Tag: Rocco Hunt

Vasco ai margini – TheClassifica 46/2021

Vasco ai margini – TheClassifica 46/2021

Siamo qui. Okay. Ma DOVE, Vasco?

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

E i Maneskin e HarryStyles e gli ABBA e Blanco e i Pinfloi e la tipa dei Brass Against. E bisognerà parlare dei Pinguini Tattici.

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

PREMESSA PER CHI NON È ABITUATO. Vorrei potervi dire che le charts annuali che sto per sottoporvi hanno un significato reale. Ma non è così. Come possiamo comparare la performance di un album uscito a gennaio e quella di uno che è uscito a novembre? Anzi, a controllare le date di uscita dei più venduti tra gli album, viene da dire che a dominare il 2020 è stato il 2019. Del resto, per fare l’esempio più ovvio, l’album di Marracash (disponibile dal novembre 2019) ha avuto tutto il 2020 per colonizzarci, laddove evidentemente Sferoso Famoso, uscito nel novembre 2020, non ha vinto quest’anno ma ce lo ritroveremo tutto trionfoso nell’Analisona del 2021 (intanto, colgo l’occasione per rendere omaggio alla madrina di questo appuntamento: Annalisona) (…non che il suo 2020 sia stato da incorniciare, purtroppo).
Ma dicevamo: ha senso pontificare su classifiche come quelle della FIMI, le principali e più rappresentative in circolazione in Italia, anche se mescolano dati di natura opposta, dai cd – e nemmeno tutti (per esempio non quelli delle edicole) agli ascolti ossessivi e condizionati dalle playlist – e nemmeno tutte (per esempio, non conteggiano YouTube)?
RISPOSTA. No!
RISPOSTA ARTICOLATA. No, non ha senso, però magari se ne possono trarre due indicazioni. Forse persino tre. Se in qualcosa di quello che state per leggere riuscirete a trovare qualche spumeggiante aspetto musicalsociologicoestetico utile a chiarirvi il lato lagnososchiamazzante questo impareggiabile Paese, forse non tutto questo sarà andato sprecato.
Ma se vi ritroverete a concludere che è solo una sarabanda di nomi e penose manfrine necessarie a tener su una qualche illusione di panorama musicale, io non ho niente da obiettare. Alla fine è solo un’occasione per fare un po’ di conversazione, oppure di prendere atto che siamo passati dall’inizio del decennio alla sua fine.
Comunque, per gentilezza, per avere la migliore approssimazione possibile del SUCCESSO, cercherò di mettervi a disposizione classifiche di varia natura, e non solo quelle della FIMI (che saluto) (ciao, FIMI!) (viva la FIMI) e non solo quelle italiane, e non solo quelle delle “vendite”. Ehi, non lo fa nessun altro! Cioè, sì, ok, lo fanno separatamente, ma così non si capisce niente. Io invece, mmmh, vi manderò di nuovo a scuola, io vi darò ogni centimetro delle charts, oh!, vi darò whole lotta classifiche. A cominciare da quella dei concerti più visti nel 2020.
Ehi, complimenti ai Dream Theater – e pure a Gazzelle, davanti a Renatone… Come? Cosa? Sento qualcuno che da là in fondo mi dice che le classifiche vanno contestualizzate, che da sole non significano niente eccetera. Oh, ma devo dirvelo io? Dove siamo, in una telecronaca Rai, che avete bisogno di qualcuno che vi aiuti a capire cosa vedete? Va beh, facciamo un’altra premessa.
PREMESSA SUL FATTO CHE IL 2020, DI QUA E DI LÀ. Può darsi – lo dicono tutti – che sia stato un anno particolare. Sapete, stop ai concerti, niente Olimpiadi, niente Fuorisalone, niente Sangue di San Gennaro. In compenso ci sono stati i talent e ovviamente Sanremo (niente può fermare Sanremo). Tuttavia, l’unica cosa che distingue realmente questa Analisona da quella del 2019 è che manca la classifica dei concerti più visti. Per il resto, quello che avevamo visto succedere nel 2018 e 2019, si è confermato nell’anno testé concluso. Il Riassunto per chi non ha tempo non è troppo diverso da quello di dodici mesi fa.
RIASSUNTO PER CHI NON HA TEMPO
1) solo gli ITALIANI fanno musica che piace agli ITALIANI – gli stranieri producono cose che non ci sfiorano- a meno che non vengano trasmesse su Netflix. Quest’anno, soprattutto grazie ai singoli, sono andati un pochino (ma pochino) meglio dell’anno scorso – ma per questo dato, il sospetto è che Covid ci covi;
2) le donne, se proprio vogliono aprir bocca, devono ritornellare graziosamente attorno all’Uomo Forte, idea fissa della nazione dagli antichi Romani in poi (and counting). L’anno scorso la classifica era espressione della straripante virilità ITALIANA – ma quest’anno abbiamo fatto persino di meglio e le abbiamo quasi rimandate in cucina, ovviamente a fare le pizze fatte in casa;
3) non formate una band, MAI, a meno che non riusciate a ottenere lo slot della Simpatia Sanremese (da Lo Stato Sociale ai Pinguini Tattici Nucleari). In caso contrario, non si vende niente e oltretutto ci si ammala;
4) casomai, come fanno tutti, fate un FAD, Featuring A Distanza – la DAD, Didattica A Distanza, ne è una derivazione, basandosi sulla stessa idea di mandarsi dei temini a distanza;
5) partecipare a un talent non basta: dovete farne almeno DUE oppure andare a Sanremo (che poi è il talent più vecchio) e poi, come con Elodie e Gaia, dopo più tentativi il pubblico sfinito prenderà atto che non mollate: si arrenderà e vi tributerà il successo che meritate;
6) su Spotify va forte il rap italiano, su YouTube vanno fortissimo Sanremo e le sue lagne di qualità, ma soprattutto YouTube consacra le hit estive ITALIANE brutte e banali (non aggiungo “cretine e dozzinali” perché ho un grande rispetto per i nostri PRODUCERS, che col loro tocco da Re Mida riescono a produrre paccottiglia cafonazza e tirarsela. Qualche mio collega li gratifica scrivendo che sanno il fatto loro. A me verrebbe semplicemente da chiedergli l’iban e organizzare una colletta, ponendo fine alla loro miseria infinita. Ma è una mia debolezza buonista;
7) in Italia quelle che potremmo chiamare Star Globali riscuotono una quantità assai esigua di trippa per gatti. Del resto non appaiono al GF Vip né all’Isola dei Famosi, quanto possono realmente valere? E tuttavia, tra i campioni del 2020 che sto per nominare, nessuno riesce completamente a imporsi come asso pigliatutto in nessuna parte del mondo, in genere c’è qualche campione locale che impone la legge del quartiere. Stefani Joanne Angelina Germanotta (Lady Gaga), Abel Makkonen Tesfaye (The Weeknd), i 방탄소년단?, 防彈少年團 (Bangtan Sonyeondan, per gli amici, BTS) e Dua Lipa (…l’unica col vero nome. E nella mia umile opinione è più bello dei nomi d’arte degli altri tre) si sono fatti rispettare in classifica con album di alto livello nei rispettivi generi, e Bad Bunny è l’uomo più streamato dal genere umano secondo Spotifone. Ma credo siano coinvolti nella Grande Perdita di Importanza della Musica (in cui rientra quella dell’album, ovviamente). Forse tra qualche mese l’IFPI, federazione della discografia mondiale (tipo la federazione dei pianeti di Star Trek) dichiarerà Taylor Swift artista dell’anno anche per il 2020. Ma non sta lasciando granché il segno, vero? Se vi è simpatica, spero che questa Umile Opinione non vi offenda. Anzi, faccio ammenda pubblicando un comunicato stampa che, come tutti i comunicati stampa su chiunque, ne comunica il SUCCESSO. Ma che Swift sia da anni la superstar della musica sul pianeta, e ciononostante il 99% del pianeta non saprebbe cantare una sua strofa nemmeno sotto minaccia di una trasmissione di Mario Giordano, è un argomento a favore della Rétromania.
8) questo riassunto è lungo, lo so. E non so nemmeno se riassume. Ma a proposito:
9) confrontando le canzoni che arrivano in top 10 di Spotify e Apple Music, le azzeccatissime hit italiane hanno una durata sensibilmente minore di quelle straniere, siamo vicini al minuto; quasi tutte le irresistibili creazioni dei nostri producers durano meno di 180 secondi, a riprova che il pubblico ITALIANO non si stancherebbe mai di ascoltare cretinate concise – ed è ora di riconoscere che Giorgia Meloni lo ha capito prima di tutti.
INFINE, SEMPRE PER CHI NON HA TEMPO: UN MINUTO DI SADISMO (aka: i FLOP). Chiariamo una cosa: tutti gli artisti che vi piacciono sono straordinari e l’arte non si misura con le classifiche, perché non è che nel 1875 qualcuno valutava se Degas aveva venduto più di Renoir e se Cèzanne non aveva ottenuto il quadro di platino. Cioè, in realtà qualcuno che lo faceva, c’era (mercanti! Fuori i mercanti dal tempio! Eccetera!) ma il SUCCESSO non significa niente, è un valore così anni 80 e 90 e 00 e 10. Ciò non toglie che, sulla base degli ottusi dati di vendita, qualcuno nel 2020 NON è andato così bene. Ora: volete realmente sapere di chi si tratta?
Lo volete, voi???
Siete persone orribili. E purtroppo siete nel posto giusto.
Ovviamente bisogna mettere nell’equazione anche le aspettative, o il livello cui l’artista era abituato. Per cui limitiamoci a citare alcuni album di artisti importanti i cui album del 2020 non hanno ottenuto certificazioni nel 2020 – e quindi dovrebbero essere rimasti sotto le 25mila copie: Piero Pelù, Samuele Bersani, Annalisa, Ghemon, Max Pezzali, Francesco Bianconi, Negramaro, Francesca Michielin, FSK Satellite con Padre, figlio e spirito, Achille Lauro con il disco – pardon, il progetto del 2020, Fiorella Mannoia, Carl Brave con Coraggio. Ma per l’appunto, ci è voluto coraggio per pubblicare dei dischi nel 2020, e plaudiamo a chi ha rinunciato alla prudenza mercantile per dare qualcosa al suo pubblico. Che poi, sono in ottima compagnia: quest’anno, dischi che si sono fatti valere in tutto il mondo come quelli di BTS, Drake, Taylor Swift, Bob Dylan, Eminem, Ariana Grande e Juice WRLD hanno avuto gli stessi problemi col nostro pubblico dal palato fine. Per ora.
E ADESSO, PER CHI HA UN SACCO DI TEMPO: CLASSIFICHE!
ALBUM PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
In sintesi. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. Rap italiano. E i primi 6 posti sono a posto.
Poi, pop italiano, indie-rock italiano (più o meno), canzoni per bambini italiani – e infine, per non esagerare con la varietà, rap italiano.
Rispetto alle elezioni del 2019, il rap italiano aumenta la sua percentuale. Agli ascoltatori italiani, in sintesi, piacciono molto gli italiani che parlano moltissimo. Più che in passato. Poi c’è da discutere su quante di queste parole resteranno.
Il numero uno. Premetto che è La Mia Umile Opinione, ma non credo di dire una cosa aberrante se dico che Persona di Marracash è il migliore tra i dischi che negli ultimi dieci anni hanno occupato la primissima posizione in queste classifiche annuali (per concedervi di argomentare, giacché questo non sia un monologo e vi sentiate liberi di commentare mentre scrivo, vado a elencarli) (Vivere o niente, L’amore è una cosa semplice, Mondovisione, Sono innocente, Lorenzo 2015cc, Le migliori, Segnetto di Ed Sheeran, Rockstar, Colpa delle favole). (se il titolare dei titoli non vi viene nemmeno in mente, forse ho implicitamente ragione) (e non dite che sono mezzucci. Anche se so benissimo che lo sono: adoro i mezzucci). Persona è un disco che alza il livello dello scontro, e mi pare di poter dire che l’album di ThaSupreme fa la stessa cosa in un’altra direzione. Non mi sento di dire la stessa cosa del n.2 di Sferoso Famoso, però come hanno detto critici e addetti ai lavori, era giusto che Sferone facesse un disco fastidioso e insulso, per sfondare all’estero. Dati alla mano non ci è riuscito, ma i comunicati stampa ripetono di sì (e noi giornalisti musicali obbediamo, in modo che forse un giorno Spotify o una major facciano di noi delle persone oneste). Mr.Fini di Gué Pequeno non ha accontentato tutti ma è un disco ambizioso da parte di uno che giocava a fare quello che le ambizioni se l’era fatte togliere da un dottore di Detroit (cit.); allo stesso modo forse gli album di Ghali ed Ernia non saranno ricordati come pietre miliari, ma mi sembra abbastanza chiaro che entrambi hanno alzato il mirino. Poi, parecchio rap italiano nuovo e non nuovo ha invece cercato di vivacchiare allo stesso modo, con gli stratagemmi facili. Ma non gli ha detto benissimo. Vi sto annoiando? Siete anagraficamente indifferenti al rap italiano?
Ecco, torniamo a un problema importante. Il rap italiano abbonda, e nel biennio 2019/20 sono usciti alcuni dei migliori dischi di rap italiano di sempre. Ma come il pesce persico del Nilo nel Lago Vittoria, il genere sta alterando l’ecosistema e non per colpa sua (beh, insomma. Lui ci sguazza. Questo fanno i pesci, no? Rari son quelli che volano). Il rap italiano, per DNA sta contribuendo all’implosione di quel che resta della musica tricolore, anche se va a suo merito aver reinserito nella società una generazione di discografici completamente privi di udito. Personalmente non ho nulla in contrario al totalitarismo rappuso, posso farmi una ragione delle infinite banalità da quartiere nei testi, e della piattezza sonora di cui la maggior parte degli ascoltatori 13enni si pasce deliziata: il rap mi garba comunque più dell’indie e caso vuole che professionalmente mi porti più soldi degli altri generi. Però non posso nascondere la sensazione che le classifiche ufficiali ne esagerino il peso e l’impatto rispetto a quello che viene realmente ascoltato in Italia. Ora come ora, lo scenario sembra sbilanciato a favore di un mezzo (il telefonetto, le piattaforme), di una fascia anagrafica e di un tipo di fruizione, mentre la verità è che in Italia si ascolta anche tanta altra roba. Spesso brutta (…molto spesso). Che attualmente risulta messa ai margini. Basterebbe, per argomentare, il confronto con la classifica dei…
SINGOLI PIÙ ASCOLTATI IN ITALIA (FIMI).
Qui il livello di vita mojita e Mariadefilippismo si fa vorticoso: le hit estive continuano a imporre la loro spietata legge, che è poi la legge della ripetizione, felicemente mutuata dalla propaganda nazista: il massimo risultato è ottenibile ripetendo la canzone dell’anno prima – se non un identico featuring (Sandrina Amoroso, Ana Mena). C’è anche, immancabile un presobenismo ebete che come olio di palma lubrifica la produzione seriale delle azzeccatissime hit da spiaggia. E forse è per disperata autodifesa immunitaria che in top 10 si fa strada un 30% di brani stranieri, tutti caratterizzati da un clima vintage che è quasi un rifugio dal cinismo con cui sono state assemblati gli zombie sonori che si trovano sul podio – e beninteso, Superclassico di Ernia (n.4) non è da meno: nessuno mi toglie dalla testa che il famoso “Dio, che fastidio” sia rivolto alla propria stessa canzonuccia, e al Coez che Coeziste con la parte nobile di ogni giovane artista disposto a immergersi volontariamente nella fanghiglia indieurban.
Trivia: tra gli album le tre major si spartiscono quasi tutto, col Leviatano Universal che incamera il 44% della distribuzione dei titoli in top 100 (Sony 24 titoli, Warner 22) (l’italiana Artist First segue a distanza con 5). Tra i singoli, però, Universal è meno universale e piazza tra le prime cento 37 delle sue azzeccatissime hit, contro 29 per Sony e 27 per Warner. Nella top 30 dei singoli, la performance Sony è addirittura migliore: 11 indimenticabili motivetti contro i 9 straordinari tormentoni della rivale (7 per Warner).
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PERÒ SPOTIFY, PERÒ YOUTUBE.
1) Spotifone. La app svedese col bollino verde dice che questi sono gli album e i singoli più ascoltati in Italia. Pur tifando smaccatamente per i rapper, emettendo per finissime ragioni strategiche i suoi verdetti a fine novembre non fa un gran favore al suo pupillo Sferoso Famoso, il cui album quindi è come se non fosse uscito nel 2020. Lo stesso vale per MiticoLiga e San Claudio Baglioni, che però non sono il tipo di mondo felicemente rappuso, rigorosamente maschio e amabilmente patriottico che Spotifone caldeggia. Per quanto riguarda i singoli, però, si sbilancia a favore di Irama con Mediterranea (69 milioni di ascolti a fine anno) davanti a Good times di Ghali (67 milioni) e M’manc (Shablo feat. Geolier e Sfera Ebbasta). Difficile capire il peso in classifica delle inseguitrici di Spotifone (Amazon, TimMusic, Tidal, Deezer). Però vale la pena considerare la situazione del n.2 mondiale:
2) AppleMusic. La mela ha detto che quest’anno i suoi ascoltatori hanno continuato ad ascoltare con piacere Dance monkey di Tones And I, che era al n.1 in Italia già nell’ottobre 2019.
Non fate quella faccia. Anche all’estero ha comunque retto per tutto il 2020.
Stando al comunicato ufficiale, il resto della top 5 è occupato da Blun7 a Swishland (ThaSupreme), Karaoke (Boomdabash e Sandrina Amoroso), Mediterranea (Irama), Ti volevo dedicare (Rocco Hunt, con J-Ax e Boomdabash). Tutto questo, ammettiamolo, ci dice che rispetto agli utenti di Spotify, quelli di AppleMusic sono un pochino più lenti e probabilmente un pochino più adulti. In Applelandia, il rap si appoggia visibilmente al pop, e al n.1 c’è addirittura una STRANIERA – e sorvoliamo sul fatto ancora più strano: è una femmina. Poi ci sarebbe
3) YouTube. Che però non conta per la classifica, almeno per ora, anche se è il principale strumento di ascolto di musica degli italiani. E qui risultano al primissimo posto Boomdabash e Alessandra Amoroso, con quasi 100 milioni di visualizzazioni; il secondo posto viene assegnato a Francesco Gabbani, ignoratissimo dal Paese Ideale ma non dal Paese Reale, e il terzo a Rocco Hunt e Ana Mena con A un passo dalla luna. A dire il vero, mentre scriviamo, quest’ultima totalizza ben 6 milioni di visualizzazioni in più del brano portato da Gabbani a Sanremo, ma questo è quel che accade quando si sparano i verdetti un mese prima della fine dell’anno. Poco male, di sicuro Rocco non se la Mena (ahaha. Scusate).
In generale, si sa che YouTube è la fonte di musica per un segmento di ascoltatori più adulto e nazionalpopolare (…avrete notato la comparsa della parola “Sanremo”), che non manda Tha Supreme ed Ernia in top 10, privilegiando Baby K, Chiara Ferragni (meglio del marito, quest’anno) ed Elettra Lamborghini, queen e idole eccetera. Qui di femmine, per qualche motivo, ce n’è a pacchi.
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TALENT
1) da XFactor 2019 non era uscito nessuno in grado di farsi notare in classifica. E la recente edizione del 2020 non promette meglio;
2) da Amici 2020 è venuta fuori Gaia, che ha ottenuto un disco d’oro con l’album Nuova genesi e un platino col singolo Chega, premiato anche da YouTube. Non siamo dalle parti di Irama, ma col singolo è andata meglio di Alberto Urso (e ci mancherebbe).
3) Diodato, vincitore di Sanremo 2020, ha ottenuto un disco d’oro con l’album Che vita meravigliosa e un doppio platino con Fai rumore. Chiude l’annata entrando nella top 50 degli album, al n.46. Ok, Gabbani e Mahmood erano andati molto meglio, ma facevano un altro genere, via. Quest’anno da Sanremo sono usciti bene Elodie, che forse è finalmente uscita dalla angusta categoria delle ancelle del cantante macho (leggi alla voce: Francesca Michielin), ma soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, con doppio platino per il singolo Ringo Starr e platino per l’album Fuori dall’hype: il paragone con Lo Stato Sociale del 2018 sarebbe banale, e infatti eccolo: a conti fatti i Pinguini hanno avuto meno visibilità, ma più ascolti.
Trivia: l’album di Levante, quando è uscito nel 2019, non era entrato in classifica; ora ce lo troviamo grazie alla partecipazione a Sanremo 2020.
METOO. Per fortuna le feminazi non hanno contagiato il nostro maschio popolo, e gli ITALIANI ne hanno accettate soltanto 9 tra i cento album più venduti. Elodie è l’unica nei primi 30. Tre sono straniere. Tanto vale citarle tutte: Elodie, Billie Eilish, Dua Lipa, Lady Gaga, Levante, Elettra Lamborghini, Elisa. Solo tre di loro hanno un cognome. Al confronto, il 2019 con addirittura 13 femmine in top 100 era stato un anno tutto rosa nel quale la fragorosa virilità ITALIANA era stata messa a repentaglio. Precisazione: non sto contando Sofì dei MeControTe, Mina con Fossati, Lady Gaga con Bradley Cooper (comunque l’ho già citata come solista).
STRANIERI IN TERRA STRANIERA.
(…che carini a distinguere tra “venduti” ed “equivalenti”, no?) (possono ancora permetterselo)
Si nota quella cosa che dicevo prima? Nessuno stravince universalmente. Per i Britanni, addirittura, il sig. Capaldi è il n.1 per due anni successivi. Comunque hanno addirittura due album rap in top ten, per loro è quasi inaudito. La Francia è sovranista quasi quanto noi, nella top 100 hanno la nostra stessa percentuale “local” dell’80% circa, dichiara la Snep. La Francia è anche il posto in cui il podio è completamente occupato dal rap “interno”, come l’Italia. I todeschi hanno un eclettismo encomiabile: hard-rock, rap, Schlager, cantautorismo. E un filo di nazionalismo in meno. Non molto, ma ammetterete che da parte loro, eccetera. Ovviamente inutile sperare che i Britanni ascoltino qualcuno che non canta nella loro lingua. Ma qui mi fermo, perché non è che mi pagate per insultare i Britanni (però che sogno sarebbe).

Principale differenza: anche negli USA, YouTube raddoppia le presenze femminili. Attenzione però: Taylor Swift non compare. Se è per questo, nemmeno Harry Styles o BTS o Fleetwood Mac. L’hit single, per lo streaming, rimane una faccenda urbanissima. Nessuna star del country – mentre tra gli album, avrete notato che anche tra gli equivalenti c’era al n.10 Luke Combs, che al cappello da cowboy preferisce i cappellini tipo baseball, sua concessione semi-Swiftiana alla modernità.

Vedete bene, lì in fondo? Direi che come singolo, Blinding lights compete con i boss del quartiere portando a casa un podio ovunque, tranne ovviamente in Italia, volete mettere con la magia del sound becerone che ci vibra ignorante nel petto? (… non trovate bello che “Ignorante” sia stato l’aggettivo più esaltante del nostro decennio?) Eccoci allora a parlare di
STRANIERI IN TERRA ITALIANA
Tra i presunti album sono 22 in tutto su 100; nessuno in top 10, solo tre in top 30. Volendo fare i pignoli, sono anche meno di quel che sembrano. Nel senso che i Pink Floyd hanno in top 100 due album, i BTS pure, Ed Sheeran e Lady Gaga anche. Però non voglio piegare i sacrosanti dati alle mie convinzioni: in fondo siamo passati da 8 a 10 nomi stranieri in top 50 e pertanto abbiamo un +4% perentorio e senza se, e senza ma: anzi, di questo passo torneremo ai pericolosi livelli del 2005, quando gli stranieri in classifica erano 45 su 100: volete davvero che la brutta musica nostrana sia sostituita da brutta musica straniera? Lo volete voi??? “Nooooo!” Nei sedicenti singoli poi abbiamo tre stranieri in top 10 (nessuno tra i primi cinque), e 17 in top 40, insomma diciamo che nel mordi e fuggi senza impegno delle hit è più facile ottenere tre minuti di attenzione ITALIANA. I cosiddetti album richiedono oggettivamente troppa attenzione, e non siamo mica a scuola. Non prendiamo lezioni da nessuno.
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ALTRI ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE
RADIO GAGA. Rispetto alla parte iniziale del decennio la programmazione, Nella Mia Umile Opinione, sembrerebbe all’insegna della spericolata arte di compiacere contemporaneamente a) i discografici insistenti b) un pubblico non freschissimo ma forse più incline a ritmo e musicalità di quello dello streaming, e se proprio non se ne può fare a meno, c) divertirsi anche un po’.
Le classifiche di EarOne tratteggiano una programmazione che dà un colpo al cerchio, uno alla botte piena, e uno alla moglie ubriaca, mantenendo peraltro le percentuali geografiche in una parità secondo me accettabile. Tra l’altro da 3 anni la top 100 è sostanzialmente divisa a metà tra musica ITALIANA e internazionale, con impercettibile aumento delle eccellenze del territorio. Fornisco le cifre per chi dubita della mia parola, peste lo colga: 52 italiane in top 100 nel 2020, 51 nel 2019, 50 su 100 nel 2018.
Trivia: sempre affascinante la popolarità ermalmetiana di LP, distribuita dalla piccola X Energy, non altrettanto rilevante in altre classifiche.
VINILI. Non riesco a dare importanza a questa classifica, mi dispiace, credo valga quanto quella dei libri di musica o delle t-shirt (…quella, sarebbe interessante). Però sono un glaciale professionista e pertanto ve le allego. Per il quarto anno di fila, The Dark Side Of The Moon eccetera. Perde una posizione la raccolta dei Queen (dal n.3 del 2019 al n.4 del 2020), ne guadagna due Nevermind, tre posizioni in più per Legend di Bob Marley, rientra in top 10 Abbey Road, mentre Sgt.Pepper non è in top 20 perché non ha una bella copertina. The Wall arretra di tre posti, mentre lo Springsteen di quest’anno va meglio (n.5) di quello dell’anno scorso (n.7).
Rimarchevole il secondo posto dell’unico a intrufolarsi (sostanzialmente, in un mese) nell’acquario classic rock: SferosoFamoso, che probabilmente è andato bene come regalo di Natale (la copia autografata a 85 euro, esclusiva Amazon); ci sono due album italiani in top 10, e sono degli unici due artisti nati dopo il 1970. Sono una discontinuità rispetto agli anni scorsi e ci spostano verso il più grande tra i due imperi dalla cui luce abbagliante veniamo illuminati.
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Perché in America, al primo e secondo posto ci sono due dischi e cantanti nuovi (e il primo è un inglese), nel Regno Unito invece trionfa il vintage, e non dipende dal famoso video che impazza su TikTok, col tipo che canticchia Dreams. Vi rivelerò un segreto: molto prima che il tipo canticchiasse Dreams sul suo skateboard i Fleetwood Mac avevano due album tra i 30 più venduti di tutto l’anno nel Regno Unito, nel 2019: la raccolta 50 years (n.13) e Rumours (n.30). Di fatto i Fleetwood Mac, i cui membri meno vistosi sono britanni, sono stati il secondo classic act più popolare in una nazione che è più ancorata agli anni 70 rispetto a noi e agli yankee.
MIGLIOR VITA. Ormai nelle theclassifiche settimanali non menziono più gli artisti che hanno abbandonato queste nostre zone rosse e arancioni e gialle per andare nella Grande Zona Nera, e del resto in quella annuale entrano solo Pop Smoke (n.50) e i Nirvana di Kurt Cobain, quello che si è fucilato, mitico!. Sì, sono solo due: gli italiani non hanno versato uno stream per Juice Wrld, Ennio Morricone o Eddie Van Halen, e sono del tutto spariti i Queen (4 album in top 100 e uno in top 10 nel 2019). Come D’Annunzio, stiamo andando verso la vita.
PINFLOI. Non è stata una buona annata. The wall scende dal n.63 al 77, e The dark side of the moon pur rimanendo il vinile più venduto come nel 2017 e 2018 e 2019, lascia il n.49 e va a occupare proprio quel n.63 come un saprofita. Per prevenire un ulteriore calo Roger Waters dovrebbe prendere in considerazione l’idea di dare le sue canzoni più angosciose a qualcuna delle sedicimila serie tv sulla monarchia britannica, gli ITALIANI le guardano tutte avidamente. D’altra parte è consolante sapere che c’è un popolo che da secoli, per legge eroga miliardi alla stessa famiglia di incommensurabili citrulli e non è il nostro.
Si potrebbero dire ancora tante cose. Ma non ce n’è motivo. Grazie per aver letto fin qui, siete stati molto gentili. Andiamo a darci sotto col 2021, ora.
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PS: …un momento! Come dite, bambini? Ah, ma certo, boomer che non sono altro, dimenticavo TikTok. Qui circolano un po’ di classifiche diverse, non so di chi fidarmi, è un po’ tutto un balletto. Ma per l’appunto: eccone una semi-attendibile sui balletti più telefonosi del 2020:
E con questo, ho fatto il mio dovere: è stato un piacere.
Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

Paulo Dybala e il sessismo nel rap – TheClassifica 39/2020

E poi Jake La Furia e Berlusconi, Emis Killa e Barbara D’Urso, gli FSK Satellite e la mala milanese. Va bene, l’ho presa un po’ larga.

Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

Marco Masini aveva capito tutto – TheClassifica 36/2020

Altri argomenti di conversazione. Di solito, magari qualcuno lo ha notato, inizio questi sermoncini con un prologo – ma il vero scopo del giornalismo musicale contemporaneo è compensare la piattezza montante: sono così poche le scintille che dobbiamo tirare noi dei petardini. Tanto, anche se ci scoppiano in faccia, quasi tutti ce la siamo giocata da tempo. Così, per creare un po’ di spiazzamento blandamente significativo, vi informo con aria sapiente che questa settimana mi è capitato di notare che la dance-hit degli anni 90 No limit del gruppo del Benelux 2 Unlimited inizia con un call e response classico: “Let me hear you say yeah!!!”. Solo che la folla risponde “No!”. Non me n’ero mai accorto perché davo per scontato che la risposta fosse “Yeah!”, era come un percorso neuronale obbligato. E so che è un po’ tardi, oggi, per farne un argomento di conversazione realmente vincente – ma nel caso, potete anche bofonchiare qualcosa sul fatto che l’imprevedibile si nasconde meglio proprio dove non l’avevi previsto. Ed è questo che ci porta a

Il numero uno. Nella classifica ITALIANA dei presunti album balza al comando un disco pop (naturalmente ITALIANO) – ed è Crepe di Irama, che detronizza Mr. Fini di Gué Pequeno (ora n.2). Scala di un posto anche Gemelli di Ernia, ora terzo. Bene: è la settima volta, nelle 36 settimane del 2020, che un artista che non sia un rapper italiano si trova al n.1. Non sono molte, no. Nel piccolo club ci sono Brunori SAS, MeControTe, Pearl Jam, Lady Gaga, The Weeknd e Achille Lauro. Se ci fate caso, gli italiani nonrapper sono tre. E uno di loro, volendo, è un ex rapper. Irama, invece, è pop, giusto? Più o meno. Essendo uno che sa stare al mondo, Irama non si è sciupato a fare un vero album, non con il mercato dei cd colpito duro dalla pandemia e impossibilitato ai firmacopie. Crepe dura 23 minuti, e solo 14 sono nuova musica: Arrogante è il singolo spiaggioso dell’anno scorso, Mediterranea quello di quest’anno – molossi da 50 milioni di ascolti, che nessuno dei brani inediti si può sognare.

FutuIrama. Filippo Maria Fanti, 25 anni, da Carrara, cresciuto a Monza, non è al suo primo primato, ormai un po’ lo conosciamo. Non fa mai niente che possa sorprendere. Il che, in teoria, non è molto pop. Ma dopo aver fatto la sua gavetta (un quasi inutile Sanremo Giovani, la freddezza dei discografici nei suoi confronti, mesi a dimenarsi tra le squadrette bianche e blu e i giudici del teatrino di Amici) Fanti ha imparato a stare al mondo. Da tre anni ogni sua produzione va al n.1, e da tre anni offre la più ineccepibile sintesi di tutto quello che si richiede a un idolo pop italiano. Bello e tormentato, passionale e lamentoso, Sferico e Ultimoso, è l’incompreso di massa sufficientemente furbo da puntare su un’immagine da bad boy per 13enni (“Lo so che tuo padre preferisce quello scemo, dice sarò sempre un delinquente coi segni sulla pelle”) e da rappare in qualche brano, usando espressioni che sembrano la parodia del rap contemporaneo più banale e insulso: “Seguo questo flow, sento il movimento che si muove lento, non ho fretta scendo, in strada fanno bro (bro) – tra i palazzi in centro, sotto un cielo argento, cerco l’universo”.

(ovviamente, è una mia opinione che rime come queste siano banali e insulse: tra i critici rap che sanno stare al mondo, si spinge tutto a forza nel concetto di rap game, in base al quale l’insulsaggine è anch’essa stile)

Ma al di là di quegli sfoghi da artista malmostoso che inserisce in almeno un pezzo per album (in questo caso, Eh mama eh), le sue tre canzoni più ascoltate in streaming sono i tre brani spiaggiosi Nera, Arrogante e Mediterranea, uno per ognuna delle ultime tre estati. E non ha solo capito il mercato, ha capito qualcosa in più. Perché il momento più clamoroso e rivelatore del suo quarto d’ora di nuova musica è la strofa che trent’anni dopo Bella stronza di Marco Masini regala a una nuova generazione “Nella testa pensieri strani se mi tocchi con quelle mani – poi mi dici che non lo ami, con il culo sul suo Ferrari”. È un’intuizione non da poco, un immaginario rancoroso passato di padre in figlio, per far palpitare le figlie con le stesse parole che turbavano le madri. E soprattutto, è come se ci dicesse che abbiamo buttato via tre decenni, che il nostro pop è regredito con gioia, che finiremo schiacciati da Sanremo e dilaniati dagli azzeccatissimi tormentoni estivi. Forse in questo Paese non si ascolterà mai più musica che valga qualcosa, ma non ne farei un dramma: la piattezza e prevedibilità non potrà che aumentare in tutti noi la produzione di articoli brillantissimi, e di commenti sagaci sui social. Fareste cambio?

Resto della top ten. Dietro a Irama, Gué ed Ernia c’è una nuova entrata prestigiosa: la compilation Rtl Power Hits Estate 2020, tre cd contenenti tutte le azzeccatissime hit estive, con l’aggiunta in fondo dell’Inno di Mameli suonato da Federico Poggipollini, per ricordare a tutti noi come è importante sentirci ITALIANI. Vi state sentendo ITALIANI in questo momento? Non è mai abbastanza, amici, e voi lo sapete. Poi, in mezzo ad altri quattro rappusi (Geolier, Tedua, ThaSupreme e Marracash) al n.7 ci sono i Pinguini Tattici Nucleari (…sì, ancora). All’ultimo posto disponibile della top ten c’è la seconda più altra nuova entrata, Smile di Katy Perry – unica femmina e unica straniera. Non ce la fanno invece i Metallica con la San Francisco Symphony Orchestra (n.13).

Ma a proposito di stranieri. In queste ore salta fuori una notizia curiosa sulle charts del Regno Unito, che io deploro (sia il Regno Unito che le sue charts). Ovvero, la ristampa di Goats head soup (1973) dei Rolling Stones è gomito a gomito con Zeroes (2020) di Declan McKenna per il prossimo n.1 in classifica. Ora, malgrado le strazianti rivalutazioni che spettano a qualunque cosa sia adeguatamente coperta di polvere, Goats head soup resta un disco mediocre e svogliato, e gli inediti sfoderati per renderlo appetibile non migliorano la situazione: vederlo andare al n.1 in epoca moderna sarebbe una testimonianza eloquente che se l’Italia piange, Brexit non ride. Peraltro, se ascolterete l’album del giovane McKenna, noterete che grida “1973” pure lui, per come ricorda gli ultimi fluttuanti barlumi del glam-rock. Deprecando i britanni, spero che confermino ogni mia acrimonia nei loro confronti mandando al n.1 l’album più bolso dei Rolling Stones. Però non menzionavo questa circostanza per consigliarvi un disco (giammai!), quanto per notare che Spotify alla mano, i brani di McKenna (quelli nuovi) stanno facendo gli stessi numeri di quelli nuovi di Irama, se non inferiori: siamo poco sopra i 200mila ascolti. Forse i tempi in cui guardare a quel mercato con senso di sparuta inferiorità sono passati. Ovviamente sto parlando di mercato interno: se poi torna a farsi viva Adele, è ovvio che inizia un altro campionato un po’ globale. Comunque vorrei proprio vederla, Adele, uscire con un singolo a giugno e misurarsi con le nostre

Azzeccatissime Hit Estive. Qualunque cosa venga decisa dalle tante serate televisive di fine estate, la gerarchia tra i sedicenti singoli vede Ruocc’ Hunt e Ana Mena conservare il primato con A un passo dalla luna e rintuzzare la concorrenza di Karaoke di Boomdebésc e Santrìna Amoroso (n.4): sul podio oltre a Jerusalema c’è ora Hypnotized di Purple Disco Machine & Sophie and the Giants. Il che significa, cari miei, che per la prima volta dopo cinque anni sul podio c’è una sola canzone ITALIANA. Sudafricani, tedeschi, tutta gente che stava ancora nelle palafitte quando NOI già cantavamo canzoni cretine. Al n.5 c’è Ernia con Superclassico, che putacaso ribadisce l’amara esperienza di Irama, però con la sorella al posto del padre: “Davvero non ti han detto che non sono il tipo, da guardare a una festa, un pessimo partito – in fondo pure tua sorella ha detto lascia stare, ché con quelli così, si sa che ci si va a inguaiare” (spiace non sapere che macchina ha il “vecchio ragazzo” di lei che “è un coglione galattico”). Al n.6 ci sono Fred De Palma e Anitta con Paloma, al n.7 Irama con Mediterranea, al n.8 Chico (Gué Pequeno, Rose Villain, Luché), al n.9 M’Manc (Shablo, Geolier, Sfera Ebbasta), al n.10 Non mi basta più (Baby K & Chiara Ferragni). Irama resta l’unico che si presenta da solo, senza featuring. E anche di questo bisogna dargli atto.

Lungodegenti. Ci sono sette album in classifica da più di due anni, e in autunno potremmo arrivare a dieci. Per ora abbiamo il segnetto ÷ di Ed Sheeran (183 settimane), Rockstar di Sfera Ebbasta (137 settimane), Ultimo con Pianeti (131 settimane) e Peter Pan (134 settimane), 20 di Capo Plaza (124 settimane) e Potere (il giorno dopo) di Luché (114 settimane). Ne manca uno, perché è dei

Pinfloi. The dark side of the moon ha compiuto 200 settimane consecutive in classifica dal suo ultimo ritorno in top 100. Le festeggia al n.71, sette posizioni sopra The wall. La settimana scorsa avevo unilateralmente sentenziato che il primo è per chi ama i cani, il secondo per chi ama i gatti. Mi sento in dovere di fare ulteriore chiarezza nella insidiosa rete dei dualismi, affermando che The dark side of the moon è per chi preferisce fare la doccia, The wall per chi predilige il bagno in vasca. Mi pare così evidente che mi rifiuto sdegnosamente di dare spiegazioni.

Grazie per aver letto fin qui, a presto.

Stessa spiaggia, stesso male. TheClassifica 35/2020

Stessa spiaggia, stesso male. TheClassifica 35/2020

Un discorso politicamente sconsolato attorno a canzoni brutte, streaming e radio.

Tormentonia 2020 – Tutto il letame che chiediamo

Tormentonia 2020 – Tutto il letame che chiediamo

Tutto l’alcolismo, il telefonismo, il cretinismo di una nazione fiera della sua banalità.

Piccoli Maschi Italiani – TheClassifica 20/2020

Piccoli Maschi Italiani – TheClassifica 20/2020

Prefisso. Ora che siamo entrati nella Fase 3, non ha più senso negarlo: in questo Paese, la gente disperata, determinata a vivere di bassi espedienti, ha due scelte. Fare politica, o scrivere di musica.

E il più straziante tra gli espedienti disperati del giornalismo musicale è quello di fare le carezzine a tutti i fan. Quali fan? Tutti i fan, tutti. Perché come gli elettori, i fan fanno numero. E se è la pancia a guidarli non importa, anzi meglio: nella testa ci metteremo noi quello che li farà sentire legittimati, l’importante è che portino like, condividano, ritwittino, facciano arrivare il pezzo all’artista, al manager, alla casa discografica, e che vivaddio la testata veda impennarsi l’engagement e il critico vibrante che ha brillantemente accostato Myss Keta a Gertrude Stein ed Elettra Lamborghini ad Artemisia Gentileschi possa veder circolare il suo nome fino a legittimamente sognare di scansare Scanzi dal trono di Quelli Che Andavano Abbattuti Molto Prima Ma Ormai.

Il numero uno. La cosa più deprimente di tutto questo è che tra il parlarsi addosso e il pindareggiare, le cose banali si perdono così come nel calcio si è perso il tiro tonto da fuori area che spesso lasciava basito il portiere (la cosiddetta saracca o, a Napoli, ‘o scaldabbagno). Perché negli anni della loro ascesa ho letto di tutto sulla Dark Polo Gang, di tutto. I critici ipergiovani, Dio benedica i loro crapini, elemosinavano per sé dei riflessi di street cred in estasi completa ed epifanica – mentre i critici boomer, Dio benedica i loro craponi, atterriti dal rischio di sembrare anzyani svuotavano lo scaffale degli agganci pasoliniani. Ma questi bla bla non sanno le cose (cit.) Per fortuna nel nuovo Dark Boys Club (che debutta al n.1 tra i presunti album) proprio i tre patatoni, tra un machismo e un facciobruttismo, spiattellano la verità piatta e banale, usando loro stessi, finalmente, le due parole chiave: boy band.

(“Sangue sopra le mie Nike, chi l’avrebbe detto mai di questa fama e quest’hype, di ‘sti soldi e ‘sti soldout? Quando rockiamo lo show la nostra gente fa: “Wow” – Dark Wild Bandana, boy band, quelli che settano il trend”)

E da quaranta metri, ecco la palla in porta. Cos’altro vogliamo dire? Vogliamo contare tutte le volte che si scopano la mia bitch o si baloccano con i vestitini firmati? Annotare tutte le droghe che i frugolini citano orgogliosamente – su tutte, sempre quella più paurosa (buh!). Cioè, la gòga (…perché non importa se sono di buona famiglia, l’alvabbédo d’aa strada sgià oddo gonsonandi). Dark Boys Club dura 26 minuti, è costituito da dieci pezzi secondo i dogmi del marketing, dalla soglia di attenzione alla banale matematica: meno pezzi in meno tempo portano più streaming. Poi, se l’artista vi è simpatico assai, potete gettare lì che la brevità corrisponde a quella stessa urgenza di comunicare che era tipica del punk, blablabla. I dieci pezzi non fanno fatica a prendersi tutti i posti che contano nei

Sedicenti singoli. A partire dalla n.1 misteriosamente intitolata Pussy, nella quale ospitano Lazza e Salmo, poi al n.2 con l’omaggio alle costose braghe Amiri boys (con Capo Plaza) e al n.3 con Savage (con Wayne Santana e Tedua). A me, lo confesso, i tre peracottari sono simpatici assai, e l’album Dark Boys Club, per quanto le sue rime siano difficili da tollerare quando si hanno più di 13 anni, ha tanti featuring di prestìggio e un paio di basi ribalde di Youngotti (so che vi piace pensare che sia Jovanotti) (…anche a me). Purtroppo dopo un quarto d’ora le idee sono già finite, la gang non ha più niente da dire, se non che è una gang – e allora chiudere il tutto in 26 minuti si conferma sintomo di banale saggezza. Evidentemente gli FSK Satellite, che sono per gli undicenni di oggi quello che la DPG era per gli undicenni di tre anni fa, spingono i loro modelli originari a una specie di crescita, e il prossimo album sarà quello (lol) della maturità, anche se mi sa che sarà tipo la Maturità di quest’anno, cioè una faccenda un po’ bufu, regà. Però rimarrà sul tappeto una questione. Che mi ponevo già nel vedere che i BTS sono andati al n.1 ovunque tranne che da noi.

(ma lì, si può rispondere tranquillamente che quelli sono coreani e noi siamo candidamente razzisti. Perché quando tutti i popoli del pianeta stavano nelle palafitte, noi già andavamo a stuprare le Sabine)

Ovvero. Come mai l’Italia in questo secolo è passata dalle boy-band per ragazze a quelle per ragazzi, fatte da ragazzi?

La risposta è scritta sulla sabbia – e la porteranno via tutte quelle hit estive che sbavano da mesi nei file dei nostri più ispirati artisti. E nella Fase IV ci salteranno tutte addosso.

Resto della top 10. Di fatto l’Italia è tutta un blabla, con il rap al n.2 (Ghali), n.3 (Marracash) e n.4 (ThaSupreme). Al quinto posto ci sono i Pinguini Tattici Nucleari, che da mesi i giornali incoronano come veri vincitori di #Sanremo. No, non è vero, non lo fanno. Perché poi dovrebbero scrivere che sono di Bergamo, e da lì in poi è tutto un toboga verso la polemica. Rap anche al n.8 (Travis Scott) e n.10 (Drake), e con The Weeknd (n.6) e Dua Lipa (n.7) abbiamo un terrificante quartetto di stranieri tra i primi dieci, ma possiamo imputarlo allo stato di smarrimento da Fase 2. Al n.9 rientra invece Il Fantadisco dei MeControTe, di Luì e Sofì, e fa sempre piacere, perché ai critici snob come Madeddu non piacciono – eppure è evidente che in loro c’è tutto un sottotesto che rimanda a Serge Gainsbourg e Jane Birkin, o Gainsbourg e Brigitte Bardot, o Gainsbourg e qualunque donna alla quale stesse facendo l’occhio lesso in quel momento.

Altri argomenti di conversazione. La DPG è l’unica nuova entrata in top 50. Dopo essere entrato al n.2, Dani Faiv scende subito al n.15 (uhm). A causa della prudenza nel pubblicare nuovi album, assembramento di long-seller tra il n.11 e il n.20: lì troviamo Ultimo (due volte), Salmo, Lazza, Rocco Hunt, Machete Mixtape, Billie Eilish, Capo Plaza e l’outsider vero di questa top 20 secondo me ovvero Gazzelle, che nelle prime posizioni credo ci sia stato cinque minuti – ma come la vendetta, il suo album piace freddo. Tra i dischi a breve permanenza sarei per segnalare Subsonica, Fiona Apple e Giulia Molino (una settimana), The Strokes e Aya Nakamura (due settimane). Li guardano con alterigia i

Lungodegenti. Iniziamo da 20 di Capo Plaza (108 settimane), i primi di Ultimo (Pianeti entrato 115 settimane fa, e Peter Pan 118), Rockstar di Sfera Ebbasta (121), ÷ di Ed Sheeran (in classifica da 167 settimane). Ma naturalmente l’album da più tempo in classifica è dei

Pinfloi. Ed è The dark side of the moon, lì da 184 settimane, anche se ora è al n.69 e ha perso 25 posti tutti insieme, cosa che mi allarma un po’, perché The wall da quando è uscito di classifica, non si è più visto, cosa che mi fa pensare che si vendesse tantissimo nei negozi. Sì, è rientrato in classifica Nevermind dei Nirvana ma non è la stessa cosa. Anche se, sapete, è il gruppo di Kurt Cobain – quello che si è fucilato da solo, mitico.

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Tutte le classifiche che ci stavano: concerti, video, album, streaming, sorrisi, canzoni.

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

ThaSupreme non ha niente da dire, e non è un dramma – TheClassifica n.47

Il messaggio è il mezzo. No, è il contrario. Non mi ricordo più.

TheClassifica 39. Sulle fortune del maschio ubersexual

TheClassifica 39. Sulle fortune del maschio ubersexual

Comic Sans non ha mai fatto male a nessuno. Maledetti fontofobi, chi siete voi per giudicare. Quanto disprezzo, quanto rancore, quanta ansia di affermare le mille verità definitive che puntellano i nostri giorni. Per esempio: Biagio Antonacci. Pensate di possedere qualche verità su Biagio Antonacci? Io l’ho pensato per anni. La verità era che Antonacci mi ispirava una felpata ripulsa. E lo fa ancora. Non per tutto il suo repertorio: salvo qualcosa del primo sprovveduto periodo, inizio anni 90 (epoca durante la quale comunque non c’era cantante pop italiano che non fosse microbico di fronte a Raf), però senza dubbio mi infastidisce da Iris
(compresa)
a oggi e con l’unica eccezione di un piccolo guizzo come autore, ovvero Tra te e il mare scritta per Laura Pausini. Canzone della quale ha peraltro pensato bene di riappropriarsi inserendoci il riff di chitarra di Start me up dei Rolling Stones – così, patang, con un senso di sé e della musica popolare completamente nulli, con un’incongruenza così orgogliona che ti chiedi se veramente è valsa la pena di prendere in considerazione Antonacci anche alla lontana in quanto rappresentativo di qualcosina. Io sono anni che vado di trinciapollo su di lui, ma oggi preferirei non farlo. Perché ogni tanto mi sento anche scemo, e li capisco quelli che lasciano perdere e lanciano la propria scomunica verso gente che a tutti pare, pacificamente, meglio di Antonacci, tipo i Coldplay o Bruce Springsteen

(oh, non guardate me) (ehm) (okay, d’accordo: lo faccio anch’io, ma io lo faccio con tutti – perché si sa che è il mio birignao, giusto?)

perché in fondo prendersela con Antonacci è come prendersela con la Santanché: vuoi mettere, scannarsi su Renzi o Civati.

Pure, io qualche arrogante risposta a questo ventennio di strapotere Antonaccesco ogni tanto vorrei che me la dessero. Le mie sono risposte flebili, da uomo malmostoso, probabilmente anche infastidito per motivi animali di antagonismo maschile: riduco l’Uomo di Rozzano a fantasia erotica femminile, a sogno proibito delle acquirenti da Esselunga e Ipercoop, e insisto a fare di lui il campione di quella categoria negletta, oscurata tra metrosexual e retrosexual e hipster, che erano – o meglio avrebbero dovuto essere – i famosi übersexual. Quelli sensibili che sapevano piangere. Quelli che si prendevano la colpa se era finita, quelli che rantolavano che erano contenti se lei adesso era a letto con un altro, quelli che “L’amore ti annaffia e ti gonfia le guance, ti mette le ali e vai su”. Quelli che anche se stanno cantando “Mi fai stare bene” o “Sarà sempre festa”, hanno il tono di chi ha uno spiedino conficcato nel fianco. Biagio non alza mai la voce né si percuote il petto, non è come noi orangutan. Anzi, ora ha pure deciso di ostentare una sua debolezza: in copertina ha gli occhiali, ché la vista comincia ad andare giù. Non so di che marca siano, mentre nel disco precedente era stata sua premura comunicare che indossava dei Ray Ban Justin (“un modello casual, dalla calzata molto comoda e leggero”, diceva il comunicato stampa). Nel brano che apre L’amore comporta c’è questa strofa:

“Arriva il grillo 
Si siede sulla spalla
Parla e mi dice
Dai Biagio, tu vivi
Vivi per stupirti
Mai per consumarti
L’hai sempre fatto
Se cadi poi vivi
E sarà sempre festa”.

(…Nota bene. Grillo, minuscolo. Credo)

Ma passiamo ad altro, giacché si sappia, io vivo per stupirvi (mai per consumarvi). La settimana scorsa ho saltato la TheClassifica. C’era ancora in testa Rocco Hunt, quindi cosa avrei potuto dirvi? Beh! Avrei potuto dirvi che il n.1 annunciato, Moreno, si era fermato al n.2. Dove si trova tutt’ora. Piccolo smacco. Doveva essere il disco dello sdoganamento, con l’approvazione del governo del rap (Gué Pequeno e J-Ax) (che J-Ax is the new Morgan è troppo tardi per dirlo?) e un paio di nomi per le mamme (Alex Britti e Fiorellona Mannoia) e solo un pizzico di Amicizia di Maria (Annalisa). Ma Ruocc’, attualmente terzo, ha imposto la sua spietata legge.

Corro frettoloso dal n.4 al n.10: MiticoLiga, Stromae, Francesco Renga, Sandrina Amoroso, Pharrell (che comincia a dare sui nervi ai trendsetter) (a me, no), Shakira, 99 Posse. Escono dalla top ten Roby Facchinetti ed En?gma, rapper sardo del giro di Salmo, se non sbaglio è di Olbia anche lui. Era entrato al n.4. Al n.11 altra nuova entrata, gli R5. Con quel nome, sembra pericolosamente una boy-band, vero? Ci siete andati vicini. È una boy-band della Disney con dentro una ragazza, anche lei ovviamente la più carina della scuola, ma centrata su un cantante genere “cioè troppo <3 <3 <3, no vabé ciao”.

Al n.12, gustosa sorpresa. Impennata di, nientemeno, Sal Da Vinci! Lo so che vi confondete con Giò Di Tonno. Che errore pacchiano! Giò, Sanremo lo ha vinto (come dimenticare!) mentre Sal arrivò terzo (come dimenticare!). Non so bene come abbia fatto questo rimbalzone dal n.53, tra la seconda e la terza settimana dall’uscita. Sono andato a vedere se era successo qualcosa di particolare, ma è saltato fuori solo che Salvatore Michael Sorrentino (cioè Sal) qualche settimana fa ha messo sulla sua pagina Facebook lo status “SAL DA VINCI IN COMA! A breve il referto medico. State tutti con noi, staff” con foto di lui intubato – poi però, dicono autorevoli fonti di informazione, è intervenuto per rassicurare i fan: “Ciao a tutti, tranquilli Sal sta benissimo la foto che hanno pubblicato era una foto di scena del nuovo video di uno dei brani del nuovo album in uscita SE AMORE È! Il colpevole e il regista Gabriele Paoli!!! Un abbraccio affettuoso a tutti da Sal e dal suo staff!!!”.

Sal ha specificato che la foto è finita su Facebook PER ERRORE. 
I fan non l’hanno comunque presa bene.

Sal, vale la pena che lo sappiate, ha fatto partire il suo tour da Atlantic City, poi ha fatto tappa a Parigi all’Alhambra, quindi si è esibito all’Eliseo di Roma e all’Augusteo di Napoli con quello che lui definisce “Un viaggio nella bellezza, una bellezza che viaggia in tutto il mondo, attraverso le canzoni”. Il suo album Se amore è ospita Clementino, Gaetano Curreri, Gigi D’Alessio, e ha come arrangiatore e produttore il topico Celso Valli. Ve l’ho detto chi ha prodotto il disco di Antonacci? Come metà dei numeri uno in classifica degli ultimi due anni, è prodotto da Michele Canova.
Sal, vale la pena che sappiate anche questo, ha debuttato come cantante quando aveva 5 anni, duettando con il padre Mario, grosso nome della sceneggiata, nella canzone Miracolo ’e Natale. Ha debuttato come attore a 9 anni in Figlio mio sono innocente! Nel 1994 ha vinto il Festival Italiano della Musica di Canale 5.

…Ecco, lo sapevo. Adesso volete sapere di Giò Di Tonno. Beh, a voi piacerebbe poter dire che è sparito. Invece no, un anno e mezzo fa ha vinto la seconda edizione del bel programma Tale e Quale Show, condotto dal Bravocarloconti. Giunge nuova, vero? No, ma continuiamo a parlare del quinto anniversario del decimo anniversario del quinto anniversario della morte di Kurt Cobain, noi.

Al n.82 entra Anna F., ovvero l’austriaca con la canzone sgallettina, DNA. Mi secca confessarlo, ma è un disco che mi ha spiazzato. Non è un capolavoro, ma non è questo il punto. E’ che potete divertirvi a trovarci dentro un’ottantina di altre artistine, tutte delle quali stimabili ancorché pallide: da Imogen Heap ad Adele a Suzanne Vega a Dido ad Anouk ad Anna Ternheim (ma persino Frida, se mi provocate) (forse, ma forse, anche un vagore di Anna Calvi). C’è una voce soffiante e un’idea di pop abbastanza retroversa che ha reclamato un suo posto al tavolo dei grandi ma (mi chiedo se a causa dello strapotere percepito delle divas) non è mai davvero decollato in passato, e che verrà prevedibilmente uccisa dal singolo di successo più o meno come capiterà (ora gliela tiro) a Lykke Li. Tutto questo mi serviva per dire che invece Lana Del Rey scende dal n.34 al n.46, e compie 115 settimane in classifica. Ora: se questo dato fosse attendibile

(ma insisto che non la bevo, che ogni settimana da due anni, novanta persone – diverse – entrino nella Feltrinelli più vicina a casa e comprino la Lana)
potreste persino arrivare a convincermi che c’è effettivamente un pubblico che domanda questo tipo di pop. Mentre l’airplay radiofonico invece gli butta addosso i Clean Bandit (n.1 tra i singoli), che io li picchierei – no, davvero, dovreste togliermeli da sotto le mani, perché gli farei del male – sì, a tutti e quattro, anche la violoncellista
(disprezzo i violoncelli, e con la faccia schifata, anche) (sono l’equivalente sonoro del vino rosé) (e da vent’anni infestano le colonne sonore del cinema italiano) (per quanto mi riguarda, il cinema italiano è La Grande Violoncellata) (se mi imponessero di scegliere tra i violoncelli e Antonacci, io ve lo dico: sceglierei Antonacci)

Vuoti incolmabili: nove dischi di morti in classifica, escludendo i Bee Gees (n.100) (con Saturday Night Fever) (l’hanno passato di recente, forse tanto è bastato, su Iris) (tanto per tornare ad Antonacci); è vero che ne resta vivo solo uno, però quell’uno è Barry Gibb.

Bollettino Pink Floyd: The Dark Side of the Moon scende dal n.45 al 54, The Wall scende dal n.68 al n.73, mentre Wish You Were Here esce momentaneamente dalla top 100. Wish You Were Here ogni tanto fa di queste cose, non so perché. Come vorrei, come vorrei che fosse in classifica.