AMARGINE

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Benvenuti. Oggi in questo podcast vi daremo preziosi consigli per affrontare le sfide globali di questo millennio. Partiamo da una good practice: Barilla, la famosa fabbrica ITALIANA. Fate come loro: fate un sacco di cose – qualcuna vi riuscirà un po’ meh, però inevitabilmente, qualcuna riuscirà bene. E quindi complimenti agli amici della Barilla – è stato un piacere fare questo product placement per loro. Ed ecco un altro consiglio.  Bisogna saper fare di tutto, anche i product placement.

Bisogna saper scrivere delle band tedesche degli anni 70, del blues revival degli anni ’80, del nu metal anni ’90, e del Rocco Hunt del 2021.

Che son buoni tutti, a fare il figurone parlando degli artisti trendy e virali, ma ignorando l’album più venduto in circolazione.

Troppo comodo.

Anch’io, come voi, invece che un pezzo su Rocco Hunt, vorrei leggere il centesimo arguto saggino su cosa c’è VERAMENTE dietro al successo dei Maneskin, oppure ulteriori retroscena su Phil Spector e perché sommerse di archi e cori The long and winding road. No amici, anche voi dovete raccogliere la sfida della contemporaneità e leggere come stanno le cose veramente oggi.

Perché nel mondo reale, devi saper fare le hit estive ITALIANE boomdabascie ma anche i featuring con i rappusi criminusi che la drò e i brò e le trò.

Devi saper cantare e rappare in dialetto e in italiano. Devi fare i featuring coi napoletani e coi milanesi e coi romani.

Devi fare i pezzi con l’accenno sociale (senza sbilanciarti) e quelli sulla vita semplice col caffelatte quelli sugli zeri che hai sul conto e l’intro motivazionale con Lele Adani. Sì, il pressoché calciatore Leleadani – che mentre parla incespica e arranca esattamente come quando giocava a pallone, ma è un famoso che va in tv, e in quanto tale ogni connotazione di ridicolo è annullata (…per la scienza, questa è nota come Costante di Morganetto Castoldi. La si studia da anni, non viene mai confutata).

Devi saper portare il rap nel neomelodico, e il neomelodico nella trap, e lasciarci lì a meravigliarci di quanto abbiano in comune.

Devi ricordarci che ti sei guadagnato tutto e che c’era chi non credeva in te, e devi commuoverti per il coraggio che hai avuto, e dire che tutti in fondo potremmo farcela come te – alé!

Devi stare tra la strada e la spiaggia, e la spiaggia e la strada, e alla fine basta evocarle e tutti siamo contenti, perché tanto non sappiamo bene a quali leggi rispondano, viste da un telefonino non sono nemmeno così diverse.

Se sai fare tutto questo, è giusto che tu vada al…

Numero Uno. Rivoluzione di Rocco Hunt è un disco perfetto per prendere il posto del segnetto = di Ed Sheeran, perché gli somiglia in modo insospettabile. È un disco che non lascia niente al caso, con tutti i featuring importanti e tutti i generi al posto giusto: è il prodotto di un operatore molto attento e capace di fabbricare un disco come si fabbricano snack. La crescita professionale dell’autonominato Poeta Urbano è stata veramente notevole, ma ammetto che la considerazione contiene una specie di discriminazione (quelli migliori di me direbbero bias) come se un prodotto musicale di area rap ben calcolato e dosato potesse essere solo una prerogativa del giro milanese. Come se scendendo sotto Roma ci fosse sempre un’immancabile trade-off tra formula e spontaneità guagliona – in realtà siamo tutti abbastanza adulti da sapere che l’uso del dialetto (anche a Roma, forse soprattutto a Roma) spesso è un espediente per forzare nell’ascoltatore un senso di sincerità.

Personalmente, credo che Rocco Pagliarulo da Salerno oltre che di un consistente business plan sia dotato di una sua sincerità, e credo che questa venga fuori proprio dal fatto che cerca di fare tutto quello che serve. Credo che le cose migliori del disco siano nei pezzi in cui gira attorno agli ospiti che minacciano e fanno i duri: sembra divertirsi a fargli fare la voce grossa rimanendo un passo indietro, compiacendosi del rispetto che si è guadagnato tra i malamente senza esserlo. Perché malgrado il titolo del disco, Rocco Caccia è tutt’altro che un rivoluzionario, è un conservatore come il 90% dei rapper – ma occhio: non di quel conservatorismo che venera il mercato, il capitalismo e l’individualismo come i suoi settecentoventi milioni di colleghi che si distinguono dal gregge. No, lui lo è nelle rime sul suo bambino (in Fiocco azzurro, sigillate da quest’ultimo che gli dice “Papà, non fare il monello”) oppure nelle considerazioni mariomerolesche: “Vulesse credere ancora ch’esiste nu Dio ca c’osserva e perdona / Si se spacca ‘a famiglia, a suffrì songo ‘e figlie”. Perché scava scava, eccole lì le basi: i figli, so’ pezzi ‘e core. E lui è così conservatore che attribuisce ancora un ruolo emotivo alla musica, che molti PRODUCERS rap combattono con efficacia: la loro missione, di fronte a testi che vanno eliminando connotazioni emozionali che vadano oltre quelle basiche del rapper di inizio secolo

(soddisfazione per la propria ricchezza) (strapotenza sessuale) (umiliazione degli altri umani) (rancore per chi non credeva che l’artista potesse conseguire le precedenti) (amore per la mamma, guardami mamma, è per te mamma)

diventa quasi inutile differenziare i suonini che vengono apposti sui ritmini. Per il sig. Hunt no: il suo dna neomelodico gli impone di caratterizzare con uno sfondo musicale standardizzato ma coerente gli scenari che prepara per i suoi testi. Del resto pezzi come la succitata Fiocco azzurro raccontano cose tanto semplici quanto personali, che è una cosa che un rapper professionista cerca di non fare, perché il personale non interferisca col personaggio. Certo, poi se scavi ancora di più, magari nella top 30, scopri che Rocco Pagliarulo non ha un singolo singolo tra i singoli più ascoltati in Italia. Ne ha solo uno tra i primi cinquanta

Sedicenti singoli. E quel pezzo, al n.33, altri non è che Un bacio all’improvviso – in pratica la hit estiva con Ana Mena, sempre lei. Il che significa che Rocco Hunt è qui per restare, e tornerà con noi tra qualche mese con un singolo con qualche featuring – o forse andrà a Sanremo, vai a sapere; per contro l’album Rivoluzione è un po’ un fuoco di Pagliarulo, non so se rimarrà in top ten, ma in fondo non è importante. E ora non guardatemi così, lo so che potevate impiegare questi cinque minuti a leggere un articolo sulla tipa dei Brass Against. Mi spiace. Per farmi perdonare vi dirò qualcosa da usare in conversazione. Tra i tanti video con più di 20 milioni di visualizzazioni su YouTube, Rocco Hunt insiste per tre volte su un concetto: una fanciulla del popolo che straluna a fronte dell’incontro con il guaglione che ce l’ha fatta.

Lui per contro straluna di rado, è sempre rilassato. Anche quando è preso in mezzo fra quattro ex giocatori dell’Inter appare divertito, sornionamente protagonista e un po’ democristiano come un arbitro.

Sedicenti singoli. Già che siamo qui, sbrighiamo la pratica: tra le canzoni che appagano la nazione come sempre c’è poco movimento a differenza di quanto accade tra i presunti album: c’è ancora Kumite di Salmo al n.1, e sul podio ci sono sempre i duetti del simpaticissimo Sferoso Famoso: quello con Madama (Tu mi hai capito) e quello con Blanco (Mi fai impazzire), coi loro bei titoli-hashtag ribelli eppur pucciosi. C’è una sola nuova entrata tra le prime trenta, ma è effettivamente molto alta, è Come nelle canzoni di Coez al n.4. Blanco ha due pezzi in top ten, nella quale ci sono addirittura tre non ITALIANI (Farruko, EltonJohn/DuaLipa, Adele), tra i quali non c’è più Ed Sheeran. A proposito, che ne è di lui?

Resto della top ten. Il segnetto =, numero uno nella settimana di uscita, scende al n.5. Al n.2 e al n.3 e al n.4 ci sono il tenente Blanco, il capitano Ultimo, il generale Salmo. Entra (un po’ mestamente) al n.6 l’ultimo Voyage degli ABBA, insieme ad altre due new entries: Loredana Berté (n.8) e Il Volo con l’omaggio a Ennio Morricone, che non può protestare (n.9). Rimangono aggrappati alla top ten Rkomi (n.7) e i Pinguini Tattici Nucleari (n.10), dei quali prima o poi bisognerà parlare.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla prima diecina gli album di Sferoso Famoso e Madama (ma in questo caso è solo momentaneo, son sempre lì che fluttuano), Alessandra Amoroso e Nayt (in questi casi è un po’ meno momentaneo). Escono del tutto dalla classifica, e piuttosto celermente, gli album di alcuni venerabili maestri: Duran Duran, Elton John, PFM e Dream Theater (dopo due settimane), Carmen Consoli (dopo sei settimane), Joe Bonamassa, Oliver Onions e Mastodon (dopo una settimana). Prima che saltiate a facili conclusioni generazionali, aggiungo la dipartita dell’Amico di Maria Aka 7even – freschissimo vincitore italiano di un MTV Award a furor di social. Interessante che le due circostanze si verifichino negli stessi giorni. Infine, guadagna l’uscita a testa alta Bloody Vinyl, dopo un anno e cinque settimane di permanenza con picco al primo posto. A proposito: il n.1 di Rocky Hunt è anche un piccolo trionfo per Sony, che raramente era stata così vicina a Universal negli ultimi dieci anni: 30 dischi in classifica vengono dalla multinazionale giapponese, contro 39 della multinazionale francese.

Siccome in ogni articolo e in ogni intervista bisogna infilare i Maneskin. Il loro album Teatro d’ira vol. 1 è al n.13. Il precedente Il ballo della vita è al n.20. Il loro singolo più ascoltato, Mammamia (uscito il mese scorso) è al n.27. Questo è quanto, questa rubrica non ha alcun commento da fare ma aprite qualunque media sociale e asociale, e ne troverete una cinquantina già pronti: pescatene uno e condividetelo.

Lungodegenti. Fine line di Harry Styles entra nel club degli album da 100 settimane in classifica, lo accogliamo volentieri anche se non è ITALIANO. Nel club ci sono altri undici album (non pochi) usciti almeno due anni fa e un bel po’ di loro stanno molto in alto, il che ci rivela che i giovani di oggi insistono sui dischi del passato, non come i boomer che si stancano subito delle nuove uscite e probabilmente soffrono di disturbi dell’attenzione, consumano tutto velocemente eccetera. Ecco l’elenco, in ordine di apparizione e in forma di immaginetta in modo che i podcast nostri rivali non copincollino l’elenco risparmiandosi questo stupido sbattimento:

Bene. Questo podcast volge quasi al termine, ma prima della sigla, ecco lo spazio del nostro sponsor principale, i

Pinfloi. A momentary lapse of reason scende ragionevolmente dal n.13 all’83, mentre The dark side of the moon prismeggia dal n.77 della settimana scorsa al n.70 di questa settimana. Continua a rimanere incresciosamente fuori dalla classifica The wall. Ma aspettate solo la quarta ondata, e poi ne riparliamo.

Grazie per avere ascoltato questo podcast che si è aperto e chiuso con la faccia di Rocco Hunt, sappiamo che non lo direte ai vostri amici ma non è stato così brutto, vero? A presto.

 

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