momento c’è una femmina al numero uno (Taylor Swift). Non sto nemmeno a dire da cosa dipende, e non basterà il futuro n.1 di Laura Pausini a cancellare lo spaesamento (proprio nel senso del Paese) che mi ha causato questa esplicita cancellazione, la rinuncia ad ascoltare qualsiasi artista se nata con la valvola invece del pistone. Come se l’essere maschi fosse un aspetto musicalmente imprescindibile. In realtà probabilmente è una qualità rassicurante, preferenziale come nelle pubblicità che ho ascoltato su una radio nazionale oggi dalle 16.44 alle 16.49. Che mi decantavano i mobili fatti con la creatività ITALIANA, e subito dopo i supermercati che garantivano la qualità ITALIANA, e poi l’automobile che conciliava la tecnologia moderna con la tradizione ITALIANA e infine i vini che naturalmente rappresentavano delle eccellenze ITALIANE. Ma quello, devo confessare, ho sempre pensato che rientrasse in una specie di pensiero magico che ha sostituito il cattolicesimo, per cui durante la pandemia persino nelle valli bergamasche invece de la Madöna hanno messo il tricolore sul balcone, e ieri al centro commerciale Metropoli c’era una bancarella che vendeva mascherine con scritto CUORE ITALIANO. Invece, da rozzo inclita che sono, ecco che mi ritrovo a farla più semplice e ipotizzare che semplicemente siamo gli stessi di cento anni fa, in trepidante attesa che il fascismo ci riporti alla casella del Via! Certo, in quel caso, tra il nuovo lagnoso singolo di Sfera Ebbasta attualmente al n.1 e i brani del Regime sul maschio italico grande amatore tipo Ziki-Paki Ziki-Pu, andremmo a perderci qualcosina dal punto di vista ritmico. Poi d’accordo, il testo di BottigliePrivé di Sfera è insulso e nauseante ma perlomeno non lo è per esigenze politiche. Che io sappia.
Però una ipotesi più consistente su questa assenza femminile dalla classifica ce l’ho, e riguarda non solo le artiste femmine, ma anche le ascoltatrici femmine. Apparentemente, 1) il meccanismo dello streaming e il tramonto del cd favoriscono la attuale preminenza in classifica dell’ascoltatore adolescente maschio (anche un po’ zuccone e monotematico, propenso ad ascoltare 80 volte al giorno la stessa traccia del suo supereroe preferito per apprezzare i superpoteri con cui sconfigge i suoi perfidi nemici. E, 2) le damigelle ITALIANE non sono un bersaglio facile. Non c’è UN genere con cui portarle a casa, si va dal pop di Amici a quello internazionale all’indie italiano rantolone – e ogni tanto, quando la discografia italiana lo concede, qualche rapper donna, da Anna a Madame a Mara Sattei. Oltre, sia chiaro, ai rapper maschi – sarebbe sessista escluderlo. E al rock and roll. In effetti secondo i Queen erano le ragazze col sederone a tenerlo in piedi. Ma non ne fanno più.
 
(fine del lato 1) (il lato 2 riguarda invece…)

2 Risposte a “L’Italia ha finalmente zittito le donne – TheClassifica 44/2020 (side 1)”

  1. per curiosità, secondo te qual è la % uomini/donne iscritti all’albo degli autori? Può essere che in generale ci siano più cantanti uomini che donne?

  2. Nell’articolo non si ipotizzano le cause, prima di tutto non credo si tratti di maschilismo, perché ai tempi di Mina non lo erano e ora si ?! Le cause possono essere: gli uomini con il rap hanno saputo reinventarsi, le donne no, sono tutte uguali (Annalisa, Amoroso, Michelin) tutte soft rock melodico, non abbiamo girl band come in Corea. Le donne si affidano alle major che con la crisi hanno perso soldi ma anche capacità professionali. Jacopo notava che ci sono più autori uomini, è sempre stato così (Mina non scriveva le sue canzoni) però una volta scrivendo canzoni ci campavi oggi no.

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