(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista

(settembre 2013)

Una ragazza per strada vede che sta fumando. Lo ferma, gli chiede se può accendere. Forse alla madre della ragazza basterebbe udire il suo “Ma zèrto”, per sentire qualcosa – una madeleine per l’orecchio. Ma la ragazza pare troppo giovane anche per essere fan del suo ex socio ancora megafamoso, Jovanotti. Così, accesa la sigaretta, lo ringrazia e se ne va. Ecco, è anche per questo che ha senso ricantare le proprie canzoni: per rimetterle in circolo. Per vedere se c’è, sotto i 30 anni, qualche Farfallina che ha bisogno di affetto.
Luca Carboni ha regnato, letteralmente, su oltre un decennio di musica italiana. Lui cantava con la sua impagabile voce da gatto picchiato, e l’Italia bang, giù a pelle di leone. Non è solo questione di dischi venduti, di canzoni che ci ricordiamo. È che a un certo punto la canzone italiana – tutta, anche la CANZONEDAUTORE – si è accodata a lui. Specie dal punto di vista musicale: quel misto di dolceamaro rock melodico, culmine bolognese di una scuola presieduta da Lucio Dalla, mandata avanti dagli Stadio e con i bagni pieni di scritte smargiasse di tale Blasco Rossi, è stato il suono da copiare se si non si voleva morire. Jovanotti lo capì andando in tour con lui. Ed oggi è uno dei tanti venuti a festeggiare i 30 anni di carriera di Carboni e a cantare con lui i suoi pezzi; con lui anche Battiato (improbabilissimo in Silvia lo sai), Samuele Bersani, Biagio Antonacci, Alice, Cesare Cremonini, Elisa, Tiziano Ferro, Miguel Bosé (in una surreale, cattivissima versione di Inno nazionale). C’è anche Fabri Fibra, nel nuovo Fisico e politico. E c’è Ligabue, che gli ha dato direttamente un pezzo nuovo. Ma soprattutto c’è lui.

Ascoltando il disco l’operazione sembra subdola. Nel senso che sentendo i pezzi, intanto si capisce quanto poco necessitino di un refresh musicale. E soprattutto, quanto gli altri abbiano preso da te. Insomma, è come se le coordinate degli ultimi 30 anni di musica italiana le avessi date tu.
Cosa posso dire… Mi fa piacere che lo pensi. Volendo, potrebbe esserci un motivo. Sono l’ultimo cantautore messo sotto contratto dalla RCA, casa discografica che aveva una storia di cantautori. Venditti, Dalla, De Gregori. Poi poco dopo aver messo sotto contratto me, è arrivata l’onda contraria ai cantautori.
I cosiddetti anni 80.
In quel che facevo sono rimasto quasi senza nessuno con cui confrontarmi, perlomeno della mia generazione. C’era Luca Barbarossa, ma ha una storia diversa dalla mia – oppure Enrico Ruggeri che è un po’ più grande e veniva da un percorso anche più anni 70, era stato coi Decibel, a Sanremo… Gli altri, i Raf, Eros Ramazzotti – anche lui compie 30 anni di carriera – facevano una musica molto più pop. L’unico che aveva ancora una visione cantautorale ma la voleva rinnovare ero io. Quindi forse mi sono trovato in quella posizione favorevole per questo.
Tu però puntavi molto sulla musica, rispetto ai cantautori precedenti.
Di sicuro c’era molta voglia di un nuovo linguaggio. Vasco lo ha trovato col rock. Io cercavo di fondere l’amore per il rock e per i cantautori che sentivano i miei fratelli – De Gregori, Guccini. Poi a Bologna era facilissimo sentire il punk che arrivava da Londra, e in città riceveva un’attenzione particolare, dagli Skiantos ai Gaznevada.
Hai sempre dato l’impressione di non tirartela. Era vero o ci marciavi? 
La verità vera è che non mi sono mai pensato star, proprio dall’inizio – non avevo quel sogno. Mi sono trovato a cantare per caso, io volevo fare l’autore, non il cantante. A 18 anni ero in una band ma il cantante era un altro, a me andava bene così. Sono stato convinto a cantare quello che scrivevo da Lucio (Dalla, ndr): mi registrò di nascosto mentre facevo sentire dei pezzi agli Stadio, mi convinse che potevo cantare. Non ho mai lottato per essere al centro dei riflettori, non volevo espormi in prima persona ma solo scrivere cose che mi piacevano. Anche se ho avuto un discreto successo, è stato difficile accettarmi nel ruolo di cantante: io sul palco a cantare non c’ero mai stato, ho dovuto adeguarmi a un ruolo che non era quello che sentivo. Più che non tirarmela, forse sono uno che non sognava di tirarsela.
Ed è per questo che a un certo punto sia tu che i tuoi dischi avete fatto una sorta di passo indietro, rispetto alla megaesposizione precedente?
In parte per questo, in parte è coinciso col diventare padre, col voler sperimentare una dimensione della vita diversa rallentando la dimensione pubblica. Sono successe una serie di cose personali che mi hanno portato a cambiare, senza perdere contatto con la musica.
Tanti anni fa hai detto: “La mia generazione non ha ancora fatto sentire la sua voce confusa, silenziosa, isolata: non ha mai parlato, non ha mai gridato la sua verità. Però ha fatto degli ottimi remix”.
Haha, non me lo ricordavo, mi piace.
Lo si può ancora dire?
Per certi versi è ancora valido. Mi pare che il Presidente del Consiglio attuale sia della nostra generazione, ma penso che si possa dire che spariremo senza aver lasciato nessun documento, nessuna voce (*). Sicuramente dal punto di vista cantautorale… non è stato permesso a nessuno di parlare.
Ma come? Con tutti i dischi che vendevate. Cosa dovrebbero dire quelli venuti dopo?
Eppure non ci è stata lasciata tanta voce. E politicamente siamo stati risucchiati. Forse qualcuno è entrato nella Lega… O in altri movimenti. La gente si è buttata in tutte le formazioni che arrivavano e sembravano la risposta, salvo poi dissolversi.
Sì, ce n’è state parecchie. A sinistra e a destra.
Non siamo come la generazione del 68, che ha lasciato molto… 
Oh, se la sono cantata e suonata parecchio.
Sì, okay, si sono promossi bene… Però la nostra generazione si è esposta proprio poco.
Molte di queste canzoni, da Silvia lo sai a Farfallina a Ci vuole un fisico bestiale sono state canzoni generazionali. Parlavano in modo particolare a chi aveva 16-25 anni negli scorsi decenni. Oggi è il rap, a rivolgersi a quelle persone.
Però il rap potrebbe andare oltre. A me è sempre piaciuto, quando chiamai Lorenzo per fare il tour insieme, ci credevo, che avrebbe funzionato. Anche se poi continuo a vedere che il pop è la cosa che comunica di più in assoluto, e non credo che la cosa cambierà molto. Ma il rap potrebbe avere inni generazionali forti, forse non li ha ancora avuti. Non si è ancora espresso ma il potenziale c’è. Chi fa rap dovrebbe cercare un linguaggio e temi più universali, anche se c’è un limite di mancanza di melodia. È più facile essere universale col pop.
Ultimamente chi stai ascoltando?
Soprattutto italiani. Praticamente tutti. Chiunque esca. Il nuovo di Samuele Bersani è bellissimo, lo hai sentito? Tra gli stranieri, devo dire, in questo momento non ho grandi amori. Sento solo rimodernizzare cose vecchie e fare continui riferimenti al passato.
Confrontandoti con tutti quelli che entrano nel disco, cosa è venuto fuori?
Sai, con Lorenzo, Cremonini, Ferro, Antonacci e Bersani ci sentiamo e vediamo normalmente, con qualcuno anche spesso, diciamo che non è stato un evento trovarsi. Casomai con Elisa e Alice non avevo molta familiarità.
Avete fisicamente cantato assieme?
Tranne Samuele, con cui abbiamo inciso a Bologna nel vecchio studio di Lucio (Dalla), tutti gli altri hanno inciso a Milano, sono venuti apposta, da Alice a Ferro. Elisa no, stava per partorire, ha chiesto di cantare nel suo studio. Ah, e poi Miguel Bosé non poteva. Ha registrato a Madrid. Però ci ha lavorato su un sacco, mi ha mandato un sacco di cori, doppie voci.
Ma come mai Miguel Bosé?
Ci siamo conosciuti quando lui ha tradotto in spagnolo i testi di Mondo.
Non hai mai avuto rigetti verso tue canzoni?
No, io mi diverto sempre a cantare i pezzi del passato, non mi annoio mai. Non ho mai avuto i problemi di Ivano Fossati con certe sue canzoni di una volta. Ogni volta si rinnova il mio rapporto con loro. Anzi, la sfida è raggiungere la stessa forza che avevano quei pezzi quando sono nati. E non mi trovo praticamente mai a stravolgerli. Gli unici cambiamenti di arrangiamento abbastanza sostanziosi li ha avuti Farfallina, che ora è diventata quasi un brano nuovo, nella mia testa.
Alice entra nella canzone come se ci fosse sempre stata.
Sì, sono particolarmente contento di come è venuto il pezzo, e del rapporto che abbiamo avuto. Sono contento di tutto l’album, ma se devo compiacermi di un pezzo in modo particolare…
Però, impressione personale, rispetto a lei ci sono altri, come Elisa o anche Fabri Fibra, che sembra che si prendano il tuo pezzo, lo cantino come fosse loro. E il tutto suona strano. Ma poi, il pezzo con Fabri Fibra, come nasce?
Fisico e politico già nella sua scrittura prevedeva un parlato con una breve linea melodica che quasi poteva sembrare un rap. Però non mi piace il cantante che rappa per finta. Così ho chiamato Fabri perché lui mi piace molto. Seguo abbastanza la scena, poi come ho detto prima, già vent’anni fa io e Lorenzo mescolavamo i generi, per me non è un espediente improvviso.
È buffo, in questo periodo si cerca la contrapposizione tra rap e canzone d’autore. Chi dice che sono cose diverse, chi dice che semplicemente i rapper sono i nuovi cantautori. Mentre tu e Fibra fate un confronto all’insegna del corpo solido dentro un liquido…
Anche un rap è “d’autore”. Alla fine il confine tra le cose è difficile da trovare, e questo vale anche per la musica.
Tra l’altro Fibra tende a cantare più di quanto nel 1992 non facesse Jovanotti.
Sì, all’epoca non si era ancora espresso in modo cantautorale.
Assumiti le tue responsabilità: è diventato cantautore dopo il tour con te.
Diciamo che all’epoca era un terreno che toccava con molto pudore, ma lui ha molto talento a scrivere, e una grande sensibilità, penso che avesse già nelle sue corde la canzone ma aveva timori sulla vocalità. Sai, io con Lorenzo parlo di musica per ore, fino a fare mattina. Di cos’è la musica oggi, di come raccontare, che linguaggio avere, di superare certe barriere, di come rinnovarsi, di come raccontarsi.
Quando voi giravate insieme, Ligabue era quasi un esordiente. La collaborazione con lui come è andata?
Ci siamo trovati in una occasione non particolarmente bella, il concerto per i terremotati emiliani allo stadio di Bologna. Ci siamo visti in camerino e gli ho detto “Sto facendo un disco aperto per festeggiare il mio trentennale”.
Un disco aperto?
Sì, imprevisto, perché è nato nell’accorgersi che erano passati 30 anni dai miei inizi, e aperto, perché gli amici sono entrati e hanno scelto le canzoni. Solo che così non è stato un disco cronologicamente corretto: sono venute fuori tre canzoni dal terzo album, due da quello del ’92 ma è rimasto fuori il primo album che è quello che compirebbe 30 anni adesso.
Potevi obbligare qualcuno. 
Ci ho provato! Ho chiesto a Bersani di cantare Fragole buone buone, ha detto che gli piaceva, ma ci teneva a cantare Gli autobus di notte. Quindi alla fine immagino che il disco contenga i miei momenti più popolari. O quasi. Con una mia certa sorpresa Antonacci e Tiziano Ferro hanno scelto pezzi da Persone silenziose, forse il mio disco meno pop, ma piuttosto amato da chi mi segue. Ferro ha anche parlato di Persone silenziose in un suo libro, di un momento importante della sua vita che è stato accompagnato da quella canzone.
Scusa, ti ho interrotto su Ligabue.
Sì, lui mi aveva confidato una volta che gli piaceva molto un mio pezzo non molto conosciuto, Settembre. Gli ho chiesto se aveva voglia di cantarla. Mi ha detto che ci avrebbe pensato, ma mi ha controproposto di sentire un po’ di suoi pezzi nuovi, diceva che potevano essere adatti a me. E io non avrei mai pensato di interpretare una canzone scritta da altri, è esattamente il contrario di quello che mi aspettavo dalla mia carriera. Però proprio per questo è una cosa abbastanza significativa da mettere in questo album, un pezzo che si chiami C’è sempre una canzone e che sottintenda proprio quello.
I tuoi pezzi giovanili avevano una cifra molto bene identificabile, anche quelli più grintosi come Ci vuole un fisico bestiale. Davi sempre la sensazione di dire: “Sì, sto crescendo ma credetemi, non ci capisco nulla”.
È vero, sì. L’insicurezza, la fragilità. Le nostre domande. Quando li sento mi rivedo per quello che ero e quello che era il mondo allora. Mi sembra di aver raccontato, nel mio piccolo, la verità. Molto spontaneamente e sinceramente.
Sei pentito della frase “Luca si buca ancora”?
Artisticamente no. Era una canzone in cui io parlavo di un dramma che vivevano i miei coetanei, all’epoca l’eroina faceva strage. Poi, ho dovuto fare i conti col fatto che il ragazzo di cui raccontavo si chiamava come me. Cioè, ce n’è di Luca, al mondo, no? E tra l’altro la rima, sai: Luca si buca. Così ancor oggi quando vado dal dottore lui mi dice: “Eh, certo che lei sta bene, se uno pensa al suo passato”. “Quale passato?” “Beh, Luca si buca ancora”.
In 30 anni c’è stata una critica che ti ha fatto incazzare? 
Non più di tanto. In realtà io ho avuto un buon battesimo, Roberto D’Agostino su L’Espresso scrisse un articolo in cui diceva che io avevo trovato il nuovo modo per essere un cantautore. “Un ragazzo 22enne di Bologna illuminato, un nuovo linguaggio che supera la canzone ideologica”. Dipinse Forever come un album geniale, a partire dal titolo pop inglese. All’epoca i giornali erano importanti, e anche se D’Agostino non era ancora strafamoso L’Espresso era parecchio, parecchio importante. Poi, quando ho venduto un milione di copie nel 1987, dato che io ero un bel ragazzo e piacevo alle ragazzine certi giornalisti hanno iniziato a dire che il mio successo non dipendeva da quello che scrivevo. Sminuivano le canzoni rispetto al personaggio che vedevano. Poi, con gli anni, le cose sono cambiate.
Ecco. Basta non essere dei bei ragazzi e piacere meno alle ragazzine, e i giornalisti simpatizzano.
Ah, dici?

(*) Il presidente del Consiglio in questione, ancora per poco, era Letta. Sparito, appunto. A riprova che Luchino ha sempre ragione.

One Comment

on “(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista
One Comment on “(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista
  1. “in trent’anni c’è stata una critica che ti ha fatto incazzare?” , questa è finalmente una domanda interessante. Perché noi che a Luca vogliamo bene e lo seguiamo da tanto ci attorcigliamo lo stomaco da sempre a leggere le cazzate dei giornalisti sul fatto che piaceva alle ragazzine, proprio una cosa che ci sta sullo stomaco da vent’anni, che offende e grida vendetta. Poi certo ci sono stati e ci sono – non si può negarlo – fenomeni discografici studiati a tavolino per innamorare ragazzine molto giovani che giustamente cercano un’icona per iniziare a ragionare di amore, ma lo sanno tutti che tra questi fenomeni Luca Carboni non c’è mai stato… che era quanto di più lontano ci fosse dal prototipo del “figone”… sì certo proprio il linguaggio da manuale di uno che vuole fare colpo il suo: “le dita nel naso, il viso dei vecchi, i calzini che non lavano mai…” … E pure il suo aspetto ruvido e la sua riservatezza patologica fanno pensare al seduttore seriale come no, al tipo che piace alle ragazzine… Il primo album è tutto una dissonanza, ancora oggi mi chiedo come sia potuto piacere, io ho dovuto aspettare la maturità per capirlo e trovarlo un capolavoro, altro che operazione di marketing. Qualcuno un giorno mi ha detto “meno male che Carboni è invecchiato, perché ha dovuto vivere la sua bellezza come una maledizione”… non mi sono accorta che sia cambiato, non lo vedevo allora bello e non lo vedo ora invecchiato, ma quello che canta e come lo canta ma mi fa pensare che sia toccato da una grazia speciale, tipo quella dei benandanti, e questo si sa scatena i demoni invidiosi e le forze ctonie dello stupidario umano e allora non c’è da stupirsi se ancora qualcuno si ricordi di quella falsità studiata ad arte che “Luca è bello e piace alle ragazzine”.

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