Tag: Sfera Ebbasta

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

E i Maneskin e HarryStyles e gli ABBA e Blanco e i Pinfloi e la tipa dei Brass Against. E bisognerà parlare dei Pinguini Tattici.

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Addio a un genere che era in decomposizione anche da vivo. Ma quanto lo amavano i media.

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

La strada che porta a Plaza, e i problemi delle gatte italiane – TheClassifica ep. 4/2021

Ben ritrovati. Quanto tempo! Quante cose abbiamo da dirci! Cominciate voi? Ok, va bene, come volete, comincio io. Ma volete che vi parli di rap italiano, o di Pinfloi? Volete burro o cannoni? Posso darvi tutti e due. E lo farò, per Giove! Ma per una volta, iniziamo dagli
.
Altri argomenti da conversazione. Zero donne nella top 30 degli album. Ce n’è una nella top 20 dei singoli, ed è la nuova fenomena del pop moscino, Olivia Rodrigo, al n.16. Ma negli album, zero. Cioè proprio nessuna, LOL. Va beh, non è la prima volta. Se ricordo bene era successo anche a novembre. E comunque la colpa di chi è, del patriarcato? Dei boomer? Della destra? Dei media? Del panorama musicale che è pieno di urbanità dappertutto? Fact checking:
.
Classifica USA: due album in top 10 (Taylor Swift, Ariana Grande. Mentre Megan Thee Stallion, rapper femmina, è n.12).
Classifica Brexit: tre album in top ten (Taylor Swift, Little Mix e addirittura un gruppo di suore al n.5) (…ma non li salveranno. Non se Dio sente le MIE preghiere)
Classifica Merkel: Zwei album di Frauen nella top zehn: Ina Müller e Daniela Alfinito (non saltate alle conclusioni, è il cognome da sposata, lei è una schlagerona bionda).
Classifica Ridateci La Gioconda: une femme e mezza tra i primi dix: (Aya Nakamura, più Vitaa con Slimane)
.
E come vedete sto parlando dei primi DIECI. Da noi, zero nei primi TRENTA. Sono popoli più illuminati del nostro? Non è facile da accettare. Perciò a questo giro mi sentivo pronto ad azzardare una nuova teoria: forse la colpa è – tenetevi forte – del cosiddetto album, o quanto meno, di ciò che ne rimane, in tutti quei pezzi che escono contemporaneamente (con l’aggiunta, otto mesi dopo, di qualche pezzo che non c’entra niente, ma permette di inventarsi una versione deluxe). Col vostro permesso mi sono detto: in fondo a noi ITALIANI interessa ormai soprattutto la #narrazione, cioè le canzoni possono fare anche uno schifone imbarazzante, ma l’approvazione per l’album sottintende l’approvazione per il personaggio che ci racconta che viene dalla strada e che tutti sono invidiosi e il successo è solitudine però ci sono i bro e i fra. E in fin dei conti, sembrerebbe quello che tutti gli ITALIANI ormai vogliono sentirsi raccontare, da chiunque. Da Ultimo, da Sferone, e poi andando a ritroso in questi anni da J-Ax e Fedez Comunisticolrolex così come da Emma Marrone e pure da Elettra Lamborghini che sì, dai, pure lei più o meno viene dalla strada ad honorem e non a caso tutti sono invidiosi, e del resto pure IO vengo dalla strada e tutti sono invidiosi e io mi sento solo come un cane stupido ma so che ci siete voi, bro e fra e sista e cugi – e forse, ecco, ci vuole un album per dare consistenza a questa narrazione, i singoli non la possono puntellare. E per qualche bizzarra questione di aspettative, ai maschi si concede volentieri un album monocorde in cui ripetere sempre le stesse cose (ogni riferimento ad alcune superstar della nostra canzone d’autore è voluto. Ma non sono più così scemo da fare nomi, arrangiatevi). Mentre a una donna, fosse anche Baby K, è più difficile lasciarlo passare. E gli album delle donne di sesso femminile in gonnella, la gente non li ascolta. Che facciano, al massimo, i loro featuring nei pezzi dei maschioni – la loro #narrazione dev’essere quella… Beh? Cosa dite? Teoria che sta in piedi? Non ci sta? Non preoccupatevi, se cade sul proprio sedere non mi offendo di certo. Ma prendiamo ora
.
Il numero uno. Plaza di Capo Plaza per quanto mi riguarda è un buon disco. Se non ve la menate troppo con le parole (…una volta credevamo che nel rap fossero importanti. Ma ci sbagliavamo), tra musica e flow c’è un’ansia alla quale mi sento istintivamente di credere. E non so come dire, non ci sento quello strato di compiaciuta pallosità che il 90% dei PRODUCERS italiani spacciano per fighissima, finendo per convincere se stessi (…e un’orda di giornalisti musicali ipergiovani che sulla strada dovrebbero starci veramente, ma in mezzo alla carreggiata, al buio, vestiti di nero e con un secchio in testa). I primi pezzi sono faticosi da ascoltare perché uno tende a dare peso alle rime che sono sempre quelle, e quindi lui viene dalla strada, e sono tutti invidiosi, e ci sono i bro e i fra e il successo che però è un po’ triste. L’autonominato Giovane Fuoriclasse non si cura troppo di essere originale per convincere gli ascoltatori, tanto sono già convinti, vogliono già crederlo, è la premessa che li ha portati lì, quindi perché perder tempo con le parole per dirlo? Ma la musica e il flow ci sono, tant’è che alcuni di quei big che è andato a prendere per fare il grosso (Gunna, Sferoso Famoso, A Boogie Wit Da Hoodie) fanno una misera figura, descansateve niños. Ogni tanto una traccia fluisce nella successiva, come se il 22enne Luca D’Orso da Salerno non volesse perderci per strada – sempre la strada, la strada, c’è solo la strada, che ne sappiamo noi di un campo di grano. Tant’è che c’è un pezzo che si chiama (tanto per essere didascalici) Street. Contiene un campionamento da Dilemma di Nelly, con tanto di Kelly Rowland che fa “Oooh!”, uno dei dieci pezzi più famosi della storia del rap: dev’essere costato quanto tutti i proventi dell’album precedente di Capo D’Orso, intitolato 20, attualmente al n.35, uscito 145 settimane fa e da allora in classifica (fanno due anni e mezzo). Considerazione che ci porta di gran carriola nella sezione
.
Lungodegenti. Come il citato disco di Capo Plaza, sono in classifica da più di 100 settimane anche Re Mida di Lazza (esattamente 100), PostPunk di Gazzelle (113), Playlist di Salmo (116), Diari aperti/Segreti svelati di Elisa (118), Pianeti (152) e Peter Pan (155) di Ultimo. Poi c’è un disco in classifica da più di 200 settimane, ed è il segnetto ÷ di Ed Sheeran, pubblicato 204 settimane fa. E tutto questo, non so se ci siete già arrivati o lo avete letto altrove, implica che proprio nella settimana in cui è caduto il Governo Conte, è caduto – dopo 220 (duecentoventi) settimane anche The dark side of the moon dei
.
Pinfloi. Qualche giorno fa, mentre ero in mezzo alla strada, insieme ai miei bro e i miei fra, a sentire tutta la solitudine del mio successo, mi ha telefonato la redazione di una radio per chiedermi conto dell’uscita di classifica del prismone del 1973 con su Money e l’Eclipse e il lunatic in the grass. La speaker mi ha brillantemente introdotto agli incolpevoli ascoltatori come “Sentinello di The dark side of the moon”, e lì ho iniziato a ridere scompostamente perdendo, presumo, ogni autorevolezza (e se credete che vi dica di che radio sto parlando per andare a cercare una registrazione, siete dei great illusi in the sky). Ma con il piglio di chi cerca di dare un senso a quello che fa nella vita, ho fatto presente agli attoniti ascoltatori che The dark side of the moon era in caduta libera già da qualche settimana, e incredibilmente era uscito dalla top 20 dei vinili – e vi faccio presente che è stato per quattro anni il vinile più comprato dagli ITALIANI. Cos’è successo, allora? Ovviamente ho una teoria. Che si appoggia barcollante sul fatto che The wall è ancora in classifica al n.59 che se la ride (…beh, relativamente) e tra i vinili si trova al n.8 (sul podio dei 33 giri ci sono Capo Plaza, Samuel, e Harry Styles). Lasciando da parte per una volta la disposizione d’animo completamente opposta dei due dischi, che in un’epoca più cupa finisce per giocare a favore di The wall, forse c’è anche la possibilità che The dark side of the moon, anche come vinile, subisca il momentaccio dei negozi, essendo anche (o forse soprattutto) un oggetto che la gente ama prendere di persona, tenere in mano, portarsi a casa e coccolare con gli occhi. Prenderlo su Amazon, non ha nessun valore emozionale. Su Amazon puoi casomai comprare The wall, che peraltro è anche contento, se non provi emozioni in sua presenza (lo conosco, è fatto così).
.
Resto della top ten. Ridiscende al n.2 Sferoso Famoso, mentre Medioego di Inoki, che aveva debuttato al n.2, è già slittato al n.28. Restano al n.3 i Pinguini Tattici Nucleari, la band principale del lockdown, tanto che hanno un disco anche al n.9. Sotto il podio, al n.4 c’è Ernia e al n.5 i rapper della Sony (…ameranno molto questa definizione) con Bloody Vinyl 3. Poi al n.6 entra Samuel, e al n.7 c’è un disco non ITALIANO (quello di The Weeknd, uscito 45 settimane fa), al n.8 Persona di Marracash (65 settimane fa). Chiude la top ten il meglio dei Boomdabash. E non è un disco vuoto.
.
Sedicenti singoli. Al n.1 La canzone nostra, di Mace, Blanco & Salmo, la prova che se il rap italiano vuole può essere lagnoso come la musica leggera che mandava RadioRai negli anni 70, ed è suo diritto esserlo. Tra i primi dieci ci sono sette brani di Capo Plaza, guidati da Non fare così, al n.2; è un pezzo del tutto privo di featuring e tutto sad perché yeah, è finita con baby, e ognuno è andato – non lo indovinereste mai – uoh, uoh, per la sua STRADA.
.
Non benissimo. Gente, non so se ve ne ho già accennato: mi hanno tolto The dark side of the moon. Mi sento come se il nucleo del pianeta Terra fosse uscito per andare a fare un giro. Con chi posso sfogarmi? Provo a concentrare tutte le mie frustrazioni su chi dovrebbe avere motivo di essere più frustrato di me perché il suo #progetto non è andato benissimo in classifica. Per esempio, Ariana Grande il cui singolo è n.2 in USA, mentre da noi è entrato al n.82 ed è uscito subito. Credo dipenda dal fatto che gli ITALIANI non sanno che la canzone intitolata 34+35 dice un sacco di porcherie. Ariana dice che vuole Frequently Asked Questions fino all’alba (se ho capito bene), Doja Cat dice che vuole che la sua gatta spruzzi e schizzi e allaghi e annaffi ovunque (…spero abbia una lettiera enorme) mentre Megan Thee Stallion dice che la sua gatta è rasata e vorrebbe che qualcuno si comportasse da cane con lei. Alla fine torna a chiudere la questione Ariana, che siccome non ha molta fiducia nella scolarizzazione del suo pubblico spiega lentamente che se non ci siamo arrivati, 34 più 35 fa 69, e che vuol farlo anche lei, ci teneva a chiarirlo. Chissà se a risollevare le sorti delle gatte italiane in classifica sarà un singolo con queste vispe istanze. Per ora, Pezzo di cuore di Emma e Sandrina, dopo il n.2 iniziale è subito uscito dalla top 20 ed è al n.22, dove andremo a finire? (ancora più giù, direi). Non che vada meglio alle illustri Billie Eilish e Rosalia, il cui Lo vas a olvidar debutta con un diversamente prestigioso n.74 in classifica.
Concludendo, il singolo Famoso di Sfera Ebbasta, uscito DOPO l’album Famoso, è uscito anche dalla top 100, dopo sole 5 settimane.
E ne sono dispiaciuto almeno quanto voi.
Grazie per aver letto fin qui. A presto.
Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Primeggiano Marracash, Boomdabash. E pensare che invece nessuno si ricorda degli Ash.

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

E Marlon Blando è sempre lui. Uuuuhi. Uuuuhi.

Uno sferico niente. E basta – TheClassifica 49/2020

Uno sferico niente. E basta – TheClassifica 49/2020

Può darsi che io non sappia cosa dico. Ma ho la sensazione che la gran fanfara organizzata per FAMO$O di Sfera Ebbasta sia già scemata. Tutti quelli che lo ritenevano necessario hanno detto la loro. Da giorni, Sferone non fa nemmeno più notizia, pur essendo da due settimane
Il numero uno. L’unica comparsa nella fitta sassaiola delle news è data da un dito medio ostentato alle masse per festeggiare sui social il suo compleanno. Ecco, per me potrebbe già finire lì, nel gesto irriverente più ovvio, generico e blando dell’intero catalogo. La realtà è che Gionata Boschetti è la superstar più insulsa che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni, e siamo onesti: ne abbiamo avute a bizzeffe. Epperò il punto non è che sia insulso. Anzi, trovo interessante che a differenza di altri che almeno ci provano (perché Ultimo o Irama, fini come il cemento, ci provano), Sferone non ci provi nemmeno, ha la stessa simpatia e comunicativa di Cristiano Ronaldo o di un calamaro – due soggetti che come lui, potrebbero raccontare delle cose, hanno pur sempre visto il mondo da un angolo particolare a noi sconosciuto. Ma non lo fanno, e io non ho nemmeno tempo di chiedermi se non vogliono farlo o non gli interessa: ne posso solo prendere atto e valutare se questa scelta è realmente voluta – e quindi eventualmente costituisce, sant’Iddio, un messaggio (…alla fine, credo lo sia solo da parte del calamaro, che ha uno spessore personale più consistente).
Ma certamente il nulla plastico e traslucido espresso da Sferone è parte essenziale del progetto, è quello che ha permesso a tutti gli operatori dell’industria – dai discografici a noi patetici esegeti fino al pubblico adolescente – di proiettarci quello che potevamo. Ma la contropartita è che FAMO$O è, anzi deve essere totalmente vuoto. Non è nemmeno realmente irritante come poteva esserlo, poniamo, un disco dei Modà. Non ha nessuna consistenza come disco, e non intendo dire solo – non ridete – come espressione artistica, ma anche come oggetto di intrattenimento. Non è nemmeno un piccolo o grande passo in qualche direzione, e la presenza di featuring di pregio è semplicemente un appiglio per farci dire o commentare qualcosa, Marracash & Gué Pequeno, Diplo o Steve Aoki, Future o J Balvin ci sono per il nome che portano, tipo le poltrone Frau sui treni di Italo. Ogni suo suono e parola o tematica, nella sua impagabile piattezza e prevedibilità, sposta in realtà l’attenzione verso la sua intenzione, la costruzione, l’operazione, la dimensione, l’ambizione. E infatti nessuno è riuscito a giudicare realmente FAMO$O come disco. Ogni recensione, ogni valutazione da parte dei detrattori come degli entusiasti, partiva dal posizionamento, dal ragionamento commerciale su scala internazionale. Per quelli che hanno una certa età, il ricordo può andare a quando eravamo tutti servi, volenti o nolenti, di Gianni Agnelli, e la presentazione di una schifosa, insulsa Fiat Uno mobilitava ogni forza disponibile affinché nessuno affermasse che era in primo luogo un aggeggio con quattro ruote che doveva andare dal punto A al punto B. Allo stesso modo, FAMO$O non è stato giudicato come un aggeggio che trasporta musica (il fattore più irrilevante e superato, quello che non porterebbe niente nell’equazione). Non solo nessuno ha osato rischiare l’imbarazzo del ricorso ai basici, obsoleti concetti di “bello” e “brutto”, nemmeno declinandoli secondo l’imperante egolalia del critico contemporaneo (in sostanza: “Mi piace”, “Non mi piace”). Ogni aspetto delle canzoni che lo compongono è stato valutato in base a una domanda: “L’operazione funziona?”.
.
FAMO$O ha chiesto, ha imposto di essere valutato in base all’operazione, alla dimensione, all’ambizione. Se ne è parlato come di un telefono, di una playstation, di una app. E quindi l’interrogativo vero non è mai stato: è un buon disco? No, è sempre stato: funziona? È performante? Otterrà i risultati previsti su scala mondiale? E all’uopo, parecchi quotidiani – anche grossi, qualcuno ancora convinto di avere una dignità – e radio e tv si sono lietamente prestati, forse persino gratis, per inserirsi nella scia a fare da majorettes della macchina promozionale messa su da Sony e Spotify, diffondendo il dogma di FAMO$O “quarto disco più ascoltato nel mondo”. Beninteso, quarto negli ascolti su Spotify – gli stessi attendibilissimi stoccafissi svedesi che hanno messo soldi per la piccola carnevalata della piazza di Cinisello.
Già ci sarebbe da strabuzzare la faccia intera, ma voi capite che sono tempi in cui la credibilità dell’informazione vacilla in ben altri ambiti – così me lo sono fatto andare bene, ma sì, accetto tutto: evviva questo giuoco piacione di mandare bacini a Spotify o alle tre major, magari poi domani ci andiamo a lavorare come il collega Piffo o la collega Poffa, e vediamo finalmente i soldi veri. Ma personalmente, essendo estremamente miliardario, posso farmi qualche remora in meno – così sono andato a vedere in quali Paesi esattamente FAMO$O fosse decollato in classifica.
…Non l’ho trovato da nessuna parte.
Cioè, nemmeno in Belgio.
O in Grecia. Che una faccia, una razza.
Voi direte: ma in Spagna – come Raffaella Carrà e Tiziano Ferro, sarà andato bene in Spagna o in Messico, no?
No.
Non è in nessuna dannata top ten (o top 20 o 30). Ma pazienza, non è un mio problema. Il mio vero problema è che non solo io e i miei colleghi non abbiamo alcuna utilità nel valutare un prodotto attribuito a Sferone. Il dramma è che siamo noi, a essere valutati per quello che scriviamo di Sferone. Perché grazie alla concettuosità di un disco che non è bello, non è brutto, NON E’ (ebbasta), l’attenzione si sposta ulteriormente, e stavolta su quello che ho scritto. Perché l’avrò scritto? Perché questa valutazione laconica di Sferone? Cosa c’è dietro? L’ho scritto per anzianità galoppante, per ostilità al rap, per far parlare di me, per snobismo? Mi farà guadagnare punti presso la old school, me ne farà perdere altri presso la perennemente eccitata fazione nuovista e giovanilista? Ecco, questo intendo: è tutto talmente inconsistente, che persino le gnagnere di chi ne scrive diventano più interessanti.
Apparentemente.
Perché se vi devo dire la verità, io trovo l’intero balletto sempre più penoso, e non lo dico per stagliarmi controluce come ultimo cowboy della critica italiana, non lo sono (…anche se posso fulminare ancora molti tra i pistoleri delle giovani generazioni) (…ma più per colpa loro. I veri grandi vecchi saprebbero metterci tutti a posto, se volessero. Ma hanno abbandonato il corral quando i pozzi si sono esauriti).
L’unica cosa interessante sarà vedere se oggi MiticoLiga riuscirà a detronizzare Sferone dal n.1 della classifica dei presunti album. L’evento è previsto e pianificato. Ma non è detto che succeda. MiticoLiga ha dalla sua il ritorno con vendetta dello shopping sotto Natale e quindi i cd, il cui peso specifico vale più dei milioni di ascolti dello streaming da parte dei minorenni. Però non credo che andrò dal mio galoppino di fiducia pronto a puntare l’intero Recovery Fund sul primato del vecchio musone. Anche se me lo auguro. Se non altro, nel suo caso si parla di musica.
.
Resto della Top Ten. Con le sue fresche meditazioni su se stesso spalmate lungo tre album, Renato Zero è al n.2, e 6, e pure 11, e già basterebbe a farmi pentire di aver dissato Sfera Ebbasta; al n.4 e 5 ci sono gli Italian Songbook di Mina, al n.5 TZN Ferro, al n.8 gli AC/DC. Al n.8 c’è Michael Bublé, e se non me ne vado sbattendo la porta dalla rubrica che sto scrivendo è solo perché al n.9 c’è Miley Cyrus e al n.10 i BTS, insomma se non altro c’è del pop con un pensierino dietro.Tra l’altro, una top ten con ben quattro nomi non ITALIANI, dove andremo a finire?
.
Altri argomenti di conversazione. Però fateci caso, nel momento in cui Spotifone ha fatto convergere tutti gli ascolti su Sferone, il rap è sparito dalla top ten che ha invece occupato militarmente per tutto il 2020. “Ma ne guadagna tutto il movimento. Anzi, ne guadagna la nazione tutta”, ci dicono Quelli Che Ne Sanno, sporgendosi dalla loro Fiat Uno. L’unica buona notizia è che l’album dei Negramaro è già sceso al n.16 a 3 settimane dall’uscita – non giudicatemi male, sono un pover’uomo, mi attacco a queste piccole cose.
.
Sedicenti singoli. Rispetto alla settimana dell’uscita di FAMO$O con tutti e 13 i pezzi ai primi 13 posti, ora abbiamo qualche brano che si riaffaccia in top ten. Sul podio ci sono gli sferici Baby (con J Balvin), Bottiglieprivè, Tik Tok (con Marracash e Gué Pequeno). Ma al n.5 rientra il Superclassico di Ernia, uno dei veri pezzissimi del 2020, seguito dall’ostinato Gazzelle con Destri al n.6. Recupera anche Bella storia di Fedez, al n.8). Ma tutto questo 2020 si sta facendo pesante, perciò evadiamo leggiadri nel mondo spensierato dei
.
Pinfloi. The dark side of the moon, da 213 settimane consecutive in classifica (nuovo record italiano, come ogni settimana da due mesi a questa parte) sale dal n.37 al n.29 – toh, davanti al nuovo album di Fiorella Mannoia. The wall invece sale dal n. 72 al 59. E nell’eterno contrapporsi polare dei due dischi, è il momento di giocarsi la contrapposizione tra Apple e Microsoft: The dark side è ovviamente Microsoft, cioè il mondo come funziona (o non funziona) veramente – mentre The wall è certamente la proiezione paranoica di un’intelligenza malevola almeno quanto quella di Steve Jobs, e voi macintoshiani, sua genìa malvagia, lo sapete e vi pascete di tanta empietà. Ma grazie per aver letto fin qui: a presto.
Il 1980 è al primo posto e dice di averne diritto – TheClassifica 47/2020

Il 1980 è al primo posto e dice di averne diritto – TheClassifica 47/2020

A un certo punto si parla di donne nude. Chiamate gli amici!

2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

2016-2020: viviamo nell’epoca di The dark side of the moon, piaccia o no – TheClassifica 44/2020, pt. II

Non è più un disco normale, è un’entità trascendente. Ha seppellito tutti i suoi simili: è l’highlander degli album rock. Ma che ci fa ancora qui?

L’Italia ha finalmente zittito le donne – TheClassifica 44/2020 (side 1)

L’Italia ha finalmente zittito le donne – TheClassifica 44/2020 (side 1)

LATO 1
Da due settimane, la top 30 dei (presunti) album ITALIANI è solo di maschi. Quasi tutti maschi ITALIANI. Al n.1 c’è Letter To You di Bruce Springsteen, che è anche questo abbastanza simbolico, il Boss non è ITALIANO ma è sempre stato, e credo che la cosa non sfugga ai suoi discepoli, molto maschio. Non maschilista – ma certamente, vigorosamente maschione.
Ma il punto è che tra i primi trenta non c’è nemmeno una femmina (a dire la verità, nemmeno tra i primi 35, visto che Lady Gaga è al n.37) (siamo contenti però che ci sia lei che è un po’ ITALIANA). E questa cosa non era mai successa (nemmeno per una settimana) da quando per la prima volta si è tentato di quantificare e classificare quanti di quegli album con dentro la musica comprino ogni settimana gli ITALIANI.
Mi pare di capire che tra i cosiddetti addetti, sono l’unico a cui questa cosa fa effetto. Non ne ha scritto nessuno. Forse prima di scriverne qui nel mio angolo marginale ho anche fatto notare la cosa a uno dei miei capiredattori senza ottenere risposta, non ricordo con precisione (…so che sembra strano e sospetto, ma avevo una scadenza scalmanata cui pensare). E lo trovo impercettibilmente conturbante. Ho visto giornalisti e opinionisti mettersi a latrare in modo spasmodico per molto meno – perciò l’effetto che mi fa è indurmi a domandare a me stesso, maschio di greve conio, periferico, ragionevolmente propenso alle risse da strada, un tempo abbonato a una squadra di calcio, già sottufficiale dell’Esercito Italiano, apprezzabilmente preparato sui film con John Wayne, fintamente ben disposto nei confronti del pop ma in realtà pronto a saltare sull’attenti con gli occhi sbarrati ai primi colpi forsennati di John Bonham in Rock and roll del Led Zeppelin – a fare insomma a tutto ‘sto coacervo di maschitudine mesozoica che incarno da decenni la fatidica domanda:
“Ma che ti importa?”
È relativamente buffo, perché io da un lato sento che questa specie di record è importante, sento che mi conferma delle cose sul posto e l’epoca in cui vivo – ma forse invece non è vero, forse in realtà è solo un caso, è una coincidenza marginale, non dovrei perderci un solo minuto. Se fossi una persona avveduta dovrei avvedermi dai giornali e dai social, dalle ondate di titoli e post e hashtag e dibattiti accampati in significativi altrove, che le menti frementi e le anime animose che respirano l’aria di inizio secolo e ne comprendono l’essenza hanno tanto altro a cui pensare che non l’andamento settimanale di filastrocche e litanie di bamboloidi tutti attitudine. Oppure è pure peggio di così: sto puntando il mio puntuto dito su una questione irrilevante e già sgasata, che sapevano già tutti – guardate questo che arriva tutto esagitato, ma cosa vuoi sollevare? Anzi. Forse sto facendo mansplaining, sto additando all’interno di una smisurata nube di maschilismo tossico una trascurabile piccola esalazione della quale se fossi donna non coglierei precisamente l’urgenza, quando – tanto per cambiare – il problema sono io, che mi metto a sbruffare le mie scoperte dal mio piedistallino fatto col Meccano (trastullo vintage vissuto come roccaforte maschile preadolescenziale). E a suo modo è così, il mio è un problema da primo mondo, come diciamo nel primo mondo: mi rendo conto che questo muro di #narrazione musicale esclusivamente al maschile
(potete inserire battute facetissime sul n.9 di Achille Lauro da QUI
a QUI)
mi sta togliendo qualcosa, ci sta togliendo qualcosa, ma forse se fossi femmina avrei un listone di cose più significative cui attribuire un significato. Certo però che persino nell’America di Trump in questo momento c’è una femmina al numero uno (Taylor Swift). Non sto nemmeno a dire da cosa dipende, e non basterà il futuro n.1 di Laura Pausini a cancellare lo spaesamento (proprio nel senso del Paese) che mi ha causato questa esplicita cancellazione, la rinuncia ad ascoltare qualsiasi artista se nata con la valvola invece del pistone. Come se l’essere maschi fosse un aspetto musicalmente imprescindibile. In realtà probabilmente è una qualità rassicurante, preferenziale come nelle pubblicità che ho ascoltato su una radio nazionale oggi dalle 16.44 alle 16.49. Che mi decantavano i mobili fatti con la creatività ITALIANA, e subito dopo i supermercati che garantivano la qualità ITALIANA, e poi l’automobile che conciliava la tecnologia moderna con la tradizione ITALIANA e infine i vini che naturalmente rappresentavano delle eccellenze ITALIANE. Ma quello, devo confessare, ho sempre pensato che rientrasse in una specie di pensiero magico che ha sostituito il cattolicesimo, per cui durante la pandemia persino nelle valli bergamasche invece de la Madöna hanno messo il tricolore sul balcone, e ieri al centro commerciale Metropoli c’era una bancarella che vendeva mascherine con scritto CUORE ITALIANO. Invece, da rozzo inclita che sono, ecco che mi ritrovo a farla più semplice e ipotizzare che semplicemente siamo gli stessi di cento anni fa, in trepidante attesa che il fascismo ci riporti alla casella del Via! Certo, in quel caso, tra il nuovo lagnoso singolo di Sfera Ebbasta attualmente al n.1 e i brani del Regime sul maschio italico grande amatore tipo Ziki-Paki Ziki-Pu, andremmo a perderci qualcosina dal punto di vista ritmico. Poi d’accordo, il testo di BottigliePrivé di Sfera è insulso e nauseante ma perlomeno non lo è per esigenze politiche. Che io sappia.
Però una ipotesi più consistente su questa assenza femminile dalla classifica ce l’ho, e riguarda non solo le artiste femmine, ma anche le ascoltatrici femmine. Apparentemente, 1) il meccanismo dello streaming e il tramonto del cd favoriscono la attuale preminenza in classifica dell’ascoltatore adolescente maschio (anche un po’ zuccone e monotematico, propenso ad ascoltare 80 volte al giorno la stessa traccia del suo supereroe preferito per apprezzare i superpoteri con cui sconfigge i suoi perfidi nemici. E, 2) le damigelle ITALIANE non sono un bersaglio facile. Non c’è UN genere con cui portarle a casa, si va dal pop di Amici a quello internazionale all’indie italiano rantolone – e ogni tanto, quando la discografia italiana lo concede, qualche rapper donna, da Anna a Madame a Mara Sattei. Oltre, sia chiaro, ai rapper maschi – sarebbe sessista escluderlo. E al rock and roll. In effetti secondo i Queen erano le ragazze col sederone a tenerlo in piedi. Ma non ne fanno più.
 
(fine del lato 1) (il lato 2 riguarda invece…)
Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

E poi Jake La Furia e Berlusconi, Emis Killa e Barbara D’Urso, gli FSK Satellite e la mala milanese. Va bene, l’ho presa un po’ larga.

Tormentonia 2020 – Tutto il letame che chiediamo

Tormentonia 2020 – Tutto il letame che chiediamo

Tutto l’alcolismo, il telefonismo, il cretinismo di una nazione fiera della sua banalità.

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Gué Pequeno and the infinite sadness – TheClassifica 27/2020

Pre-visto. Non so quali rapper italiani abbiano pensato “Mmmh!” alla notizia che Kanye West (forse) si candiderà alla presidenza degli USA. So che da noi J-Ax avrebbe delle possibilità. Escludo che Fibra o Marra possano essere vagamente interessati. Fino a ieri avrei pensato casomai che uno che avrebbe potuto farci un pensiero potesse essere Gué Pequeno, ovviamente dopo essersi informato sulla paga. Non posso più pensarlo dopo Mr. Fini, l’album con il quale è tornato al

Numero uno. Mi aspettavo che zio Gué facesse un album totalmente zarrogante, con le allusioni iper-pop smaccate come aveva fatto riprendendo Oro di Mango o El Trago dei 2 In A Room. Mi aspettavo di vederlo mettersi a capo di una parata twerkante, pronto ancora una volta a calpestare compiaciuto l’idea stessa di credibilità, sfidando chiunque a dire che non può farlo. Invece, è stato quasi uno choc: in Mr.Fini non c’è traccia dell’ineffabile Hugh Guèfner. È un disco di una tristezza inaspettata, anche quando snocciola quelle rime smargiasse che ha insegnato a due generazioni di rapper italiani (“Il mio stato su WhatsApp, fratello, è sempre: Sono in banca” “Io sono la cultura, pura, cruda, cien por ciento”; “Il mio rap è troppo grande, fra’, in Italia è solo un bimbo”, “Vi abbasso l’autostima, perché le fighe di voi rapper le ho schiacciate io prima”. “Sputo su una generazione in posa: conosco i veri Tony, conosco i veri Sosa”).

I primi tra i 17 pezzi (non pochi) dell’album ribadiscono a più riprese che Cosimo Fini alias Gué Pequeno ha gli amici loschi che stanno o dovrebbero stare in galera per il bene di tutti. E malgrado qualche rima divertente e il flow sempre ad alto livello, istintivamente viene da skippare in cerca di canzoni farabutte e irresistibili alla Milionario, un po’ di fanfara per far due ghignate. Ma non ci sono. Andando avanti è sempre più evidente che il gangsta-movie non è di quelli allegri, è più tipo lo straziante Blow di Ted Demme, fratello del più noto Jonathan – morto giovane, molto probabilmente a causa della cocaina. Voi capite che non è facile sentire Gué Pequeno (l’autoproclamato Gué Pecunia) che inizia a pensare malinconico ai ciliegi a Saigon, che confessa “Penso alla mia carriera assurda, più che decennale: è inversamente proporzionale al disastro della vita personale”, o “Questo successo è una persecuzione: è solo l’intro di un’introspezione”. Per poi, nel pezzo in cui chiama per il featuring Sfera Ebbasta (non proprio il Luigi Tenco del rap), sprofondare l’ascoltatore in pieno IanCurtis, con: “La morte mi ossessiona. E che il mio corpo muoia, e che l’anima viva lo sai, non mi consola. Pensavo di essere meglio (…) Non sconfiggerò i miei demoni. Quest’asfalto e questi errori non mi hanno insegnato niente. I flashback mi hanno flashato: il passato torna sempre”.

I miei consiglieri che hanno in mano il polso del pubblico rappuso mi dicono che l’album non ha esaltato gli ascoltatori medi della musica verbosa che tanto piace ai giovanetti. Qualcuno ha anche fatto il confronto con Persona del suo amico Marracash, che Nella Mia Umile Opinione è tutt’altra roba. Personalmente temo che sia un disco molto vero e, come detto, abbastanza dolente. Non mi meraviglio che ciò abbia contrariato qualche fan. Non so se la prossima settimana Mr. Fini sarà ancora al n.1 tra i presunti album. Ma anche se mi metto tra gli scemi che avrebbero apprezzato il Gué più fagiano e sin verguenza, devo dire che apprezzo il coraggio di fare un disco completamente diverso da quello che ci si aspettava da lui. Certo, poi questo tipo di complimento ricorda quella scena di Jerry Maguire in cui quelli che applaudono e gridano “Bravo!”, si bisbigliano tra loro “Lol, si è scavato la fossa”. Ma non credo sia così, penso che senza troppi problemi lo zio Gué tornerà a fare i dischi con le hit – ora si è semplicemente concesso il disco che aveva voglia di fare. E conosco un bel po’ di artisti straordinari che se ne guèrdano benone.

Resto della top ten. Di rappuso in rappuso: i due che hanno preceduto Gué al n.1 della classifica dei presunti album scalano di una sedia come in pizzeria: Ernia si accomoda al n.2, Tedua al n.3, e seduti al tavolo, sulle prime cinque sedie ci sono solamente rapper italiani maschi. Dopo Ghali (n.4) e Marracash (n.5) entra al n.6 Frah Quintale, che rapper non è più, in fondo ce n’è già troppi. Escono subito e con violenza dai piani alti Bob Dylan (dal n.4 al 24) e Neil Young (dal n.10 al 65), ma con il live Spirits in the forest entrano al n.7 i loro coetanei Depeche Mode (…per chi ha meno di 25 anni, da 26 a 96 siamo tutti coetanei). Chiudono la prima diecina Random, i Pinguini Tattici Nucleari ed Elodie. Ma so che scalpitate per la classifica dei Sedicenti Singoli, che a luglio e agosto ribattezziamo

Classifica degli Azzeccatissimi Tormentoni Estivi. È l’ora segnata dal destino: la fresca e disimpegnata Karaoke permette a Sandrina Amoroso e Boomdabash, i RE MIDA dell’Estate, di riportare al n.1 Lu Salentu, uè, uè, perepepé, spodestando Mediterranea di Irama che comunque è lì che ringhia al n.2; mantiene il n.3 M’Manc, le lacreme napuletane supergiovani di Geolier, Shablo & Shferebbàst. Entra al n.4 la fresca e disimpegnata Non mi basta più di Baby K featuring Chiara Ferragni. Non so se siano più QUEEN loro oppure siano più QUEEN Giusy Lamborghini ed Elettra Ferrari, ma sospetto che queste ultime siano più QUEEN CIOÈ DEFINITIVE; malgrado ciò, la fresca e disimpegnata La Isla antra solo al n.76 – però per qualche motivo a me ignoto è uscita di lunedì invece che venerdì, quindi calcoliamo perlomeno un n.66. Che al momento è la posizione occupata da Balla per me di Tiziano Ferro & Jovanotti. Ah, spiace! Tanto. La cringissima eppure fresca e disimpegnata Ciclone di Ketra & Elodie feat. Mariah, Gipsy Kings e Qualcuno Che Non Mi Ricordo scende dal n.17 al 32, ma non per questo siete autorizzati a sperare in un mondo migliore. La fresca e disimpegnata Una vita da bomber di Bobo Vieri, Nicola Ventola (zio cantante) e Lele Adani (mondo bastardo) entra al n.93. Il mio timore è che là fuori, le radio e YouTube e i bar delle spiagge e gli animatori dei villaggi faranno del loro meglio per rovinare queste nostre iniziali illusioni.

Altri argomenti di conversazione. Tornando agli album, Mi ero perso il cuore di Cristiano Godano è entrato al n.56.

(…onestamente, non so quanto vorrei essere parte di una conversazione di questo tipo, però ho fiducia in quasi tutti voi. So che basta darvi un cappello, e potete tirarne fuori una coniglietta di Playboy. Ed è il motivo per cui vi frequento)

Ok, ve ne do un altro. Gli album di Ultimo hanno iniziato a scendere, in questo momento solo Colpa delle favole è in top 30 al n.26.

(questo va meglio?)

Lungodegenti. Il segnetto ÷ di Ed Sheeran, entrato 174 settimane fa, tiene a bada il pelotòn degli inseguitori, il cui leader è Rockstar di Sfera Ebbasta da 128 settimane, seguito dalla squadra di Ultimo con Peter Pan (125) e Pianeti (122), poi da 20 di Capo Plaza (115 settimane di fila) e Potere di Luché (uscito 105 settimane fa). Poi, ovviamente fanno gara a sé i

Pinfloi. The dark side of the moon è in classifica da 191 settimane consecutive, però scende dal n.55 al 69 mentre The wall scende dal 67 all’84. Non è stata una buona settimana, né per l’alienazione né per la paranoia. Lo so che non lo avreste mai detto. Pure, il Pinkfloydometro è lì a testimoniarlo: c’è serenità in giro, diffusa da qualche incosciente. Proteggetevi.