Classifica Generation, ep. IV. DeFilippi Domine

Primo, secondo, terzo posto: Maria, Maria, Maria.

Le tre major in brodo di nespole, perché Riki, Thomas e Federica incidono per loro, uno per ciascuna. Una prova di forza nei confronti dei rivali: non solo X Factor, cui una roba del genere non è mai riuscita e che fa sempre più fatica a piazzare i suoi finalisti in classifica. Ma anche nei confronti di Rtl 102,5, sia come casa discografica che come futura radio della suddetta X Factor, perché la indie più potente d’Italia incassa solamente un quarto posto dai suoi ex fenomeni The Kolors, principini del 2015 e a loro volta usciti da Amici. Come dire: non era Rtl. Era lei. Maria! Say it loud and there’s music playing, say it soft and it’s almost like praying… Maria, Maria.

Vero è ben che Maria da un po’ non dava una tale dimostrazione di strapotere in classifica. Cionondimeno, questa è venuta in un momento topico. Non seguo Amici – e per par condicio ho smesso di seguire X Factor, c’è una soglia di noia e livellamento verso il basso sotto la quale non sono disposto a scendere, non è snobismo (…la frase “Non è snobismo” finirà per ucciderci tutti); è che ho davvero già dato tanto alla totale inconsistenza, nella vita. Però grazie alla febbrile e costante attenzione dei nostri maggiori quotidiani, ho la percezione laterale che quest’anno ad Amici ci sia stato uno scandalismo continuo, liti tra Morgan e Maria, i ragazzi e i giudici, dev’essere stato morbosamente appassionante.

Siccome questa rubrica me lo impone, li ho ascoltati. Tramite Spotify, dove tutti e tre fanno numeri clamorosamente bassi, e credetemi, raramente ne ho visti così bassi per dei fenomenini della gioventù (accludo prove) mentre su YouTube viceversa marciano a milionate.

(e qui voi e io ci scambiamo un’occhiata significativa, e non aggiungiamo altro)

Li ho sentiti senza averli visti, cosa che potrebbe quindi essere determinante: magari vedendoli, scoprirei che hanno personalità. Sentendoli, invece, Riki (Riccardo Marcuzzo, n.1) e Federica (cognome Carta, n.3) mi suonano saporiti come la pasta in bianco del giorno dopo riscaldata, poi lasciata lì, riscaldata di nuovo, prova un tocchino di burro o una goccia d’olio, spruzza anche del parmigiano, magari due foglie di… – NO, non insistere guarda, dovrei proprio morir di fame per trovarla buona. Mi pare al contrario che il n.2, Thomas (cognome Bocchimpani) sia vivo in misura accettabile, nonché vertebrato. Ma siamo in democrazia, quindi è il n.1 a dettar legge.

Riki ha 25 anni, l’età in cui Amy Winehouse era già irrecuperabile; è di Pessano con Borgnago (non so nel resto d’Italia, quassù usano molto i paesi in joint-venture, tipo Vertemate con Minoprio), ha studiato Design della comunicazione e del prodotto, è cantautore, e il suo stile è molto fragolistico, nel senso di Lorenzo Fragola. “La corsa con te in braccio fatta per le scale, confondere lo zucchero al posto del sale, e ridere di niente che poi ci porta a foto di noi, ad un selfie venuto male. La pioggia allunga il cocktail fatto per restare ed il tuo mondo vola e intanto il ghiaccio cade, tu piano ti addormenti che poi ti porto dentro se vuoi mentre ti resto a guardare” recita Perdo le parole, il suo inno. Facciamola breve: i testi flirtano spudoratamente con l’imbarazzo vero, in compenso musicalmente non ha alcuna originalità. Occhio: questo non è più vissuto da nessuno come un difetto, anzi.

Qui il discorso da nostalgici è in agguato, e bisogna evitarlo con cura, perché non porta a niente. Ma penso che si possa dire, col distacco del darwinista e a temperatura ambiente, che i prodottoni commerciali dei decenni passati, i vincitori dei Festivalbar, al confronto c’era da invitarli al Greenwich Village in modo che declamassero tra Dylan e Ginsberg i testi di Non me la menare o Tranqui Funky, Ti pretendo o Bella stronza (e dal punto di vista di ritmo e melodia si prendevano più rischi, anche Raf e Masini). Il mainstream in arrivo sembra deliberatamente più vuoto e informe di quello che ci siamo lasciati alle spalle. Mi spiace cogliere in questo l’influenza dei media – perché nei media ci lavoro (…okay, non proprio con plastica disinvoltura, lo ammetto) ma come fai a non coglierla quando dal n.1 al n.4 hai nomi imposti da una trasmissione tv? E la verità dei nostri media è che a un certo punto hanno scommesso forte, MOLTO più forte di prima sul quasiniente; e in questo decennio molto più che negli anni rombanti di Berlusconi hanno abbassato l’asticella il più possibile – e io lo dico oggi come lo dicevo ieri (mi sentivate? …No, eh? Uff) che non è un ordine partito da Berlusconi, sarebbe piacevole pensarlo, invece sono decisioni prese da cento, mille, diecimila omini e donnine tutto sommato come me, forse come voi, qualcuno più influente e più in alto, poi giù, sempre meno – fino ad arrivare a me e voi, che siamo l’anello mancante tra il mediapeople e gli esseri umani (hehe).

Rispetto a un mainstream così piatto, Fedez o Mannarino finiscono per risultare alternativi, non so se mi spiego; Jovanotti poi ne esce come Michelangelo Buonarroti, in fondo ogni tre singoli svenevoli ne piazza regolarmente uno che guarda in faccia l’ascoltatore come se fosse senziente.

Chi ci salverà? Ghali? Lo Stato Sociale? Brunori Sas? Levante?

Ovviamente no. Sta ai cento, mille, diecimila omini chiedersi quanto veramente se la sentono di tenere ancora l’asticella così bassa, così bassa, facendo della propria vita un limbo. Ma non il quartiere alla periferia del Purgatorio – sapete, architettura razionalista, nebbiolina, campetti di pallacanestro dai quali dopo due giorni spariscono le retine. No, intendo proprio il limbo lalallallà la la, la la, Chubby Checker che canta, e avanti piegati senza rialzarsi mai.

Il resto della top ten. Cinque nuove entrate tra i primi dieci, più un ritorno dal n.20 al n.9 di Ermal Meta (giurato di Amici! Sempre viva l’Amicismo!). Due stranieri su dieci in alta classifica (Harry Styles e Linkin Park) e addirittura cinque ventenni in top ten!!! Per fortuna dajeRenà (che scende dal n.1 al n.5) e MiticoVasco (n.10) risollevano l’età media. In top 10 rimane, alla quarta settimana, anche Gabbani. Sapete, non credevo. Non penso che l’album sarà uno dei grandi successi di quest’anno, ma un po’ ha attecchito. Da segnalare l’ingresso dei Linkin Park al n.6 ma volendo anche California dei Blink 182 al n.14. Quanta pertinacia degli anni 90, in opposizione a tutto questo presente. A proposito, toglietemi la curiosità, anche voi vedete Ambra dappertutto? Ambra attrice (…tanto brava), Ambra giudice di talent, Ambra ospite d’onore, Ambra star al funerale di Boncompagni, Ambra compie 40 anni, Ambra contro gli haters, Ambra di nuovo con Quaglia (non so chi sia, spero sia degno di lei). E il bello è che è ancora meno interessante di quando era giovane.

Escono dalla top 10 Fabri Fibra (n.12), Ed Sheeran (n.15), Izi (n.17) il live di Francesco Renga (dal n.5 al n.23) e Omar Pedrini, il cui Come se non ci fosse un domani scende dal n.10 al n.39 come se non… (mi interrompo sulla soglia di un umorismo conversazionale innecessario).

Escono proprio dalla classifica i Paramore (whoops, dopo una settimana), Lo Stato Sociale (dopo 10 settimane), LaGiusy Ferreri e Le Luci della Centrale Elettrica (11 settimane di permanenza) e i blues al sangue dei Rolling Stones (24 settimane, nemmeno poco per l’album che era).

Altri argomenti di conversazione. Lou X entra al n.18 con La realtà, la lealtà e lo scontro, mentre l’edizione deluxe di Spirito dei Litfiba entra al n.16 (wow) e Silvio Dante dei Sopranos entra al n.59. Solo quattro album sono in classifica da più di un anno, e solo uno da più di due – ovviamente è TZN, n.54 dopo 130 settimane. Lo seguono i Coldplay (n.32, in classifica da 77 settimane), Alessandra Amoroso da 71 (piuttosto in alto anche lei, al n.41), Hellvisback di Salmo (n.53) qui con noi da 68 settimane, e Black Cat di Zucchero, al n.36 dopo 56 settimane. Forse noterete che ci ha lasciato qualcuno: è Passione Maledetta 2.0 dei Modà, che si è fermato a 77 settimane – sia lode a te, o Cristo. Segnalo poi in classifica un grosso viavai di vecchie glorie, pare di stare a Novegro tra I vinilisti: ci sono Led Zeppelin IV (n.99), parecchi Iron Maiden, Back in black degli AC/DC (n.77), Kind of blue di Miles Davis (n.62), Songs from the wood dei Jethro Tull (n.35). Ma dalle vecchie glorie passiamo sardcallidamente onicamente alle glorie che hanno smesso di invecchiare:

Miglior vita. Eccolo Chris Cornell, e tutte le gnagnere sulla generazione generaziosa che portano Superunknown dei Soundgarden dal n.96 al n.28: è un ottimo risultato, altri funerali l’anno scorso non avevano avuto lo stesso felice esito. Entrano persino gli Audioslave al n.79 e – tenetevi forte – i Temple of the Dog al n.87!!!! Non so se c’erano mai stati, in classifica in Italia. Un giorno o l’altro la morte la dovrò brevettare, allora sì che diventerò ricco. Peraltro nel singhiozzo grunge, anche l’Unplugged dei Nirvana entra in classifica (n.85) perché è un po’ morta una generazione, ma non il suo portafogli. A proposito, Nevermind dal n.72 al 66. In totale otto artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di capitani della Roma.

Pinfloi. The dark side of the moon sale dal n.38 al n.33, cosa che imputerei al fatto che è finito il campionato e viene naturale un momento di riflessione complessiva sull’esistenza. La laconica accettazione del vertice dei potenti a Taormina viene testimoniata dalla discesa di Wish you were here dal n.49 al n.60 e The wall dal n.51 al 61 (una posizione più sotto, sì. Lo fate per esasperarmi). Ma non finisce qui – siete seduti? Al n.93 fa il suo ingresso nientemeno che ANIMALS!!! La sarabanda di rantolante amarezza che normalmente viene evitata dai parvenu del Watersianesimo appare, per una volta, dietro ai tre album confratelli, più dolcemente depressivi. La mia ipotesi in merito è che sia uno dei 50 step della Blue Whale.