(The Rolling Stone files) Nile Rodgers – intervista

(luglio 2013)

Dalla vita di Nile Rodgers si potrebbero tirare fuori due film – e pur trattandosi di uno dei dieci personaggi più importanti della musica degli ultimi 50 anni, in uno dei due film potrebbe anche non esserci musica. Perché basterebbe anche solo la mamma rimasta incinta di lui a 13 anni, al primo rapporto sessuale. L’infanzia con i genitori eroinomani – in un periodo in cui l’eroina la maggior parte della gente non l’aveva nemmeno sentita nominare. Con tanta gente interessante, jazzisti e scrittori, che venivano a casa a rifornirsi e a farsi insieme a mamma e papà davanti a lui, in un ambiente paradossalmente alternativo. Che lo spingeva a dedicarsi alla sua seconda passione, il cinema (“A 8 anni invece dei cartoni animati guardavo in tv i film di Fellini e Antonioni”). Ma anche, a 11 anni, a iniziare a sniffare colla. Poi ad andare a lavorare ultraminorenne, all’aeroporto, diventando la piccola mascotte di alcune persone che in quell’epoca non precisamente low-cost volavano spesso e davano grandi mance: Frank Sinatra, Ray Charles, Elvis, Dean Martin. Poi vabbé, ci sarebbe la parte in cui va a vivere nella metropolitana di New York o quella in cui diventa attivista ed entra nelle Black Panthers (venendone cacciato per insubordinazione: il massimo). Ma a quel punto la musica era già entrata nella sua vita. Il successo, quello non ancora.

Mr. Rodgers, il suo successo inizia con l’aneddoto che immagino le sia toccato raccontare più spesso.
Oh, è una storia che piace sempre, quella di Le Freak. L’inno delle discoteche, che nasce da due che sono appena stati respinti all’ingresso di un club. E allora, a casa da soli a Capodanno, io e Bernard Edwards ci mettemmo a gridare “Aaaah Fuck Off – fuck Studio 54!”. Poi decidemmo di cambiare il testo con qualcosa di meno censurabile, e siccome io ero un po’ beatnik, decisi di metter la parola freak… Fuck off diventò Freak out, proprio come in quel disco di Frank Zappa.
È un po’ una caratteristica della sua carriera e della sua vita, cambiare un insulto in una dichiarazione di entusiasmo. Nella sua autobiografia intitolata appunto Le Freak, la prende con ironia: “I bambini di solito sono terrorizzati all’idea di andare dal dottore a fare una puntura. Ma in casa mia, stranamente, la gente era contentissima di farsi punture: non vedeva l’ora di farle, e non aspettava di andare dal dottore”.
Haha, è così! Ho un’attitudine positiva, che mi ha aiutato quando mi sono ammalato di cancro alla prostata due anni fa. Penso che nasca proprio dal rapporto coi miei genitori. Ci sono abituato, a girare attorno a gente stranita che non sa come uscire dai propri problemi. Sono diventato un produttore, uno che risolve problemi. 
Con l’infanzia che lei ha avuto, un rapper ci avrebbe fatto una serie di album rabbiosi. Lei invece scriveva “Don’t be a drag, participate”, invitava a divertirsi, a stare insieme.
Personalmente penso che nella vita ci siano poche cose belle quanto vedere gente che sta ballando. Però devo difendere la musica arrabbiata, anche se non ne ho fatta. La rabbia ci ha dato grandissima musica. È la reazione più spontanea del mondo, e porta molti cambiamenti. È più facile organizzarsi da incazzati, che non quando si è in uno stato d’animo normale, o felice. L’hip-hop non è solo musica incazzata, però posso capire perché gran parte di essa oggi lo sia: noi avevamo l’illusione di una società uguale, mentre quello che abbiamo ottenuto è una manciata di neri ammessi al tavolo dei ricchi, come Oprah Winfrey, Michael Jordan, Will Smith, Jay-Z. Ma la maggioranza sta peggio di cinquant’anni fa, anche sotto un presidente di colore.
Però la vostra positività ai tempi della disco si scontrò con la reazione rabbiosa di parte del mondo del rock.
Sì, è vero. La campagna “Disco sucks”, e la Disco Demolition Night. Passammo dai dischi d’oro e di platino, ai margini delle scalette delle radio, nel giro di poche settimane. Gli Chic non ottennero più un solo successo. Mentre i Queen andarono al n.1 con Another One Bites The Dust, che riprendeva il nostro stile. Mentre il rap era nato con Rapper’s Delight, basata su una nostra canzone. Eppure gli Chic erano al bando. Prendemmo atto e decidemmo di passare ad altro. Ironicamente, una quantità di artisti rock mi cercò come produttore.
Forse il rock dimostrò di essere più conservatore di quello che crede.
Quella fu una risposta molto conservatrice, ma sicuramente non proveniva dai musicisti rock. Bisogna considerare che la disco music ruotava attorno a un ambiente prevalentemente nero, e con una forte componente omosessuale. Agli artisti rock quell’atmosfera piaceva da pazzi, veder ballare i loro pezzi era una grossa soddisfazione. I Rolling Stones fecero brani disco, Rod Stewart pure, i Kiss anche.
E tuttavia la disco è stata l’unico genere nella black music a trovarsi senza difensori. Mentre nessuno metteva in discussione il jazz, il soul, come nessuno oggi metterebbe in discussione l’hip-hop.
Sì, io sono uno dei pochi a difendere la disco, e la cosa strana è che non ho mai considerato gli Chic come una formazione “disco”.  
Eppure…
La disco music era aperta a tutti, se qualcuno voleva fare un pezzo pensato per le discoteche, nessun deejay “purista” si indignava. Noi eravamo una band come tante, con un retroterra r’n’b e funky. I nostri dischi non somigliavano a quelli dei Village People. E nemmeno a quelli di Giorgio Moroder, devo dire, nonostante gli accostamenti che ho letto in questi giorni a proposito del disco dei Daft Punk. Io adoravo quello che faceva Moroder ma il nostro era un genere molto diverso – io non avevo mai toccato un sequencer all’epoca, non c’era elettronica nei primi Chic. Eravamo una live band che si scriveva i propri pezzi, che faceva r’n’b e funk, volendo eravamo più affini a Kool & The Gang. Ci eravamo perfezionati dal vivo. Io ero stato il chitarrista all’Apollo Theater per Screaming Jay Hawkins, Ben E. King, Aretha. La mia idea di partenza con Bernard era essere la versione nera degli Steely Dan.
Ma il nome Chic, i vestiti, le due ragazze, insomma l’estetica era quella “disco”.
A suo modo fu un problema. Ma intanto, l’abbigliamento era quello dei nuovi black urban professionals, una generazione che stava venendo fuori e cercava un riconoscimento sociale. Credo che alla fine ci vestissimo come gli Earth, Wind & Fire, che non sono considerati una band “disco”. Le ragazze, riconosco che all’inizio costituirono un problema. Nel senso che io non volevo delle lead singer, non volevo star come Diana Ross che oscurassero il gruppo e la musica con la loro immagine. Però avemmo la cattiva idea di mettere due modelle sulla copertina del primo disco, per giocare con la parola “Chic”. Così, ai primi concerti, la gente vide una sola vocalist, e qualcuno protestò: erano venuti per vedere le due tipe, non per me, Bernard e Tony Thompson. Allora nei dischi successivi, quando Luci Martin e Alfa Anderson entrarono stabilmente nella band, mostrammo tutta la line-up in copertina.
Forse se aveste tenuto il nome Big Apple Band sareste stati presi più sul serio dalla critica. Un nome più urbano, da musicisti “on the road”.
Oh, non è dimostrabile. Sinceramente credo che il nostro sia stato uno di quei casi in cui molti critici dimostrarono la loro pigrizia e chiusura mentale. E siccome vendevamo tanto, non gli pareva possibile che non ci fosse sotto qualcosa di riprovevole. Così quando qualcuno organizzò delle adunate di massa per bruciare i nostri dischi come era successo coi Beatles, nessuno disse “Questa cosa è un po’ nazista, no?” La gente si fece persuadere: “Disco sucks”. Beh, gli Chic NON facevano schifo. E avevano una complessità musicale molto superiore a quella di certe rockband che ci venivano messe contro in quei giorni… No, non faccio nomi. (NdR: una volta a dire il vero ha detto che i campioni acclamati come vendicatori del rock contro la disco erano la “meteora” rock The Knack, ma è lecito supporre che per rispetto al loro leader Doug Felder, morto pochi anni fa, Rodgers abbia deciso di rimanere generico).
Una volta lei ha detto che l’idea degli Chic le è venuta guardando Roxy Music e Kiss. Francamente, è abbastanza inaspettato. 
Andai a vederli in concerto, e rimasi folgorato. Bisogna pensare che il live show per vent’anni era il posto in cui provare le cose nuove, e non, al contrario, il momento in cui dare al pubblico i successi che conosceva già. Si facevano i pezzi su cui si stava lavorando, le idee di quel momento, e se piacevano capivi che potevi metterle nel disco. Era così nel rock, nel rhythm’n’blues, nel soul, in qualunque genere. Così come era stato nel jazz, o nei dischi dei crooners alla Sinatra. Beh, per me Roxy e Kiss avevano l’impatto più originale e sexy che ci fosse in giro a metà anni 70. Io ero stato un fan dei Doors e dei Beatles, il primo pezzo che ho imparato alla chitarra è stato A Day In The Life. Ma l’idea di divertimento e l’atmosfera sexy che davano Bryan Ferry e i Kiss in quel momento non si vedeva nemmeno negli show di Bowie. Poi, mi piaceva l’idea – che avevano sviluppato da Bowie, credo – delle persone che sul palco si trasformavano. Questo ci riporta al concetto degli Chic come una band piuttosto anonima.
In che modo?
Come con i Kiss, la gente non doveva riconoscerci per strada. Per me la star doveva essere la musica. Qualche tempo fa ho visto un video, in cui si sente We Are Family delle Sister Sledge, scritta da me e Bernard, eseguita per la Famiglia Reale britannica. Inquadrano il palco reale, li inquadrano, e da come muovono la testa si capiva che la conoscevano. E quello è stato ottenuto senza creare lo hype attorno a un gruppo – credo che pochi conoscano le componenti delle Sister Sledge, e magari non sanno che c’eravamo io e Bernard con loro. È la canzone, che è piaciuta.
We Are Family uscì nel settembre 1979, la stessa settimana in cui fu pubblicata Rapper’s Delight dei Sugarhill Gang. 
Sì, noi sapevamo che c’erano dei ragazzi che facevano freestyle con quel pezzo, e una volta li invitammo sul palco. Però nessuno ci aveva detto niente del disco. Voglio dire, un conto era risuonare la roba di un altro. Un altro era prenderla di peso. Non potevano negare, quella roba l’avevo prodotta io, la conoscevo bene. In quel disco io suonavo la chitarra, Bernard il basso, gli strumentisti pagati da noi suonavano gli archi… E qualcuno aveva pubblicato un disco suonato da noi, scritto da noi, senza pagare, senza mettere nemmeno i nostri nomi? Facemmo causa, ma avevamo paura: avevano un avvocato temutissimo. Il tipo che aveva battuto John Lennon in tribunale per Come Together. Però stavano facendo così tanti soldi che pagarono senza discutere.
Oggi con gli Chic lei esegue Rapper’s Delight dal vivo. 
Mi sembra il minimo… La mettiamo all’interno di una medley con tutti i successi in cui siamo stati omaggiati. Radio Clash, New Sensation degli INXS, Another One Bites The Dust… Loro hanno omaggiato noi, noi omaggiamo loro!
A proposito di omaggi, prima o poi dovevamo parlare dei Daft Punk. È una specie di vendetta personale, sapere che il brano dance più popolare dell’anno ha il marchio Chic così bene impresso?
No, non lo è. E poi nessuno avrebbe potuto prevedere un tale successo. Perché una cosa che ho imparato in carriera è che solo dopo il successo di un pezzo, ci si mette lì a dire: ecco cosa ha funzionato. Ma né io né i Daft Punk né Pharrell, che insieme totalizziamo un bel po’ di hit, siamo in possesso di una formula magica che ci garantisca che un pezzo funzioni. Nessuno nella storia della musica ha evitato i suoi piccoli o grandi flop.
Comunque c’è una forte componente rétro nella dance oggi, come nel rock. Lei l’anno scorso ha curato un evento intitolato The Evolution of Dance Music. Ma si sta davvero evolvendo?
Sono sicuro di sì, come sono sicuro che attraversi dei cicli, come tutti i generi. Penso che una cosa che i Daft Punk hanno voluto riprendere dello stile degli Chic sia il sentimento che c’era nei nostri brani: noi cercavamo di emozionare il pubblico mentre ballava. La “disco” rispetto ai balli precedenti ha indotto le coppie che ballavano ad avvicinarsi, a sfiorarsi, toccarsi invece che saltare come nel vecchio rock’n’roll o a fare figure precise come nel twist e balli successivi. Il film La Febbre del Sabato Sera lo mostra molto chiaramente. Per i bianchi, specialmente, era una rivoluzione. Poi con l’elettronica la gente progressivamente si è staccata, anche se ballano come pazzi.
Forse in generale la dance odierna punta meno sulle canzoni. Vogliono tutti avere il suono più cool del pollaio.
In parte è vero, ma guardacaso i nomi grossi hanno anche grandi hit: David Guetta, Swedish House Mafia.
È strano come la dance che ruota attorno a Ibiza sia sempre più strumentale, e hip-hop e pop lo sono sempre meno.
Sì, c’è del vero, anche se va tenuto conto del tipo di contesto delle notti di Ibiza, della sua tradizione. Ed è vero che anche nel pop c’è un predominio della voce. A me piace Shakira, ma in ogni suo singolo, come in uno di Beyoncé o Rihanna, non c’è un momento in cui lei o eventualmente un rapper non vocalizzino. Però io sono all’antica, continuo a pensare che alla fin fine, la gente balla se il pezzo è buono. E naturalmente, se il dj sa mettere in sintonia i beat con il battito dei cuori.
A proposito di essere all’antica, secondo lei perché la black music oggi fa così leva sull’elettronica? Era il regno della musica suonata, c’era l’eredità del jazz come quella vocale del doo-wop. Oggi è tutto drum machines e autotune.
Non vorrei entrare in un loop anch’io, ma mi ripeto: se è andata in quella direzione è perché i produttori e le band hanno ottenuto grandi risultati, alla gente è piaciuto.
Ma lei ha adottato i sintetizzatori relativamente tardi, come produttore.
Sono all’antica anche come produttore: io voglio che in studio si suoni, e soprattutto voglio suonare. Non mi piace il disco se non ci suono dentro. Quando produco, divento un componente aggiunto della band.
Prima dicevamo che le rockstar venivano a farsi produrre gli album da lei.
Beh, anche Diana Ross e Madonna. Like a Virgin è stato il suo disco più venduto.
A proposito, si è molto parlato di questa cosa di Madonna che all’epoca le avrebbe chiesto come mai non voleva fare sesso con lei…
Oh, Gesù. I giornali e i loro titoloni. Madonna non mi ha mai detto “Perché non mi scopi?” Mi ha chiesto: “Pensi che io non sia sexy? Tutti mi fanno capire che mi vogliono, tranne te”. Io le ho spiegato che stavamo lavorando, e non volevo casini. Tutto qui.
Okay, chiusa parentesi. Torniamo alle rockstar.
Non so cosa farci, i miei migliori amici sono tutti rocker bianchi. E dire che in fondo al mio cuore, io rimango votato al bebop, al jazz, a Eric Dolphy. Eppure le persone con cui sono uscito più spesso nella vita siano state Billy Idol e Andy Summers dei Police. E ho lavorato con Mick Jagger, Robert Plant, Bryan Ferry, Peter Gabriel, David Bowie… 
Nel caso di Bowie, su Let’s Dance i pareri sono sempre stati discordi. A me personalmente piace molto, così come il disco in cui avete lavorato insieme anni dopo, Black Tie White Noise. Ma per molti Let’s Dance fu un affronto, l’addio di Bowie al rock.
Se c’è chi la pensa così, l’unica cosa che posso dire è che come per gli Chic, tanta gente ha badato poco alla sostanza e si è fermata al titolo del disco. Un album con Modern Love, China Girl, Putting Out Fire, il pezzo usato da Tarantino nel suo film. C’è qualcuno che non li considera pezzi storici del rock?
Con chi rimpiange di non aver fatto un disco?
Miles Davis. Ci siamo andati vicini. Quello che non avevo capito è che lui da me voleva gli Chic. Io invece scrissi dei pezzi di matrice jazz che pensavo fossero più vicini a lui. Al contrario, lui mi disse: “Queste cose posso farle io, può farle Marcus Miller. Ma solo tu puoi fare Good Times”.
Okay, ora vorrei farle una domanda sul suo stile di chitarra…
Mmh, posso chiedere un piacere? È tanto che stiamo parlando, e io stasera ho un concerto, vorrei risparmiare la voce. Magari ne parliamo un’altra volta.
Oh, capisco. D’accordo, un’ultimissima. Come è andata a Glastonbury? 
Beh, tutte le band sono state un po’ oscurate dai Rolling Stones, naturalmente. Ed è anche giusto, sono la Storia, sono una leggenda della musica e sono amici, con Mick mi sento spesso ancor oggi. Poi, ecco… Un po’ di giornali hanno scritto che come sempre hanno fatto un grande show, ma che chi è stato al nostro concerto si è divertito persino di più.
Pensa che sia vero?
Oh, non so, io non scrivo sui giornali. Heh, heh…

2 Comments

on “(The Rolling Stone files) Nile Rodgers – intervista
2 Comments on “(The Rolling Stone files) Nile Rodgers – intervista

Comments are closed.