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Benvenuti alla rap machine (TheClassifica 2/2022)

Benvenuti alla rap machine (TheClassifica 2/2022)

CarloMarx, LilliGruber, i rappinatori di Milano, la Fear Of Missing Out dei rapper italiani e Sick Luke n.1 con X2 e giù battute sulla schedina.

Sheeran power – Classifica Generation, cap. XI

Sheeran power – Classifica Generation, cap. XI

Non fatevi ingannare, dietro al sorriso paciarotto è spietato e competitivo come Trapattoni.

Polemistan, cap. VIII. Le migliori polemiche del dicembre 2017

Polemistan, cap. VIII. Le migliori polemiche del dicembre 2017

Apriamo con le roi, der König, MiticoVasco, re d’Italia anche nel 2017. Quindi, ecco già il tour del 2018, 9 date a giugno, tutte negli stadi; i prezzi, per il prato sono 78 euro a Torino come a Roma come a Messina (a Bari, non so perché, sono 72). A Roma però già una delle due date è esaurite e rimane il biglietto Tribuna Mario Centrale-Vip Party al costo di 234,68 euro. Beh, se uno è un vero fan, non può sottrarsi, però i fan si chiedono (sommessamente, per non far scoppiare realmente la polemica): “Ok, ma cosa succede nel Vip party?” Mi incuriosisco anch’io e trovo su un Forum una discussione sui biglietti Vip Party del 2015: “è un biglietto acchiappabischeri”, scrive un fan (un fan! Non io! Io, giammai!). Un altro spiega: “Ricordo Vasco al Moon and Stars a Locarno, avevo 2 biglietti VIP vinti ad un concorso alla Radio…be prima del live, ci hanno fatto incontrare tutti i musicisti dietro le quinte per 15 minuti + Vasco 5 secondi di numero, un po’ scazzato ci ha fatto 1 (e non 2 …) autografo a testa…In totale saremo stati 20 persone con il pacchetto VIP…diciamo che ne é valsa la pena..” Io, come voi, sono fan di MiticoVasco quindi penso che faccia benissimo a spillare tutto quello che può ogni anno – quello che mi incuriosisce è una cosa: che diavolo se ne fa dei soldi? E poi, chissà qual è la sua banca. Chissà se ha investito in obbligazioni. O in supermercati in Lituania come Bono. E a proposito.

Bono intervistato da Rolling Stone Usa dice tante (troppe) cose, e tanto per rimarcare una spettacolosa capacità di fare pasticci a ogni singola mossa, spara sull’America. Al che con subdola astuzia, l’anziana e americanissima rivista fa il titolo clickbaitante su un suo commento molto ma molto incauto in questa fase della civiltà occidentale, ovvero la sua convinzione che ad andare per la maggiore oggi sia “una musica da ragazzine”.

Ah, come mi sento invitato a sponsali.

Va beh, è un commento blandamente misogino ma penso di capire cosa volesse dire. C’è stata una grande fase in cui una “musica per ragazze” (grandi, non ragazzine), viscerale e immaginosa, ha scosso il bolso maschilismo della musica pop e rock, ma è chiaramente alle nostre spalle; il pop svedesizzato che esercita la sua cruenta tirannia nelle playlist è fatto della sostanza di cui sono fatti i lucidalabbra, cambiano (e neanche tanto) solo le pettinature delle interpreti. Non è nemmeno un caso se la “musica da ragazzini” che le si contrappone è un hip-hop così pieno di tonteria machista che quando un Coez o un Fedez o un Gomez o un Chavez fanno il pezzuccio romantico, sembra che Arthur Rimbaud sia arrivato in città. Veniamo perciò a un vero maschio.

Josh Homme. Durante un concerto delle Queens of the Stone Age a Los Angeles, dopo aver dato dei ritardati agli spettatori e insultato gli headliners (“Si fottano i Muse!”) (…so cosa state pensando), ha incoraggiato la platea a insultarlo, poi a denudarsi – insomma non sapeva più cosa fare per rendere la serata frizzantina, finché non ha tirato un calcio in faccia a una fotografa che stava a bordo palco, sbam. Indi, ha concluso il concerto aprendosi un taglio sulla fronte con un coltello, in modo da sanguinare a cascata per il resto dello show. “Sono stato un vero coglione”, ha poi dichiarato contrito in un video (no, Josh, non dire così). Tra le discussioni osservate nella mia e forse pure nella vostra TL, la cosa che non è emersa è che – giusto per tornare alla musica da ragazzine – mi sono ritrovato a pensare che nessun rapper e nessuna popstar maschile (Bruno Mars? Pharrell? Sheeran? Timberlake? Styles?) potrebbe fare qualcosa del genere oggi. In compenso, non mi meraviglierei di vederlo fare a una Miley Cyrus, una Selena Gomez, una Kesha (poverina) e persino una Taylor Swift (“Guardate cosa mi state facendo fare!!!”). L’esibizionismo, la provocazione, forse sono diventati parte del corredo “girlie” anche loro.

Perlomeno al centro dell’Impero. Laddove qui, dalle nostre parti, sono arrivati i Maneskin. Pare che il loro tour sia in odore di Beatlemania. Forse c’è voglia di oltraggiosità – al che viene in mente quella puntata in cui gli autori hanno costretto Damiano a dire che il suo punto di riferimento era il patatone James Arthur, altrimenti gli avrebbero sottoposto a waterboarding il pellicciotto.

Visto che mi parlavate di X Factor. Polemiche per la vittoria di Lorenzo Licitra, quello più spendibile all’estero, sembra i tre del Volo ma da solo, eccetera eccetera. Ma soprattutto, polemiche perché si accusa di tale vittoria il voto del pubblico “in chiaro”, quello che ha visto la finale sul digitale terrestre (su 8) invece che su Sky. Ovvero, i cafoni che, non pagando l’abbonamento alla pay-tv, rivelano la loro appartenenza all’Italia ignorante. In fin dei conti però è bello che esista un’Italia ignorante cui dar sempre la colpa perché le piacciono le cose sbagliate e tiene alla Juve e vota male. Io personalmente sono contento esista, mi permette di sembrare uno che la sa lunga. Ma ecco un fulmine su Sky e tutto il glamour che ci fa annusare: Siae dice che da luglio “Ha smesso di pagare ogni forma di diritti d’autore”.

Ma come, così? Come una qualsiasi discoteca del bresciano? “Sky al momento preferisce non commentare”, riporta Renato Franco del Corriere della Sera il 20 dicembre. Un comportamento inspiegabile per una rete che può permettersi un opinionista come Massimo Mauro, che vale tanto oro quanto ne prendeva da giocatore per schiantarsi a terra non appena entrava in area di rigore.

(ah, comunque non dimentichiamo le polemiche perché emergono vecchie foto in cui Licitra sembrava uno sfigato)

Piccole polemiche invece per Rollinston Italia, che mette a capo del suo “mondo web” (espressione che a me ricorda “il mondo beat”, per la cui sorte si preoccupava Celentano) la reginella dei gossip, la quale subito evoca “Lester Banks”, creando putiferio sul mondo web medesimo. Dopo di che, come prima mossa, chiama a corte uno che pur avendo una certa età e dopo aver campato di biografie di Elisa ed Eros Ramazzotti, oggi inizia gli articoli con il proclama: “Sucate”.
(voi magari direte che sembro uno che rosica) (se qualcuno lo pensa si accomodi, non ho nulla da dire se non quello che dicevano gli imperatori Ming: nel mio celeste impero non v’è mancanza di nulla) (e poi, raga, da quelle parti obiettivamente ho già dato)
In realtà la reputo una polemica priva di presupposti: insomma Rollinston non è una testata musicale, è una roba che cerca – giustamente – di posizionarsi come un’agenzia di rating del successo, di essere accreditata tra gli Standard & Poor che ci dicono se lo hype del pupazzone o della pupazzina è solvibile o no. E per sollevare il bailamme necessario a quel posizionamento dagospiesco non riesco a immaginare due firme migliori dei due succitati. Se davvero vi interessa la musica, credo che Repubblica se ne occupi più di Rollinston, non so se ho reso l’idea.

Se siete arrivati fin qui, non posso non premiarvi con il console onorario di Polemistan, Marco Castoldi da Monza. Mentre la sedicente rockstar mette all’asta alcuni suoi oggetti di fragorosa insulsaggine dicendo che vuole divorziare dal suo passato, la divorziata Asia Argento gli fa pignorare la casa perché dal marzo 2011 Morganetto non pagherebbe gli alimenti dovuti per la figlia. “Chiedo rispetto a chi mi disse ti amo”, si strazia il Poeta. “Sono una madre single in difficoltà finanziarie”, rimbalza Asia. “Nostra figlia merita genitori che volino alto”, gorgheggia lui. Voi capite che Albano & Romina ne escono come Sartre e De Beauvoir. A proposito, nessuno ha ancora pensato di demolire Sartre per certe sue abitudini con le studentesse? Guardate che mica possiamo aspettare che lo facciano i giornali americani, quelli non sanno nemmeno chi fosse.

Giusto a fine anno, polemiche perché il Comune di Bologna eroga 5000 euro a Calcutta per fare una playlist d’auteur per San Silvestro. Lo sgomento si diffonde nel mondo indie – ma non è che poteva fargliela gratis, dai, non credo siano così amici. In ogni caso a me piace pensare a Calcutta nelle vesti di Maestro Canello, con Brigittebardòbardò e Meo amigu Charlie Brown che partono già alle dieci e quaranta dopo i primi tre pezzi raffinatissimi. 

Vorrei concludere con un botto, invece concludo con Sanremo. So già che non dovrei parlarne. Già mi irrita di suo – ma quest’anno ci sarà pure la Hunziker. L’unica cosa peggiore che riesco a concepire è che lo conduca Salvini e che i novanta concorrenti siano tutti Federico Zampaglione. Sta di fatto che in uno dei tanti, accattivanti video promozionali Rai, in un siparietto tra Fabio Fazio e Claudio Baglioni il primo informa il secondo che i giornalisti in sala stampa gli faranno “Sempre solo le stesse domande”. Alcuni milioni di accreditati si offendono: loro paladina è nientemeno che Paola Ferrari, in Rai forse persino da più anni di Fazio: “Carino! W la storica Sala Stampa del Festival“.
Già, W, W.
E W anche i convocati del c.t. Baglioni. A guardarli è difficile distinguerli da quelli che avrebbe potuto chiamare Carlo Conti. Però a ben guardare, ci sono tre cose interessanti e di tendenza. La prima, tutti quei Pooh. La seconda, tutte quelle joint-venture, le partnership tipo Ermal Meta & Fabrizio Moro, Roy Paci & Diodato, Avitabile & Servillo, Vanoni & Bungaro & Pacifico. E la terza, anch’essa in linea con la moderna discografia, sono tutte quelle reunion. Le Vibrazioni, Decibel, Elio & le Storie Tese

Ah, a proposito di Elio.

No, niente.

Vasco Fideles – Classifica Generation, cap. X

Vasco Fideles – Classifica Generation, cap. X

Tornando a quei 220mila possiamo a questo punto avanzare l’ipotesi che lailalalailalalai, li abbia fatti godere.

The Artist Formely Known As TheClassifica, Ep. VI: Depeche Démodé

The Artist Formely Known As TheClassifica, Ep. VI: Depeche Démodé

Forse non è più un gioco per cinquantenni.

Punk, 1976-2016: 40 anni di retorica

Punk, 1976-2016: 40 anni di retorica

Il punk che rigenerò il rock, il santo punk che liberò tutti e continua a farlo, il punk delle t-shirt che rendono chiunque un ribelle citazionista, il punk eroe militante dei centri sociali, il punk debito estetico che riscatta ogni dito medio, da quello di Cattelan a quello dei selfie delle amiche in serata “pericolosa”. Il punk fucina di slogan e di stilisti e di pubblicitari, il punk che quest’anno ci arriverà addosso nella più implacabile, furibonda orgia di celebrazioni tese a tirare su soldi e like. Perché paradossalmente niente ha avuto un futuro così lungo come il “No future”, niente è perennemente di moda come la moda che le ha odiate tutte, niente è così dibattuto come il movimento che disprezzava i dibattiti (a Milano qualche sociologo se lo ricorda ancora). Perché il punk è un mito fondante, è il Prometeo della cultura giovanile – e come Prometeo, promete, promete. Che importa, se mantiene o no. 

Parlando di miti, in questi anni va molto di moda mettere al centro del punk i Ramones – che del resto hanno le magliette migliori, col nero che sfina – e l’epopea gloriosa del favoleggiatissimo CBGB’s (ripetete con me: sibigibis, sibigibis, sibigibis). Mentre John Lydon è pieno di imperfezioni: è grasso, è vivo, è ricco, è lucido – no, non va bene. Per non parlare poi degli altri piccoli eroi dimenticati (faccio solamente il mio nome del cuore: i Ruts D.C.).

Se non che, chi scrive era bimbetto quando di punk si cominciò a parlare, e ha la precisa sensazione che senza la grancassa londinese, con la sua spettacolarizzazione, non ne avremmo mai saputo niente. Perché Londra ha sempre avuto un vantaggio competitivo su Milano e Parigi nel diffondere le sue mode: l’alleanza con la musica. Dagli anni 60 in poi, la sinergia è stata impeccabile, permettendo di lanciare praticamente ogni anno una nuova tendenza nei suoni e nei vestiti (un continuo rimodellarsi, di cui l’emblema compiuto è David Bowie): qualcosa che a ogni nuovo calendario facesse sembrare disperatamente vecchio quanto era venuto prima. “A metà anni 70 di colpo tutti dissero che noi Genesis, come gli altri gruppi prog­rock, eravamo dinosauri”, rifletteva Phil Collins nel documentario Sum of the parts; “eravamo da museo. E avevamo 25 anni”.

Inevitabile che i Sex Pistols, punk band per antonomasia, nascessero in una boutique, il notorio (e leggendario) (come tutto) Sex di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, in King’s Road, nel 1975. Cionondimeno anche il punk pareva destinato al trattamento da lui riservato ai predecessori, “la dannata Beatlemania” (definizione dei Clash), la psichedelia (“Odio i Pink Floyd”, la t­shirt di Johnny Rotten), i figli dei fiori (“Non fidatevi degli hippie”, slogan di McLaren), l’odiatissimo prog-rock di quelli che usavano – orrore! – più di tre accordi. Sta di fatto che dopo la fiammata autodistruttiva sia della band portabandiera che dei suoi componenti, anche il declino del punk era dato per certo, viste anche le nuove ondate giunte dal ’77 all’81 (goth, ska, new wave, new romantic). Per quanto riguarda l’Italia, nell’impeccabile e malinconico Costretti a sanguinare di Marco Philopat, il protagonista – per certi versi assimilabile al ribelle senza una causa di Q dei Wu Ming – colloca l’esaurimento definitivo della pila nel 1984 (e la fa coincidere, guardacaso, con un concerto dei furbi CCCP). 

Invece, LOL!, il genere più autodistruttivo si è rivelato il più longevo di tutti. Il suo antagonismo, la “attitude” aggressiva e anarcoide sono usciti dalla loro epoca diventando ingredienti chic per chiunque, da Billy Idol, il “punk di Mtv” degli anni 80, agli accattivanti Green Day negli anni 90, fino a Skrillex, il dj amato dai mediapeople più cool. Non c’è stilista che non abbia nel suo mazzo la carta punk, da giocare al momento giusto. E rivendica una radice punk Lady Gaga, la butta in punk Miley Cyrus – che cavolo, si fa presto a sfoggiare una cresta, alzare un dito medio e buttarsi a pogare come allegri scimmioni. Perché il progetto di McLaren e Westwood ha prodotto l’unico stile che non va mai fuori moda. Il fascino di quello slancio provocatorio non risulta mai stantio e ha ottenuto il subdolo effetto di ribadire la centralità londinese, dal grido London Calling dei Clash (col loro proclama “I’m so bored with the Usa”) al God save the Queen intonato dai Sex Pistols sul Tamigi (…e dove se no). Proclamatosi iconoclasta, il punk ha creato icone inscalfibili, dal maledettismo abissale di Sid Vicious alla militanza di Joe Strummer, dal ghigno caustico di Johnny Rotten alla Regina Elisabetta stessa, operando in senso ironicamente patriottico.

Quanto allla rigenerazione sonora operata dal punk, sì, forse durò due-tre anni, ma non ebbe nessun effetto sul percorso della black music, non impedì agli odiati Pink Floyd di fare il bottissimo nel 1979/80 con The Wall, non ebbe una palpabile influenza sonora sulla debordante ascesa di Bruce Springsteen. Il punk che come Gesùnostrosignore muore per redimere la musica diffondendo la parabola della sua immediatezza ha prodotto e continua a produrre una quantità di inutili cani non inferiore a quella che circola nelle musiche più dichiaratamente commerciali, e se davvero ha “cambiato la musica per sempre”, ascoltando il panorama attuale non è che venga spontaneo ringraziarlo commossi – né lui né l’altro genere stravecchio e bolsissimo che sopravvive a se stesso e nonostante questo viene propagandato come iperfigo, moderno, rivoluzionario. Oh, sì, fatti avanti, hip-hop: si parla di te. 

Di fatto, curiosamente, uno dei testi più apprezzabili sull’impatto del fenomeno è venuto dalla grande pentolaccia del rock, Bono degli U2, bersaglio mobile di tutti i duriepuri: con un pezzo che non somiglia in niente (saggiamente) al rock dei Ramones, il brano The miracle of Joey Ramone parla di una “music so I can exaggerate my pain, and give it a name”. Ma si può continuare a farlo con gli stessi nomi, gli stessi suoni, le stesse magliette, la stessa attitude (forse il cliché più triste) 40 anni dopo? E si può continuare a celebrarlo, ignorando volutamente che è esattamente quello che non andava fatto?

aMargine presenta: Riccardo Bertoncelli – discorso di fine anno

aMargine presenta: Riccardo Bertoncelli – discorso di fine anno

La critica, i Pink Floyd, il rock, Battiato, i blog, i Nine Inch Nails, i giovani Werther, i Velvet Underground, Cenerentola.

2014: LE ROBE BRUTTE. #robebrutte #brrr

2014: LE ROBE BRUTTE. #robebrutte #brrr

Una volta era facile fare quello che schiumava invettive. Uno si sentiva vagamente un eroe. Adesso, mi sento vagamente un pistola. Perché in fondo non mi pare ci sia un malcontento sottaciuto o un disagio sottaceto cui dare voce. Magari c’è in giro l’abituale tranchantismo da social, ma vale anche per le mille cose straordinarie e definitive e miglioridegliultimiventanni che benedicono la nostra epoca.
E non è certo per mancanza di cose che mi sono piaciute, che come lista di fine anno mi produco in una kermesse di robe brutte. Al contrario: di cose che mi sono piaciute ve n’è una cornucopia. Ed elencandone solo dieci o venti o trentotto farei torto a quelle rimaste fuori – ma soprattutto farei torto a voi, cui ne sono piaciute forse il doppio o il triplo, e con ottimi motivi.

Ma allora, in definitiva, perché un anno di brutte robe?
Mmmh. Vediamo.

Ah, beh, ma certo – scusate!, per un attimo mi era sfuggito.
Per VISIBILITÀ.

(un’ultima cosa prima di cominciare: non è una classifica. L’ordine è: come mi sono venute in mente) (grazie, scusate il disturbo) (e ora, via: partiamo per questa fantasmagorica cavalcata!)

1. Sanremo 2014, Arisa, Controvento. Scritta dall’ex (ex?) fidanzato Giuseppe Anastasi, principale vanto del CET di Mogol. Sembra uno di quei pezzi che Sting ci infliggeva negli anni 80, barocchi come un comò e aggravati dalla trista piva di Brandford Marsalis. Strofa più apprezzata su facebook e twitter: “Come se il mondo é contro te e tu non sai perché”. La metrica impediva di chiudere con “Mondo cano”. #peggiorvincitricediqualcosa

2. I Mondiali di calcio. Hanno portato Pappappàra di Emis Killa, che ha fatto il suo dovere; hanno portato un pezzo di Mina (che sembrava già sentito) e hanno portato un pezzo cantato da Pitbull e Jennifer Lopez (che sembrava scarso tanto). Ma soprattutto hanno portato i Negramaro e la loro versione straziona di Un amore così grande. Ha detto il direttore generale della Federazione Italiana Gioco Calcio: “Talento, fantasia e carattere sono qualità che accomunano i Negramaro alla Nazionale”. Caspita. Io medesimo non avrei saputo ingiuriarli con analogo livore. #peggiorsinergia

3. Suor Cristina. Sbagliato canzone, dai. Il vero cortocircuitone ci sarebbe stato se invece di Like a virgin, avesse cantato Material girl. #peggioreesitoditalent

4. I’m the albatraoz di AronChupa. Ipertarantella svedese con base martellona e testo completamente cretino – ma con dentro fuck e bitch a vanvera, che conferiscono un’attitudine birichina che si può cogliere anche nell’Uttar Pradesh, e quindi, finanche da noi. Ancorché non freschissima sta salendo in classifica, la immagino gettonatissima a Capodanno in trenini in cui tutti hanno la faccia di Salvini. #peggiorehit

5. La copertina di Pop Hoolista di Fedez. Urca vé che schifo! Copio e incollo da Wikipedia: “la copertina dell’album, in cui è raffigurato un poliziotto in sella ad un cavallo con un cono gelato spiaccicato in testa mentre con un bastone fa segno a Fedez, sdraiato a terra mentre vomita un arcobaleno, di rialzarsi, è un forte segno di protesta nei confronti del governo italiano”. Che si sarà sentito scosso fin nelle fondamenta, presumo. #peggiorcopertina 

6. La lista dei migliori dischi del decennio di Pitchfork, uscita nella primavera 2014. #peggiorsnobberia

7. Pink Floyd, The endless river. In linea di principio, penso che sia giusto che quanti hanno speso dei soldi per questo album godano, nella vita di tutti i giorni, dei diritti civili. Ma non posso nascondervi che qualcosa dentro di me fatica ad accettare serenamente questo doloroso corollario dell’illuminismo. #peggioreeventoepocale

8. U2. E così, ecco la più grande rock band degli ultimi trent’anni ridotta a fare da gruppo di supporto a un telefonino e a un orologio. #peggioreprideinthenameoflove
9. Le critiche agli U2. Uno di quei casi in cui scherno e dileggio compulsivi fanno rivalutare il loro bersaglio. Toccante lo sdegno di quelli furiosi per aver avuto la possibilità di ricevere l’album gratis: reclamavano il diritto di stroncarlo senza ascoltarlo. #peggiorsocialfrenzy

10. X Factor vacilla. E spiace dirlo perché gli si vuole tutti bene, manco sappiamo più perché. Però vacilla – e vacilla come show, nel suo aspetto chiave: i giudici. Perché Mika è caramelloso e inconsistente, perché la Cabello è tutta nei suoi “cioè, fighissimo” – e intendo tutta la sua trionfante carriera – e perché il monzese non ha più sinapsi nemmeno da chiedere in prestito: la polenta verbosa in cui i colleghi di Fedez (nel ruolo, impeccabile) annegano il programma è diventata faticosa persino per chi, per lavoro, scrive tweet sagaci. #peggiorgestionedelprimato

11. Grignani. The whole package. Se pensate che sia uno stucchevole balordo, avete degli spregevoli pregiudizi nei suoi confronti che non vi fanno onore. So quel che dico: io per primo penso che sia uno stucchevole balordo, e ho degli spregevoli pregiudizi nei suoi confronti che non mi fanno onore. In seguito a delicate pressioni Sony, farà l’ennesimo Sanremo. Non vedo l’ora. #peggiorerentrée

12. La crisi di Gaga. Che però alla fine non è nemmeno vera crisi. Perché non importa se il disco va male, ormai il problema può essere eluso: il pop reclama di affrancarsi dalle vendite, chiede e ottiene di vivere della propria VISIBILITÀ. In modo da garantire la sua supremazia non tramite la sua qualità media, ma grazie alla sua cafoneria (l’unica cosa che le dive anni 10 hanno recepito di Madonna) che è immediatamente recepibile in tutto il pianeta – e dai media. La sempre più gratuita volgarità di Gaga e Miley (vedi foto in alto, per dire) e Minaj prefigura nuovi, accattivanti scenari. Verremo provocati ogni singolo giorno della nostra vita. Beati noi. #peggiorsintomo

13. Le classifiche FIMI entrano nell’epoca dello streaming – perché le vendite non esprimono la popolarità di una canzone, che è ciò che conta. Avendolo visto fare a Billboard, i nostri, da solerti pecoroni, hanno fatto lo stesso. Sicché già ora 100 ascolti in stream di almeno 30 secondi, free o a pagamento, sono conteggiati come un pezzo venduto. Secondo me la cosa prelude a sviluppi ineluttabili. Tipo: 20 persone davanti a una concessionaria a guardare una nuova auto per 10 minuti, uguale un’auto venduta. Cinque persone vanno a vedere un appartamento, uguale un appartamento affittato – se ci vanno in 12, è venduto. E se un articolo riceve 30 commenti, me lo devono pagare come due articoli. #peggiortentativodiadeguarsiallamodernità

14. Taylor Swift. Unica star incoronata dal 2014. Ma era interessante quand’era pop-country, cappelloni e steccati, quando Kanye West la brutalizzava dall’alto della sua credibilità urbana. Era, alla fine della fiera, l’anelito vero di mezza America a rimanere ancorata a una sua vagheggiata semplicità campagnola anti-moderna, anti-globale. Adesso è una copia di mille riassunti, di mille Britney, mille Miley, mille Ariane. #peggioreupgrading

15. Le cover. Il fatto che praticamente ogni stupida cover eseguita in concerto faccia notizia – lo hanno capito persino gli uffici stampa – è un bel segnale della compiaciuta miseria in cui si ritrova il giornalismo musicale. #peggiortendenza

16. Black Keys, Turn blue. L’album più deludente dell’anno. Probabilmente è solo il disco di due tipi che non si stanno divertendo più. Non è mica tutta colpa loro: è un ambiente palloso, questo: ci vuole il physique du rôle per resistere all’influenza nefasta della gente che ne sa. #peggiorridimensionamento

17. Anche quest’anno Rtl 102,5 è stata la radio più ascoltata d’Italia. Avete altre domande? Sull’Italia, intendo. Rtl è la più ascoltata d’Italia perché è il niente, non comporta niente, riduce lo sforzo intellettuale e musicale a zero: non bisogna nemmeno sforzarsi di cercare la frequenza. #peggioreradiodelmondo

18. Shakira – Rihanna, il video di Can’t remember to forget you. Già, perché se la canzone non era l’immonda boiata che è, voi due vi mettevate lo stesso a fare il video in cui leccavate le pareti dimenandovi tutte per poi finire a letto a titillarvi l’un l’altra, vero? Sì, come no. Ma il punto è che ogni volta che cento subumani esplodono in un tripudio di bava davanti al video, le due dive vaccheggianti possono contarla come una canzone venduta. Wow, che invenzione avantissima, il conteggio dello streaming – ma bravi tutti, cià bacino, belle le mie testoline social, pciù. #peggiorvideo

19. Gemitaiz e Madman. Non vorrei che mi pensaste contrario alla diffusione della droga tra i giovani. Al contrario: come Gemitaiz e Madman, sono del tutto a favore. Il futuro in questo Paese non sarà facile per chi come me va carambolando nella seconda metà della vita, quindi se le nuove generazioni recepiscono il loro invito a bollirsi il cervello (e le rime di Kepler, n.1 questa primavera, offrono una eloquente testimonianza sugli encomiabili effetti della continua apertura delle porte della percezione) la vita nella giungla sarà meno competitiva e abbonderanno i parcheggi. Poi, ecco, la condanna di Gemitaiz per me è una roba brutta; ma lui giustamente rappa “Me ne sbatto della detenzione” (e avendo patteggiato 22 mesi, può farlo: ne avesse presi 23, stava al gabbio): portala in tour come un vanto, frà. #peggioralbumrap

20. Gianni Morandi. Fatemi capire, nel 2012 (meno di ventiquattro mesi fa) presentava Sanremo ed era lo zimbello per eccellenza, il simbolo di un’Italia imbolsita e stravecchia cui l’avanguardia twittona gridava forte e chiaro il suo cippirimerlo e i suoi sghignazzi su presunte inclinazioni dietetiche. Due anni dopo è l’idolo IRONICO del WEB, il rivoluzionario della normalità, analizzato dagli analizzanti. La brutta roba non è lui, siamo noi. #peggiorbanderuolismo

TheClassifica 60 – TZN, il pop e i RICCHIONI! (i ricchioniii) (i ricchioniii)

TheClassifica 60 – TZN, il pop e i RICCHIONI! (i ricchioniii) (i ricchioniii)

Sbaglio, o Tiziano Ferro è il primo artista italiano apertamente gay ad andare al n.1 per vendite di album? Ho detto apertamente gay – quindi non valgono Renato Zero, Lucio Dalla, Morgan. (…Non perché Morgan sia gay. È che non è mai andato al n.1) (lo so, lo so 

TheClassifica 55 – Oh, no. Eccoli, sono loro. Gli U2

TheClassifica 55 – Oh, no. Eccoli, sono loro. Gli U2

Beh, ora ci siamo. U2 al n.1 in Italia. E debutto al n.6 nel Regno Unito (ieri, scesi al 13). E al n.9 in Usa. E n.1 in Francia e Spagna. E n.2 in Germania, dietro a Shindy(rapper di Berlino) con FVCKB!TCHE$GETMONEY (mi figuro tutto un team 

Che ci facevo lì

Che ci facevo lì

Intanto, premessa. Due parole. “Titolo gratuito”. Ecco, tanto per chiarire. Posso dire che mi hanno offerto un risotto con le carote (riscaldato). Che ho gentilmente declinato. Il talent amichevole coi critici – a loro volta amichevoli con lui – è decisamente un altro, non faccio nomi (…solo aggettivi).

Il giornale mi ha chiesto di andare a X Factor e io penso sia giusto. Né io né il giornale abbiamo preclusioni nei confronti di alcun genere musicale, anche se io soffro tantissimo lo ska. Tutti i generi hanno dato un contributo grandioso in termini di arte e divertimento al pianeta. Certo, poi il rochenrooool (cfr. Elio & le Storie Tese) in questa fase della Storia è sotto schiaffo, schiacciato da altri generi molto più cool e per qualche motivo più efficaci, sicuramente più in sintonia con le nuove generazioni: è il tipo di cosa che si accetta così come va accettata la fase in cui la propria squadra per un po’ non vince (o non riesce a rubare). Ci sono i cicli, nella musica come nello sport.

Eppure, mentre ero lì che mi preparavo a pontificare per l’XtraFactor, e guardavo sfilare, sul red carpet stellato della grande X, tutti gli altri generi o quasi, dal pop al dubstep, dal rap alla dance, dalla canzonedautore all’r’n’b (fino al genere Quello Col Calzino In Testa Che Hanno Deciso Che È Figo Ma Mi Sa Che Ci Hanno Il Caviale Nelle Orecchie) ho sentito crescere in me la sensazione che la festa non stesse riuscendo poi così bene. Che le scelte dei quattro Savi, Morgan Fedez Cabello Mika, rispecchiassero il gusto del pubblico contemporaneo, sì – eppure mancava proprio il famoso fattore X.

E lì ho capito, folgorato sulla via del rochenrooool come dice Bono in The Miracle of Joey Ramone. Avevo voglia di due bordate di chitarra. E non delle ballatone di Green Day e Coldplay con cui probabilmente si pensava di aver “coperto” il genere. No, avevo voglia di un tizio che brancasse il microfono ragliando A-wop-bom-a-loo-mop-a-lomp-bom-bom oppure Heyhey mam’ I said the way you move gonna make you sweat eccetera. Mancava l’energia stupida ma generosa, completamente non calcolata del rock. Quella cosa che è stato il più grande, indiscutibile fattore X degli ultimi cent’anni di musica, che ha permesso a gente che avrebbero buttato fuori da qualsiasi talent di “arrivare”, di venirci addosso come un camion.

Potrei chiamarlo il miracolo di X Factor. E forse, naturalmente, riguarda solo me. Però, ecco, da ieri sera io – pur continuando ad apprezzare hip hop, dance, pop – rivaluto il potenziale del vecchio balordo genere per cui stravedo da quando, bambinissimo, misi sul piatto un vecchio 33 giri di mio padre, con la copertina esagonale (!), con la enigmatica scritta ROLLING STONES. E mi arrivò addosso – come un camion – quella roba lì che vi dico, senza pose hipster, senza chitarrine indie da universitari, che ve le romperei sul coccige mondocano, senza gnagnere depressoidi. No: “I’ll shout and scream I’ll kill the king I’ll rail at all his servants”.

Poi, ripeto: senza gli altri generi non potrei stare, penso che una dieta completa sia fondamentale per la salute. Ma quando si parla di fattore X, io penso che sì, esista, e ho la vaga sensazione di saperlo da sempre, dove sta di casa.

PS
Comunque la Mara Maionchi vale il prezzo del biglietto. Anche se mi ruba le battute.