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AMARGINE

Il 1980 è al primo posto e dice di averne diritto – TheClassifica 47/2020

Pre-posizione. Tra poche ore, qui, sarà tutto SferaEbbasta. In fondo lo è già. Da un mese Bottiglieprivè, uno di quei piccoli cattivi odori di cui Sfera è esalatore supremo e immortale, e che i ragazzini annusano felici, è primissimo nella classifica dei

Sedicenti singoli. Tra i quali il podio è di fatto identico da quattro settimane, come se i teenager ITALIANI fossero annichiliti nelle loro stanze incapaci di uscire dal loop nel quale Spotify li risucchia come un colossale mostro marino verde come un batrace. È più o meno la situazione di incancrenimento delle hit che si era avuta quest’estate quando per mesi RoccoHunt&AnaMena, Ernia col Superclassico e i Boomdabash con quella roba da Boomdabash erano rimasti lì, inchiodati da luglio a settembre. E d’altra parte Superclassico di Ernia è ANCORA LI’. Dipenderà dalle playlist di Spotifone? Non dimentichiamolo, Spotifone è svedese e in quanto tale rivendica una necessità filosofica di banalizzare la musica. Spotifone punta su Sferone quasi più della Universal che pure è la sua casa discografica: come e più di tutti, vuole farne il suo testimonial ed è lui a metter la lira per quelle iniziative vistose tipo la piazza a Cinisello (ma non a Balsamo, dove tuttora odiano Ciny) o la piazza a New York, perché come il Vicolo Corto e il Parco della Vittoria CiNY e NY sono viciNY, se hai l’accortezza di andare all’indietro – con tanti auguri. Eppure, indietro vacci tu Sfera, vade indietro: questa rubrica non è ancora pronta a caragnare sul tuo disco dall’originalissimo titolo #Famoso, giacché nella sua ansia di mainstream TheClassifica si concentra su chi si trova al numero uno nella nazione, in quanto espresso dal POPOLO nelle modalità previste dal muzic biz. E il destino Ciny e baro ha voluto che prima del fighetto ipergiovane della trap, sul trono ci salissero i vecchi sgherri del rock imbalsamati e quindi cari a Balsamo.

Il numero uno. Power Up, che anche nel nome rivela l’appoggio dei Poteri Forti, mette gli AC/DC al primo posto tra i presunti album al posto dei Negramaro, il cui Contatto si deve accontentare del secondo posto. Il disco dei vecchi fulminati ha mobilitato forse per un’ultima volta il popolo dei dischi nel senso degli oggetti col buco in mezzo, ho letto di 110mila tondi di plastica (cd o vinili) venduti nella prima settimana, quasi il doppio di quanto ottenuto quest’anno da Machine Gun Kelly, che però ha portato a casa – e tanto – anche con lo streaming, mentre nel caso dei venerandi australiani meno di diecimila “album equivalenti” provengono dallo streaming. In soldoni, se i cd fossero stati già soppressi e mandati nel Paradiso dei Supporti a raggiungere videocassette e floppy disk, gli AC/DC non avrebbero mercato, fisicamente proprio. È affascinante, è una sentenza sulle nostre pallide velleità di parlare di tutte queste canzoncine come di una qualche forma d’espressione o (brrr!) arte, quando in realtà semplicemente c’è un prodotto, e bisogna produrre i CONTENUTI adatti a riempirlo. Ora, gli AC/DC non sono fatti per venir fuori da un telefono: come rivendica il loro nome, cantano il corpo elettrico e non quello elettronico. E la rivendicazione di vecchiezza di Young (ops) è sostenuta da una determinazione straordinaria: evocato in seduta spiritica, il 1980 entra in scena fin dalle prime battute, e per tutto il disco viene da chiedersi come stiano andando le Olimpiadi di Mosca, o da comprare una Fiat Ritmo – questo anche per sostenere quel bravo imprenditore di Agnelli, mica penserete che riceverà finanziamenti statali fino al secolo XXI. La prima traccia, Realize, strappa un sorriso a chiunque conosca la band, perché è come vedere un vecchio amico e ritrovarlo uguale (e quindi non sentirsi vecchi). Ma il colpo di scena arriva col brano successivo, Rejection. Parte il riff, e si rimane a bocca aperta: è ancora la canzone di prima? No, ma la chitarra di Angus Young ha deciso di fare tre passi indietro (con tanti auguri) e si ritrova a fare le stesse note – e si riparte, e si tirano su i 20mila dal Via!, e va tutto bene, intendiamoci, perché nessuno di noi chiederebbe altro agli AC/DC nel 2020… e forse nemmeno prima. Sono sempre stati tra le rockband più semplici, immediate ed efficaci: al loro confronto gli Iron Maiden sono l’Art Ensemble of Chicago. In effetti Power-Up somiglia a quel film di Russ Meyer che consisteva semplicemente in donne nude che ballavano davanti alla telecamera: insomma, un certo potenziale di intrattenimento c’è, e non per pochi. Tutto sta a vedere quanto a lungo potete realmente reggere e condividere un concetto così semplice, e ribadito con soddisfatta insistenza: qualsiasi vaga idea che porti anche un secondo fuori dal loro territorio di caccia è bandita. Pochi sono giunti con questa precisione a identificare il proprio suono e a darlo al pubblico – i Rolling Stones, per esempio, sono del tutto privi di questa capacità, ci sono un sacco di loro imitatori che gli somigliano più di loro. Ma persino gli Aerosmith, che pure negli ultimi anni hanno sfiorato questo tipo di obiettivo, hanno finito per mettere qualcosa di spurio nei loro aggiornamenti automatici, introducendo nel loro sound qualcosa che girava attorno. Nel caso degli AC/DC invece il tempo è realmente fermo, e tutto è immediatamente afferrabile come i loro cognomi (Young! Williams! Johnson! Sono arrivato a tifare per il ritorno di Wright invece che di Phil Rudd, per allineare la line-up più lineare del pianeta). A suo modo, è miracoloso, e io li saluto. Temo però che sia sconsigliabile: non fate questo a casa, non giocate con certi obsoleti aggeggi elettrici, non imbalsamate il rock’n’roll – anche se è morto, ovviamente. Loro possono farlo perché, come negarlo?, gli abbiamo sempre concesso una licenza speciale di ripetersi che non avremmo mai conferito a nessun altro. Perché poi a ben guardare, concettualmente questo disco – e il suo successo – giustifica la monotonia di alcuni generi più in voga (…non farò nomi, mi limiterò ad ammiccare tantissimo). Spiace, ma ogni tanto ci si dovrebbe chiedere se proprio bisogna sempre perdonare certi vecchi, irresistibili satanassi miliardari che ci vogliono illudere che il tempo non passi – non è vero, e non è giusto. Hanno tirato un altro osso al cane, e ci viene naturale scodinzolare. Il problema non sono loro. Siamo noi, che siamo felici di sentire la stessa canzone con minime variazioni, come sospettavano i minimalisti alla Steve Reich. Forse stanno proprio mettendo a nudo un nostro punto debole. Però poi allora come possiamo rompere le palle ai teenager perché ci hanno le orecchie cretine? In fondo è un passatempo ancora più divertente che guardare le donne nude che ballano.

Altri argomenti di conversazione. Dicevo che i Negramaro non sono riusciti a entrare al n.1 (spiaaaaace). Scende al n.3 Accetto miracoli l’esperienza degli altri di TZN Ferro, in un podio che per la prima volta quest’anno è ferocemente over 40. Se a questo aggiungete il Boss Bruce Springsteen al n.6 e l’ingresso al n.7 di The Zen Circus e (non dimentichiamolo!) Renato Zero al n.9, abbiamo la top ten ITALIANA più anziana del decennio. Ma c’è una notizia rassicurante per tutti noi e per l’economia: non ci sono femmine. E per forza, non si decidono a ballare nude. Entra al n.55 Christmas di Michael Bublé (..uh-oh).

Lungodegenti. Un album è da più di tre anni in classifica, ed è il segnetto ÷ di Ed Sheeran (194 settimane di permanenza continuata); lo seguono un po’ distanziati Rockstar di SferaEbbasta (148 settimane), Peter Pan e Pianeti di Ultimo (rispettivamente, 145 e 142 settimane), 20 di Capo Plaza (135) Diari aperti segreti svelati di Elisa (108), Playlist live di Salmo (106), Post punk di Gazzelle (103). Ma il disco da più tempo tra i cento più venduti in Italia è… Lo so che ve lo aspettavate, non facciamo sempre questa manfrina, su: è dei

Pinfloi. The dark side of the moon, il disco bicentenario, da 211 settimane (ri)entrato in top 100 si trova al n.46, in mezzo, come se tutti gli altri dischi fossero lì attorno a lui a farsi raccontare storie di tempi perduti; suo fratello minore The wall è un po’ staccato, con la tipica aria immusonita, al n.76. Vi dirò, in questi giorni, dovendo scegliere il dualismo inutile da aggiungere alla lista, verrebbe da usare la opposta polarità Maradona-Pelè. E mi sembra chiaro chi sia Pelè tra The dark side of the moon e The wall. Il che avrebbe come corollario che…
Che cambio idea e prima che sia troppo tardi preciso che The dark side of the moon è Biden e The wall è Trump. E non solo per quella storia dei muri, veh. Grazie di aver letto fin qui, a presto.