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2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

Side 2 (o, per usare l’espressione ITALIANA spesso usata con sfumatura birichina, lato B)

Quindi, vi dicevo, niente donne in top 30. Ma c’è un altro dato che consegna alla Storia l’ultima settimana di ottobre di un anno che ha messo a durissima prova – tra le altre cose – la Musica. Questo da tutti i punti di vista: non mi spingerò troppo in là nell’infliggervi le mie teorie pindariche riguardanti la fine della vecchia idea di Musica (…però tenetevi pronti) (“Estote parati”).
E il dato è che The dark side of the moon dei Pinfloi, famoso gruppo di nonfamosi, ha superato i quattro anni (208 settimane consecutive) di permanenza nella classifica FIMI dei presunti album. Ed è il record, da quando si fa la classifica in Italia. Temo che anche in questo caso nessuno abbia dato questa notiziola, perché i redattori italiani non l’hanno trovata nei siti londinesi dalle cui notizie inutili attingono eccitatissimi.

Il record apparteneva a TZN Ferro con la sua raccolta, che era rimasta 206 settimane consecutive in classifica. Ma ora, nel caso del disco dei Pinfloi, il primato passa a un disco che era già uscito e rientrato molte volte nella top 100 ITALIANA. Solo che, dalla prima settimana del novembre 2016, dopo lunghe maratone già negli anni del vinile e poi quelli del cd, vi è rientrato. In quella classifica, ah, pensate!, c’erano in top 10 addirittura 4 donne femmine in gonnella: Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Giorgia e Alice. Un solo rapper, Gemitaiz. Guardate, vi faccio un po’ di nomi a casaccio di dischi entrati in top 100 in quel periodo: Folfiri o Folfox (e già si ride), Joanne, Chapter & Verse, Pooh L’ultima notte insieme, This is acting, Completamente Sold Out. Quanto tempo, vero? Quasi tutto è cambiato, ma anche nell’epoca dello streaming (…e del vinile, e degli ultimi cd in svendita) quell’ostrega di disco è rimasto lì al suo posto, vedendo svanire gradualmente tutti gli evergreen suoi pari, diventando il monolito di Kubrick della Musica del secolo scorso. I Sgt Pepper, i Thriller, gli OK Computer, i Ziggy Stardust, i Nevermind, i Rumours, i Joshua Tree, i Led Zeppelin IV e i Sign O’ The Times (…lo metto anche se non mi piace, perché piace a tutti e mi appecorono) (sì, sono una voce dentro al coro. Amo i cori) insomma gli altri giganti non gli tengono più dietro. E nemmeno The wall, il suo fratello minore ombroso, così lontano da lui – persino più di alcuni dei totem appena citati – è mai riuscito a raggiungere i due anni, la metà del suo impero, cifra invece raggiunta da diversi nondischi del rap ITALIANO di design.

Perché The dark side of the moon oggi non è più un disco normale, è un’entità trascendente. La sua popolarità attuale è devastante persino rispetto ai consensi (notoriamente enormi) ottenuti negli anni 70, quando però era uno dei notabili di un club molto ampio. Nel 2020 invece è il disco-highlander. E la cosa, lo ammetto, mi affascina da sempre. Chiaramente non sono l’unico a far notare le sue fortune: un pezzo su TDSOTM è sempre un bel cimento per noi scribacchieri sbrodoloni e poi non c’è testata che non tiri su volentieri i suoi mille like sbattendo il prisma in pri(s)ma pagina. Ma malgrado i tanti lazzi e bordate che gli ho riservato, atti blasfemi non dissimili dalle bestemmie che ogni tanto scappano ai cattolici praticanti, non ho mai realmente scritto su questo disco. Che peraltro, confesso, non ho mai acquistato – anche se ora ovviamente il suo fantasma mi appartiene in quanto abbonato a Spotify. Pensate, ho acquistato Animals e l’informe Obscured by clouds, ma non il vero Giudizio Universale di Waters, Wright, Gilmour e Mason. Ne ho scritto solo tangenzialmente: ricordo per esempio un pezzo sul rapporto tra i Pink Floyd e i resti dell’idea di alta fedeltà, per il quale uno dei seicento capiredattori succedutisi nel Rollinstòn di metà decennio mi ringraziò commosso, per l’esoso numero di like e condivisioni portati a casa. Credo più grazie al prisma e al titolo del pezzo, che non all’articolo in sé.

Ma del disco, del lato oscuro del disco, non ho mai scritto nulla. Farlo ora potrebbe essere patetico: altri lo hanno fatto negli ultimi 47 anni, cosa potrei aggiungere? Ecco, farò una cosa che faccio veramente di rado (LOL): parlerò bene di un collega, uno che NON conosco anche perché viene dal Mucchio (e io ce li ho tutti sulla mia lista, come Arya Stark). Tra i tanti libri sui Pinfloi e tantissimi su Dark Side, quello coi testi commentati da Alessandro Besselva Averame (The lunatic, edito da Arcana) è quello che Nella Mia Umile Opinione si avvicina di più alla mia sobria fascinazione per il lavoro di quattro maschi britannici astiosi e gnecchi, anti-carismatici, lontanissimi dall’idea di rockstar, sia quella di ieri che quella che oggi ricorre pretestuosamente nelle canzoni-commercials dei trappusi di tutto il mondo. Non so quando sia stato pubblicato perché (mi duole dirlo) l’ho tirato su al Libraccio: c’è ancora su l’adesivo col prezzo, 5 euro (…in buono stato. Sa tanto di copia omaggio per giornalisti). Insomma, con il distacco dell’entomologo, senza mai usare le parole capolavoro, visionario e seminale (almeno mi pare), senza fare il giornalista fanboy, mi pare colga alcuni aspetti essenziali di The dark side of the moon: per esempio che stabilisce fin da subito un contatto empatico con l’ascoltatore, fin dai respiri post-parto di Breathe, che sono un ingresso in media res nell’archetipico percorso umano che il disco intende percorrere.

Per Giove, se sapessi scrivere lo avrei scritto io. Quel dannato long-playing è sopravvissuto alle ere geologiche e discografiche perché se anche non risponde a tutti i dubbi e le ansie dell’uomo moderno che mette sul piatto, anche solo il fatto di provare a descriverle fa sentire chi ascolta meno solo, e apprendo dal libro in questione che questo era in particolare l’intento della conclusiva Eclipse. Ebbene, The dark side of the moon non è lì da quattro anni perché noi vekkiardi continuiamo a comprarlo nelle sue continue, dementi versioni deluxe, ma perché parecchi ragazzi della Generazione Z, K o Omega dopo aver ascoltato dai 13 ai 16 anni un migliaio di trappisti che non sanno dire che “Io”, seguito dal nulla, si ritrovano a tu per tu col serioso prisma, spesso consigliato da quello che ha due anni in più, vi scoprono un “Tu” (“Respira” “Hai perso il colpo dello start” “Tutto quello che tocchi e tutto quello che senti” “Trova un buon lavoro e una buona paga e sarai okay” “Io e te, e dopo tutto siamo uomini qualunque”) e vi si confrontano come una volta si usava fare con Siddharta o con Easy Rider (poi scavalcato, forse, da L’attimo fuggente se non da Donnie Darko), insomma quelle opere d’arte che senza schifare l’eventualità di vendere, hanno provato a dire in modo che può risultare immediato (e sottolineo “può risultare”) delle cose alle giovani generazioni, e deogratias non solo a loro. Un punto di vista, una filosofia, uno sguardo che abbraccia la vita e si fa domande su come porsi di fronte al Money e al Time e al Great Gig in the Sky. Certo, mica pretende di dirle a tutti: parecchi dei recensori-YouTubers (quasi tutti, dei nerd in piena rivincita) ammoniscono severamente che cioè, zii, cioè la musica deve (cioè DEVE) essere cioè divertente e non cercare menosamente di spiegare il mondo. Beh, è un’antica scuola di pensiero, non estranea a tanti teoreti del rock. Penso si possa vivere con tutte e due le chance, non sarà mica proibito.

Cionondimeno, anche se magari è tutta retorica, vorrà ben dire qualcosa se non c’è Chiesa, non c’è ideologia, non c’è nulla là fuori che oggi tenga quanto The dark side of the moon, il disco che nessuno farà mai più, o forse il disco dal quale tutti stanno cercando di allontanarsi perché gli anni lo hanno reso enorme e ambizioso come la Cappella Sistina e dopo che l’hai vista l’unica cosa che ti sembra plausibile fare è l’esatto contrario, tipo graffitare una volta alla settimana sullo stesso muro KOOL DROOGO WAS HERE (periferia nord di Milano, 2019) o fare murales con degli Homer Simpson o Spiderman annoiati, icone pop contaminate da una realtà prosaica come il Pippo tossico di Andrea Pazienza. Mica per caso i Sex Pistols avevano scritto “I hate Pink Floyd” sulle loro t-shirt. A parte che Roger Waters odiava se stesso e i Pink Floyd più di loro (quando ne faceva parte, e dopo) (e che mentre loro cantavano No future, lui pubblicava un disco come Animals che fa sembrare i Joy Division allegri e despaciti), l’odio per i Pink Floyd è un proclama che la post-musica contemporanea ha fatto silenziosamente proprio, lo ha incorporato nelle proprie scelte stilistiche e tematiche.

Ci può anche stare, eh. Io per anni li ho sofferti tanto, i Pink Floyd. E non solo per il ragazzo che abita sopra di me che per otto lunghi anni mi ha suonato Uisciuerhiàr ogni pomeriggio alla chitarra. La mesta verità, però, è che non basta dire di odiarli per superarli. Quel lato oscuro del Tempo, del Denaro, di Noi contro Loro, del Grande Concerto nel Cielo e dell’Eclisse finale, prima o poi desta certe inquietudini che evidentemente non si possono soffiare via con le penose banalità sulla fama di Sfera Ebbasta (n.1 tra i sedicenti singoli con Bottiglieprivè) o con tutti i dischi in top ten in questo momento, dall’ennesimo n.1 di Bruce Springsteen detto il Boss (…non un disco spiacevole, peraltro) (e vedete voi se è un complimento) a tutti i rapper ITALIANI che lo seguono in comitiva: Bloody Vinyl (n.2), Mecna (n.3), Emis Killa & Jake La Furia (n.4), Carl Brave (n.5), Ernia (n.6), Gué Pequeno (n.7), Samurai Jay (n.8), Achille Lauro (n.9), Rondodasosa (n.10). Sono questi, a fare il gioco di The dark side of the moon. Seduto sulla riva del fiume, Roger Waters semplicemente aspetta – perché è il resto della musica, che ogni giorno gli porta nuovi ascoltatori. And every day, The Classifica brings more.

2 Risposte a “2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II”

  1. I Pink Floyd sono, credo, l’unico gruppo che ascoltava da giovane di cui mio padre continua a parlare con un genuino rispetto, di cui credo neanche si renda conto. Non li metteva su spesso, a me comunque a sei anni piacevano più altre cose, tipo Jannacci o i Deep Purple, quindi non è che mi mancassero i Pink Floyd. Non li avevo mai presi in considerazione fino a molto recentemente, adesso che ho l’età che mio padre aveva quando io avevo sei anni. Non è che li capisca ancora molto, però sì, mi fanno sentire capita. Che l’ultima volta che mi era successo era con i Prozac + a sedici anni.
    E insomma, capisco da dove venga il rispetto inconscio di mio padre.
    A parte il commento poco incisivo sui Pink Floyd, volevo ringraziarti perché dopo due anni ho ricominciato ad ascoltare musica, anche grazie ad una risposta ad un mio quasi coetaneo qualche post fa, sull’ascoltare musica che ci piaccia veramente. Grazie. Non ne potevo più di cercare di capire il rap italiano.

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