Classifica Generation, ep. III. Cinquant’anni di alzo Zero

Forse nessun cantante pop ha capito la natura del potere quanto Renato Zero. Ne ha il tono, pieno di compassionevole buonzénzo, e lo sguardo, fisso sulla preda. Poteva interpretare lui l’Andreotti de Il Divo. In fondo incarna da prima del Frank Underwood di House of Cards il coraggio di fare le cose spiacevoli che funzionano. L’astuzia dell’ambiguità all’inizio, poi la poesia da Nescafé del Carrozzone e del più fico Amico, infine l’abbandono di ogni leggerezza in favore della predica piagnona da vecchio pretone. Ma già dall’inizio aveva capito (forse da Marco Pannella?) l’appeal di un populismo missionario: inventandosi la Zerofobia ha anticipato tutti i Mourinhi dello showbusiness diventando la prima popstar vittimista (“Noi sorcini contro tutti perché ci vogliono male” “Mi hanno chiuso Zerolandia perché davo fastidio nelle alte sfere” “Vogliono uccidere il sogno di Fonopoli”, e così per decenni).
 
Un’altra intuizione è stata tenersi più basso di altri colleghi – il che gli ha procurato una certa quale complice simpatia dei critici musicali, specie i suoi concittadini. Sempre ad alzo zero nelle liriche (a volte, sue), non si è mai baloccato con le pretese dei musicisti: anzi, forse la musica gli è indifferente: dopo gli ammicchi disco degli anni 70 (ma sempre con arrangiamenti gustosamente simili a quelli delle canzoni di Gloria Guida o Nadia Cassini nei filmetti zozzi) non è ravvisabile in lui una qualche parentela sonora né straniera né italiana – se non l’ipermelodismo orchestrale melodrammatico/sanremese. D’altra parte non è nemmeno affar suo: da decenni se ne occupa la sua ombra in do minore, il quasi omonimo Renato Serio, responsabile dell’inno di Forza Italia, di tante sigle di Fantastico e di Ciao Darwin, da sempre pronto a sviolinare senza risparmio su qualsiasi idea degli autori zeriani fidati: Vincenzo Incenzo, Mariella Nava e soprattutto Maurizio Fabrizio, uno dei totem del pop italiano classico (arrangiatore del primo, migliore Branduardi, poi autore di Storie di tutti i giorni per Fogli, Bravi ragazzi per Bosé, Almeno tu nell’universo per Mia Martini, e ovviamente I migliori anni della nostra vita, scartata da Ornella Vanoni, Mia Martini, Giorgia ma diventata armadifinemondo quando a recitarla dal suo pulpito è stato don Renato).
 
E così, Zerovskij è l’ennesimo n.1 che la nostra classifica tributa a questo potere che chiagne e fotte. “Un nome che ricorda Cajkovskij per amore di quella musica, di quell’arte, di quella cultura che oggi ci stanno nascondendo – penso ci sia una classe politica e culturale che faccia di tutto per tenere il popolo ignorante” (…maledetti!). Sì, è al n.1, e riempirà le arene con 19 brani nuovi all’interno di un “progetto tra musica dal vivo e recitazione con 61 elementi d’orchestra sinfonica, 30 coristi, 7 attori”.
Zerovskij (…solo per amore, è il nome completo) è l’apoteosi del pretismo di Zero: inni rigonfi di enfasi a sottolineare la portata salvifica dei messaggi. Perché ora, io so che se voi avete letto due libri e frequentato musicisti più ambiziosi, in certi brani che iniziano con le parole “Ecco che ritornerà settembre, pigramente un’altra estate va. Dopo le aspettative della gente si ritorna alla normalità” (oppure con “Buongiorno a te, umanità, quest’oggi che si fa? C’è guerra o no? Io non lo so. Chissà a chi toccherà. Qui c’è da fare tanto per la felicità”) potrete ravvisare la sottigliezza di un agosto a Milano Marittima. Eppure, don Renato ha piazzato i suoi album al n.1 in cinque decenni diversi, e tra due anni sarà durato più della Democrazia Cristiana. Lui lo ha capito prima di Biagio Antonacci e di Kekko Silvestre e Lorenzo Fragola e Fabio Volo che c’è un fabbisogno basico di poesia anche in chi legge Leggo. C’è tanta (tanta) gente che no, non è stata mai toccata da Eluard né da Leopardi, ma nemmeno da De Gregori o CapireBattiato o i Baustelle. Però quando sente “Il potere annebbia gli uomini e il denaro certo non li sazierà” o “Estasiarsi si può, ma quelle polveri no”, declamate con quella voce piena di carità, si sente sfiorare l’anima dal ditone di Dio.
Però ora non guardatemi come se, in sfregio a un’élite di saputoni, stessi rivalutando Zero e i suddetti schifosi manco fossero dei democratici della strofa paladini del popolo dimenticato. Non ci penso nemmeno. Dico solo che sanno che ci sono cose spiacevoli che funzionano. Ed è così che si va al potere.
 
Al n.2 c’è Harry Styles, ex One Direction. Mi spiace non diffondermi su di lui, perché è molto più interessante di un cavolo di ennesimo album di Renato Zero. Sul quale però mi sono dilungato per due buoni motivi: 1) ho la sensazione che ci abbiano tutti rinunciato, a discutere Zero. E posso anche capire. Lo si accetta come una specie di male congenito, che ci trasciniamo da 50 anni: ce ne sono di più longevi, tipo la Fiat o il coperto al ristorante; 2) è il n.1. E qui dentro va così. Gente, non sbuffate, mica le faccio io le regole. Però daje Harry, io faccio il tifo per te.
 
Resto della top 10. Al n.3 tiene benino Gabbani, ma del resto al n.4 tiene benino anche Izi, ex numero 1. Dal n.5 al n.9 non ci sono facce nuove per la top 10 (Francesco Renga, MiticoVasco, TZN, Fabri Fibra, Ed Sheeran), ma al n.10 entra Omar Pedrini. Uh, due bresciani in top 10. E non solo: corre voce facessero parte dello stesso gruppo – ah, quei pazi, pazi anni 90. Escono invece dalla prima diecina Coez (dal n.3 al n.11), così come Mina&Celentano e (piuttosto presto) i Kasabian (dal n.7 al n.19. Vive le rock, davvero).
 
Altri argomenti di conversazione. Entrano al n.14 i Paramore, e al n.24 Paul Weller, che a parole siete tutti lì a blaterare del Modfather e quando morirà sarà un po’ morta la vostra generazione (per l’ennesima volta), però neanche in top 20, cicisbei. La raccolta di TZN accumula la 129ma settimana in classifica al n.41. Ma vi sto annoiando? Come dite? A morte, eh? Beh, allora
 
Miglior vita. Solo SEI album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di concorrenti della Val d’Aosta. Li guida, e lo so che non ve l’aspettavate, Nevermind dei Nirvana, che passa dal n.54 a un meno conciliante n.66. Vi chiederete: e i Soundgarden,che detto per inciso con Chris Cornell è morta un po’ una generazione? Superunknown entra al n.95, ma non ha avuto molti giorni per una performance più vitale. E ora mi toglierò uno sfizio: concludere con
 
Pinfloi. The dark side of the moon avanza. Lento ma ineluttabile come l’osteoporosi, sale dal n.39 al n.38, circostanza che ovviamente riflette l’incoraggiante attenzione del pubblico per il festival di Cannes, e il red carpet, e la croisette, e un certain regard. Ma attenzione: le riflessioni del Paese sulla legge elettorale spingono The wall dal n.69 al n.51: supererebbe – come è giusto – Wish you were here, se questo, con la doppiezza che gli è connaturata, a sua volta non balzasse biecamente dal n.58 al 49, profittando del compiacimento degli italiani per il ritorno in edicola de L’Unità, pazzo diamante dell’editoria.

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