Classifica Generation, Ep. 0. Ovvero: goodbye, Mr. Seymandi

Mi spiace per Gué Pequeno. Non avrà da me l’enciclica che di norma spetta a chi va al n.1 della classifica degli album. Perché quella che lo vede al n.1 NON è la classifica degli album: dal luglio 2017 è diventata un’altra cosa, e tocca dirlo. Beninteso il suo Gentleman (che subentra alla Dark Polo Gang, scesa al n.4) non è al n.1 per caso, anzi: grazie alla popolarità personale e al genere dell’artista è forse il disco più indicato per inaugurare, dall’alto, questa cosa nuova.

 

Mi spiace anche per voi. Credo abbiate già visto il malloppo che incombe qui sotto. Non sarò breve, non si può. Cercherò di essere meno tecnico e pesante possibile. Se ci sono nerd in sala possono farsi un giro, non intendo essere troppo dettagliato (ma occhio: potrei. Non provocatemi).

 

Mi spiace per la classifica, è finita. Addio Lelio Luttazzi, addio Discoring e Maurizio Seymandi. Forse l’avete letto da qualche parte: la FIMI (che è tipo la UEFA dei discografici) ha giubilato la classifica delle vendite dei cd in favore di una che alle vendite effettive misurate in un campione di 3.400 punti vendita (all’anima del campione: io mai avrei creduto che i negozi di dischi in Italia fossero più di 2000. Metà dei quali a Genova, in ogni caso) mescolerà d’ora in poi gli ascolti in streaming, non necessariamente di TUTTI i pezzi dell’album, ed effettuati sia a pagamento che gratis (!).
Parametrando, convertendo e ponderando, ci forniscono un dato che – non saprei definire la cosa in altro modo – cerca di quantificare la popolarità di un artista che ha fatto un nuovo disco. In pratica hanno creato un nuovo social, col quale attribuire dischi d’oro e platino virtuali grazie ai quali gli uffici stampa potranno suonare le vuvuzelas, mentre su Instagram i rapper col Rolex potranno ostentare dozzine di pezzi di plastica luccicante oltre agli abiti da scemocoisoldi di cui sono testimonial.

 

(qui potrei infierire, perché già la prima tornata di nuovi dischi d’oro e di platino è stata subito revocata per un errore tecnico della FIMI, quando già i suddetti tweet e comunicati stampa trionfali erano partiti) (…infierisco solo in un caso: quello dei Thegiornalisti, perché in un anno non sono riusciti ad avere uno stupido disco d’oro da 25mila stupide copie) (è una cosa abnorme, hanno avuto più articoli che dischi venduti, hanno venduto meno di gente che nessuno si fila, cionondimeno non ho avuto altra scelta che cambiare thenome a questa rubrica, e non perdonerò mai né loro né i media) (nel contempo prendo atto che ribattezzandola con l’insulso e fintoaccattivante nome Classifica Generation un po’ ci avevo preso) (perché questo oggi ci ritroviamo: una classifica supergiovane, una classifica bellazio)

 

I primi effetti del terremotino sono il balzo in avanti dell’hip-hop italiano: 5 su 10 rapper in top 10, anche con dischi non nuovi, come Fabri Fibra che risale dal n.19 al 10 – ma pure Sferaebbasta che passa dal 46 al 15, Coez dal n.63 al 17, Tedua che era sotto il n.100 (!) e balza al n.29. Ascendono leggiadri anche quegli americani che non riuscivano a imporsi da noi, con grossa soddisfazione dei boss stranieri delle major: Kendrick Lamar sale dal n.99 al 40, DJ Khaled dal n.76 al 35. Ci sono 40 (QUARANTA) nuove entrate in classifica.

 

Chi paga dazio? Intanto, mi azzardo a dire, MiticoVasco.
Perché anche se Gué Pequeno è un contender fortissimo anche negli album, Nella Mia Umile Opinione dopo #ModenaPark il KOM avrà pur avuto una festosa impennata nelle vendite di cd. Ma col nuovo sistema, sale solo al n.3. Dietro a Gué? Ci può stare. Ma dietro a Riki capo degli Amiki? Non la bevo. Quel che è certo è che nel momento in cui viene reso meno significativo il divario tra musica che vale denaro contante e quella che non lo vale, il siluro colpisce gli evergreen, che continuavano onestamente a fare il loro dovere: Sgt Pepper dei Beatles passa dal n.27 al 74, e i Pink Floyd rimangono con un solo album in classifica, che ovviamente è The dark side of the moon – ma slittato dal n.41 all’84. Purple rain di Prince, che sette giorni fa era entrato al n.13 in classifica grazie all’edizione deluxe, nel giro di una settimana passa da uno dei dischi più acquistati a uno dei più ignorati, uscendo completamente dalla top 100. 
Ma sapete, Prince è deceduto! E c’è una vera ecatombe (ehm, pardon) tra gli artisti che hanno lasciato questa valle di Paoli Bonolis. Se siete lettori abituali, tenetevi forte: c’è un solo morto in classifica, ed è se non altro il morto di tutti i morti, Kurt Cobain: Nevermind galleggia al n.84 come la bara di Quiqueg, ma fate tanti saluti a De André, Bowie, Freddie Mercury e tutti gli altri che ci cantano dall’aldilà. Non essendo popolari nello streaming (Battisti nemmeno c’è), si accomodano fuori da questa classifica che, grazie ai cd venduti, li vedeva sempre presenti.

 

Ma non si dica che pagano pegno solo i vekki o i defunti. I giovani The Kolors, dopo sole sei settimane in classifica, ne vengono gittati fuori. Ok, si era visto da subito che il loro exploit (defilippiano) di soli 2 anni fa non era ripetibile. Però dal n.39 scendono sottozero (cioè sotto il 100) e sa di colpo durissimo per il sistema distributivo di Baraonda/RTL 102,5, che evidentemente puntava molto sulla distribuzione mirata del cd fisico, ma soccombe al nuovo sistema (grossi sorrisi e pacche sulle spalle nelle sedi delle tre major, che si ritrovano 90 album su 100 in classifica).
Ma perché questa rivoluzione? Solo per quel nuovismo che è un valore in sé, stile Leopolda? In fondo erano anni in cui sì, lo streaming era in crescita ma il cd non era in drastico calo – e comunque grazie ai cosiddetti firmacopie nei negozi continuava a rappresentare una fetta di mercato ben più consistente del vinile, che però con il suo 6% la FIMI continua a monitorare con una classifica specifica di recentissima istituzione.
Allora, io qui mi vedo costretto a pontificare come mai prima d’ora avevo pontificato. Perché in verità vi dico che da italiani, dovreste già sapere che il migliore alibi per una decisione strampalata è, da sempre: “Abbiamo deciso di imitare quelli più ricchi di noi, giacché essi sono certamente più intelligenti e moderni”.
Inutile dire che quelli più ricchi e importanti sono 1) americani e 2) inglesi (gli altri popoli sono sostanzialmente sfigati come noi) (tranne gli svedesi perché sono alti e biondi e hanno la stima degli inglesi e l’IKEA). Invero gli americani, nell’istituzione che è Billboard, hanno conservato la classifica delle vendite degli album, perché resta uno strumento necessario a chi lavora con la musica. Però hanno sostanzialmente deciso di convogliare l’attenzione del pubblico sul gradimento complessivo ottenuto da un artista e dai suoi brani, espresso aprendo il portafogli per sentirli ma anche ascoltandoli agratis su Spotify o Deezer (ma non su YouTube, turpe inimico delle case discografiche. Quasi quanto la pirateria). Quanto agli inglesi, la loro brillante rivoluzione ha causato paradossi che tra poco illustrerò anche per la nostra classifica dei singoli.

 

(…SINGOLI??) Di solito, con la sola possibile esclusione dell’estate, momento in cui l’artista italiano punta al tormentone senza ritegno a partire dal 2015 (anno in cui dopo anni Roma-Bangkok ha rimesso a sorpresa il tricolore al n.1 della classifica annuale assoluta dei singoli) la classifica dei singoli era una classifica invasa dagli stranieri, in particolare da quando Spotify e AppleMusic propongono le playlist globalone che creano un grazioso effetto di moltiplicazione: tutti vogliono ascoltare i pezzi megafamosi della top 50, che in questo modo rafforzano la loro posizione megafamosa nella top 50. Questo meccanismo semplice ma ineccepibile fino a qualche mese fa comportava la permanenza nelle prime posizioni degli stessi pezzi anche per un anno; penso che le piattaforme abbiano preso provvedimenti (che naturalmente non comunicano), perché ora a superare gli otto mesi in classifica ci sono solo i Clean Bandit (ma chi distingue un pezzo vecchio dei Clean Bandit da un pezzo nuovo dei Clean Bandit?) (Dio, non sopporto la violoncellista biondiccia dei Clean Bandit, sempre lì a fingere di violoncellare con quella espressione violoncellosa)
Ma ecco anche qui il terremoto: oggi abbiamo sette italiani in top 10! È anche il minimo, visto lo sforzo profferto in brani che sottolineano che d’estate – ci credereste? – ritorna l’estate, e bei video in cui il popolo popolare balla per strada e automobili sfrecciano liete verso il mare. Guardacaso i sette brani in questione sono TUTTI di rapper, se vogliamo ancora considerare Baby K come tale (quando in realtà rappresenta diversi problemi dell’hip-hop italiano, a cominciare dall’impossibilità di accettare una rapper femmina). Con raro tempismo risale al primo posto Senza pagare di Fedez & Quellaltro, giusto in tempo per negare a Guè Pequeno l’ingresso al n.1 (prevedibile euforia social sia di Fedez che dei suoi fan). Ma parlando di Gué Pequeno, tre di quei sette singoli sono suoi. Anzi, nella top 30 ci sono sette suoi singoli.

 

…singoli? SETTE “singoli”?
Qualcosa è cambiato, Mr. Jones, non è vero?

 

Ok, i SINGOLI non esistono più. E se quella degli album è la “Classifica supersimpa”, questa è la “Classifica delle canzoni”. Non so bene a chi serva nemmeno lei: se volevo sapere chi andava bene sulle piattaforme streaming, guardavo le piattaforme streaming. Però hanno fatto un pasticcio pure qui. Cercate di seguirmi ora (però datemi una mano, perché nello sforzo di seguire la FIMI è facile che mi perda anch’io).
Se Gué Pequeno, pubblicando il suo album, grazie al nuovo sistema viene spinto dagli ascolti delle canzoni in streaming al n.1 della classifica che chiamavamo “degli album” (la nuova “Classifica Supergiovane FIMI”) è ovvio che quegli stessi brani ascoltati soprattutto agratis affollino la nuova versione della “Classifica delle canzoni”, ricreando il problema in cui i raramente preveggenti britanni si sono imbattuti con i pezzi dell’album di Ed Sheeran che qualche mese fa hanno invaso la top hit delle Official Charts.
A suo modo, non è neanche illegittimo: se questa settimana un nonsingolo di Gué Pequeno è stato più ascoltato del singolo di Gabbani, in fondo questa classifica, malgrado il nome menzognero, sta facendo il suo dovere, anche se ora, conteggiando ogni pezzo degli album si toglie per sempre senso al “singolo” come erede del vecchio 45 giri. Eppure, ho il sospetto che questa estate consacrerà più Tra le granite e le granate che non Guersace (…titolo grandioso, comunque) o Scarafaggio o Relaxxx. Ulteriore paradosso: il “singolo” T’apposto, lanciato una settimana prima dell’album, malgrado il milione di view su YouTube (non conteggiati) arranca in classifica molto lontano da Relaxxx che il video su YouTube non ce l’ha quindi è più ascoltata sulle altre piattaforme,
Quindi di fatto pure la classifica delle canzoni non mi sta dicendo cosa ascolta la gente ma, più o meno, chi ha più fan. Forse la FIMI, a ruota dei britanni, ha fatto tutto questa tarantella per dirci a suo modo quello che dicono i social: chi ha il pistolino più cospicuo? Di sicuro, come bimbiminkia, FIMI e discografici inseguono i RT dei rapper che si fanno la guerra coi tweet e le stories. Ma è un sintomo del desiderio di sentirsi in un’industria rampante come il design e il food: sapendo che siccome la gente e i giornalisti non leggono i rapporti che testimoniano che la discografia è in ripresa, il miglior modo per dimostrarlo era una cornucopia di dischi d’oro e di platino come in una festa di paese. In fondo è anche molto utile se sei uno stilista e devi scegliere un rapper che indossi un vestito imperdonabile o occhiali da supercattivo, ma è di discutibile utilità se sei un cosiddetto addetto ai lavori o appassionato di musica.

 

Ultime considerazioni: non vedo benissimo gli artisti indie. Vedo benone gli artisti graditi a Spotify o Apple, da essi promossi a spron battuto. Detto tra noi io stravedo per Spotify, e malgrado deplori la Svezia (tranne qualcuna delle città meno globalone tipo Uppsala) la considero manna dal cielo. Però Spotify, oggettivamente, ha la trasparenza di Mastella. E un piccolo esempio sono la scoperta di tanti artisti “fake” dai numeri gonfiati per non pagare quelli veri o l’articolo di Avvenire in cui Gigio Rancilio racconta come il misterioso OEL (cantore de Le focaccine dell’Esselunga) sia stato nominato n.1 della classifica “Viral 50 Italia”. Quali sono i criteri? Ah, io ho smesso di fare domande a quelli di Spotify sui loro criteri, mi immergono tutti sornioni e svedesi nelle loro fumosissime “tendenze” e vapori pieni di algoritmi che non possono svelare.

 

Comunque non temete per me! In qualche modo mi farò una ragione di questa nuova burattinata. Non vi parlerò più di Pinfloi e di Miglior Vita.
Eventualmente finirò pure io per raccontarvi squarci toccanti della mia esistenza.

 

6 Comments

on “Classifica Generation, Ep. 0. Ovvero: goodbye, Mr. Seymandi
6 Comments on “Classifica Generation, Ep. 0. Ovvero: goodbye, Mr. Seymandi
  1. “i Thegiornalisti, perché in un anno non sono riusciti ad avere uno stupido disco d’oro da 25mila stupide copie) (è una cosa abnorme, hanno avuto più articoli che dischi venduti”

    L’hai già detto che Tommaso Paradiso è come Renzi?

  2. L’unico criterio equo per le classifiche sarebbe il proporzionale secco: una classifica basata sul fatturato generato da un disco/singolo… Dalle royalties sugli streaming a quelle per le pubblicità per finire coi guadagni delle copie fisiche.

  3. Io sconvolto che Youtube non venga conteggiato: ma solo in USA o da nessuna parte? E neppure le visualizzazioni dei canali Vevo (che solo in parte sono riconducibili a youtube)?

    • Non solo in Usa: da nessuna parte. La discografia mondiale e YouTube sono in lite arcigna da qualche anno. Le case discografiche sostengono che YouTube non corrisponde il dovuto. Con Spotify, Apple e le altre piattaforme ci sono buoni rapporti. Le major hanno anche acquistato quote di Spotify.

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