Tag: Rolling Stones

Charlie Was

Charlie Was

Charlie Watts su un pianeta non suo.

Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

Altri argomenti di conversazione. Di solito, magari qualcuno lo ha notato, inizio questi sermoncini con un prologo – ma il vero scopo del giornalismo musicale contemporaneo è compensare la piattezza montante: sono così poche le scintille che dobbiamo tirare noi dei petardini. Tanto, anche se ci scoppiano in faccia, quasi tutti ce la siamo giocata da tempo. Così, per creare un po’ di spiazzamento blandamente significativo, vi informo con aria sapiente che questa settimana mi è capitato di notare che la dance-hit degli anni 90 No limit del gruppo del Benelux 2 Unlimited inizia con un call e response classico: “Let me hear you say yeah!!!”. Solo che la folla risponde “No!”. Non me n’ero mai accorto perché davo per scontato che la risposta fosse “Yeah!”, era come un percorso neuronale obbligato. E so che è un po’ tardi, oggi, per farne un argomento di conversazione realmente vincente – ma nel caso, potete anche bofonchiare qualcosa sul fatto che l’imprevedibile si nasconde meglio proprio dove non l’avevi previsto. Ed è questo che ci porta a

Il numero uno. Nella classifica ITALIANA dei presunti album balza al comando un disco pop (naturalmente ITALIANO) – ed è Crepe di Irama, che detronizza Mr. Fini di Gué Pequeno (ora n.2). Scala di un posto anche Gemelli di Ernia, ora terzo. Bene: è la settima volta, nelle 36 settimane del 2020, che un artista che non sia un rapper italiano si trova al n.1. Non sono molte, no. Nel piccolo club ci sono Brunori SAS, MeControTe, Pearl Jam, Lady Gaga, The Weeknd e Achille Lauro. Se ci fate caso, gli italiani nonrapper sono tre. E uno di loro, volendo, è un ex rapper. Irama, invece, è pop, giusto? Più o meno. Essendo uno che sa stare al mondo, Irama non si è sciupato a fare un vero album, non con il mercato dei cd colpito duro dalla pandemia e impossibilitato ai firmacopie. Crepe dura 23 minuti, e solo 14 sono nuova musica: Arrogante è il singolo spiaggioso dell’anno scorso, Mediterranea quello di quest’anno – molossi da 50 milioni di ascolti, che nessuno dei brani inediti si può sognare.

FutuIrama. Filippo Maria Fanti, 25 anni, da Carrara, cresciuto a Monza, non è al suo primo primato, ormai un po’ lo conosciamo. Non fa mai niente che possa sorprendere. Il che, in teoria, non è molto pop. Ma dopo aver fatto la sua gavetta (un quasi inutile Sanremo Giovani, la freddezza dei discografici nei suoi confronti, mesi a dimenarsi tra le squadrette bianche e blu e i giudici del teatrino di Amici) Fanti ha imparato a stare al mondo. Da tre anni ogni sua produzione va al n.1, e da tre anni offre la più ineccepibile sintesi di tutto quello che si richiede a un idolo pop italiano. Bello e tormentato, passionale e lamentoso, Sferico e Ultimoso, è l’incompreso di massa sufficientemente furbo da puntare su un’immagine da bad boy per 13enni (“Lo so che tuo padre preferisce quello scemo, dice sarò sempre un delinquente coi segni sulla pelle”) e da rappare in qualche brano, usando espressioni che sembrano la parodia del rap contemporaneo più banale e insulso: “Seguo questo flow, sento il movimento che si muove lento, non ho fretta scendo, in strada fanno bro (bro) – tra i palazzi in centro, sotto un cielo argento, cerco l’universo”.

(ovviamente, è una mia opinione che rime come queste siano banali e insulse: tra i critici rap che sanno stare al mondo, si spinge tutto a forza nel concetto di rap game, in base al quale l’insulsaggine è anch’essa stile)

Ma al di là di quegli sfoghi da artista malmostoso che inserisce in almeno un pezzo per album (in questo caso, Eh mama eh), le sue tre canzoni più ascoltate in streaming sono i tre brani spiaggiosi Nera, Arrogante e Mediterranea, uno per ognuna delle ultime tre estati. E non ha solo capito il mercato, ha capito qualcosa in più. Perché il momento più clamoroso e rivelatore del suo quarto d’ora di nuova musica è la strofa che trent’anni dopo Bella stronza di Marco Masini regala a una nuova generazione “Nella testa pensieri strani se mi tocchi con quelle mani – poi mi dici che non lo ami, con il culo sul suo Ferrari”. È un’intuizione non da poco, un immaginario rancoroso passato di padre in figlio, per far palpitare le figlie con le stesse parole che turbavano le madri. E soprattutto, è come se ci dicesse che abbiamo buttato via tre decenni, che il nostro pop è regredito con gioia, che finiremo schiacciati da Sanremo e dilaniati dagli azzeccatissimi tormentoni estivi. Forse in questo Paese non si ascolterà mai più musica che valga qualcosa, ma non ne farei un dramma: la piattezza e prevedibilità non potrà che aumentare in tutti noi la produzione di articoli brillantissimi, e di commenti sagaci sui social. Fareste cambio?

Resto della top ten. Dietro a Irama, Gué ed Ernia c’è una nuova entrata prestigiosa: la compilation Rtl Power Hits Estate 2020, tre cd contenenti tutte le azzeccatissime hit estive, con l’aggiunta in fondo dell’Inno di Mameli suonato da Federico Poggipollini, per ricordare a tutti noi come è importante sentirci ITALIANI. Vi state sentendo ITALIANI in questo momento? Non è mai abbastanza, amici, e voi lo sapete. Poi, in mezzo ad altri quattro rappusi (Geolier, Tedua, ThaSupreme e Marracash) al n.7 ci sono i Pinguini Tattici Nucleari (…sì, ancora). All’ultimo posto disponibile della top ten c’è la seconda più altra nuova entrata, Smile di Katy Perry – unica femmina e unica straniera. Non ce la fanno invece i Metallica con la San Francisco Symphony Orchestra (n.13).

Ma a proposito di stranieri. In queste ore salta fuori una notizia curiosa sulle charts del Regno Unito, che io deploro (sia il Regno Unito che le sue charts). Ovvero, la ristampa di Goats head soup (1973) dei Rolling Stones è gomito a gomito con Zeroes (2020) di Declan McKenna per il prossimo n.1 in classifica. Ora, malgrado le strazianti rivalutazioni che spettano a qualunque cosa sia adeguatamente coperta di polvere, Goats head soup resta un disco mediocre e svogliato, e gli inediti sfoderati per renderlo appetibile non migliorano la situazione: vederlo andare al n.1 in epoca moderna sarebbe una testimonianza eloquente che se l’Italia piange, Brexit non ride. Peraltro, se ascolterete l’album del giovane McKenna, noterete che grida “1973” pure lui, per come ricorda gli ultimi fluttuanti barlumi del glam-rock. Deprecando i britanni, spero che confermino ogni mia acrimonia nei loro confronti mandando al n.1 l’album più bolso dei Rolling Stones. Però non menzionavo questa circostanza per consigliarvi un disco (giammai!), quanto per notare che Spotify alla mano, i brani di McKenna (quelli nuovi) stanno facendo gli stessi numeri di quelli nuovi di Irama, se non inferiori: siamo poco sopra i 200mila ascolti. Forse i tempi in cui guardare a quel mercato con senso di sparuta inferiorità sono passati. Ovviamente sto parlando di mercato interno: se poi torna a farsi viva Adele, è ovvio che inizia un altro campionato un po’ globale. Comunque vorrei proprio vederla, Adele, uscire con un singolo a giugno e misurarsi con le nostre

Azzeccatissime Hit Estive. Qualunque cosa venga decisa dalle tante serate televisive di fine estate, la gerarchia tra i sedicenti singoli vede Ruocc’ Hunt e Ana Mena conservare il primato con A un passo dalla luna e rintuzzare la concorrenza di Karaoke di Boomdebésc e Santrìna Amoroso (n.4): sul podio oltre a Jerusalema c’è ora Hypnotized di Purple Disco Machine & Sophie and the Giants. Il che significa, cari miei, che per la prima volta dopo cinque anni sul podio c’è una sola canzone ITALIANA. Sudafricani, tedeschi, tutta gente che stava ancora nelle palafitte quando NOI già cantavamo canzoni cretine. Al n.5 c’è Ernia con Superclassico, che putacaso ribadisce l’amara esperienza di Irama, però con la sorella al posto del padre: “Davvero non ti han detto che non sono il tipo, da guardare a una festa, un pessimo partito – in fondo pure tua sorella ha detto lascia stare, ché con quelli così, si sa che ci si va a inguaiare” (spiace non sapere che macchina ha il “vecchio ragazzo” di lei che “è un coglione galattico”). Al n.6 ci sono Fred De Palma e Anitta con Paloma, al n.7 Irama con Mediterranea, al n.8 Chico (Gué Pequeno, Rose Villain, Luché), al n.9 M’Manc (Shablo, Geolier, Sfera Ebbasta), al n.10 Non mi basta più (Baby K & Chiara Ferragni). Irama resta l’unico che si presenta da solo, senza featuring. E anche di questo bisogna dargli atto.

Lungodegenti. Ci sono sette album in classifica da più di due anni, e in autunno potremmo arrivare a dieci. Per ora abbiamo il segnetto ÷ di Ed Sheeran (183 settimane), Rockstar di Sfera Ebbasta (137 settimane), Ultimo con Pianeti (131 settimane) e Peter Pan (134 settimane), 20 di Capo Plaza (124 settimane) e Potere (il giorno dopo) di Luché (114 settimane). Ne manca uno, perché è dei

Pinfloi. The dark side of the moon ha compiuto 200 settimane consecutive in classifica dal suo ultimo ritorno in top 100. Le festeggia al n.71, sette posizioni sopra The wall. La settimana scorsa avevo unilateralmente sentenziato che il primo è per chi ama i cani, il secondo per chi ama i gatti. Mi sento in dovere di fare ulteriore chiarezza nella insidiosa rete dei dualismi, affermando che The dark side of the moon è per chi preferisce fare la doccia, The wall per chi predilige il bagno in vasca. Mi pare così evidente che mi rifiuto sdegnosamente di dare spiegazioni.

Grazie per aver letto fin qui, a presto.

A-wop-bop-a-loo-bop, a-wop-bam-boom

A-wop-bop-a-loo-bop, a-wop-bam-boom

E il bello è che ho scoperto solo quest’anno che non era per niente piccolo – o come si direbbe oggi, “Lil”.

Cosa resterà della Fase1

Cosa resterà della Fase1

Ma sicuramente ho lasciato fuori qualcosa.

Polemistan 5 – Le migliori polemiche del settembre 2017

Polemistan 5 – Le migliori polemiche del settembre 2017

Che invidia. Con tutto l’impegno che ci mettiamo noi musichieri, ma anche i vicini di stamberga dell’editoria, della cultura, e persino i rettiliani Netflixiani, ecco che la polemica più bella di settembre l’hanno avuta gli estinguendi per eccellenza: i cinefili. E questo grazie al Mullah dei critici, Goffredo Fofi, che mulinando il suo mazzafrusto si è scagliato contro il nuovo album di Hans Zimmer, Dunkirk (quello accompagnato da un videoclip di Chris Nolan di un’ora e tre quarti) e i suoi apprezzatori:
“Gli pseudocritici del web, vittime consenzienti della stupidità programmata dai poteri (web = ragnatela, in cui il capitale contemporaneo cattura e divora o, al meglio, castra i moscerini che siamo) ma la perdita di senso dell’esperienza, e in questo caso dell’esperienza estetica e prima ancora morale, va combattuta con tutte le (poche) armi che si hanno a disposizione”.
Michele Silenzi, sul Foglio, ama tutto quello che odia Fofi, da Dunkirk a La la land, e sdegna: “La recensione di Fofi svela l’ideologia in cui sguazza certa cultura”.
(quando leggo “certa cultura” penso che sia mancato il coraggio di scrivere “certa sinistra” – però lo scopo è farli sembrare sinonimi, non è vero?)
È una bellissima polemica da Armageddon critica, un po’ come se Castaldo (…perché Bertoncelli è gran faina e non lo farebbe mai anche se lo pensa) indirizzasse i suoi strali verso le recensioni delle mie consimili vittime consenzienti – io a dire il vero mi sento parte di un sottoinsieme: non sono vittima consenziente, sono vittima tonta. Se ho dato il consenso a qualcosa qui è perché ho firmato da qualche parte dove c’erano le crocette tipo i contratti da sedici pagine delle banche – “Ne metta una qui, e una qui, e una qui, e un’altra qui, un’altra e poi ancora due e poi un’altra e abbiamo finito”. Però mi scuote un brivido a quelle parole: “La perdita di senso dell’esperienza estetica e prima ancora morale va combattuta con tutte le armi a disposizione”. Perciò ECCOMI, Goffredo, a prendere indefessa posizione sulle polemiche musicali del mese. E al primo posto, ci sono senz’altro
1. I Rolling Stones a Lucca: è polemica – n.1 (High tide and green grass): sono vecchi.
Ah, davvero.
Wow. C’è gente attenta, in giro.
Okay.
2. I Rolling Stones a Lucca: è polemica – n.2 (Through the past, darkly): suonano male.
Questo è già più interessante. Ma anche qui: vi accorgete NEL 2017 che Keith Richards va per conto suo perché lui è lui? Lo fa dal tour del 1982, e quel sant’uomo di Ron Wood diventa scemo a mettere toppe. E comunque: la sua compiaciuta debosceria non è uno degli aspetti per cui smaniate per lui e avete comprato la sua autobiografia? E dai, su.
3. I Rolling Stones a Lucca: è polemica – n.3 (Jump back): pagare 115 euro per vedere DEGLI ALBERI.
(non nel senso delle vecchie quercie sul palco) (proprio alberi, alberi infiniti e lucchesi, tra palco e realtà)
In un’intervista un po’ incauta al Tirreno, Mimmo D’Alessandro ha spiegato che per vedere meglio bastava pagare di più. «Era un concerto rock, non una prima alla Scala. Forse chi si lamenta non è mai stato a un evento di questo tipo. Chi è appassionato di questi eventi arriva prima per prendere i posti migliori e non si sposta neppure se l’ammazzi. Ad andare in bagno non ci pensa proprio. Se uno non è abituato può starsene a casa e guardare l’evento su Youtube». Francesco Prisco, sul Sole 24 Ore, pare solidale e stigmatizza il tipico esposto del Codacons: “Ci sarebbe da dire che in tanti anni che seguiamo concerti, tantissime volte ci è capitato di non vedere il palco”, si vanta.
(e qui potrei rievocare Fofi e la faccenda della perdita di senso dell’esperienza).
Però a me questa idea di concerto come momento feroce di selezione darwiniana piace molto, penso sia un aggiornamento importante delle teorie Debordiane sulla Società dello Spettacolo: lo show non vi deve PIACERE (pah!): oscuro è il Suo disegno e misteriose sono le Sue vie.
Ma a proposito di show ed epifanie,
4. Il tour di Jovanotti si ferma ad Acireale e non a Eboli, rovinando un titolo che da solo avrebbe dato fama e ricchezza a milioni di titolisti. Il punto è che fa tipo novanta concerti al nord, dieci al centro, e poi una scorribanda lontano dall’Italia: Zurigo, Vienna, Acireale. Al sud mancano gli spazi, sarebbe la giustificazione. Dato che fa 10 concerti per 12mila persone a sera a Milano e otto a Firenze per 7800 persone a sera, potrebbe trovare un posto da 4000 persone a Bari (che c’è) e stare lì un mese. Oppure un posto da 100 persone a Manfredonia e starci 120 giorni. Oppure fare delle performance romantiche a Gallipoli, 6mila concerti per coppie innamorate col solo repertorio amoroso, i numerosi singoli in cui esaurisce petrarchescamente il concetto di “aaohaaohaahh”.
5. Non ho rinvenuto alcuna polemica sui Macchianera Awards (MIA17). Qualcosa non va.
6. Il 18 settembre l’Istituto Comprensivo Pirandello di Taranto ha ospitato la cerimonia di apertura dell’anno scolastico alla presenza di Sergio Mattarella (è il Presidente della Repubblica). C’erano Ermal Meta e Michele Bravi (dite anche voi con me: “Quando andavo a scuola io queste cose non succedevano”) e c’era un balletto di bimbi sulle note di Despacito, e soprattutto sulle parole di Despacito: “Fammi oltrepassare le tue aree di pericolo fino a farti urlare”. Ma considerando che non c’è tormentone estivo gradito ai bambini che sia privo di momenti birichini, dalle “ragazze col grilletto facile” dei due Comunisticolrolex al “Diplomiamoci in hangover!” di Baby K, e che davanti al Presidente cantare Pamplona (“In Italia non funziona un cazzo!”) sarebbe stato poco meglio del labirinto logico inespugnabile de L’esercito del selfie (“Mi manchi nella lista delle cose che non ho”): tutto sommato hanno scelto il male minore.
7. Liam dice che Noel negli Oasis è stato poco più che un suo utile assistente. Sì, è stato bello commentare perché non c’era niente di più sanguoso – ma già sapendo che non è una polemica: è Liam.
8. Tiziano Ferro pubblica la foto di una scritta su un muro con un verso di una sua canzone. “Il fatto che qualcuno scelga una mia frase per urlare il proprio amore su un muro mi commuove sempre. Per un attimo mi sembra quasi che i social network non abbiano rovinato tutto”. La pagina Facebook RomaFaSchifo lo smentisce più rapidamente che può, pubblicando lo scatto e gridando a Ferro: “Maledetto!” per il deturpamento. La gente si accoda sacristando perché giustifica l’imbrattamento dei muri. TZN rimuove la foto, si scusa, poi gli torna la melanconia per la tirannia dei social. “Io non ho il carattere per fare questa cosa, e vi dirò di più: quando ho scelto di fare questo lavoro non mi hanno detto che sarebbe andata così. Non ho firmato per questo. Non ho la tempra per potermi confrontare con le opinioni di tutti, tutti i giorni”.
Titti, tieni duro ancora un po’, sono gli ultimi anni in cui serviranno delle popstar: i prossimi anni saranno degli YouTubers, però non quelli lobotomizzati di oggi – no, verranno scelti direttamente dai partiti, e i partiti verranno scelti dall’ALGORITMO.
9. Lady Gaga a Madonna. “Io l’ho sempre ammirata qualunque cosa dica di me, ma se non le vado a genio me lo dica in faccia, e non dalla tv”.
(…un momento. Non è la stessa cosa?)
Comunque, “Io sono italiana e sono di New York, quindi, cioè, se ho un problema con qualcuno, io te lo dico in faccia”, conclude con il più classico dei “So’ sincera” tronistici. Beninteso Madonna sarebbe italiana anche lei, però di Detroit, è tipo Roma vs Torino, e a schiettezza si sa chi vince, ché a Detroit sono falsi e cortesi.
10. E per finire: Baglioni! Non solo direttore artistico! Ma anche CONDUTTORE di Sanremo 2018!
Ebbene, io ho solo una cosa da dire in proposito, una sola e definitiva,
e vigliacco se me la ricordo.
Polemistan. Le migliori polemiche del Maggio 2017.

Polemistan. Le migliori polemiche del Maggio 2017.

Le polemiche del mese, quale è stata la migliore? Chi dice Gabbani vs Agnelli, chi Linus vs X Factor, chi J-Ax vs tutti – ed è polemica!

Come Chuck Berry copiò Marty McFly

Come Chuck Berry copiò Marty McFly

Chuck Berry era vecchio. Ma non il giorno in cui è morto, a 90 anni. No, era vecchio quando ha inciso il suo primo successo. Aveva più di 27 anni.

TAFKAT (The Artist Formerly Known As TheClassifica) Ep. III: Heavy Meta

TAFKAT (The Artist Formerly Known As TheClassifica) Ep. III: Heavy Meta

E dai e dai, Ermal Meta è salito dal n.5 al n.1. ERMAL-META-ABITO-SANREMOLo ha fatto in una fase dell’anno in cui, abitualmente, le vendite sono tutte in ribasso – ma è anche vero che lo ha fatto con le sue forze, più quelle della indie Mescal e di Artist First che gli distribuisce i dischi in luogo di una delle tre major. Lo ha fatto con un album doppio, giacché Vietato morire (che dura poco più di mezz’ora) viene via con Umano, il suo primo album, uscito nel 2015, che dura poco più di mezz’ora.

Non sono, per dirla con Sant’Eufemia, un fan di Meta. Perché ho il preciso sospetto che sia quel tipo di attaccante che appena mette piede in area si butta in terra invece di tentare il gol di fino. Ma Meta è in Italia da quando aveva 13 anni, non ha avuto una vita facile e ha (più che legittimamente) deciso di vincere il nostro campionato così come viene giocato. E come i più pallonizzati di voi avranno visto ribadire nei giorni scorsi, “rigore è quando arbitro fischia”.

Sicché tanto per cominciare si è impegnato per diventare una delle stelle di prima grandezza nella galassia di autori che danno canzoni ai talent. Il che ha voluto dire studiare il pop italiano, capire esattamente cosa ci fa invariabilmente piangere e cosa ci fa rimanere bietolosamente trasognati. Ha scritto brani per Francesco Renga, Emma Marrone, Chiara Galiazzo, Marco Mengoni, Francesca Michielin, Lorenzo Fragola, Giusy Ferreri, Sergio Sylvestre, Annalisa, Moreno (…strano che poi le canzoni dei fuoriusciti dei talent si assomiglino tutte, vero?) ermal metau

Ha studiato il nostro linguaggio, le nostre costanti lacrimatorie, le parole che immancabilmente squarciano un abisso nel pubblico imbelvito di Uomini e Donne. Secondo me ha accumulato una tale conoscenza delle nostre debolezze che potrebbe prendere il potere candidandosi in uno di quei partiti dove col minimo impegno diventi ideologo (non la Lega Nord ovviamente, lo stipendio è eccellente ma la compagnia è mortificante). Perché ci conosce e perché è molto intelligente, lo inferisco da come lascia fuori dai suoi manufatti tutto quello che non serve, tutto quello che sarebbe autoindulgente. Solo con molta cautela si regala qualche pezzo che è proprio suo – come i sei minuti di Voce del verbo, non a caso messi alla fine di Vietato morire, per non turbare le masse.

Ma per il resto, va incontro al pubblico con quel tipo di attitudine che ha reso famoso il pugilatore Roberto “Mano de pedra” Duran. Procedo ora a mostrare le prove a carico. Ermal-Meta-1

– “Tu sei come il mare, volevo dirtelo… È bello volersi bene e ogni tanto dirselo”. (Voodoo love)

– “Hai smesso di sognare per farmi sognare” (Vietato morire)

– “Ti va di passeggiare insieme? Meriti del mondo ogni sua bellezza”. (Piccola anima)

– “Un sognatore non si perde mai. Non dorme mai (è stato bello sognare) (è stato bello sognare) – è stato bello sognare… sognare insieme”. (La vita migliore) ermal-meta

Sono molto rari i momenti in cui Meta si annoia di questa feroce consapevolezza manifatturiera e si lascia andare, tipo quando ha dei momenti da aspirante rapper (“Beatrice non avrebbe niente da insegnarti” “Ogni cuore ha le sue pieghe ogni cuore ha le sue rughe” “Se tu fossi un superalcolico di gradazione 46 avrei già un buco nello stomaco e come Bob Marley non mi curerei”). Ma molto più spesso, come un cecchino, mette nel mirino la grossolana sensibilità di chi apprezza sinceramente Canale 5: “Domani sarà ieri ma sì, noi non saremo uguali ma dentro i nostri abbracci sì; nei tuoi occhi c’è il cielo più grande che io abbia visto mai – e le tue braccia uno spazio perfetto in cui ci tornerei per sempre, in cui ci resterei per sempre”. (Ragazza paradiso)

L’Antonacciometro esplode poi in “Non hai fatto mai promesse ma le hai mantenute tutte” – che devo riconoscere, è il tipo di frase che può vendere migliaia di t-shirt. Non è certo un caso se (ahimé) (e non dico “ahimé” per caso) a dare la sua benedizione a questo approccio compare (nel brano Piccola anima) Elisa, dalla quale non mi aspetto altro che un romanticismo da macellaia come “Piccola anima, la luce dei lampioni ti accompagna a casa innamorata e sola, quell’uomo infame non ti ha mai capita”. Ermal-Meta-Sanremo-2017-De-Filippi-Mannoia-373x480

Sono scelte. Nel primo album i gol di fino li aveva tentati, tipo il singolo Gravita con me in cui il vento era atletico e “il tuo viso è di un bello isterico”. Il primo album malgrado il terzo posto tra i giovani a Sanremo non era andato benissimo (di nuovo Sant’Eufemia, qui).

Così, basta essere metaqualcosa, metaMeta. Ora come ora Ermal Meta è il De Gregori di chi ha sempre sentito canzoni brutte, di chi pensa che i pezzi di Tiziano Ferro siano troppo complicati, di chi a San Valentino va a cercare le frasi d’amore sulla pagina fb FRASI D’AMORE. È una critica, questa? Sono (o-ho!) uno snob? Devo aspettarmi l’assalto offeso della fandom di Ermal Meta?

Boh, può darsi. Non mi interessa più molto, sapete. Quel che è certo è che a Meta, giustamente, interessa ancora meno: ho ragione di credere che abbia messo in conto qualche inutile critica. Ma nemmeno tante. In fondo, in questo Sanremo ha preso il leggiadro premio della leggiadra critica musicale.

E con questo davvero, come direbbe il preclaro Gump, non ho altro da dire su questo argomento. gump

Resto della top 10. Pochissimi cambiamenti, non sta uscendo praticamente nulla e anche diversi sanremesi aspettano tempi migliori per pubblicare gli album, a cominciare dal vincitore Gabbani. Perciò al n.2 troviamo TZN, al n.3 Mina&Celentano, al n.4 scendono i ComunistiColRolex (mmh. Di già?), al n.5 staziona la Mannoia e al n.6 entra Elodie. Chiudono MiticoLiga, Giorgia, MiticoVasco e Sergio Sylvestre. Per un totale di 4 sanremesi tra i primi 10, non c’è male rispetto al solito. Escono dalla prima diecina Marco Masini e LP.

Argomenti da aperitivo. Per trovare un album che non sia cantato in italiano bisogna scendere al n.16, dove ci sono i giovani Rolling Stones. A proposito di giovani, il giovane Lele vincitore di Sanremogiovani scende al n.25. Scopro altresì che l’album di Nesli al n.44 si chiama Kill karma, per felice coincidenza karmica non solo con Occidentali’s Karma di Gabbani ma anche con Questione di karma, film con Fabio De Luigi, il king of comedy adeguato a questi tempi pieni di variegato strazio. tzn bestIl best di TZN è sempre l’album da più tempo in classifica (117 settimane) (dal novembre 2014) (potrebbe durare più del governo Renzi, visto che è al n.32). Ma naturalmente, mentre sollevate uno Spritz niente può farvi fare bella figura quanto discettare sulla musica che è passata a

Miglior vita. Un decimo degli album in classifica è riconducibile ad artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di scatti che fanno impazzire il web. Nonostante un’impennata di Nevermind dei Nirvana dal n.79 al n.51 dovuta forse a qualche torva notizia dagli Stati Uniti, a guidare questa parata (che marcia ovviamente sulle note di When the saints go marchin’ in) c’è al n.47 Luigi Tenco, che si gode il suo anniversario. Altri anniversari verranno – presempio, quest’anno festeggiamo 50 anni di

Pinfloi. The dark side of the moon sale dal n.42 al n.37, che è sempre un segnale di fiducia e un indicatore positivo dell’autostima giovanile, al quale gli analisti riconducono il necessario corrispondente calo di The wall dal n.46 al 55; si inserisce in questo bipolarismo la morbida desolazione di Wish you were here dal n.65 al 45. C’è spazio anche per la raccolta A foot in the door al n.94 – ma non ne parlo volentieri perché è come parlare di Adinolfi, già testimoniare della sua esistenza è una sconfitta, anche solo al n.94.

IL CAFFÈ SULL’AMACA. Il rassicurante “danger” di Iggy e delle rivoluzioni rock

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IL CAFFÈ SULL’AMACA. Nuova rubrica. Primo sermone: fan delle rockstar, i rockumentari vi dicono esattamente quello che volete sapere. Andate in pace.

Dischi, canzoni, polemiche: il peggio del 2016 secondo aMargine

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Peggiori video, uscite social, album, canzoni, polemiche, morti del 2016.

Labranca: un’intervista sugli Who, sul rock, sullo stile, su Labranca

Labranca: un’intervista sugli Who, sul rock, sullo stile, su Labranca

PREMESSA – 29 agosto 2016

Quando venni a sapere che Tommaso Labranca aveva tradotto l’autobiografia di Pete Townshend, mi sembrò strano. Non mi risultava che facessero parte del suo universo. Incuriosito, gli chiesi se voleva raccontare – per uno dei tanti giornali che non lo faceva scrivere (ma questa è un’altra faccenda, temo) – il suo punto di vista su un gruppo fondamentale eppure mai troppo in vista. Mi chiarì subito una cosa: aveva tradotto il libro perché lo pagavano. Non per slancio suo personale o per amore per un disco che si chiamava pur sempre Tommy.  labranca01g
Il che, in effetti, rendeva la cosa ancora più interessante: la devozione adolescenziale è la prima molla del giornalismo musicale, ma anche il suo veleno peggiore, e ne avrei diffidato persino in un personaggio dello spessore di Labranca. Invece, il suo punto di vista sugli Who era molto più distaccato del mio. Riuscì comunque a infilare i Kraftwerk e Piero Manzoni, Beethoven e David Sylvian nella conversazione. Oltre che diverse intuizioni sul rock, sul punk, sullo stile, su – beh, vedete voi.
Poi, abbiamo parlato anche di altro. Anche se ci eravamo incrociati più volte scambiando qualche battuta su comuni guilty pleasures, non ero tra i suoi amici, e un po’ me ne crucciavo. Detto tra noi, penso che mi ritenesse un po’ un buffone. Ma magari è pura coda di paglia, cosa volete che vi dica. Comunque penso che il resto della conversazione al “suo” McCafé in Porta Venezia sia registrata da qualche parte. Magari un giorno.

Chitarre fatte a pezzi sul palco. I mods. My generation. Abusi di sostanze. Abusi sessuali. Abbie Hoffmann malmenato davanti a tutti a Woodstock. Un’overdose e un ritorno alla vita alla Pulp Fiction, con una puntura di adrenalina nel cuore. Incidenti terrificanti con praticamente qualsiasi tipo di mezzo di trasporto posseduto: automobili, moto, barche. Visioni mistiche. Metà della band morta per droga. L’accusa di pedofilia. Tommy. Il rancore nei confronti del punk. La soggezione nei confronti dei Rolling Stones. Una strage a un concerto, undici morti. Quadrophenia. Legami con le donne disastrosi. Keith Moon. E tanti, tanti complessi e menate sul proprio valore artistico.

Questa è (in estrema sintesi) la vita di Pete Townshend, raccontata da lui stesso – essendo a tutti gli effetti capace di scrivere – in Who I am, tradotto in Italia a un anno circa dalla pubblicazione.

Si è parlato piuttosto poco di questo libro, e i titoli dei giornali sono stati quasi tutti dedicati alla confessione: “Mick Jagger è stato l’unico uomo con cui avrei desiderato fare sesso”. Se ne è parlato poco forse perché gli Who, che nella comunità rock nessuno discute, in realtà sono sempre stati una band sottotraccia, per conoscitori. La più grande delle rockband di culto. who am i townshendTanto per dire: nella copertina dell’edizione italiana, invece della faccia vissuta e incupita di Townshend, c’è una chitarra che sta presumibilmente per essere fracassata, dipinta con i colori della Union Jack. A identificare sia il gruppo che il personaggio con un gesto ma anche uno stile. E bisogna conoscere il rock, per questa identificazione: non bastano le facce iconiche dei Beatles, o di Jagger, Morrison: nonostante la popolarità televisiva o cinematografica di certi brani (Who are you, Baba O’ Riley), nonostante in una loro canzone ci sia la frase-archetipo del rock’n’roll (“Hope I die before I get old”), gli Who restano la band per quelli che conoscono il rock e non per sentito dire. In Italia, poi, in modo particolare. Forse anche a causa di una frequentazione piuttosto ridotta: sono stati qui nel 1967, poi nel 1972 (Roma, Palasport), e poi basta fino al 2007, in una serata sinceramente malinconica all’Arena di Verona. E tuttavia, Rizzoli alla fine ha deciso non solo di pubblicare in Italia il libro, ma anche di affidarne la traduzione a Tommaso Labranca, scrittore molto preparato in materia di musica, ma che non ha mai fatto parte degli entusiasti del rock. Pertanto, visto che il libro non è nuovo ma la traduzione sì, abbiamo pensato di discutere dell’autobiografia del chitarrista direttamente con lui.

Come autobiografia, come consideri Who I am?
Molte cose probabilmente i veri fan degli Who già le sapevano. Mentre chi non è fan potrà conoscere la storia della Londra anni 60, con uno sguardo alla cultura giovanile dell’epoca. Ho trovato un po’ tortuoso il modo con cui Townshend dà più o meno peso alle cose della sua vita, ad esempio in Italia molti conoscono gli Who per Tommy e Quadrophenia, mentre lui cerca di evitare di farlo – o perlomeno così dice, ma in realtà saltano fuori che lui lo voglia o no perché evidentemente sono imprescindibili. Poi sai, le biografie e autobiografie sono un genere sempre a rischio. Piero Manzoni, l’artista milanese citato dai Baustelle, ha avuto una vita borghesissima che non si presta per nulla al racconto. La mia band preferita sono i Kraftwerk, ma i loro libri sono noiosissimi. Forse la biografia degli artisti è sempre un po’ noiosa.

C’è di buono che Townshend ha un sacco di cose da raccontare. Che opinione ti sei fatto di lui?
Penso sia un personaggio difficile da affrontare, so che è stato molto in analisi, chissà se ha risolto qualcosa… Era un ragazzo della piccolissima borghesia inglese che giocava a fare il monello. E con una gran voglia di sentirsi considerare un portabandiera, come quando alla fine di un concerto i mods irlandesi gli dicono “Tu sei il nostro simbolo”.

È molto strano il tono abbastanza laconico di Townshend verso se stesso. Quando diventa tossicodipendente, quando gli amici muoiono, racconta tutto come se capitasse a un altro, non ha né pietà né disprezzo. Per contro è molto accorato quando parla di arte, dell’aver preso ispirazione da Gustav Metzger per le performance distruttive, o di quando leggeva Borges o Proust durante i tour…
Lui ha una caratteristica che forse è unica nel gruppo di musicisti in mezzo ai quali è cresciuto: lui vuol fare l’intellettuale. Ha anche fondato una casa editrice. Non a caso ci ha messo un sacco di tempo a scrivere questo librone infinito che tra l’altro è stato tagliato di metà dal suo editor rispetto alle sue intenzioni originarie. È come se dovesse giustificare le cose da rockstar. Secondo me voleva essere una rockstar ma aveva un freno, si è sempre sentito lo sfigato del gruppo, quello che non aveva il successo degli altri con le ragazze. Racconta tutto contento quelle volte che è riuscito a farsi una tipa, ma una pagina dopo se ne pente. Mentre il vero debosciato del rock non si pente. Townshend invece ha di particolare che sembra sempre intento a contestualizzare qualcosa, come non esser stato un buon padre né un buon marito. Per contro ha una grande opinione di se stesso. Lui ha scritto le canzoni, ha fatto le scelte, fa sembrare gli altri componenti degli Who dei turnisti che aspettano le sue decisioni. Poi vai a vedere i vecchi video, come quello famoso di My Generation con gli Smothers Brothers, e ti accorgi che lui fa di tutto per farsi notare, il mulinello col braccio eccetera. Penso che avesse una serie di complessi, giocava a far l’artista soprattutto per riscattarsi presso i genitori musicisti, ai quali voleva dimostrare di essere bravo. Forse il continuo desiderio di fare delle opere rock nasceva da questo. townshend

Un altro aspetto che un po’ diverte e un po’ confonde sono le catalessi religiose.
Sì, la meditazione, Meher Baba eccetera. Ma forse quello è anche tipico del periodo, anche Beatles e Rolling Stones si erano interessati…

Vero, però gli Who sono sempre sembrati quelli disincantati, pensando a Woodstock, a Won’t get fooled again
Proprio per quello penso che la sua tensione spirituale fosse anche più autentica di quella dei Beatles. Il fatto stesso che ne parli tuttora vuol dire che non è stato un episodio fuggevole nella sua vita, ci credeva molto, e penso che la cosa lo abbia aiutato.

A un certo punto però un altro motivo di depressione: i punk che lo considerano superato invece che un precursore.
Beh, per forza: il punk che nega tutto non voleva maestri, quindi nemmeno lui. Il punk voleva distruggere, voleva fare proprio quello che faceva lui, che tra l’altro lo faceva sia con le chitarre che musicalmente, c’era qualcosa di edipico nel suo distruggere col rock la musica suonata dal padre, ovvero lo swing. Anche Elvis per lui non era mai stato un riferimento. D’altra parte è un meccanismo comune ai generi musicali che si affermano, c’è sempre qualcuno che arriva e dice “Noi siamo i migliori e non abbiamo maestri”. Gli stessi Beatles all’inizio cantavano Roll over Beethoven, a prescindere dal fatto che Beethoven era stato un trasgressivo che aveva cambiato la musica – fino a quel momento, molto più di quanto l’avessero cambiata loro.

Forse c’è anche il fatto che Townshend è sempre stato molto sensibile ad aspetti come l’integrità del rock’n’roll. Ai critici musicali. Tutte cose che a Mick Jagger non sono mai passate per l’anticamera del cervello.
Sì, perché alla fine il bello del rock è l’incoerenza, cantare “Voglio morire stasera” e poi andare via dal concerto in una Bentley. Se vai via in motorino sei uno sfigato. E del resto tu a 15 anni vuoi morire perché sai di non essere una rockstar.

Qual è la tua parte preferita del libro?
Quella in cui racconta i primi anni, in particolare dei mods. A me sarebbe piaciuto essere un mod, se fossi vissuto a quei tempi. Quando racconta dei locali dove andavano, di dove andavano a prendere i vestiti… Quando avevo 20 anni ed eravamo in periodo new wave me la tiravo molto perché leggevo il giornale The Face. Pensavo “Questa è la modernità”, e nemmeno sapevo che il giornale si chiamava così perché lo aveva fondato un ex mod, e i Face erano i mod che dettavano legge. Ero immerso nel vecchio senza saperlo. the whooo

Perché lo stile mod ha resistito così tanto nel tempo?
Perché è bello. È stata una delle poche mode giovanili bella, autenticamente elegante. Se pensi ai paninari fanno ridere, tra capelli orrendi e giubbotti rigonfi. E anche gli emo sono orrendi. Mentre i mod erano puliti, eleganti, anche violenti e freddi forse, ma se li vedi su una Lambretta hai sempre una bella immagine. La new wave, penso anche all’art-rock di gente come David Sylvian, quelli che non avrebbero mai sputato per terra, ne sono stati certamente influenzati, era piacevole da vedere e da mostrare. È un movimento che poi si ricollega a un certo periodo italiano e francese, raccoglie il meglio della cultura estetica degli anni 60, dalla Lambretta a Brigitte Bardot. Gli Who sono stati molto attenti a questa cosa, tant’è che ho notato che nei supermercati si vedono le felpe di Beatles, Paperino e gli Who, che a livello discografico non hanno una diffusione enorme, ma il loro logo piace molto. Poi se tu chiedi a un italiano “Conosci un pezzo degli Who?”, dice di no. Ma quando gli fai sentire le sigle di CSI si illumina.