Tag: Tedua

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Addio a un genere che era in decomposizione anche da vivo. Ma quanto lo amavano i media.

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

E poi Jake La Furia e Berlusconi, Emis Killa e Barbara D’Urso, gli FSK Satellite e la mala milanese. Va bene, l’ho presa un po’ larga.

Gigi D’Alessio e la Gomorra generation – TheClassifica 37/2020

Gigi D’Alessio e la Gomorra generation – TheClassifica 37/2020

‘O prologo. Io, Napoli non la capirò mai. Non è un grosso problema, si può stare bene anche in posti che non si capiscono. Però non la capisco – e non è solo perché vengo da una città facile da capire. Come l’Italia, alla fine. L’Italia è un posto semplicissimo. L’Italia è fascismo e chiacchiere. Per sempre. Fascismo e chiacchiere.
(anche nel senso del ghiotto dolce ipercalorico carnevalesco) (e questi aggettivi, per l’Italia funzionano tutti)
Ma Napoli con l’Italia c’entra e non c’entra – in un modo che, naturalmente, non capisco. La parte più italiana di Napoli è l’area attorno alla stazione, indaffarata e un po’ losca come attorno a tutte le stazioni d’Italia, persino Bolzano e Matera (…Venezia no, per forza di cose. Però c’è Mestre che compensa). Le ultime due volte che ci sono arrivato in treno, pioveva – cosa che ho apprezzato molto, perché non era nelle cartoline. Che sono quelle cose che i napoletani mandano per confonderci. Qualcuno forse anche per confondersi – ma è una timida ipotesi, la premessa rimane che io Napoli non la capirò mai e Nella Mia Umile e Personale Opinione neanche voi. Sì? Chi ha parlato? “Io, qui in terza fila – volevo dire che io sono di Napoli”. Beh, se è così mandaci una cartolina. Non si fa più? Mica vero. Per esempio, lo ha fatto in modo ineccepibile
 
Il numero uno. Erano dodici anni che Giggetto D’Alessio non andava al numero 1 nella classifica dei presunti album. Ora, con la mossa Max Pezzali, riverniciando i suoi successi con la generazione rappusa (tra gli altri: Clementino, CoCo, Enzo Dong, Franco Ricciardi, Geolier, LDA, Lele Blade, MV Killa, Samurai Jay, Vale Lambo e ovviamente Rocco Hunt) si toglie questa soddisfazione con l’album Buongiorno. Nel quale non ci sono solo rapper napoletani e non ci sono solo rapper (per la generazione boomer e le radio, ci sono alleati come J-Ax e Boomdabash) ma l’enfasi è sul suo “riprendersi la strada”, farsi consacrare eroe neomelodico del popolo e della città, tra i muri con le facce di Maradona e Totò. Musicalmente non è niente di inconcepibile, da Liberato a Niko Pandetta, con Rocco Hunt a fare da punta dell’iceberg (o d’o Vesuvio), sono anni che i due generi convergono. Il punto però è lui, Giggetto. Ricordo una conversazione di un bel po’ di anni fa con una persona facente parte dei 99 Posse, che lo associava apertamente a
(quale organizzazione? Che peccato, non mi ricordo) (ah, che disdetta) (forse il Codacons)
e che vi piacessero o no i 99 Posse, credo che né loro né altri di quella generazione avrebbero condiviso il palco per la gloria di Gigino. Questa generazione, invece, considererebbe un plus se si scoprisse che veramente D’Alessio ha come mandante il Codacons (ehm). Del resto, notoriamente, Roberto Saviano lo cita in Gomorra come cantante preferito dai camorristi e lui stesso ha ammesso di aver “cantato alle feste dei boss”. Per un sacco di rapper, è il sogno di una vita. Ma in generale credo che l’idea di ciò che è “strada”, di ciò che è “popolare” sia stata uno dei carrarmati che hanno sfondato più costruzioni culturali negli ultimi decenni. E saltare sul carrarmato dei vincitori è sempre la cosa giusta da fare. Dice Gigi: “Credo che sia la prima volta che si realizza un progetto come questo, che vede riuniti tutti insieme gli esponenti del mondo urban di una città (…) Io li chiamo ‘i ragazzi dell’iPhone’, perché le loro composizioni nascono con velocità incredibile attraverso le note sul telefono. Ho avuto la grande opportunità di scoprire il loro mondo e di aprirgli il mio, anche se nonostante la giovane età di tutti, ognuno conosceva questi brani del mio passato. E li hanno affrontati con emozione e grande rispetto. Il risultato di queste commistioni è stato sorprendente. Una bella sfida, oggi che la lingua napoletana è finalmente sdoganata e possiamo esprimerci in totale libertà, senza pregiudizi”. Gli Arcade Boyz, youtubocritici nordici, annuiscono vigorosamente: “Gigi D’Alessio è sempre bistrattato e bullizzato dai mass media solo perché è napoletano. La tv ti insegna a prendere per il culo un musicista completo come lui solo perché canta in napoletano (…) Che i suoi dischi siano pregni di realtà è evidente, i testi che troviamo in quest’album non li troviamo nel rap: c’è una denuncia sociale e uno spaccato di realtà che spesso viene ignorata”.
Bene.
Vedi un po’ come ti ritrovi, rap italiano, se deve venire Gigetto D’Alessio a mostrarti la realtà. Comunque il dado è tratto, e mi aspetto ceffi ben peggiori in fila per farsi traghettare verso le generazioni dello streaming dai propri giovani paesani. E mi aspetto di sentir dire che le canzoni di Antonacci e Zampaglione sono pregne di realtà e denuncia sociale e che il rap dovrebbe imparare da loro. Aspetto i carrarmati con serena rassegnazione.
 
Resto della top ten. Sfiga per Riki di Amiki e il suo Popclub che entra al n.2 nella settimana di Giggetto – tutto quello che gli posso dedicare è questa riga. Scende al n.3 Gué Pequeno, mentre rimbalza dal n.82 al n.4 la Dark Polo Gang con i tipici quattro pezzetti in più aggiunti all’EP uscito in primavera e andati al n.1. I featuring di Massimo Pericolo e Geolier non sono bastati a rimetterli sul podio, segno che i cd senza firmacopie non stanno andando da nessuna parte. Cosa che in parte riguarda pure l’ex numero uno, Irama, sceso rapidamente al n.5. Chiudono la prima decina Ernia, la compilation Rtl Power Hits Estate 2020, Geolier, gli incredibili Pinguini Tattici Nucleari (ancora in top ten a oltre sei mesi da Sanremo) e Tedua. Il quale mi dà l’occasione di far notare che con gli EP quest’anno si va spesso al numero uno (Dark Polo Gang, Achille Lauro, Lazza, Irama, e appunto Tedua). In breve: Spotify killed the album stars.
 
Altri argomenti di conversazione. Persona di Marracash ha lasciato la top ten. Ci ha messo un po’: 45 settimane. Potrebbe essere il record di sempre, ma non possiamo esserne tecnicamente certi: sicuramente lo è nell’era moderna delle classifiche di vendita: quasi dieci mesi consecutivi tra i primi dieci posti della classifica dei presunti album: onore delle armi per questo disco. Che peraltro, non è che precipiti: è al n.11. Magari venerdì sera si intrufola di nuovo nei quartieri alti. Per il momento, da questi escono anche ThaSupreme (n.12) e Katy Perry (n.60) (bonk!). A differenza del Regno Unito, dove è riuscito a insediarsi al primo posto in classifica, Goats Head Soup (1973) dei Rolling Stones da noi entra al n.22, cosa che depone a favore dei loro fan e conferma tutto il male che penso degli inglesi.
 
Sedicenti singoli. Stessa top ten della settimana scorsa con piccole varianti interne, e il principale è un piccolo segnale autunnale: è vero che molte canzoni chiringuite occupano la prima diecina, ma al n.1 c’è Rocco Hunt, al n.2 Hypnotized (Purple Disco Machine) e al n.3 Ernia. Sono due rapper su tre – anche se con pezzi estremamente pop come A un passo dalla luna e Superclassico.
 
Lungodegenti. Oltre due anni di permanenza continuata in classifica per Potere (Il giorno dopo) di Luché
(en passant: lui nell’album di Giggetto non c ‘è)
che è uscito 115 settimane fa, dieci settimane prima di 20 di Capo Plaza
(che non c’è nemmeno lui. Ma magari non lo volevano perché è di Salerno, vai a sapere)
poi Pianeti e Peter Pan di Ultimo (132 e 135 settimane), Rockstar di Sfera Ebbasta (138), il segnetto ÷ di Ed Sheeran (184 settimane). Ma non preoccupatevi, l’album da più tempo in classifica è dei
 
Pinfloi. Sono 201 settimane che The dark side of the moon è rientrato nella classifica FIMI, le festeggia salendo al n.64, e aumentando la distanza con The wall, che è al n.76. Aggiorniamo l’elenco dei dualismi: TDSOTM è il mare, i cani, ed Apple. TW è la montagna, i gatti e Windows. Ma mi voglio rovinare, aggiungo un’altra distinzione fondamentale: Dark side è i boxer, The wall è gli slip.
(…voi avrete capito che l’obiettivo è arrivare a panettone vs pandoro) (non si può evitare) (aspettate serenamente) (grazie per aver letto fin qui, a presto)
Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

No, non è vero, è un titolo scemo per incuriosirvi. Però dopo Vaffanculo, un’altra sua vecchia hit torna d’attualità.

Stessa spiaggia, stesso male. TheClassifica 35/2020

Stessa spiaggia, stesso male. TheClassifica 35/2020

Un discorso politicamente sconsolato attorno a canzoni brutte, streaming e radio.

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Pre-visto. Non so quali rapper italiani abbiano pensato “Mmmh!” alla notizia che Kanye West (forse) si candiderà alla presidenza degli USA. So che da noi J-Ax avrebbe delle possibilità. Escludo che Fibra o Marra possano essere vagamente interessati. Fino a ieri avrei pensato casomai che uno che avrebbe potuto farci un pensiero potesse essere Gué Pequeno, ovviamente dopo essersi informato sulla paga. Non posso più pensarlo dopo Mr. Fini, l’album con il quale è tornato al

Numero uno. Mi aspettavo che zio Gué facesse un album totalmente zarrogante, con le allusioni iper-pop smaccate come aveva fatto riprendendo Oro di Mango o El Trago dei 2 In A Room. Mi aspettavo di vederlo mettersi a capo di una parata twerkante, pronto ancora una volta a calpestare compiaciuto l’idea stessa di credibilità, sfidando chiunque a dire che non può farlo. Invece, è stato quasi uno choc: in Mr.Fini non c’è traccia dell’ineffabile Hugh Guèfner. È un disco di una tristezza inaspettata, anche quando snocciola quelle rime smargiasse che ha insegnato a due generazioni di rapper italiani (“Il mio stato su WhatsApp, fratello, è sempre: Sono in banca” “Io sono la cultura, pura, cruda, cien por ciento”; “Il mio rap è troppo grande, fra’, in Italia è solo un bimbo”, “Vi abbasso l’autostima, perché le fighe di voi rapper le ho schiacciate io prima”. “Sputo su una generazione in posa: conosco i veri Tony, conosco i veri Sosa”).

I primi tra i 17 pezzi (non pochi) dell’album ribadiscono a più riprese che Cosimo Fini alias Gué Pequeno ha gli amici loschi che stanno o dovrebbero stare in galera per il bene di tutti. E malgrado qualche rima divertente e il flow sempre ad alto livello, istintivamente viene da skippare in cerca di canzoni farabutte e irresistibili alla Milionario, un po’ di fanfara per far due ghignate. Ma non ci sono. Andando avanti è sempre più evidente che il gangsta-movie non è di quelli allegri, è più tipo lo straziante Blow di Ted Demme, fratello del più noto Jonathan – morto giovane, molto probabilmente a causa della cocaina. Voi capite che non è facile sentire Gué Pequeno (l’autoproclamato Gué Pecunia) che inizia a pensare malinconico ai ciliegi a Saigon, che confessa “Penso alla mia carriera assurda, più che decennale: è inversamente proporzionale al disastro della vita personale”, o “Questo successo è una persecuzione: è solo l’intro di un’introspezione”. Per poi, nel pezzo in cui chiama per il featuring Sfera Ebbasta (non proprio il Luigi Tenco del rap), sprofondare l’ascoltatore in pieno IanCurtis, con: “La morte mi ossessiona. E che il mio corpo muoia, e che l’anima viva lo sai, non mi consola. Pensavo di essere meglio (…) Non sconfiggerò i miei demoni. Quest’asfalto e questi errori non mi hanno insegnato niente. I flashback mi hanno flashato: il passato torna sempre”.

I miei consiglieri che hanno in mano il polso del pubblico rappuso mi dicono che l’album non ha esaltato gli ascoltatori medi della musica verbosa che tanto piace ai giovanetti. Qualcuno ha anche fatto il confronto con Persona del suo amico Marracash, che Nella Mia Umile Opinione è tutt’altra roba. Personalmente temo che sia un disco molto vero e, come detto, abbastanza dolente. Non mi meraviglio che ciò abbia contrariato qualche fan. Non so se la prossima settimana Mr. Fini sarà ancora al n.1 tra i presunti album. Ma anche se mi metto tra gli scemi che avrebbero apprezzato il Gué più fagiano e sin verguenza, devo dire che apprezzo il coraggio di fare un disco completamente diverso da quello che ci si aspettava da lui. Certo, poi questo tipo di complimento ricorda quella scena di Jerry Maguire in cui quelli che applaudono e gridano “Bravo!”, si bisbigliano tra loro “Lol, si è scavato la fossa”. Ma non credo sia così, penso che senza troppi problemi lo zio Gué tornerà a fare i dischi con le hit – ora si è semplicemente concesso il disco che aveva voglia di fare. E conosco un bel po’ di artisti straordinari che se ne guèrdano benone.

Resto della top ten. Di rappuso in rappuso: i due che hanno preceduto Gué al n.1 della classifica dei presunti album scalano di una sedia come in pizzeria: Ernia si accomoda al n.2, Tedua al n.3, e seduti al tavolo, sulle prime cinque sedie ci sono solamente rapper italiani maschi. Dopo Ghali (n.4) e Marracash (n.5) entra al n.6 Frah Quintale, che rapper non è più, in fondo ce n’è già troppi. Escono subito e con violenza dai piani alti Bob Dylan (dal n.4 al 24) e Neil Young (dal n.10 al 65), ma con il live Spirits in the forest entrano al n.7 i loro coetanei Depeche Mode (…per chi ha meno di 25 anni, da 26 a 96 siamo tutti coetanei). Chiudono la prima diecina Random, i Pinguini Tattici Nucleari ed Elodie. Ma so che scalpitate per la classifica dei Sedicenti Singoli, che a luglio e agosto ribattezziamo

Classifica degli Azzeccatissimi Tormentoni Estivi. È l’ora segnata dal destino: la fresca e disimpegnata Karaoke permette a Sandrina Amoroso e Boomdabash, i RE MIDA dell’Estate, di riportare al n.1 Lu Salentu, uè, uè, perepepé, spodestando Mediterranea di Irama che comunque è lì che ringhia al n.2; mantiene il n.3 M’Manc, le lacreme napuletane supergiovani di Geolier, Shablo & Shferebbàst. Entra al n.4 la fresca e disimpegnata Non mi basta più di Baby K featuring Chiara Ferragni. Non so se siano più QUEEN loro oppure siano più QUEEN Giusy Lamborghini ed Elettra Ferrari, ma sospetto che queste ultime siano più QUEEN CIOÈ DEFINITIVE; malgrado ciò, la fresca e disimpegnata La Isla antra solo al n.76 – però per qualche motivo a me ignoto è uscita di lunedì invece che venerdì, quindi calcoliamo perlomeno un n.66. Che al momento è la posizione occupata da Balla per me di Tiziano Ferro & Jovanotti. Ah, spiace! Tanto. La cringissima eppure fresca e disimpegnata Ciclone di Ketra & Elodie feat. Mariah, Gipsy Kings e Qualcuno Che Non Mi Ricordo scende dal n.17 al 32, ma non per questo siete autorizzati a sperare in un mondo migliore. La fresca e disimpegnata Una vita da bomber di Bobo Vieri, Nicola Ventola (zio cantante) e Lele Adani (mondo bastardo) entra al n.93. Il mio timore è che là fuori, le radio e YouTube e i bar delle spiagge e gli animatori dei villaggi faranno del loro meglio per rovinare queste nostre iniziali illusioni.

Altri argomenti di conversazione. Tornando agli album, Mi ero perso il cuore di Cristiano Godano è entrato al n.56.

(…onestamente, non so quanto vorrei essere parte di una conversazione di questo tipo, però ho fiducia in quasi tutti voi. So che basta darvi un cappello, e potete tirarne fuori una coniglietta di Playboy. Ed è il motivo per cui vi frequento)

Ok, ve ne do un altro. Gli album di Ultimo hanno iniziato a scendere, in questo momento solo Colpa delle favole è in top 30 al n.26.

(questo va meglio?)

Lungodegenti. Il segnetto ÷ di Ed Sheeran, entrato 174 settimane fa, tiene a bada il pelotòn degli inseguitori, il cui leader è Rockstar di Sfera Ebbasta da 128 settimane, seguito dalla squadra di Ultimo con Peter Pan (125) e Pianeti (122), poi da 20 di Capo Plaza (115 settimane di fila) e Potere di Luché (uscito 105 settimane fa). Poi, ovviamente fanno gara a sé i

Pinfloi. The dark side of the moon è in classifica da 191 settimane consecutive, però scende dal n.55 al 69 mentre The wall scende dal 67 all’84. Non è stata una buona settimana, né per l’alienazione né per la paranoia. Lo so che non lo avreste mai detto. Pure, il Pinkfloydometro è lì a testimoniarlo: c’è serenità in giro, diffusa da qualche incosciente. Proteggetevi.

Non c’è solo il rap italiano, c’è anche il rap italiano – TheClassifica 26/2020

Non c’è solo il rap italiano, c’è anche il rap italiano – TheClassifica 26/2020

Alla fine, a vincere è sempre lo schieramento che fa la voce grossa.

Quella cosa del diventare come i propri genitori – TheClassifica 25/2020

Quella cosa del diventare come i propri genitori – TheClassifica 25/2020

Tedua avrebbe potuto fare di meglio. Ma che diamine, aveva bisogno di soldi.

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

Il numero uno. E i numeri 23 6451 ma anche i numeri 3, 4, 5, 6, 8, 9, 10. Insomma, Tha Supreme. Metto quivi la copertina per farvi cogliere (eventualmente, strizzando un po’ gli occhi) la graziosa trovata del titolo 23 6451, suo primo disco e disco primo tra i presunti album, capace altresì di portare sette sedicenti singoli in top 10. Il che lo fa entrare al primo colpo nel club dei rappusi italiani capaci di bullizzare la classifica dei singoli. Aggiorniamo l’elenco: Sfera Ebbasta, Gué Pequeno, Salmo, Marracash, più le feste a inviti della Machete Mixtape e di Night Skinny. Secondo il CEO della FIMI, Enzo Mazza, intervistato dal prestigioso Rollinstòn, al di là della evidente popolarità dei rapper tra gli utilizzatori di piattaforme di streaming, questo accade anche perché i patiti dell’hip-hop tendono all’ascolto reiterato più degli ascoltatori di Ultimo, Irama, Benji & Fede, Coez, che pure hanno un certo successo là fuori, avrete notato – e ciononostante, al pop non è ancora riuscito di sbancare la hit-parade. Vi dirò: non credo che questo cambi la vita di Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti, quindi figuratevi se cambia la mia – però questo è il contesto, che io descrivo e non contesto. Ma veniamo alle cose importanti.

Le cose importanti. Con l’hip-hop e lo streaming, anzi, facciamo il nome esplicitamente – con l’hip-hop e Spotify il messaggio e il mezzo sono vicinissimi. Con ThaSupreme, per altri motivi, pure. Insomma, prima che Repubblica individui in lui un opinion leader, è mio compito avvertirvi che Davide Mattei da Fiumicino, 18 anni, non ha granché da dire.

(per me non è mai stato un problema, io tra i Crass e i Van Halen, ci ho sempre messo un secondo a scegliere i più stupidi)

Ma nel suo caso quel salto che già faceva presagire la trap è quasi completo: le parole sono irrilevanti, perché al giovane Mattei interessano di più il suono e – attenzione! – il ritmo, che l’hip-hop aveva lasciato impietosamente ammosciare in anni di basi grondanti annoiata coolness. Certo, caso vuole che nei testi (quando li si capisce: anche molti fan non li afferrano al volo) Tha ribadisca senza sosta la sua incapacità di esistere senza assumere cannabinoidi ogni istante della propria vita, ma in questo caso non la archivierei come necessaria adesione ai dogmi del rap (…non capirò mai se questo continuo incitamento a fumare il fumo che si fuma fumando fumati dipenda dal fatto che ogni rapper ha una piantagione e quello è il vero prodotto che gli sta a cuore) (oppure se qualcuno di loro prende soldi da Salvini, che ritengo sia il primo a compiacersi di una gioventù felicemente strafatta e inebetita). Ma quel che conta è che ThaSupreme sancisce un forse definitivo e sospirato ritorno alla centralità dell’elemento musicale. Che poi, è da un po’ che era nell’aria. Lo si notava parecchio nel clan Salmo, nel quale Tha è cresciuto; lo si nota in Marra e Gué, e in generale è una tendenza di questa fine decennio. Forse è una conseguenza della trap – ma io sono old school, alla trap non riconosco volentieri dei meriti, piuttosto mi ascolto il nuovo album dei Modà.

(non ci penso nemmeno) (era un modo di dire, maledizione)

Però vi dico ancora un paio di cose su ThaSupreme. La prima è che secondo me, tutti i big che sono usciti questa settimana, da Tiziano Ferro ai Coldplay, da MinaFossati a Leonard Cohen, non lo scalzeranno facilmente dal n.1 tra i presunti album. La seconda è che sì, tra i venti brani dell’album (tutti cortissimi, solo 6 superano i 3 minuti) ci sono featuring della sorella Mara Sattei, che ha l’aria di essere un talento non da meno, e di Nitro, Nayt, Lazza, Fabri Fibra, Marracash, Dani Faiv, Mahmood, Gemitaiz & Madman e – sorpresa! – Salmo. Però occhio: nei sette sedicenti singoli che Tha ha portato in top 10, solo tre sono inclusivi di un collega illustre (per la precisione, quelli con Dani Faiv, Marracash e Salmo). Nella maggior parte, Tha è 5olo con se stesso. E non è da tutti. Ciò detto, passiamo al

Resto della top ten. L’ex n.1 Marracash cede il primato dopo due settimane ma non se ne va lontano – rimanendo invero al n.2. L’ambito terzo posto di cotanto podio spetta non a Nonna Nannini (n.4, e non vorrei essere nei panni di chi glielo ha dovuto dire) ma a Francesco Guccini e a tutti gli invitati al suo giubileo, a partire da Mauro Pagani – tra l’altro, vi hanno mai detto che ha lavorato con De André? Zucchero si aggrappa al n.5 resistendo al reboot di Elisa, il cui Diari Aperti refurbished risale dal n.35 al n.6. Completano la prima diecina Il Volo, Vegas Jones, Ultimo e Celine Dion. Che attenzione, è l’unica straniera tra i primi venti. Evviva! Bravi gli stranieri rispettosi e cattolici e le donne che si vestono responsabilmente.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla top ten Marco Mengoni, Emma Marrone, Renato Zero, Rocco Hunt (che ridendo e pazziando c’è rimasto tre mesi) e Nick Cave, che scende subito dal n.5 al 44. Debutta abbastanza in alto il Venditti celebrativo di Sotto il segno dei pesci (n.13), e abbastanza in basso Giovanni Allevi (n.48). Spariscono dal radar Slayer e Fka Twigs dopo una settimana, Michael Kiwanuka e il bootleg di Bob Dylan dopo due, mentre ha divertito le genti per 46 settimane Paninaro 2.0 de Il Pagante (loro miglior risultato, pare che separarsi dalla major abbia pagato); infine, complimenti a Tedua il cui Mowgli il disco della giungla è rimasto in classifica la bellezza di 89 settimane. Gli album da più tempo in classifica sono ÷ di Ed Sheeran, da 142 settimane, Evolve degli Imagine Dragons (126) (c’è qualcuno che sta facendo caso a quanto piacciono gli Imagine Dragons?), Polaroid di Carl Brave x Franco 126 (125) (che bello, sta per arrivare a 126) ma soprattutto due dischi di un gruppo che esprime il disagio dei giovani – da cinquant’anni, ma al quale antepongo i

Sedicenti singoli. Giusto per specificare che messa in un panino tra Blun7 a Swishland di ThaSupreme (n.1 già settimana scorsa) e Fuck 3x di ThaSupreme (nuova n.3) resiste Dance monkey di Tones And I, l’australiana che buskava per strada. Debutta al n.53 Cesare Cremonini. Del resto non è un rapper, al pubblico non piace. Cosa piace veramente al pubblico? Cosa sceglierebbe, tra la vita e la

Miglior vita. In classifica otto album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di donne ubriache. Il loro profeta, Nevermind, è al numero 99. A riprova che il momento è difficilissimo. Gli unici baluardi in questi tempi iniqui sono i

Pinfloi. Controsorpasso, amici. Dopo il golpe murario della settimana scorsa, The dark side of the moon (da tre anni e tre settimane in classifica) risale dal n.58 al 43 e The wall (da due anni e 4 settimane in classifica) scende dal n.48 al 55 – e se questo non rassicura Moody’s, Standard & Poor’s e Black & Decker’s, io davvero non so come possiamo farli felici – qualcuno gli faccia fumare la weeda, la Jane, un personal, un Blun7, bro, skrrt.

ClassificaGeneration Stagione III ep. 3. Fedez e Di Maio: guardando dal trono

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Quando il potere logora chi ce l’ha, anche il potere non è più quello di una volta.

Mina mena! – Classifica Generation, episodio XVIII

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Top ten tutta italiana, fatta eccezione per la n.1 che è svizzera.

Classifica Generation, Ep. 0. Ovvero: goodbye, Mr. Seymandi

Classifica Generation, Ep. 0. Ovvero: goodbye, Mr. Seymandi

Mi spiace per Gué Pequeno. Non avrà da me l’enciclica che di norma spetta a chi va al n.1 della classifica degli album. Perché quella che lo vede al n.1 NON è la classifica degli album: dal luglio 2017 è diventata un’altra cosa, e tocca dirlo. Beninteso il suo Gentleman (che subentra alla Dark Polo Gang, scesa al n.4) non è al n.1 per caso, anzi: grazie alla popolarità personale e al genere dell’artista è forse il disco più indicato per inaugurare, dall’alto, questa cosa nuova.

 

Mi spiace anche per voi. Credo abbiate già visto il malloppo che incombe qui sotto. Non sarò breve, non si può. Cercherò di essere meno tecnico e pesante possibile. Se ci sono nerd in sala possono farsi un giro, non intendo essere troppo dettagliato (ma occhio: potrei. Non provocatemi).

 

Mi spiace per la classifica, è finita. Addio Lelio Luttazzi, addio Discoring e Maurizio Seymandi. Forse l’avete letto da qualche parte: la FIMI (che è tipo la UEFA dei discografici) ha giubilato la classifica delle vendite dei cd in favore di una che alle vendite effettive misurate in un campione di 3.400 punti vendita (all’anima del campione: io mai avrei creduto che i negozi di dischi in Italia fossero più di 2000. Metà dei quali a Genova, in ogni caso) mescolerà d’ora in poi gli ascolti in streaming, non necessariamente di TUTTI i pezzi dell’album, ed effettuati sia a pagamento che gratis (!).
Parametrando, convertendo e ponderando, ci forniscono un dato che – non saprei definire la cosa in altro modo – cerca di quantificare la popolarità di un artista che ha fatto un nuovo disco. In pratica hanno creato un nuovo social, col quale attribuire dischi d’oro e platino virtuali grazie ai quali gli uffici stampa potranno suonare le vuvuzelas, mentre su Instagram i rapper col Rolex potranno ostentare dozzine di pezzi di plastica luccicante oltre agli abiti da scemocoisoldi di cui sono testimonial.

 

(qui potrei infierire, perché già la prima tornata di nuovi dischi d’oro e di platino è stata subito revocata per un errore tecnico della FIMI, quando già i suddetti tweet e comunicati stampa trionfali erano partiti) (…infierisco solo in un caso: quello dei Thegiornalisti, perché in un anno non sono riusciti ad avere uno stupido disco d’oro da 25mila stupide copie) (è una cosa abnorme, hanno avuto più articoli che dischi venduti, hanno venduto meno di gente che nessuno si fila, cionondimeno non ho avuto altra scelta che cambiare thenome a questa rubrica, e non perdonerò mai né loro né i media) (nel contempo prendo atto che ribattezzandola con l’insulso e fintoaccattivante nome Classifica Generation un po’ ci avevo preso) (perché questo oggi ci ritroviamo: una classifica supergiovane, una classifica bellazio)

 

I primi effetti del terremotino sono il balzo in avanti dell’hip-hop italiano: 5 su 10 rapper in top 10, anche con dischi non nuovi, come Fabri Fibra che risale dal n.19 al 10 – ma pure Sferaebbasta che passa dal 46 al 15, Coez dal n.63 al 17, Tedua che era sotto il n.100 (!) e balza al n.29. Ascendono leggiadri anche quegli americani che non riuscivano a imporsi da noi, con grossa soddisfazione dei boss stranieri delle major: Kendrick Lamar sale dal n.99 al 40, DJ Khaled dal n.76 al 35. Ci sono 40 (QUARANTA) nuove entrate in classifica.

 

Chi paga dazio? Intanto, mi azzardo a dire, MiticoVasco.
Perché anche se Gué Pequeno è un contender fortissimo anche negli album, Nella Mia Umile Opinione dopo #ModenaPark il KOM avrà pur avuto una festosa impennata nelle vendite di cd. Ma col nuovo sistema, sale solo al n.3. Dietro a Gué? Ci può stare. Ma dietro a Riki capo degli Amiki? Non la bevo. Quel che è certo è che nel momento in cui viene reso meno significativo il divario tra musica che vale denaro contante e quella che non lo vale, il siluro colpisce gli evergreen, che continuavano onestamente a fare il loro dovere: Sgt Pepper dei Beatles passa dal n.27 al 74, e i Pink Floyd rimangono con un solo album in classifica, che ovviamente è The dark side of the moon – ma slittato dal n.41 all’84. Purple rain di Prince, che sette giorni fa era entrato al n.13 in classifica grazie all’edizione deluxe, nel giro di una settimana passa da uno dei dischi più acquistati a uno dei più ignorati, uscendo completamente dalla top 100. 
Ma sapete, Prince è deceduto! E c’è una vera ecatombe (ehm, pardon) tra gli artisti che hanno lasciato questa valle di Paoli Bonolis. Se siete lettori abituali, tenetevi forte: c’è un solo morto in classifica, ed è se non altro il morto di tutti i morti, Kurt Cobain: Nevermind galleggia al n.84 come la bara di Quiqueg, ma fate tanti saluti a De André, Bowie, Freddie Mercury e tutti gli altri che ci cantano dall’aldilà. Non essendo popolari nello streaming (Battisti nemmeno c’è), si accomodano fuori da questa classifica che, grazie ai cd venduti, li vedeva sempre presenti.

 

Ma non si dica che pagano pegno solo i vekki o i defunti. I giovani The Kolors, dopo sole sei settimane in classifica, ne vengono gittati fuori. Ok, si era visto da subito che il loro exploit (defilippiano) di soli 2 anni fa non era ripetibile. Però dal n.39 scendono sottozero (cioè sotto il 100) e sa di colpo durissimo per il sistema distributivo di Baraonda/RTL 102,5, che evidentemente puntava molto sulla distribuzione mirata del cd fisico, ma soccombe al nuovo sistema (grossi sorrisi e pacche sulle spalle nelle sedi delle tre major, che si ritrovano 90 album su 100 in classifica).
Ma perché questa rivoluzione? Solo per quel nuovismo che è un valore in sé, stile Leopolda? In fondo erano anni in cui sì, lo streaming era in crescita ma il cd non era in drastico calo – e comunque grazie ai cosiddetti firmacopie nei negozi continuava a rappresentare una fetta di mercato ben più consistente del vinile, che però con il suo 6% la FIMI continua a monitorare con una classifica specifica di recentissima istituzione.
Allora, io qui mi vedo costretto a pontificare come mai prima d’ora avevo pontificato. Perché in verità vi dico che da italiani, dovreste già sapere che il migliore alibi per una decisione strampalata è, da sempre: “Abbiamo deciso di imitare quelli più ricchi di noi, giacché essi sono certamente più intelligenti e moderni”.
Inutile dire che quelli più ricchi e importanti sono 1) americani e 2) inglesi (gli altri popoli sono sostanzialmente sfigati come noi) (tranne gli svedesi perché sono alti e biondi e hanno la stima degli inglesi e l’IKEA). Invero gli americani, nell’istituzione che è Billboard, hanno conservato la classifica delle vendite degli album, perché resta uno strumento necessario a chi lavora con la musica. Però hanno sostanzialmente deciso di convogliare l’attenzione del pubblico sul gradimento complessivo ottenuto da un artista e dai suoi brani, espresso aprendo il portafogli per sentirli ma anche ascoltandoli agratis su Spotify o Deezer (ma non su YouTube, turpe inimico delle case discografiche. Quasi quanto la pirateria). Quanto agli inglesi, la loro brillante rivoluzione ha causato paradossi che tra poco illustrerò anche per la nostra classifica dei singoli.

 

(…SINGOLI??) Di solito, con la sola possibile esclusione dell’estate, momento in cui l’artista italiano punta al tormentone senza ritegno a partire dal 2015 (anno in cui dopo anni Roma-Bangkok ha rimesso a sorpresa il tricolore al n.1 della classifica annuale assoluta dei singoli) la classifica dei singoli era una classifica invasa dagli stranieri, in particolare da quando Spotify e AppleMusic propongono le playlist globalone che creano un grazioso effetto di moltiplicazione: tutti vogliono ascoltare i pezzi megafamosi della top 50, che in questo modo rafforzano la loro posizione megafamosa nella top 50. Questo meccanismo semplice ma ineccepibile fino a qualche mese fa comportava la permanenza nelle prime posizioni degli stessi pezzi anche per un anno; penso che le piattaforme abbiano preso provvedimenti (che naturalmente non comunicano), perché ora a superare gli otto mesi in classifica ci sono solo i Clean Bandit (ma chi distingue un pezzo vecchio dei Clean Bandit da un pezzo nuovo dei Clean Bandit?) (Dio, non sopporto la violoncellista biondiccia dei Clean Bandit, sempre lì a fingere di violoncellare con quella espressione violoncellosa)
Ma ecco anche qui il terremoto: oggi abbiamo sette italiani in top 10! È anche il minimo, visto lo sforzo profferto in brani che sottolineano che d’estate – ci credereste? – ritorna l’estate, e bei video in cui il popolo popolare balla per strada e automobili sfrecciano liete verso il mare. Guardacaso i sette brani in questione sono TUTTI di rapper, se vogliamo ancora considerare Baby K come tale (quando in realtà rappresenta diversi problemi dell’hip-hop italiano, a cominciare dall’impossibilità di accettare una rapper femmina). Con raro tempismo risale al primo posto Senza pagare di Fedez & Quellaltro, giusto in tempo per negare a Guè Pequeno l’ingresso al n.1 (prevedibile euforia social sia di Fedez che dei suoi fan). Ma parlando di Gué Pequeno, tre di quei sette singoli sono suoi. Anzi, nella top 30 ci sono sette suoi singoli.

 

…singoli? SETTE “singoli”?
Qualcosa è cambiato, Mr. Jones, non è vero?

 

Ok, i SINGOLI non esistono più. E se quella degli album è la “Classifica supersimpa”, questa è la “Classifica delle canzoni”. Non so bene a chi serva nemmeno lei: se volevo sapere chi andava bene sulle piattaforme streaming, guardavo le piattaforme streaming. Però hanno fatto un pasticcio pure qui. Cercate di seguirmi ora (però datemi una mano, perché nello sforzo di seguire la FIMI è facile che mi perda anch’io).
Se Gué Pequeno, pubblicando il suo album, grazie al nuovo sistema viene spinto dagli ascolti delle canzoni in streaming al n.1 della classifica che chiamavamo “degli album” (la nuova “Classifica Supergiovane FIMI”) è ovvio che quegli stessi brani ascoltati soprattutto agratis affollino la nuova versione della “Classifica delle canzoni”, ricreando il problema in cui i raramente preveggenti britanni si sono imbattuti con i pezzi dell’album di Ed Sheeran che qualche mese fa hanno invaso la top hit delle Official Charts.
A suo modo, non è neanche illegittimo: se questa settimana un nonsingolo di Gué Pequeno è stato più ascoltato del singolo di Gabbani, in fondo questa classifica, malgrado il nome menzognero, sta facendo il suo dovere, anche se ora, conteggiando ogni pezzo degli album si toglie per sempre senso al “singolo” come erede del vecchio 45 giri. Eppure, ho il sospetto che questa estate consacrerà più Tra le granite e le granate che non Guersace (…titolo grandioso, comunque) o Scarafaggio o Relaxxx. Ulteriore paradosso: il “singolo” T’apposto, lanciato una settimana prima dell’album, malgrado il milione di view su YouTube (non conteggiati) arranca in classifica molto lontano da Relaxxx che il video su YouTube non ce l’ha quindi è più ascoltata sulle altre piattaforme,
Quindi di fatto pure la classifica delle canzoni non mi sta dicendo cosa ascolta la gente ma, più o meno, chi ha più fan. Forse la FIMI, a ruota dei britanni, ha fatto tutto questa tarantella per dirci a suo modo quello che dicono i social: chi ha il pistolino più cospicuo? Di sicuro, come bimbiminkia, FIMI e discografici inseguono i RT dei rapper che si fanno la guerra coi tweet e le stories. Ma è un sintomo del desiderio di sentirsi in un’industria rampante come il design e il food: sapendo che siccome la gente e i giornalisti non leggono i rapporti che testimoniano che la discografia è in ripresa, il miglior modo per dimostrarlo era una cornucopia di dischi d’oro e di platino come in una festa di paese. In fondo è anche molto utile se sei uno stilista e devi scegliere un rapper che indossi un vestito imperdonabile o occhiali da supercattivo, ma è di discutibile utilità se sei un cosiddetto addetto ai lavori o appassionato di musica.

 

Ultime considerazioni: non vedo benissimo gli artisti indie. Vedo benone gli artisti graditi a Spotify o Apple, da essi promossi a spron battuto. Detto tra noi io stravedo per Spotify, e malgrado deplori la Svezia (tranne qualcuna delle città meno globalone tipo Uppsala) la considero manna dal cielo. Però Spotify, oggettivamente, ha la trasparenza di Mastella. E un piccolo esempio sono la scoperta di tanti artisti “fake” dai numeri gonfiati per non pagare quelli veri o l’articolo di Avvenire in cui Gigio Rancilio racconta come il misterioso OEL (cantore de Le focaccine dell’Esselunga) sia stato nominato n.1 della classifica “Viral 50 Italia”. Quali sono i criteri? Ah, io ho smesso di fare domande a quelli di Spotify sui loro criteri, mi immergono tutti sornioni e svedesi nelle loro fumosissime “tendenze” e vapori pieni di algoritmi che non possono svelare.

 

Comunque non temete per me! In qualche modo mi farò una ragione di questa nuova burattinata. Non vi parlerò più di Pinfloi e di Miglior Vita.
Eventualmente finirò pure io per raccontarvi squarci toccanti della mia esistenza.