Tag: Universal Music

Benvenuti alla rap machine (TheClassifica 2/2022)

Benvenuti alla rap machine (TheClassifica 2/2022)

CarloMarx, LilliGruber, i rappinatori di Milano, la Fear Of Missing Out dei rapper italiani e Sick Luke n.1 con X2 e giù battute sulla schedina.

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Pre-cognizione del dolore. Vi ricordate la trap? Vi ricordate le nenie alla Profondo Rosso coi carillon, le strofine stupidine e maledettine, le basine monotonine, i guaiti in autotune che sottintendevano tanta piccola tragica tenerezza urbana? Vi ricordate quella smania collettiva di stabilire che era tutto una libidine, una rivoluzione, una nuova GENERAZIONE, cioè la Generazione Z ma proprio ZZZZZ? L’avvento dei Post-Millennials, la rottura col passato, la rottura della rottura, un futuro così luminoso che tutti avremmo messo occhiali scuri e avremmo deriso i boomer che non capivano, ahaha LOL i boomer. Vi ricordate tutti gli articoli col finto tono sgomento, le divisioni in partiti, quelli che Sferoso Famoso era un cretinazzo colorato e quelli che se non vi piace è perché siete diventati anzyani, e quelli che dopo averlo ascoltato novemila volte in modalità Cura Ludovico commentavano (su facebook, in modo che chi doveva vedere, vedeva): “Lo dico: a me piace?” Vi ricordate i vestiti da fagiani, e le discussioni sul birichino sciroppo viola e su quanto fosse effettivamente sballoso ed effettivamente illegale? Vi ricordate i manuali per capire il fenomeno che inseguivano qualunque quarantenne che leggesse un giornale? Vi ricordate gli articoli di Noiseyehiehi e di Rollin Sto o di Rocky T con i titoletti imbecilli e irriverenti, magari col “tu”, per rivolgersi proprio a TE, coi proclamini croccanti e ipergiovani “La trap ti spakka il kulo”, oppure “Se ti fa schifo Sferoso è perché sei vecchio buahahaha”, oppure “Sono stata a comprare la droga furba con Trappetto Pirlazzi e nelle prima settanta righe del vibrante racconto vi descriverò la panchina su cui ci siamo seduti volteggiando nella mia stessa prosa sbarazzina e prima o poi un caporedattore molto drogato di molta cocaina sarà molto colpito e mi inviterà urgentemente a collaborare con un giornale che paga soldi veri oppure verrò chiamata a fare da autrice in una trasmissione tv in cui tutti sono giovani e smart e finalmente potrò fare un selfie con Barbara D’Urso però ironico, anche se non del tutto, anzi sotto la foto ci metterò la scritta CE L’HO FATTA in maiuscolo e senza punteggiatura in modo che risulti ironica per gli amici ribelli che sanno che sono punk, e nel contempo chiarisca che sono autenticamente a zerbino per Barbara cui basta solo una parola e io sarò salvata”?
(…questo è il titolo, non il pezzo) (comunque è inventato, non cercatelo)
Vi ricordate i Bimbi di Charlie Charles, ovvero Ghali, Sfera Ebbasta, Izi, Tedua e Rkomi? Non tutti? Allora cominciamo col dire che uno di loro è
Il numero uno. Taxi driver di Mirko Martorana in arte Rkomi, 27 anni, milanese del quartiere Calvairate, è il sedicesimo numero uno diverso in 16 settimane tra i presunti album. Una rotazione impeccabile, come se esistessero solo tre multinazionali della musica e facessero a turno da brave compari che gestiscono il loro teatro di marionette con la logica dell’ortomercato – ma noi sappiamo che non è così! Che c’è vera arte là fuori e che il pubblico non è stupido, gli ITALIANI non sono stupidi, come ripete da quarant’anni il vicepresidente del Senato di detti italiani, Ignazio La Russa. Mirko Rkomi è in vetta sia tra i presunti album che tra i
Sedicenti singoli. Il suo brano Nuovo range, col featuring di Sferoso Famoso, veramente penoso, detronizza la #Musicaleggerissima di Pesce&Tino, mentre la viscosa e maleodorante Lady di Sangiovanni, Amico di Maria, scala un altro gradino verso la vetta e si sistema al n.3. Rkomi dà uno scossone che non si vedeva da tempo ai singoli e alla loro top ten bloccatissima, piazzando due brani anche al n.6 e al n.7, anche se per il resto tutto è uguale a quindici giorni fa, anche perché il singolo di Ultimo Buongiorno vita ha salutato anche il podio ed è subito sceso dal n.2 al n.11. Il quadro, da febbraio in poi, è questo: in Italia si ascoltano sempre le stesse canzoni, che arrivano da Sanremo o da Maria. O (attualmente) da Rkomi, che potrebbe frequentare comodamente entrambi. La classifica degli album invece denota una smania di novità e altrettanto rapida delusione che si sostanzia in un ricambio forsennato – cosa che probabilmente è complementare alla staticità dei singoli, in perenne loop nella top 50 di Spotifone. Ma torniamo all’album di Rkomi che in fondo è
Il numero 1 (parte 2). Due anni or sono in questa rubrica avevo speso paroline positive per il precedente Dove gli occhi non arrivano. Non le ripeterò. Il Taxi driver di Rkomi Martorana mi sembra scientemente insulso, ed evidentemente ho questa sensazione perché sono invecchiato – mentre Rkomi è ringiovanito, ha fatto un teneroso disco pop per 16enni con tante strofine pucciose, delle quali accludo qui un solo sample. Non posso perdere troppo tempo con questo disco, essendo un boomer di tempo ne ho poco, e certamente non lo spenderò per ascoltare una terza volta il suo disco a dispetto dei suoi featuring buoni per tutte le clientele (Irama, Gazzelle, Tommaso Paradiso Dei TheGiornalisti, Sferoso Famoso, Gaia, Tommy Dali, Ariete, Roshelle, Chiello FSK, Junior K, il PRODUCER Dardust, il PRODUCER Mace, il PRODUCER Night Skinny, e last but not last il PRODUCER Shablo). Intendiamoci, non è che debba arrivare Taxi driver a metà 2021 a sancire la fine della trap e di tutte le chiacchiere su di lei, nonché la vittoria vittoriosa del pop cioèurban all’italiana. Però da adesso in poi, carte scoperte: vuoi il pubblico di Maria? Okay, ora te lo puoi prendere e puoi dire di averlo fatto senza passare dal suo campo di concentramento. Ben giocata, Martorana. Una volta mi era parso che volessi qualcosa di più, ma hai ragione pure tu: che senso ha fare meno soldi di Irama quando puoi farne quanto lui? Nulla da dire. Né io, né te. Nulla, nulla, nulla da dire. Passiamo quindi al
Resto della top 10. Anche perché qui incontriamo un altro ex trappuso. Ma andiamo con ordine. . Esce subito dalla top ten il re della settimana scorsa, Franco126 – ho fatto appena in tempo a ostiargli dietro, che è già sceso dal n.1 al n.13, ahaha. Al suo posto c’è, come detto, Rkomi davanti a Madama e Gué Pequeno. Alle loro spalle, ci sono altre due bizzarre novità: entrano al n.4 David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright, che il tribunale, nella persona del Worm Your Honour, autorizzò a chiamarsi Pinfloi. L’album in questione è Live at Knebworth 1990. Sette brani, durata complessiva cinquantacinque minuti. Segnatevi questi numeri, come si suol dire. Perché al n.9 entra invece Tedua, che continua a raccomandarci di aspettare la sua Divina Commedia – nel frattempo però ha pubblicato sette freestyle in un presunto album intitolato Don’t panic: la traccia più lunga, con Chris Nolan e Sick Luke, tocca il minuto e 49 secondi. La durata complessiva dell’intero presunto album è di 10 minuti e 56 secondi, cioè meno di Shine on you crazy diamond dei Pinfloi che supera gli 11. E io direi che potete usarlo come argomento di conversazione.
Altri argomenti di conversazione. Tra le altre nuove entrate, Motta al n.26, e sono sorpreso, mi aspettavo un ingresso consono alla strana considerazione di cui gode. Entra al n.49 Rachele Bastreghi, la voce inconsolabile dei Baustelle. Se vi urge il raffronto, Francesco Bianconi era entrato al n.11. Diminuisce la presa di Universal sui nostri gusti: dopo aver superato più volte il 50% degli album in classifica negli ultimi anni, attualmente le tre sorellazze si spartiscono l’ortomercato con maggiore equilibrio: Universal 37 titoli in top 100, Sony 27, Warner 23; primato per la distribuzione indipendente ad Artist First, con cinque titoli. Infine, escono di classifica dopo 10 settimane Magica Musica di Venerus e dopo una settimana Niall Horan, il clone di Ed Sheeran – il cui penultimo disco rimane l’album da più tempo in classifica; ci sono dieci dischi in graduatoria da più di due anni, ma il suo segnetto Divide ha superato i quattro anni di permanenza consecutiva ed è a due settimane dal record dei
Pinfloi. Il cui The dark side of the moon, titolare del record in questione, stabilito tra il 2016 e il 2020, non è attualmente in classifica, forse perché la casa discografica lo sta strategicamente negando ai negozi. In tutto questo, The wall beccheggia dal n.55 al 62, e ne è cupamente tronfio. Giacché (…voi vi ricordate se per il momento della similitudine-dualismo, avevo già usato i virologi?) (non mi ricordo, scusate) (colpa del Covid) (sto usando questo alibi da – non so, non ricordo) The wall è Roberto Burioni, The dark side of the moon è Matteo Bassetti. Mentre Wish you were here è – lo sapevo che ci sareste arrivati subito – Massimo Galli.
Grazie per aver letto fin qui, a presto. Statemi bene.
Rapporto aMargine, primo semestre 2020: l’ANALISINA

Rapporto aMargine, primo semestre 2020: l’ANALISINA

Marracash e TheWeeknd ai primi posti. Meno importanza agli album. Stranieri al bando, donne in cucina… Ma ci sono anche dati meno incoraggianti.

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

TheClassifica’s Revenge – Greta e il rap italiano

TheClassifica’s Revenge – Greta e il rap italiano

Quando andavo al liceo, al n.1 della classifica dei presunti album c’erano Gemitaiz & Madman con Scatola nera.
No, non è vero, scusatemi. È il mio manager che mi dice che dovrei iniziare i pezzi con “Quando andavo al liceo”. Pare che piacciano. Creano complicità tra il critico e il lettore. Non so perché dovreste volermi come complice – farei qualche fesseria e ci farei arrestare tutti in meno di un’ora, qualunque sia il piano.
E tuttavia, forse non è vero che piacciono. Forse, semplicemente, non c’è molto altro.

Prendiamo ad esempio la classifica di questa settimana. Tra i presunti album al n.1 Gemitaiz & Madman con Scatola nera. Nonché un podio completamente rappuso. Al n.2 Mattoni di Night Skinny, bella festicciola con 26 rapper (tra i quali, pensate, due FEMMINE). Al n.3 Machete Mixtape 4, bella festicciola con 15 rapper (tra i quali, pensate, una FEMMINA).

Per quel che vale, in tutti e tre ho trovato cose che mi sono piaciute. Dopo tutto, detto con clinica freddezza di patologo, assommano quarantasei tracce, e ai 41 featuring dei due album al n.2 e 3 possiamo aggiungere quelli di Scatola nera che sono sette (più uno con Giorgia, forse forzato – ma contenti loro, contenta lei, contenti i pubblici, contenti tutti). Insomma, anche la semplice quantità gioca a favore.
Musicalmente ho la sensazione di passi avanti enormi, e persino nel flow di molti big ci sono novità (basta sentire come aprono l’album Gemitaiz & Madman, quasi volessero comunicare alla next big thing ThaSupreme, che è lì presente, che non hanno paura di giocarsela con le nuove leve).

(sentite il PERO’ che sta arrivando, vero?)
(…e sentite bene)

Però i testi non crescono altrettanto. La maggior parte è sempre più a misura di 13enne non troppo arguto.
Cosa che costringe il 17enne mediamente o anche blandamente arguto ma fatalmente appassionato di rap ad adeguarsi, ad accettare che le migliori menti di due, forse anche tre generazioni ancora nel 2019 gli raccontino continuamente, incessantemente che fanno il money, e fumano, e sono ricolmi di pussy, e la loro mmerda spacca, e fumano, e si fanno la vostra troia, poi fumano, poi il loro conto in banca – ahaha, e il vostro? – e si sono fatti il culo, e fumano, e spaccano, e nessuno credeva in loro, aha!, e fumano e c’hanno gli amici criminali, più criminali dei vostri amici criminali sfigati, e comunque vi rompono il culo, fumando e umiliandovi perché il vostro flow è patetico e voi pure, mentre loro hanno un palo della luce nelle mutande e la loro mmerda è incredibile, mentre la vostra mmerda è – ammettetelo – merda, mentre la loro mmerda, spacca, fra, bro, zi, cià, in, con, su, per, tra, skrrrt, però

PERO’
(base lenta e triste)
Però dentro, sono tanto soli. E hanno sofferto. Ma alla gente non interessa. A voi non interessa. Siete persone meschine senza sensibilità. Solo i fra e i bro, capiscono. Ok, anche Noisey e Rollinstòn capiscono, ma dov’erano quando erano soli, sulla strada, fumando, e rompendosi il culo, e la mamma, ah, la mamma piangeva, e loro anche, soprattutto al pensiero che qualcuno insinuasse che non fumavano, però

PERO’
(base banger)
Ahahaha, bitches, però adesso non sanno più dove mettere il money, e vedi queste scarpe e i vestiti e la BMW e Louis Vuitton e Gucci e troie e tantissimo fumo ahaha, però

PERO’
(base lenta e romantica)
Però è tutta una facciata perché hanno un lato sensibile dietro a questo maledetto successo che in realtà è tutto falso, quello che vogliono veramente è passare trentasei notti di fila con la loro pussy che è tanto brava e gattina e mmmm è tutta soda dappertutto e dalle rime si deduce che ha la personalità di una scodella ma pazienza è tutta pussy e fumare con lei è bellissimo mentre si fuma dopo aver fumato appena prima di fumare il fumo che fa venir voglia di fumare fumando il fumo in mezzo al fumo prodotto dal fumo fumato che si fuma.

In tutto questo. Che relazione c’è tra il rap italiano e i ragazzi e le ragazze che sono scesi in piazza per fare presente agli adulti che stanno sventrando un intero pianeta? Apparentemente nessuna. E no, NO, non sto chiedendo ai rapper italiani di rimare di alberi di 30 piani o di Big Yellow Taxi: se preferiscono raccontarci tutte le (due) sfaccettature delle loro vite così originali e tutte diverse, a me va benissimo. Prendo atto che, malgrado la facilità di parola, ci sono certe cose che nemmeno loro riescono a rendere cool. Mi incuriosisce più capire se quelli che sono scesi in piazza sono quella parte di adolescenti che stravede per il rap, o se invece ascoltano altro, oppure se – come sospetto – la maggior parte di loro lo ascolta ma semplicemente perché in giro c’è poco altro. E sì, alla fine i numeri ci dicono che lo scelgono, ma esattamente come una generazione cresciuta con Canale 5 ha finito per scegliere e apprezzarne il palinsesto così simile a una ammiccante lobotomia. Alla fine i ragazzi il rap, questo genere 40enne, lo ricevono dagli adulti insieme a smartphone e social e Red Bull e Pringles (e fumo). Quindi ecco, è questo tipo di libera scelta.

Poi, uscito dalle mie mansioni di patologo, mi costringo a specificare che il rap mi piace molto più del pop, e certamente molto più dell’indie e del talent pop. Ma questo perché mi illudo di essere quel 17enne blandamente arguto che dicevo sopra, che scuote la testa e si ritrova ad ascoltare i suoni più che i testi, che nel 90% delle tracce non dicono niente, niente, niente, sono esercizi di stile e battute sempre più prevedibili e testimonianze di esistenze noiosissime ma griffate che non mi aiutano in nulla ed esprimono a malapena l’1% dei miei confusi sentimenti e dubbi (…anzi, mi sa che prima o poi mi metto ad ascoltare questi Pink Floyd di cui qualcuno parla a scuola).

Ma ascoltate ora questa mia vibrante profezia. Io il gap generazionale tra adulti e teenager che è stato così esasperato (a fin di bene e a fin di marketing) negli ultimi due-tre anni, inizio a vederlo anche tra i 25enni e la loro utenza. Ho la sensazione che vedremo molti Young Signorini e Billie Eilish e Madame, molte espressioni spiazzanti (e coetanee) del gusto dei teenager. Sempre se i 30-40enni che hanno in mano – come si suol dire – il giro del fumo lo permetteranno. Perché alla fine, non c’è YouTube o TikTok che tenga, dipende sempre da adulti giovani o artificialmente giovani. Specie quelli che credono di capire gli adolescenti, magari perché ne hanno uno in casa e si basano su di lui. Cosa che è la prima garanzia del fatto che non li capiscono.

Resto della classifica in breve – ché sono stato lungo. Recupera una posizione Ultimo che sale al n.4 con Colpa delle favole, anche se ora è il suo unico album in top 10. Nella quale, incredibilmente, troviamo ben due nomi del rock anni 90: Liam Gallagher al n.5, e i Verdena al n.10. Grazie a un’edizione speciale, colpo di reni per Marco Mengoni, che sale dal n.44 al n.6; completano la prima decina altri tre rapper dal n.7 al 9: Post Malone, Mambolosco e Rocco Hunt.

Sedicenti singoli. Anche se il re del chiringuito Fred De Palma ha lasciato molto presto il podio degli album, scendendo al n.13, si rifà tra i tormentoni, dove Una volta ancora, in duo con Ana Mena, ritorna in vetta. Alle sue spalle entra Fuori e dentro del duo Gemitaiz & Madman, mentre sul terzo gradino del podio si rivede Pookie di Aya Nakamura in duo con Capo Plaza – in top ten ci sono nove duetti/terzetti/quartetti, a riprova che non è vero che i numeri primi sono soli.

Altri argomenti di conversazione. Oltre a Fred De Palma, si allontana di gran carriera dalle prime posizioni Junior Cally, che era n.1 due settimane fa e ora è n.41. L’altro album importante della settimana, il ritorno dei Blink-182, entra al n.12. Gli album con oltre cento settimane di permanenza aumentano: si è testè aggiunto The wall dei Pink Floyd (The dark side of the moon è a 151 settimane). Nel club ci sono anche Evolve degli Imagine Dragons (118), Polaroid 2.0 di Carl Brave x Franco 126 (117), ÷ di Ed Sheeran (134) e ovviamente, il vegliardo della top 100: Hellvisback di Salmo, uscito 190 settimane fa e ancora lì al n.80 a inveire contro tutti noi.
Gli album pubblicati o distribuiti dalla Universal sono 52, cifra che, dopo un complesso calcolo, mi sento di considerare il 52% della top 100 – sempre complimenti alla Universal per come capisce cosa ci piace. Guida la minoranza Sony, con 22 album, poi c’è Warner con 11, e il resto se lo spartiscono Believe, Artist First e Self – più l’album di Liberato, che non ha né una major né una minor nè una miglior

Miglior vita. Sei album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di ghiacciai da corsa. Li guidano i Queen con la colonna sonora di Bohemian rhapsody al n.51. Forse non sapete che quella canzone uscì un mese dopo un famoso album dei

Pinfloi. Cioè Wish you were here che NON è in classifica. Mentre The wall è al n.76 e The dark side of the moon n.65. Il primo guadagna sette posizioni, il secondo ne perde quattro, circostanze che anche voi non esiterete a mettere in relazione con le previsioni di un incremento del 2,2% nel settore edilizio per il 2020. Lo so che lo avreste fatto, faccio sempre più fatica a sorprendervi. Quindi, grazie per essere arrivati fin qui, buona giornata.

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

La musica più ascoltata in Italia nei primi sei mesi del 2019. Il Governo del Cambiamento vende un po’ meno, ma la concorrenza non c’è più.

Marginalità – Pensiero unico stupendo

Marginalità – Pensiero unico stupendo

«This is the next century
Where the universal’s free
You can find it anywhere
Yes, the future has been sold»

(Blur, The Universal, 1995)

Ovviamente, se un libro su due fosse pubblicato da Mondadori, se un film su due fosse della Disney, se metà degli scaffali del supermercato fossero di Nestlé, farebbe più effetto. Mentre il fatto che un disco su due in classifica sia gentilmente offerto da Universal, ne fa un po’ meno. E poi, non è neanche vero, è sensazionalismo a buon mercato: sono solo 49 album su 100. Però in questo momento, secondo FIMI, Universal è anche al n.1 nei vinili (grazie a L’imboscata di Franco Battiato) e nelle compilation (grazie a Kiss Kiss Play Summer). I singoli no, le sfuggono a causa di Sony che gode dei trionfi delle due tormentoniste Giusy Ferreri e Baby K. E solamente 45 singoli di Universal sono tra i primi 100. Non so voi, ma io farei saltare un po’ di teste.

Peraltro la presa di Universal sul mercato italiano supera di parecchio anche le proporzioni della analoga supremazia in Usa, che non è scarsa: nel 2017, il 37% della total album consumption, nella prima metà del 2018 i cinque artisti di maggiore successo secondo i dati Nielsen (Post Malone, Drake, Migos, XXXTentacion, J.Cole), e otto dei primi dieci. Ma in Italia, in questo momento, nemmeno mettendo assieme le altre due major Sony (22 album) e Warner (15) e aggiungendo gli indipendenti distribuiti da Artist First (5), si arriva a una opposizione credibile (…pardon) (adesso vi ho già dato il sottotesto, vero?) (lo so, dovevo tenermelo per il colpo di scena finale).

Pur appartenendo alla francese Vivendi (ricordate? Bolloré, Telecom, eccetera), la divisione musicale della holding ha poco di parigino: i quartier generali di Universal Music sono a Santa Monica, New York e Londra, e i boss universali sono Sir Lucian Grainge e Boyd Muir, rigorosamente provenienti da Londra, capitale europea del grande e coolissimo megaimpero.
Universal Music è un mosaico pazientemente composto negli anni: complice la grande crisi post-mp3 del decennio scorso, ha gradualmente assorbito tantissime case discografiche delle quali forse notavate i loghi sui vostri dischi: Polydor, Emi, Decca, Virgin, Island, Geffen, Def Jam, persino Deutsche Grammophon, Verve, e insomma tantetante. E ha mantenuto quelle etichette in vita, proprio come Fiat, la famosa società olandese con sede fiscale a Londra annovera divisioni che chiamiamo Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Jeep, con una loro presunta identità in modo che il cliente sdegnosamente si distingua, esca dal coro, fugga dal gregge, sia se stesso.

Ora come ora le etichette che le danno più soddisfazione a Vivendi nella classifica italiana sono Virgin (Imagine Dragons, Cesare Cremonini, MiticoVasco, Tiziano Ferro, Vegas Jones), Polydor (Emma Marrone, Caparezza, U2, 5 Seconds of Summer), ma soprattutto la Island Records.
La Island, fondata da Chris Blackwell (nella foto, quello con la maglia rossa), era l’etichetta di Cat Stevens e Roxy Music e U2, ma soprattutto era era l’etichetta del reggae, tanto da esser nata fisicamente in Giamaica (che, un po’ esplicitamente, è un’isola). Oggi l’etichetta del reggae è l’etichetta del rap. Anche de Lo Stato Sociale e Shawn Mendes, perché è sempre bene differenziare – però Drake, Rkomi, Marracash, Luché, Gué Pequeno, Post Malone, Sfera Ebbasta e Fabri Fibra fanno tutti capo alla Island. E in questo momento è proprio dall’hip-hop che arriva lo strapotere della multinazionale, nella cui sede italiana (come racconta la manager Paola Zukar nel suo libro Rap – Una storia italiana) nel 2005 alla fine di una riunione un dirigente francese domandò esterrefatto: “Ma voi non avete artisti rap?”

Ora, torniamo all’inizio di questo racconto marginale. Metà degli album più venduti in Italia vengono dallo stesso posto, dagli stessi uffici, con la stessa proprietà, la stessa gente, gli stessi – per così dire – talent scout, che seguono gli stessi input che vengono dagli stessi capi. E la sede centrale spinge l’hip-hop, malgrado l’idiosincrasia degli inglesi per il rap (un duro colpo per il business musicale londinese, che si regge su cantautori globaloni e coccolini come Ed Sheeran e Adele, e ha in Stormzy una rapstar che negli USA vale meno di Jovanotti).

Il punto è: se le cose vanno così, e un + 6.8% negli introiti rispetto al primo semestre del 2017 porta 2,6 miliardi di euro in più a Vivendi, quanto è realistico aspettarsi che la musica dei prossimi anni e soprattutto le prossime star siano così diverse da quelle che in questo preciso momento il POPOLO, sempre sia lodato, sta apprezzando? Sia chiaro, nulla da dire se siete entusiasti teenager rappusi (…ma date retta: sopra i 22 anni, a meno che non collaboriate con Rollinston non è plausibile che ascoltiate Drefgold. Per mostrarvi supergiovani fate più bella figura a millantare di intendervi di birra o di moto).

Beninteso, tanti complimenti a chi lavora in Universal e ha investito nel rap italiano e in tutto il rap del mondo, hanno fatto il loro mestiere e lo hanno fatto benissimo. Però la ricetta funziona così bene che interessarsi di qualcos’altro non ha senso, e il ricambio tra i generi è finito: stanno morendo tutti (tranne il reggaeton, e non è una buona notizia) mentre il rap non tramonta mai, sta per compiere 40 anni e con tutta probabilità vivrà più a lungo del rock’n’roll. Economicamente sta una favola, eppure, malgrado tutta la trap e gli sciroppi che fanno diventare geniali, il grosso della produzione – che a sua volta è grossa – non è mai stato così prevedibile come oggi. D’altro canto, i ragazzi mica sono scemi: dieci anni fa magari no, ma oggi se fai come ti viene detto puoi fare più soldi che a fare il barista. E francamente, chi scrive non ha alcuna passione particolare per l’ambito indie, però fa un po’ specie che metà degli album e dei singoli in classifica siano della stessa multinazionale, che li vende come gli album più disagiosi e ribelli e irriverenti di tutti. Con questa premessa vengono venduti e con questa premessa il POPOLO li compra.

(questa cosa dell’incoraggiamento dall’alto di uno spirito anticonformista e anarchico a Orwell non gli era venuta in mente. Questo perché era inglese prima che esserlo fosse cool)

Naturalmente, l’obiezione nuovista è che sicuramente dal basso arriverà qualcosa, è sempre arrivato!; che in circuiti sotterranei invisibili ma rigogliosi scorre linfa vivificante che sboccerà spontanea. In passato è sempre stato così, leggo ripetutamente.

Ma il passato è famoso per una cosa: è passato – e se la vostra speranza nel futuro è che il passato si ripeta, questo articolo è più ottimista di voi.