Tag: Sony Music

Benvenuti alla rap machine (TheClassifica 2/2022)

Benvenuti alla rap machine (TheClassifica 2/2022)

CarloMarx, LilliGruber, i rappinatori di Milano, la Fear Of Missing Out dei rapper italiani e Sick Luke n.1 con X2 e giù battute sulla schedina.

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Pre-cognizione del dolore. Vi ricordate la trap? Vi ricordate le nenie alla Profondo Rosso coi carillon, le strofine stupidine e maledettine, le basine monotonine, i guaiti in autotune che sottintendevano tanta piccola tragica tenerezza urbana? Vi ricordate quella smania collettiva di stabilire che era tutto una libidine, una rivoluzione, una nuova GENERAZIONE, cioè la Generazione Z ma proprio ZZZZZ? L’avvento dei Post-Millennials, la rottura col passato, la rottura della rottura, un futuro così luminoso che tutti avremmo messo occhiali scuri e avremmo deriso i boomer che non capivano, ahaha LOL i boomer. Vi ricordate tutti gli articoli col finto tono sgomento, le divisioni in partiti, quelli che Sferoso Famoso era un cretinazzo colorato e quelli che se non vi piace è perché siete diventati anzyani, e quelli che dopo averlo ascoltato novemila volte in modalità Cura Ludovico commentavano (su facebook, in modo che chi doveva vedere, vedeva): “Lo dico: a me piace?” Vi ricordate i vestiti da fagiani, e le discussioni sul birichino sciroppo viola e su quanto fosse effettivamente sballoso ed effettivamente illegale? Vi ricordate i manuali per capire il fenomeno che inseguivano qualunque quarantenne che leggesse un giornale? Vi ricordate gli articoli di Noiseyehiehi e di Rollin Sto o di Rocky T con i titoletti imbecilli e irriverenti, magari col “tu”, per rivolgersi proprio a TE, coi proclamini croccanti e ipergiovani “La trap ti spakka il kulo”, oppure “Se ti fa schifo Sferoso è perché sei vecchio buahahaha”, oppure “Sono stata a comprare la droga furba con Trappetto Pirlazzi e nelle prima settanta righe del vibrante racconto vi descriverò la panchina su cui ci siamo seduti volteggiando nella mia stessa prosa sbarazzina e prima o poi un caporedattore molto drogato di molta cocaina sarà molto colpito e mi inviterà urgentemente a collaborare con un giornale che paga soldi veri oppure verrò chiamata a fare da autrice in una trasmissione tv in cui tutti sono giovani e smart e finalmente potrò fare un selfie con Barbara D’Urso però ironico, anche se non del tutto, anzi sotto la foto ci metterò la scritta CE L’HO FATTA in maiuscolo e senza punteggiatura in modo che risulti ironica per gli amici ribelli che sanno che sono punk, e nel contempo chiarisca che sono autenticamente a zerbino per Barbara cui basta solo una parola e io sarò salvata”?
(…questo è il titolo, non il pezzo) (comunque è inventato, non cercatelo)
Vi ricordate i Bimbi di Charlie Charles, ovvero Ghali, Sfera Ebbasta, Izi, Tedua e Rkomi? Non tutti? Allora cominciamo col dire che uno di loro è
Il numero uno. Taxi driver di Mirko Martorana in arte Rkomi, 27 anni, milanese del quartiere Calvairate, è il sedicesimo numero uno diverso in 16 settimane tra i presunti album. Una rotazione impeccabile, come se esistessero solo tre multinazionali della musica e facessero a turno da brave compari che gestiscono il loro teatro di marionette con la logica dell’ortomercato – ma noi sappiamo che non è così! Che c’è vera arte là fuori e che il pubblico non è stupido, gli ITALIANI non sono stupidi, come ripete da quarant’anni il vicepresidente del Senato di detti italiani, Ignazio La Russa. Mirko Rkomi è in vetta sia tra i presunti album che tra i
Sedicenti singoli. Il suo brano Nuovo range, col featuring di Sferoso Famoso, veramente penoso, detronizza la #Musicaleggerissima di Pesce&Tino, mentre la viscosa e maleodorante Lady di Sangiovanni, Amico di Maria, scala un altro gradino verso la vetta e si sistema al n.3. Rkomi dà uno scossone che non si vedeva da tempo ai singoli e alla loro top ten bloccatissima, piazzando due brani anche al n.6 e al n.7, anche se per il resto tutto è uguale a quindici giorni fa, anche perché il singolo di Ultimo Buongiorno vita ha salutato anche il podio ed è subito sceso dal n.2 al n.11. Il quadro, da febbraio in poi, è questo: in Italia si ascoltano sempre le stesse canzoni, che arrivano da Sanremo o da Maria. O (attualmente) da Rkomi, che potrebbe frequentare comodamente entrambi. La classifica degli album invece denota una smania di novità e altrettanto rapida delusione che si sostanzia in un ricambio forsennato – cosa che probabilmente è complementare alla staticità dei singoli, in perenne loop nella top 50 di Spotifone. Ma torniamo all’album di Rkomi che in fondo è
Il numero 1 (parte 2). Due anni or sono in questa rubrica avevo speso paroline positive per il precedente Dove gli occhi non arrivano. Non le ripeterò. Il Taxi driver di Rkomi Martorana mi sembra scientemente insulso, ed evidentemente ho questa sensazione perché sono invecchiato – mentre Rkomi è ringiovanito, ha fatto un teneroso disco pop per 16enni con tante strofine pucciose, delle quali accludo qui un solo sample. Non posso perdere troppo tempo con questo disco, essendo un boomer di tempo ne ho poco, e certamente non lo spenderò per ascoltare una terza volta il suo disco a dispetto dei suoi featuring buoni per tutte le clientele (Irama, Gazzelle, Tommaso Paradiso Dei TheGiornalisti, Sferoso Famoso, Gaia, Tommy Dali, Ariete, Roshelle, Chiello FSK, Junior K, il PRODUCER Dardust, il PRODUCER Mace, il PRODUCER Night Skinny, e last but not last il PRODUCER Shablo). Intendiamoci, non è che debba arrivare Taxi driver a metà 2021 a sancire la fine della trap e di tutte le chiacchiere su di lei, nonché la vittoria vittoriosa del pop cioèurban all’italiana. Però da adesso in poi, carte scoperte: vuoi il pubblico di Maria? Okay, ora te lo puoi prendere e puoi dire di averlo fatto senza passare dal suo campo di concentramento. Ben giocata, Martorana. Una volta mi era parso che volessi qualcosa di più, ma hai ragione pure tu: che senso ha fare meno soldi di Irama quando puoi farne quanto lui? Nulla da dire. Né io, né te. Nulla, nulla, nulla da dire. Passiamo quindi al
Resto della top 10. Anche perché qui incontriamo un altro ex trappuso. Ma andiamo con ordine. . Esce subito dalla top ten il re della settimana scorsa, Franco126 – ho fatto appena in tempo a ostiargli dietro, che è già sceso dal n.1 al n.13, ahaha. Al suo posto c’è, come detto, Rkomi davanti a Madama e Gué Pequeno. Alle loro spalle, ci sono altre due bizzarre novità: entrano al n.4 David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright, che il tribunale, nella persona del Worm Your Honour, autorizzò a chiamarsi Pinfloi. L’album in questione è Live at Knebworth 1990. Sette brani, durata complessiva cinquantacinque minuti. Segnatevi questi numeri, come si suol dire. Perché al n.9 entra invece Tedua, che continua a raccomandarci di aspettare la sua Divina Commedia – nel frattempo però ha pubblicato sette freestyle in un presunto album intitolato Don’t panic: la traccia più lunga, con Chris Nolan e Sick Luke, tocca il minuto e 49 secondi. La durata complessiva dell’intero presunto album è di 10 minuti e 56 secondi, cioè meno di Shine on you crazy diamond dei Pinfloi che supera gli 11. E io direi che potete usarlo come argomento di conversazione.
Altri argomenti di conversazione. Tra le altre nuove entrate, Motta al n.26, e sono sorpreso, mi aspettavo un ingresso consono alla strana considerazione di cui gode. Entra al n.49 Rachele Bastreghi, la voce inconsolabile dei Baustelle. Se vi urge il raffronto, Francesco Bianconi era entrato al n.11. Diminuisce la presa di Universal sui nostri gusti: dopo aver superato più volte il 50% degli album in classifica negli ultimi anni, attualmente le tre sorellazze si spartiscono l’ortomercato con maggiore equilibrio: Universal 37 titoli in top 100, Sony 27, Warner 23; primato per la distribuzione indipendente ad Artist First, con cinque titoli. Infine, escono di classifica dopo 10 settimane Magica Musica di Venerus e dopo una settimana Niall Horan, il clone di Ed Sheeran – il cui penultimo disco rimane l’album da più tempo in classifica; ci sono dieci dischi in graduatoria da più di due anni, ma il suo segnetto Divide ha superato i quattro anni di permanenza consecutiva ed è a due settimane dal record dei
Pinfloi. Il cui The dark side of the moon, titolare del record in questione, stabilito tra il 2016 e il 2020, non è attualmente in classifica, forse perché la casa discografica lo sta strategicamente negando ai negozi. In tutto questo, The wall beccheggia dal n.55 al 62, e ne è cupamente tronfio. Giacché (…voi vi ricordate se per il momento della similitudine-dualismo, avevo già usato i virologi?) (non mi ricordo, scusate) (colpa del Covid) (sto usando questo alibi da – non so, non ricordo) The wall è Roberto Burioni, The dark side of the moon è Matteo Bassetti. Mentre Wish you were here è – lo sapevo che ci sareste arrivati subito – Massimo Galli.
Grazie per aver letto fin qui, a presto. Statemi bene.
Rapporto aMargine, primo semestre 2020: l’ANALISINA

Rapporto aMargine, primo semestre 2020: l’ANALISINA

Marracash e TheWeeknd ai primi posti. Meno importanza agli album. Stranieri al bando, donne in cucina… Ma ci sono anche dati meno incoraggianti.

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

Rapporto aMargine: primo semestre 2019 (aka l’ANALISINA)

Mi spiace dover premettere che questa Analisina sarà molto tecnica, perché sto cercando di vendermi come analista serio, non posso più intrattenervi come ai vecchi tempi. Mi spiace.
A proposito:

“Mi spiace”, dice il dottore al paziente: “Queste analisi dicono che le restano da vivere – mmmh, direi… sì, dieci”.
“EH? Come sarebbe, dieci? Dieci cosa – anni? Mesi? Settimane?”
“Nove”.

Bene, ora siete pronti a seguirmi in questo viaggio nella musica più ascoltata in Italia nel primo semestre del 2019. Venite con me nelle classifiche FIMI feat. Gfk.

Singoli. Ove fosse necessario dimostrare che in questo particolare campionato chi esce per primo ha ragione per forza di cose, la top 10 è costituita da brani entrati in classifica tra Natale e Sanremo (5-9 febbraio). Soldi di Mahmood, che è il singolo TOP della prima metà di quest’anno, è accompagnata da altri due brani presentati al Festival (Per un milione, Boomdabash, e I tuoi particolari, Ultimo). Tenendo conto dei cambiamenti nel concetto stesso di singolo, credo sia il miglior risultato degli ultimi vent’anni di Festival. Anche se parzialmente ridimensionato dal fatto che dal n.11 al n.30 compaiono solo altre due sanremate (Irama, Shade & Federica Carta) (…poi se volete cavilliamo sul fatto che Ultimo, Boomdabash, Irama e pure Shade&Carta, in top 30 ci entravano comunque) (en passant, vi dà fastidio se metto in bold le parti che vale la pena ricordare?) (è paternalistico?) La top 10 in ogni caso parrebbe premiare un genere soprattutto. Il genere piacione.

Ad ogni buon conto. Ora come ora, pare una buona idea fare Sanremo a febbraio. Anche perché, piccola curiosità che affascinerà chi di voi fa musica o la vende: pochissimi singoli in top 50 oggi hanno l’anzianità di servizio di quelli di Salmo o di Shallow di Lady Gaga o Sweet but psycho di Ava Max, entrate in classifica tra ottobre e Natale. Spiace che tante belle canzoni, fatte per durare, vengano defenestrate così alla svelta – ma dipende anche dall’armata di hit dell’estate che vengono scaraventate sul mercatino tra maggio e giugno. Comunque, se volete un consiglio, non pubblicate singoli a cui tenete tra ottobre e dicembre. Non c’è più una gran voglia di musica in quel periodo.

Per contro. Come convenivo col giovane collega Lapalisse, la presenza nelle zone alte della classifica di brani relativamente recenti è indice del fatto che sono piaciuti parecchio! Bad guy di Billie Eilish è entrata in classifica a fine marzo, come Old town road di Lil Nas X – ma la migliore performance in tempi ristretti è quella di Calipso (Charlie Charles, Dardust, Fabri Fibra, Mahmood, Sfera Ebbasta), dodicesimo posto ottenuto in sole 9 settimane. Wow. E pensare che qualche radical-chic ha storto il naso. E facciamoli, ‘sti nomi: io.

In top 10 ci sono sei canzoni italiane contro quattro straniere. Quando qualche ineffabile umorista (e anche qui facciamoli ‘sti nomi: sempre io) parla di sovranismo musicale, si appoggia per esempio ai dati del 2016 (nessuna italiana in top 10), o del 2017 (due italiane) o del 2018 (bang, sette italiane) (…potremmo dire che malgrado la chiara maggioranza, c’è un blando recuperino del globalismo) (ve lo confermo allargando il dato alla top 30: nel 2018 solo 10 straniere in top 30, nel 2019 sono 12) (nel 2016 erano 25 su 30) (lo streaming ha risvegliato nel POPOLO l’amore per le canzoni ITALIANE) (e se guardo i nomi di quel 2016, non è che ci fossero delle meteore, eh) (Alan Walker, Sia, J.Balvin, Maitre Gims, Coldplay, Justin Bieber, Shawn Mendes, Major Lazer, Rihanna, Drake, DNCE, Zayn, Adele) (semplicemente, lo streaming ci ha dimostrato che la nostra musica è più bella).

Hanno più di un pezzo nella top 30: Sfera Ebbasta (tre, due dei quali sono featuring), Mahmood e Salmo (il primo con un featuring, il secondo con una featurata, quella di Nstasia) (scusate per il termine “featurata”), e Ultimo. Che è l’unico che non ha coabitazioni, i due pezzi in top 30 sono solo a suo nome. Direi che finora è lui il boss di questo 2019, anche se non ha ripetuto l’exploit di Sfera Ebbasta, sette singoli (da solo o con rinforzi) nella top 30 del primo semestre 2018.
Il che mi fa anche un po’ pensare che non sia uscito un album molto forte.
(metto via questo pensierino per dopo)
A proposito di featuring. In top 10 ce n’è uno in meno rispetto al 2018.
Sempre a proposito di featuring: tra i primi 50 Ultimo compare cinque volte, contro quattro di Sfera Ebbasta. Che però quattro volte su cinque è in compagnia. Ultimo, non lo è MAI. Non è di molta compagnia. Ma è il più simpatico che ci sia.
Argomenti (maligni) di conversazione. Rispetto al 2018 latitano due nomi, che pure hanno pubblicato singoli in tempo utile: Ghali (n.54) e Fedez (non in top 100).
Altri argomenti di conversazione. Nel secondo semestre del 2018 sono poi uscite ben cinque canzoni alle quali sono bastati sei mesi o meno per vendere quanto o più delle cinque migliori del semestre iniziale. Ed erano tutte tormentoni estivi. Questo per ribadire che il Paese ha una tangibile voglia di leggerezza, insieme a una tangibile voglia di veder gente crepare rantolando.
Quindi, ora complimenti alle dieci che vediamo in cima, ma chissà domani su che cosa agiteremo le mani. Coi singoli ho finito. Credo. Ci vuole un bell’intermezzo.

Vinili. Queen, Pink Floyd.
E Pink Floyd e Queen. E Queen e Pink Floyd – e ovviamente i Nirvana. Ma c’è anche un italiano, ed è il più giovane di tutta la top 10 (Ligabue). Va beh, niente da commentare qui, no? Era giusto per fare una pausa spensierata.

Presunti album. Tre album di Ultimo e due dei Queen in top 10. Questo non lascia molto spazio al resto – ma colpisce vedere Paranoia Airlines di Fedez, quasi unanimemente considerato un flop (e i singoli parrebbero confermarlo) al secondo posto. Non che al terzo posto ci sia un album noto per essere un trionfo (Start di MiticoLiga). Proviamo a vedere se c’è qualche dato-setaccio.
(occhio che ora divento ancora più fiscale)

Un disco d’oro sono 25mila (per così dire) copie. Un disco di platino, 50mila. Nel primo semestre del 2018, sul podio ci sono cinque dischi di platino e mezzo (tre di Sfera Ebbasta, uno di Laura Pausini e uno e mezzo di Irama, che avrebbe ottenuto il secondo platino a luglio – e parliamo di un album che era uscito a giugno). Sul podio del primo semestre 2019, ci sono probabilmente tre platini e mezzo, perché se Peter Pan ne ha portati a casa tre in un anno, il 2018, è molto possibile che Colpa delle favole, uscito ad aprile, sia a tanto così dal secondo.
Insomma, quest’anno manca qualche disco di platino, lassù in alto.
Per contro, nella top ten della prima metà del 2019 ci sono sette dischi di platino già certificati, uno per ciascuna delle prime sette posizioni (il n.8, la Queen Platinum Collection, è fermo al secondo disco di platino ottenuto alla fine del 2018).
Anche nel 2018, soltanto i primi sette avevano superato le 50mila – per così dire – copie. E stando alle certificazioni, i dischi d’oro (25mila copie) erano solo per gli album fino al n.25. A quanto pare per il 2019, i dischi d’oro certificati entro la fine di giugno si fermano al n.23 (Izi, Aletheia).
Quindi, se siete d’accordo, nel 2019 abbiamo avuto meno – per così dire – vendite.
E visto che tra quei primi sette Ultimo ricorre due volte e i venerabili Queen una volta (con Bohemian rhapsody), i nomi che hanno portato a casa quei sette dischi di platino sono un pochino meno. Sempre se siete d’accordo, nel 2019 abbiamo avuto meno vendite complessive, meno album di successo e meno nomi capaci di vendere tanto – perlomeno tra gli album. Tutto questo mentre per finanziare una hit dell’estate ci sono le adunate oceaniche e i cartelloni pubblicitari in strada.

A questo punto qualcuno (facciamoli, ‘sti nomi: io) potrebbe dire che si vende meno perché gli album non piacciono e non interessano. E potrebbe notare che, al di là delle nuove modalità di compilazione delle classifiche che favoriscono i GIOVANI, bisogna pur incamerare il dato devastante del tour di Ultimo negli stadi, che non è così adolescenziale. Insomma, si era visto con Sfera nel 2018, lo vediamo con Ultimo nel 2019, siamo in pieno forsennato CAMBIAMENTO. Tanti nomi che vediamo nelle top 10 erano sconosciuti tre anni fa, come se il POPOLO non aspettasse che dei nuovi castigamatti cui tributare rapidamente il proprio entusiasmo irrefrenabile e convinto. Lo so, ricorda la politica. Sono anni che ve lo dimostro, che il mainstream è politica – ma voi niente, continuate a guardare Lilli Gruber. Eppure non ve ne voglio, e passo ad altri freddi dati.

Major league. Nel primo semestre 2018 Universal Music aveva 11 album in top 30, Sony 9, Warner 6, Believe 2, Artist First e Self uno a testa. Nel 2019 la quota di Universal supera la metà (18 su 30), Sony scende a 5, Warner a 3 (e l’anno scorso ne aveva quattro nei primi cinque), Believe sale a 3 (sempre Ultimo), Artist First resta a uno. Quasi tutta la musica che ascoltiamo in Italia viene da Universal. Beh, grazie, Universal.

Prima gli italiani. Nel 2019: cinque stranieri in top 30 (Queen, Billie Eilish, Bruce Springsteen, Imagine Dragons, LadyGaga & Brandon Cooper)
2018: due stranieri in top 30 (Ed Sheeran, Imagine Dragons).
Ehi, ve l’avevo detto che il 2018 è stato più sovranista del 2019. Ci stiamo ri-globalizzando. Beh, molto piano.

Pensavo vendessero di più. Vado dal n.70 in giù, okay? Anastasio, Elettra Lamborghini, Francesco Renga, Daniele Silvestri, Vinicio Capossela, Clementino, Liberato, Nek.
Poi, Sanremo – lo sappiamo – ha fatto un gran bene a Mahmood, e dei tre singoli in top 10 abbiamo già discusso fino allo spasmo. Ma ricordiamo un po’ anche le vittime di Sanremo. Gli album di Ex-Otago, Paola Turci, Arisa, Anna Tatangelo non sono entrati tra i primi 100.

Ma poi, significa qualcosa? Il successo, alla fine, è così intangibile. Quasi quanto questa analisi. No, anche di più! Perché tornando ai singoli: diciamo che quelli portati da Motta e Ghemon a Sanremo sono percepiti come accettabili successi, giusto? Beh, non sono nella top 100 dei singoli. Numeri troppo bassi: 4 milioni per Ghemon, 2 milioni per Motta.
E tuttavia. Diciamo che Spotify, da sola, non è tutto il mondo. E poi, Spotify ha un suo modo di spingere chi le piace tanto. Penso che lo faccia gratis.
(nel complesso, penso tante cose impensabili)
Comunque, intendo dire che accanto a Spotify nel calderone della classifica ci sono Apple e Deezer e Google e soprattutto TIM Music, allegra compagna degli italiani abbonati all’impagabile società di bandiera.
Però FIMI mi informa che a chiudere la top 100 ci sono nell’ordine, singoli di Nigiotti, Gazzelle, Achille Lauro e Dark Polo Gang.
Ebbene, per quei singoli i numeri di Spotify a semestre chiuso sono:

Nonno Hollywood – Nigiotti, 8 milioni di ascolti
Sopra – Gazzelle, 14 milioni di ascolti
C’est la vie, Achille Lauro & Boss Doms, 9 milioni di ascolti
Gang shit, Dark Polo Gang feat. Capo Plaza, 13 milioni di ascolti.

Concludo che non devo fidarmi troppo di Spotify. E che Nigiotti è più amico di altre piattaforme – magari Tim Music, appunto. Però concludo anche che 4 milioni di ascolti in cinque mesi su Spotify non bastano a una top 100.

Tornando agli album. Cosa possiamo aspettarci per il secondo semestre? Se per i singoli l’effetto accumulo, a fine anno, non è una garanzia di gloria perché l’estate dà una botta a tutto il comparto, è ancora più difficile prevedere cosa accadrà tra gli album. L’anno scorso uscire all’inizio dell’anno ha avuto un suo peso: nel 2018 il podio del primo semestre e quello dell’intera annata erano composti dagli stessi artisti: Sfera Ebbasta, Laura Pausini, Irama, e solo tre album usciti da luglio a dicembre sono poi riusciti a infilarsi nella prima decina (Salmo, Maneskin e Ultimo). Anche in questa classifica interlocutoria sulla quale sto pindareggiando, sul podio abbiamo album usciti nel 2019. E tuttavia, subito dopo, dal n.4 al n.9, abbiamo sei album usciti alla fine dell’anno scorso. E le vendite degli attuali primi tre sono così basse che è lecito aspettarsi un podio un po’ diverso a fine 2019. In caso contrario, abbiamo un problema.
Ma che importa, ne abbiamo tanti. E con questo, io e Analisina vi salutiamo.