(the Rolling Stone files) Elio vs Frank Zappa

Una delle figure più iconiche del rock, guardato con deferenza e rispetto, esteso ai musicisti che hanno suonato con lui. Ma a vent’anni dalla sua scomparsa, viene da dire che è più popolare lui che la sua musica. Le radio si guardano bene dal suonare i suoi pezzi, anche quelli più commestibili. Pochi, fuori dalla cerchia dei fan, saprebbero indicare la sua canzone più rappresentativa. E su YouTube il suo video più visto in assoluto, con ampio vantaggio anche sui brani col titolo più esplicitamente umoristico (che vedono in testa Broken hearts are for assholes) è uno in cui lui non suona affatto, ma partecipa, elegantissimo e razionalissimo, a un dibattito televisivo sulla censura.

In occasione di una delle iniziative per omaggiarlo e farlo riscoprire (Nel nome di Zappa, maratona all’Auditorium di Largo Mahler a Milano con l’Orchestra Verdi diretta da Danilo Grassi e gli Ossi Duri) è salito sul palco anche Stefano Belisari in arte Elio, cantante di una band che da più parti viene definita “erede di Frank Zappa”. Ma sulla plausibilità di questa definizione si può discutere. 

Ed è quello che facciamo, per l’appunto, con Elio in persona.

Sei tu il più zappiano del gruppo?
Sì, anche agli altri piace ma io e Feiez eravamo i più appassionati.
Qual è stato il tuo primo Zappa?
Avevo sentito certe cose qua e là ma penso di poter dire che Joe’s Garage è stato l’album dell’incontro vero. Più che la musica, inizialmente è stato decisivo il fatto che mi facesse ridere. Quello è stato l’amo che mi ha tirato nella sua rete.
Quando viene fatto l’accostamento tra Elio & le Storie Tese e Frank Zappa, in cosa puoi essere d’accordo, e in cosa e no?
Secondo me è una semplificazione, un’etichetta, e io odio le etichette. In tante interviste ho detto che Zappa mi piace, e tanto. Però mi piacciono anche i Beatles, i Genesis, e ancora di più i Gentle Giant. Quel che è certo è che non ho mai detto che siamo discepoli di Zappa, come si legge da qualche parte. Di espressamente zappiano nel nostro repertorio non c’è molto se non, volendo, lo spirito: certe robe complicate che facevamo all’inizio, con storie che non avevano senso come Cateto o Piattaforma. Di Zappa ho casomai cercato di fare mie alcune lezioni, la principale delle quali potrebbe essere sintetizzata in un principio: il massimo impegno per fare delle cose inutili. 
In che senso?
Quando andava sul palco e faceva suonare i suoi musicisti in tempi completamente diversi, per vantarsi di averlo fatto, in che altro modo potremmo definirlo, se non impegno esagerato per fare una roba inutile?
È possibile che quando hanno iniziato a etichettarlo come freak, un po’ come quando voi siete stati individuati come gruppo demenziale, lui abbia cercato di ostentare la preparazione musicale “seria”?
Noi non abbiamo mai cercato di sottolineare le capacità musicali, quando ci siamo cimentati con cose complesse è stato per piacere e divertimento; non saprei dire se lui ha voluto sottolineare il suo lato serio.
Ma dello Zappa orchestrale cosa pensi?
Lo conosco meno però qui possiamo aprire una parentesi sul suo approccio alla musica, sul suo interesse sia per il rock che per la musica cosiddetta colta. Da tempo la musica contemporanea si è volontariamente allontanata dal pubblico e penso sia un errore che oggi gran parte dei compositori contemporanei riconosce tardivamente. Però allo stesso tempo la musica contemporanea è quanto di più brillante ci possa essere dal punto di vista della musica, in questi ultimi 50 anni è il campo dove si sono spese le migliori energie creative, anche in un oscuro sforzo di ricerca che difficilmente – anzi, in quasi nessun caso – ha prodotto risultati di pubblico.
Puoi farmi dei nomi per meglio inquadrare il discorso?
Nono, Berio, Stockhausen, Varese…
Ah, okay. Anche John Cage allora. Facendo la tara sul termine “contemporanei”, però.
Sì, in realtà continuiamo a usare questa definizione, “contemporanea”, nata per differenziare dalla musica classica questi compositori, quelli che tutti hanno sentito nominare e nessuno ha mai ascoltato, e i successivi, alcuni dei quali sono musicisti con cui io collaboro. Come Luca Lombardi, il massimo compositore italiano vivente, nella cui opera ho cantato, nella mia invasione del campo musicale classico contemporaneo. Però la definizione va presa con attenzione: la classica contemporanea non è solo “contemporanea” in senso letterale.
Quindi, per capirci, escludiamo Philip Glass, Terry Riley, Steve Reich.
Rispetto ai nomi che ho fatto io sono musica leggera.
E Zappa come si è posto tra leggera, classica e contemporanea?
Io paragono il gusto per la musica a quello per il cibo: il gusto va educato. Da piccoli si mangiano caramelle e patatine, da grandi si possono apprezzare delle cose più elaborate. E così come si educa il palato andrebbe educato il gusto della musica. Lo Zappa orchestrale che io chiamerei contemporaneo dev’essersi posto anche lui il problema. In pratica, se rimanere alle patatine o tendere a qualcosa di più alto, anche se non piace a tutti. Anzi, che piace sempre meno – perché se parliamo del gusto del pubblico, dagli anni 70 a oggi è sceso. Non è colpa sua, oppure non è solo colpa sua, perché un po’ lo è. Però basta guardare le classifiche di vendita di quel periodo: c’erano parecchi musicisti il cui repertorio cercava di avvicinarsi alla complessità e qualità della classica, penso a Pink Floyd, Genesis, Yes.
Che però sono anche gruppi che prima o poi sono riusciti ad arrivare alle radio. Penso che oggi nemmeno le “radio rock” mandino pezzi di Frank Zappa. Nemmeno se tratti da quei dischi che i duriepuri considerano più fruibili, come You Are What You Is o Sheik Yerbouti.
Quando in realtà musicalmente sono molto più complessi dei dischi degli esordi, qualunque cosa dicano i duriepuri, che sono una razza che mi fa sempre paura – quelli che “Giù le mani da Frank Zappa”, “Giù le mani da Rino Gaetano…” Lui faceva sembrare semplici certe cose che faceva, perché questo è quello che fanno i geni.
Ma a voi è riuscito di sovrapporre i piani, intendo dire quelli della complessità musicale, dell’ironia, e del gradimento popolare. Secondo te lui ha deliberatamente evitato, anche potendo, di arrivare al grande pubblico?
Questa domanda contiene ancora la trappola del parallelo tra Frank Zappa ed Elio & le Storie Tese…
Ma no, è solo perché magari voi vi siete posti il problema.
Noi abbiamo problemi economici che lui non aveva. Essere di nicchia negli Stati Uniti vuol dire vendere milioni di dischi in Usa e nel mondo; in Italia essere di nicchia vuol dire fare la fame. Noi siamo scesi a compromessi per non fare la fame. Lui ha potuto permettersi di non fare cose che noi invece abbiamo dovuto fare. Ma fin dall’inizio: per dire, io fino al secondo album di Elio & le Storie Tese ogni giorno andavo a lavorare. Contemporaneamente ero anche in tour. Un massacro. 
Voi avete suonato sia con Ike Willis che con Vinnie Colaiuta, due tra i più importanti tra i musicisti ad aver suonato con Zappa. Cosa vi hanno raccontato?
Gli abbiamo fatto il terzo grado. La cosa che mi ha impressionato è stato il capitolo droghe: Zappa, che come hai detto anche tu, aveva l’etichetta di freak, in realtà non faceva uso di droga e non ammetteva che qualcuno nella band lo facesse. Io sono d’accordo con lui: la creatività e la droga non vanno d’accordo. Ma i membri della sua band erano terrorizzati. E quando rischiavano di essere beccati con qualcosa in mano, lo inghiottivano pur di non farsi scoprire – affrontando le conseguenze.