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Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Ci credevamo così furbi, e Rocco Hunt era n.1 – TheClassifica 45/2021

Benvenuti. Oggi in questo podcast vi daremo preziosi consigli per affrontare le sfide globali di questo millennio. Partiamo da una good practice: Barilla, la famosa fabbrica ITALIANA. Fate come loro: fate un sacco di cose – qualcuna vi riuscirà un po’ meh, però inevitabilmente, qualcuna riuscirà bene. E quindi complimenti agli amici della Barilla – è stato un piacere fare questo product placement per loro. Ed ecco un altro consiglio.  Bisogna saper fare di tutto, anche i product placement.

Bisogna saper scrivere delle band tedesche degli anni 70, del blues revival degli anni ’80, del nu metal anni ’90, e del Rocco Hunt del 2021.

Che son buoni tutti, a fare il figurone parlando degli artisti trendy e virali, ma ignorando l’album più venduto in circolazione.

Troppo comodo.

Anch’io, come voi, invece che un pezzo su Rocco Hunt, vorrei leggere il centesimo arguto saggino su cosa c’è VERAMENTE dietro al successo dei Maneskin, oppure ulteriori retroscena su Phil Spector e perché sommerse di archi e cori The long and winding road. No amici, anche voi dovete raccogliere la sfida della contemporaneità e leggere come stanno le cose veramente oggi.

Perché nel mondo reale, devi saper fare le hit estive ITALIANE boomdabascie ma anche i featuring con i rappusi criminusi che la drò e i brò e le trò.

Devi saper cantare e rappare in dialetto e in italiano. Devi fare i featuring coi napoletani e coi milanesi e coi romani.

Devi fare i pezzi con l’accenno sociale (senza sbilanciarti) e quelli sulla vita semplice col caffelatte quelli sugli zeri che hai sul conto e l’intro motivazionale con Lele Adani. Sì, il pressoché calciatore Leleadani – che mentre parla incespica e arranca esattamente come quando giocava a pallone, ma è un famoso che va in tv, e in quanto tale ogni connotazione di ridicolo è annullata (…per la scienza, questa è nota come Costante di Morganetto Castoldi. La si studia da anni, non viene mai confutata).

Devi saper portare il rap nel neomelodico, e il neomelodico nella trap, e lasciarci lì a meravigliarci di quanto abbiano in comune.

Devi ricordarci che ti sei guadagnato tutto e che c’era chi non credeva in te, e devi commuoverti per il coraggio che hai avuto, e dire che tutti in fondo potremmo farcela come te – alé!

Devi stare tra la strada e la spiaggia, e la spiaggia e la strada, e alla fine basta evocarle e tutti siamo contenti, perché tanto non sappiamo bene a quali leggi rispondano, viste da un telefonino non sono nemmeno così diverse.

Se sai fare tutto questo, è giusto che tu vada al…

Numero Uno. Rivoluzione di Rocco Hunt è un disco perfetto per prendere il posto del segnetto = di Ed Sheeran, perché gli somiglia in modo insospettabile. È un disco che non lascia niente al caso, con tutti i featuring importanti e tutti i generi al posto giusto: è il prodotto di un operatore molto attento e capace di fabbricare un disco come si fabbricano snack. La crescita professionale dell’autonominato Poeta Urbano è stata veramente notevole, ma ammetto che la considerazione contiene una specie di discriminazione (quelli migliori di me direbbero bias) come se un prodotto musicale di area rap ben calcolato e dosato potesse essere solo una prerogativa del giro milanese. Come se scendendo sotto Roma ci fosse sempre un’immancabile trade-off tra formula e spontaneità guagliona – in realtà siamo tutti abbastanza adulti da sapere che l’uso del dialetto (anche a Roma, forse soprattutto a Roma) spesso è un espediente per forzare nell’ascoltatore un senso di sincerità.

Personalmente, credo che Rocco Pagliarulo da Salerno oltre che di un consistente business plan sia dotato di una sua sincerità, e credo che questa venga fuori proprio dal fatto che cerca di fare tutto quello che serve. Credo che le cose migliori del disco siano nei pezzi in cui gira attorno agli ospiti che minacciano e fanno i duri: sembra divertirsi a fargli fare la voce grossa rimanendo un passo indietro, compiacendosi del rispetto che si è guadagnato tra i malamente senza esserlo. Perché malgrado il titolo del disco, Rocco Caccia è tutt’altro che un rivoluzionario, è un conservatore come il 90% dei rapper – ma occhio: non di quel conservatorismo che venera il mercato, il capitalismo e l’individualismo come i suoi settecentoventi milioni di colleghi che si distinguono dal gregge. No, lui lo è nelle rime sul suo bambino (in Fiocco azzurro, sigillate da quest’ultimo che gli dice “Papà, non fare il monello”) oppure nelle considerazioni mariomerolesche: “Vulesse credere ancora ch’esiste nu Dio ca c’osserva e perdona / Si se spacca ‘a famiglia, a suffrì songo ‘e figlie”. Perché scava scava, eccole lì le basi: i figli, so’ pezzi ‘e core. E lui è così conservatore che attribuisce ancora un ruolo emotivo alla musica, che molti PRODUCERS rap combattono con efficacia: la loro missione, di fronte a testi che vanno eliminando connotazioni emozionali che vadano oltre quelle basiche del rapper di inizio secolo

(soddisfazione per la propria ricchezza) (strapotenza sessuale) (umiliazione degli altri umani) (rancore per chi non credeva che l’artista potesse conseguire le precedenti) (amore per la mamma, guardami mamma, è per te mamma)

diventa quasi inutile differenziare i suonini che vengono apposti sui ritmini. Per il sig. Hunt no: il suo dna neomelodico gli impone di caratterizzare con uno sfondo musicale standardizzato ma coerente gli scenari che prepara per i suoi testi. Del resto pezzi come la succitata Fiocco azzurro raccontano cose tanto semplici quanto personali, che è una cosa che un rapper professionista cerca di non fare, perché il personale non interferisca col personaggio. Certo, poi se scavi ancora di più, magari nella top 30, scopri che Rocco Pagliarulo non ha un singolo singolo tra i singoli più ascoltati in Italia. Ne ha solo uno tra i primi cinquanta

Sedicenti singoli. E quel pezzo, al n.33, altri non è che Un bacio all’improvviso – in pratica la hit estiva con Ana Mena, sempre lei. Il che significa che Rocco Hunt è qui per restare, e tornerà con noi tra qualche mese con un singolo con qualche featuring – o forse andrà a Sanremo, vai a sapere; per contro l’album Rivoluzione è un po’ un fuoco di Pagliarulo, non so se rimarrà in top ten, ma in fondo non è importante. E ora non guardatemi così, lo so che potevate impiegare questi cinque minuti a leggere un articolo sulla tipa dei Brass Against. Mi spiace. Per farmi perdonare vi dirò qualcosa da usare in conversazione. Tra i tanti video con più di 20 milioni di visualizzazioni su YouTube, Rocco Hunt insiste per tre volte su un concetto: una fanciulla del popolo che straluna a fronte dell’incontro con il guaglione che ce l’ha fatta.

Lui per contro straluna di rado, è sempre rilassato. Anche quando è preso in mezzo fra quattro ex giocatori dell’Inter appare divertito, sornionamente protagonista e un po’ democristiano come un arbitro.

Sedicenti singoli. Già che siamo qui, sbrighiamo la pratica: tra le canzoni che appagano la nazione come sempre c’è poco movimento a differenza di quanto accade tra i presunti album: c’è ancora Kumite di Salmo al n.1, e sul podio ci sono sempre i duetti del simpaticissimo Sferoso Famoso: quello con Madama (Tu mi hai capito) e quello con Blanco (Mi fai impazzire), coi loro bei titoli-hashtag ribelli eppur pucciosi. C’è una sola nuova entrata tra le prime trenta, ma è effettivamente molto alta, è Come nelle canzoni di Coez al n.4. Blanco ha due pezzi in top ten, nella quale ci sono addirittura tre non ITALIANI (Farruko, EltonJohn/DuaLipa, Adele), tra i quali non c’è più Ed Sheeran. A proposito, che ne è di lui?

Resto della top ten. Il segnetto =, numero uno nella settimana di uscita, scende al n.5. Al n.2 e al n.3 e al n.4 ci sono il tenente Blanco, il capitano Ultimo, il generale Salmo. Entra (un po’ mestamente) al n.6 l’ultimo Voyage degli ABBA, insieme ad altre due new entries: Loredana Berté (n.8) e Il Volo con l’omaggio a Ennio Morricone, che non può protestare (n.9). Rimangono aggrappati alla top ten Rkomi (n.7) e i Pinguini Tattici Nucleari (n.10), dei quali prima o poi bisognerà parlare.

Altri argomenti di conversazione. Escono dalla prima diecina gli album di Sferoso Famoso e Madama (ma in questo caso è solo momentaneo, son sempre lì che fluttuano), Alessandra Amoroso e Nayt (in questi casi è un po’ meno momentaneo). Escono del tutto dalla classifica, e piuttosto celermente, gli album di alcuni venerabili maestri: Duran Duran, Elton John, PFM e Dream Theater (dopo due settimane), Carmen Consoli (dopo sei settimane), Joe Bonamassa, Oliver Onions e Mastodon (dopo una settimana). Prima che saltiate a facili conclusioni generazionali, aggiungo la dipartita dell’Amico di Maria Aka 7even – freschissimo vincitore italiano di un MTV Award a furor di social. Interessante che le due circostanze si verifichino negli stessi giorni. Infine, guadagna l’uscita a testa alta Bloody Vinyl, dopo un anno e cinque settimane di permanenza con picco al primo posto. A proposito: il n.1 di Rocky Hunt è anche un piccolo trionfo per Sony, che raramente era stata così vicina a Universal negli ultimi dieci anni: 30 dischi in classifica vengono dalla multinazionale giapponese, contro 39 della multinazionale francese.

Siccome in ogni articolo e in ogni intervista bisogna infilare i Maneskin. Il loro album Teatro d’ira vol. 1 è al n.13. Il precedente Il ballo della vita è al n.20. Il loro singolo più ascoltato, Mammamia (uscito il mese scorso) è al n.27. Questo è quanto, questa rubrica non ha alcun commento da fare ma aprite qualunque media sociale e asociale, e ne troverete una cinquantina già pronti: pescatene uno e condividetelo.

Lungodegenti. Fine line di Harry Styles entra nel club degli album da 100 settimane in classifica, lo accogliamo volentieri anche se non è ITALIANO. Nel club ci sono altri undici album (non pochi) usciti almeno due anni fa e un bel po’ di loro stanno molto in alto, il che ci rivela che i giovani di oggi insistono sui dischi del passato, non come i boomer che si stancano subito delle nuove uscite e probabilmente soffrono di disturbi dell’attenzione, consumano tutto velocemente eccetera. Ecco l’elenco, in ordine di apparizione e in forma di immaginetta in modo che i podcast nostri rivali non copincollino l’elenco risparmiandosi questo stupido sbattimento:

Bene. Questo podcast volge quasi al termine, ma prima della sigla, ecco lo spazio del nostro sponsor principale, i

Pinfloi. A momentary lapse of reason scende ragionevolmente dal n.13 all’83, mentre The dark side of the moon prismeggia dal n.77 della settimana scorsa al n.70 di questa settimana. Continua a rimanere incresciosamente fuori dalla classifica The wall. Ma aspettate solo la quarta ondata, e poi ne riparliamo.

Grazie per avere ascoltato questo podcast che si è aperto e chiuso con la faccia di Rocco Hunt, sappiamo che non lo direte ai vostri amici ma non è stato così brutto, vero? A presto.

 

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Ultimo che sogna e vola e grida e sta un po’ sulle palle a tutti – TheClassifica 43/2021

Forse lui non parla di nessuno. Ma di certo, nessuno parla di lui.

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Portatemi Salmo. Gli devo parlare – TheClassifica 42/2021

Flop di Salmo non è un flop. Ma cos’è? Cosa succede in città? C’è qualche cosa, qualcosa che non va.

Il canto degli italiani – TheClassifica, episodio XY, 2021

Il canto degli italiani – TheClassifica, episodio XY, 2021

Salve.
Credo che l’estate sia finita.
Questa rubrichina è ferma da un po’, non so nemmeno quanto – dopo casomai provo a googlare, così vedo.
Seguire le classifiche durante l’estate avrebbe significato sostanzialmente seguire le Azzeccatissime Hit Estive. Io col vostro permesso ho deciso di volermi bene e risparmiarmi tanto schifo sovrumano. Poi in realtà è andata a finire che Fratelli d’Italia – no, non si chiama così – Il canto degli ITALIANI è stata la canzone più popolare. Non che sia granché nemmeno lei: è una marcetta buffa e pomposa con un testo cretinetto, sembra scritta per un programma Mediaset – però è piena di ganci, e dopo mille volte che la senti ti comincia a piacere; per di più, sentirla gridata con furia demente da undici tamarri tatuati in piedi su un campo di calcio finisce per farla arrivare al tamarro maschio tatuato che c’è dentro tutti noi – anche non maschi, anche non tatuati. In qualche modo, i calciatori sono terribilmente convincenti quando gridano che sono pronti alla morte – anche se in realtà sono pronti a buttarsi in terra chiedendo un rigore (o dieci milioni l’anno). Trivia: sapevate che la canzone di DJ Novaro & MC Mameli è ufficialmente il nostro inno, cioè per legge, da nemmeno quattro anni? Dal 30 dicembre 2017? Pensate, fino al 2018 eravamo ancora in tempo a sostituirlo con Italia Amore Mio di Pupo ed Emanuele Filiberto, o Prendilo Tu Questo Frutto Amaro di Antonello Venditti.
Ma questo non ha nulla a che fare con il fatto che la rubrica sia stata ferma, intanto che là fuori centinaia di artisti venivano baciati dal successo.
No, è che non avevo molto da dire, sinceramente.
E voi direte, con saettante sagacia: “Perché, prima?”
E io risponderò – fingendomi divertito dal vostro acume al solo scopo di vellicare il vostro compiacimento e tenervi qui altri dieci secondi, quelli che servono per gli 0,00003 centesimi pattuiti con Spotify – “Ahaha, ben detto”.
Poi aggiungerò: “Però se qualcuno deve intortarvi con un articolo a sfondo musicale che dica poco o nulla, meglio che sia IO. Perlomeno, lo so di non aver molto da dire, e non cerco di camuffarlo parlandovi di me”.
E voi risponderete, garruli: “Ma se non stai facendo altro!”
Al che io ribatterò: “Calunnie! Menzogne! Ciance, fole e fandonie! Non vi ho detto UNA singola cosa che mi sia capitata personalmente”.
E voi alzerete gli occhi al cielo: “Predeterminare ciò che diremo è arrogante, ma continuare con tutti questi verbi al futuro è tremendamente fastidioso, non ci si può dare un taglio?”
E io vi dirò: “Ecco! Era qui che volevo portarvi. A tutti questi futuri. Ho pensato che per questa stagione della fortunata serie TheClassifica, presenterò in anticipo quello che vedrete durante l’anno. E uno dei temi è che la musica che gira intorno, non ha futuro…”.
E voi replicherete: “Suona familiare”.
Ed io con un guizzo, concluderò: “…e neanche un passato. È una musica che non concepisce altro che il presente. Detto tra noi, non so se è un male. Non so nemmeno se è un bene. Ma è così e basta”.
E voi: “Hai fatto bene a dirlo, ora sappiamo che quest’anno leggeremo Vice e Rollinstòn e la newsletter del barbuto che ogni tre parole scrive Boh, cioè”.
Ed io: “Sicofanti versipelle, non sarò io a impedire la vostra rovina”.
E voi: “Ma dicci almeno qualcos’altro. Insomma, due robe su Blanco, Salmo, sulla giovane Billie Elah?”
Ed io, restavo zitto io, per non sciupare tutto, io.
E voi: “Ce ne andiamo da qui in 3…2…1…”
Ed io: “E va bene. Allora, IO avevo poco da dire. Ma Blanco, secondo voi, cosa ha da dire? E gli altri protagonisti degli ultimi mesi? Salmo? Billie Elah? Rkomi? Fedez? Madame? I Pinguini? Le Sardine?
Blanco piace molto. Dieci pezzi di Bluceleste sono entrati in top ten, non li avevano mai piazzati nemmeno Sferoso Famoso e Marracash, se ricordo bene (dopo, casomai, provo a googlare). Blanco piace molto anche ai giornalisti. Blanco ha qualcosa da dire. Ed è: “Sono giovaneeee”.
No, d’accordo, sto banalizzando. Che superficialità insopportabile, che inaccettabile e ingiustificato dileggio generazionale. La verità è che il 18enne Blanco ha qualcos’altro da dire, qualcosa di più. Ed è: “Sono giovaneee – e voglio scopareeeee”.
Ma in fondo non è sempre stato così? Non è questo che dicevano i 18enni Sex Pistols in Anarchy in the UK? Ok, no. O forse sì, immagino che qualcuno potrebbe dire che IN REALTÀ volevano dire questo – ma oggi, cinquant’anni dopo, un artista sotto contratto con la più potente multinazionale della musica è libero di essere il suo viscerale se stesso, non si comporta come un prodotto di marketing, sappiamo che le multinazionali odiano il marketing, non vi ricorrerebbero mai, quello che vogliono è dare espressione ai sentimenti di noi giovani.
Poi, se da 18 anni passi ai fatidici 27, c’è Rkomi che ha qualcosa di più elaborato da dire. Ed è: “Io amo e scopo”.
(prima secondo me aveva persino più cose da dire, ma a ‘sto giro voleva fare i Grandi Ascolti e per farli, meno dici e meglio è) (ricordatevi questa cosa, perché quest’anno, all’esame ve la chiedo)
Continuiamo. Prendiamo i Pinguini. Hanno certamente una cosa da dire ed è SIAMO CARINI E COCCOLOSI, CARINI E COCCOLOSI.
Cos’ha da dire Fedez? Quello che ha da dire il 99% dei rapper della sua generazione: “Comprate il prodotto”. Che poi, non è nemmeno particolarmente grave. Magari il prodotto mi piace. I sospetti vengono quando controlli cosa c’è dentro.
Cos’ha da dire l’attuale n.1 nella classifica dei presunti album, ovvero Salmo? Orbene, questo non lo si può chiudere con una battuta e mezza. Salmo è due spanne sopra la media, e questo distorce molto il giudizio sul suo strano disco: personalmente so che rischio di essere indulgente nei suoi confronti, quindi credo che questa rubrica approfitterà del fatto che il suo album Flop sarà al n.1 anche la prossima settimana, per pronunciarsi sulla vera natura del suo primato.
E così, per oggi concluderei qui. Sì, niente top ten, niente considerazioni sui singoli, niente puntualizzazioni su chi sale e chi scende, niente conteggio degli ITALIANI maschi in top 30, niente osservatorio sui Pinfloi. Per ora, non avevo che questo da dire.
…No, non è del tutto vero.
Vorrei farvi vedere la classifica ITALIANA dei (presunti) album.
Però vorrei farvela vedere com’è veramente. Eccola.
Notate niente? Io escludo che questa piccola testata testona si possa annoverare tra quelle che anche in tempi di apogeo della musica indie, hanno mai sbrodolato sulla sua importanza. Qualsiasi tipo di discorso sulla musica indipendente – ITALIANA e no – mi causa sfoghi alla pelle, e vanità mi ha sempre imposto di evitarli. Anche perché qui il punto non è l’indipendenza, perché in fondo dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano, i bimbi d’Italia si chiaman Balilla, e il suon d’ogni squilla i Vespri suonò.
(…credo di aver sentito di peggio solo da Lo Stato Sociale)
Dicevo: il punto non è l’indipendenza. Il punto è che sono rimasti solo tre ristoranti. E gradualmente, stanno sostituendo gli chef con i forni a microonde, e quanto ai menu, li fa un algoritmo. E conosco gente che per non sembrare snob si alza da tavola dicendo: “Yum yum! Che bontà!”
In fondo, non ho niente da obiettare. L’ipotesi di estinzione dei musicisti che hanno qualcosa di interessante da dire A ME (e magari A VOI) è perfettamente contemplata e comunque di per sé significativa. In fondo ci sono meno di quattromila esemplari di tigri mentre le nutrie sono in aumento.
Sono certo che la nutria ha qualcosa da dire. Onestamente, non so quanta voglia ho di ascoltarla (specie se si è pagati così poco).
Per contro, se rimani più del dovuto ad ascoltare la tigre, potrebbe non farti un gran bene.
Ed è per questo che ci ritroviamo ad ascoltare Pinguini e Gazzelle e Colapesci. Non comportano sfide evolutive. Chi ne vuole?
Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Cioè, ve la ricordate la trap? – TheClassifica: episodio 18/2021

Addio a un genere che era in decomposizione anche da vivo. Ma quanto lo amavano i media.

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Il pop italiano è una Fiat 126 – TheClassifica episodio 17/2021

Pre Sto. Con amici e colleghi – ma anche con nemici e scollegati – mi ritrovo spesso a fare magnifici discorsi sulla musica. Su com’era, com’è. Sulle sue storie, sulle sue instagramstorie. Su cosa ci dice del mondo com’è, e come non è. Su come ci ha cambiati e come cambierà senza cambiarci più. E ormai questi discorsi mi paiono così migliori di tutti gli album in circolazione, che temo di ritrovarmi un giorno a vagheggiare album immaginari come gli assoli di chitarra immaginari del povero Joe, rockstar mancata immaginata da Frank Zappa. Non sarei nemmeno originale: lo fece per primo (tanto per cambiare) Magister Bertoncelli recensendo un LP di Crosby, Stills, Nash & Young così plausibile che la casa discografica inondata di richieste fu costretta a smentire. Lo ha fatto di recente Reg Mastice in un libro, e lo fece vent’anni fa mescolando hype e whatif il caro, scomparso Modern Humorist, che rivelò che l’imminente Kid A dei Radiohead avrebbe portato alle estreme conseguenze il pessimismo della band, con un disco di teen-pop prodotto da Max Martin, ospiti Scary Spice e Aaron Carter, e titoli accattivanti come Download my heart e Yo quiero bailar. La Storia ci dice che Kid A non è stato quel tipo di disco. Ma mi piace immaginare che un po’ ci abbiano pensato, a fare un disco pop insopportabile – ma che poi gli sia mancato il coraggio e abbiano dovuto accontentarsi del disco che quasi tutti considerano il loro capolavoro
(mmh, io no) (so che ve lo aspettavate) (confido che non vi interessi sapere qual è il mio preferito) (…non interessa nemmeno me)
Ecco, questo coraggio di fare un disco caruccio (“cuuuute” come diciamo noi giovani) e sciabadabadoso non è certo mancato a
Il numero uno. Con la classifica che ha chiuso il mese di aprile, Multisala di Federico Bertolini in arte Franco126 (come i centoventisei gradini della scalinata di Trastevere) è diventato il 15mo album diverso in 15 settimane a occupare il trono dei presunti album, dal quale per qualche giorno può guardare tutti quanti con alterigia. Da gennaio, 15 artisti diversi hanno avuto la loro settimana di trionfo, per poi ritirarsi in buon ordine – avanti il prossimo, gli lascio il posto mio. Viceversa, tra i singoli non si muove quasi niente. E così è come se il Paese fosse schiacciato tra gli spotifati ossessionati dalle Nuove Uscite (gli album) e i forzati della Top 50 (i singoli) che ogni giorno si fanno rassicurare dalle stesse musiche leggerissime e di #successo. Di per sé, Multisala è un altro album piasciòne da cantautorino indie co’ dentro er friccicòre d’aaaaaa primavéra de Roma, capitale ITALIANA dove da vent’anni la legge spietata dello showbusiness impone a cantanti e attori di forzare un accento romanesco pure quando non ce l’hanno, e persino se non sono dell’Urbe – per ostentare vicinanza alla GENTE, seguendo un filo lòggico ‘mportante. So che facendo notare questo dettaglio sembrerò più milanese di quello che sono, ma dentro di me (…come in ogni milanese, credo) c’è un romano mancato, e anche da dentro me stesso trovo tale espediente un po’ penoso. Ma devo ammettere che molto dipende dal fatto che ai primordi dei miei ascolti di musica, quando per la prima volta mi arrivavano canzoni di Battisti o di Baglioni o De Gregori, non deducevo immediatamente la loro provenienza, e credo che molto dipendesse dal fatto che non era la loro primissima preoccupazione farla percepire a me o agli ITALIANI. Il che mi sobilla un
Volo pindarico sul neoprovincialismo. Giovani virgulti, voi non ci crederete e io stesso l’ho capito solo dopo (anche perché ero infante, e infantile) ma l’Italia in cui sono cresciuto aveva una voglia di sprovincializzarsi immensa, tanto che ci si lamentava di esterofilia dilagante. Nella musica Michael Jackson, Bruce Springsteen, Madonna, Duran Duran – i quadrumviri dominanti degli anni 80, peraltro se ci pensate ben distribuiti dal punto di vista musical-ideologico – presero il sopravvento nel giro di due anni, da Rio (1982) e Thriller (1983) a Like a Virgin e Born in the USA (1984). Ognuno dei quattro (Nella Mia Umile Opinione) aprì poi la via per qualcun altro, non sarò certo io a sminuire Prince o Sting, Depeche Mode o U2, che erano già in giro ma avrebbero preso il testimone già a uno stadio evolutivo più avanzato – e lo dico, ovviamente, da incallito estimatore di tutti quanti. Ma ora vi spiego dove voglio arrivare.
1981 vs 2021. Farò ricorso alle classifiche che il premiato sito Hitparadeitalia ha provato a eternare, sapendo (come lo sanno loro) che l’attendibilità delle charts che ci sono state tramandate è un po’ labile, ma sicuramente imparziale. Questi erano i dati che ci venivano dati (per questo li chiamiamo dati). Proprio quarant’anni fa, per la prima volta nella Storia, i primi tre singoli più venduti dell’intera annata furono tutti e tre stranieri. E tranne il n.2, di un gruppo del quale nessuno sapeva niente (e temo che oggi il Corsera li chiamerebbe meteore) possiamo ancora considerare quei particolari brani come vicini a un’idea di musica che era commestibile sulle nostre tavole. Anche al quarto e quinto posto però ci sono canzoni non ITALIANE, e sono di FEMMINE.
Ma voi non guardate chi è davanti, guardate chi insegue: Ricchi e Poveri, Cecchetto, Loretta Goggi, Albano & Romina, Gianni Togni, Riccardo Fogli. Lo riconoscete? È Sanremo, col suo ghigno mortale: ritenuto spacciato pochi anni prima, come ogni zombie che si rispetti si riprende e rialza la testa. Nel 1982 si ha ancora un podio straniero, e il 45 più venduto è addirittura Der Kommissar, il rimosso rap austriaco di Falco. Ma Claudia Mori, Riccardo Fogli (vincitore di Sanremo) e Albano & Romina non mollano. Ed ecco arrivare
La mia riverita ipotesi. A un certo punto negli anni 80
(prendetevi un momento per deprecarli come sempre) (fatto?) (bene) (che non si dica che a parlare qui è una qualche nostalgia) (l’unica legittima è per le telecronache, che le faceva Bruno Pizzul da solo, e non i più babbioni del vostro liceo, in coppia) 
dicevo, negli anni 80 scattò una reazione al provincialismo di un decennio come gli anni 70 che avrà anche avuto i suoi pregi, ma in Italia culturalmente tendeva all’autarchia quasi quanto il Ventennio. E se nei consumi di massa la reazione si esprimeva nel graduale rigetto delle onnipresenti scatolette Fiat 126 ITALIANE del nababbo di Stato Agnelli, nel consumo di musica, anche quella più di consumo (…è per sottolineare questo, che vi sottopongo i 45 giri e non i 33 giri, per non parlare dei concertoni delle star internazionali negli stadi, sempre una faccenda che data dagli anni 80) si manifestò in un altro tipo di rigetto. Nella ricerca di qualcosa che fosse in antitesi con l’onnipresente pop ITALIANO di Tozzi, Riccardo Cocciante, Pooh, Zero, l’altrettanto rimosso Alan Sorrenti. Niente di personale nei loro confronti (anzi, dei primi due difendo la musicalità, sottovalutata rispetto ai testi), e certamente non sono qui a decantare Nikka Costa o Lio, che manco so chi fosse, apprendo oggi da Wikipedia che era portoghese naturalizzata belga. Sto dicendo che l’apertura dei confini musicali fece aprire tutta la musica italiana, dal pop ai cantautori. Per risollevare lo stramaledetto Festival, Pippo Bau iniziò a inseguire gli ospiti internazionali, e fu per questo che gli adulti di oggi rimasero fatalmente agganciati alla kermesse, e moriranno kermessando. Poi, se notate, nella classifica del 1983 che vedete gli italian boys in qualche modo rispondono, e al n.1 di Flashdance replicano I like Chopin di Gazebo e Vamos a la playa dei Righeira, due clamorose appropriazioni di nuovi stilemi in chiave ITALIANA – proprio come Vacanze romane dei Matia Bazar (n.4). In quella top ten il Belpaese risulta oggettivamente subissato. Non una grave perdita, vedendo come a difendere l’eccellenza ITALIANA c’è Corrado, con la eccellente pipì di Carletto, al n.9. Lo stesso succede inevitabilmente negli album, con l’irruzione tra i primi album più venduti di MiticoVasco, con delle Bollicine molto più funky che rock (perché noi Vasqueros della prima ora e mezza sappiamo bene che lui era un tamarro da discoteca). E trai più venduti di quell’anno, tra Thriller, Flashdance e Sinchronicity, ci sono altri due cantautori che riscuotono un entusiasmo di massa che negli anni 70 potevano solo sognarsi, cioè Dalla e Battiato, due che erano cresciuti guardando lontano, fuori dai confini – per poi eventualmente tornare a passare l’estate su una spiaggia solitaria, dove il mare luccica e tira forte il vento…
Lo stivaletto. Siccome siete gente vispa, sapete meglio di me che in queste settimane si discetta di comicità. Non credo mi deriderete se prendo atto che il mai sopito filone degli stereotipi regionali è tornato ai suoi massimi, da Casa Surace e Pio & Amedeo al Milanese Imbruttito (e tutti gli altri, dai). Evidentemente, per qualche tipo di viscerale ripiegamento antiglobal, viviamo un periodo di coccoloso ritorno all’ideologia dello Strapaese caldeggiata dal nonno di Alessandra Mussolini. Ma in quel caso l’autarchia era il vicolo cieco in cui lo scemo aveva infilato i nostri nonni; oggi è soprattutto una smania mentale, tanto che le multinazionali sono costrette a mettere bandierine tricolori sui loro prodotti per garantire a milioni di ex secessionisti che il dentifricio e la carta igienica sono fatti con ingredienti ITALIANI. Ebbene, io quando sento Gazzelle, Coez, Achille Lauro, Carl Brave o quando sento Franco126 pronunciare la parola “cabbbarèt” con tre B, mi sento preso in giro come quando vedo quelle bandierine.
(anche se discograficamente parlando, è giusto precisare che là fuori non è molto diverso; la chiusura verso l’esterno è una reazione diffusa ovunque, dalla Francia alla Germania alla Spagna. Curiosamente solo gli USA sembrano immuni, e continuano ad ascoltare britanni, latinos, persino sudcoreani)
Cionondimeno, l’accento che anvedi ahò profuso a profusione dalla Nuova Scuola Romana è solo un piccolo sintomo, trascurabile. La malattia è ben altra. E qui, per una volta mi tocca dare ragione a
Quello Che Scuote La Testa E Dice Che È Sempre Stato Così. Perché è vero, dal punto di vista melodico è inequivocabile, siamo di nuovo di fronte a un ribaltamento, a un rifiuto di quello che è stato – e si manifesta nella Vendetta delle Lagne all’ITALIANA. Il disco di Franco 126 è caruccio, le canzoncine sono fatte bene, i testi sono pensati per entrare nei tweet come nella Smemoranda, pieni di “forse” (anzi, di “fòrze”) e di rime adatte a un pubblico che dopo il decennio del rap maschione inizia a sentire il bisogno di canzoni paciughine con una spruzzata di “street cred”. Ci sta, lo capisco. Il dramma è che mancando riferimenti internazionali possenti, il ritorno alle radici ITALIANE si manifesta nel modo più raccapricciante. Perché chi come me è condannato dall’anagrafe ad aver vissuto il passaggio dalla “musica leggera” (si chiamava davvero così, e all’epoca non era un aggettivo hipster e coolissimo) subita durante l’infanzia alla successiva reazione in nome del pop e rock internazionale, che avrebbe colorato gli anni del teenagerato, non può non riconoscere stilemi che sperava sepolti, zio cantante. L’indie pop urban, con quel suo nomignolo modernista, sta riproponendo smaccatamente le gnagnere di Pupo, Collage, Sandro Giacobbe, Franco Simone. E ne sono così affranto che quasi ho nostalgia di quando Tommaso Paradiso tentava di ricalcare Umberto Tozzi, mondo cano. Si stava meglio quando si stava malissimo. Ciononostante, i critici della generazione successiva alla mia sembrano euforici di tanto mosciume. La mia prima spiegazione è: o prendono soldi, o prendono droga. La seconda è meno ottimista: sanno che siamo sempre stati questa roba qui. Che la Canzone ITALIANA, malgrado l’ostinazione degli esterofili come Fred Buscaglione o dei Renato Carosone o dei piccoli Maneskin che cercano di rinvigorirla, è sempre stata questo miagolìo strascicato con sapor di melodramma: a Sanremo, nel 1951, lo capirono subito. I traditori della Patria sono quelli che hanno cercato di cambiarla, sedotti dalle forze demo-pluto-giudaico-massonico straniere. Come ammetteva fin da subito l’intuitivo – ed esterofilo – Bennato (Edoardo), i rinnegati, stirpe neghittosa ed empia, siamo io e, temo, la maggior parte di voi, che nei periodi di procella cerchiamo, ogni volta, di dirottare questa barcarola. Ok, lo so, speravate in una spiegazione a nostro favore. Mi spiace. Mica sono qui a consolarvi – vi intrattengo un po’, ma poi chi vi conosce a voi? Vi rinnego pure a voi, da subito, ce l’ho dentro. Comunque, già la prossima settimana staremo parlando di altro ancora perché al n.1 ci andrà Rkomi. L’altra Nuova Uscita è Motta, che però sullo streaming ha numeri impietosi. Ma se vende quaranta vinili può farcela, staremo a vedere. Passiamo ora al
Resto della top ten. Il regno di Achille Lauro è durato, come da programma, una settimana, e il suo album scende al n.6; rimane saldo in seconda posizione Gué Pequeno con DJ Harsh, e Madame che risale al n.3 garantisce la presenza di un album sanremese sul podio, mentre i Maneskin scendono al n.5. Debutto al n.4 per Solo esseri umani (Valori / Amore / Vita), quarantaduesimo album in studio dei Nomadi, featuring Enzo Iacchetti nella title-track. Poi raffica hiphop/urban a concludere la prima diecina: Mace, Capo Plaza, infine Sferoso Famoso ed Ernia che risalgono ai n.9 e 10.
Altri argomenti di conversazione. Detto di Franco126 e dei Nomadi, non ci sono altre nuove entrate in top 50. Niente di niente. Ma ripetete con me: “è un periodo eccitantissimo per la musica”. Sinceramente, sembra che sopravviva (faticosamente) un album al mese, non c’è da meravigliarsi che ne escano sempre meno. Fuori subito dalla classifica gli Offspring (erano entrati al n.29), mentre Max Gazzé può dire di avere qualcosa in comune con Taylor Swift: entrambi sono durati due settimane; abbandona dopo un mese Maxtape di Nerone. Tra le nuove entrate in top ten della settimana scorsa, scendono dal n.5 al n.20 i Coma_Cose, dal n.6 al 17 Greta Van Fleet, dal 9 al 23 Emanuele Aloia.
 
Sedicenti singoli. I fan del golden boy Ultimo non riescono a scalzare la Musicaleggerissima dal n.1, pertanto il nuovo inno Buongiorno vita si deve accontentare di un dignitoso secondo posto, col podio chiuso da un’altra vedette della kermesse ligure: Madama, con Voce. Il pezzo di Ultimo è anche l’unica novità nella top ten dei singoli, perché a costo di ripetermi, tutti amano le Nuove Uscite, ma non le nuove canzoni. C’è anche una canzone non ITALIANA, è al decimo posto, Friday di Riton x Nightcrawlers feat Mufasa & Hypeman, al n.1 in Polonia e Belgio (Fiandre). Ma la vedo salire inesorabilmente in Slovacchia. Non sarò io a ironizzare su una nazione che ha mandato al governo un partito che si chiama Gente Comune e Personalità Indipendenti – nessuno, qui, è nella posizione per farlo.
 
Lungodegenti. Tempo di aggiornare la situazione per gli album che piacciono tantissimo e sono in classifica da almeno due anni – evidentemente sono i più belli dal 2018 a oggi. Per cambiare un po’, ve li sottopongo con la posizione attualmente occupata (nella prima colonna), seguita da quella della settimana precedente e dal numero di settimane consecutive di militanza in top 100.
 
…Ma naturalmente il più immarcescibile (nonostante le apparenze suggeriscano l’esatto contrario) è il segnetto di Ed Sheeran.
Che è a quattro settimane dal battere il record di permanenza dei
 
Pinfloi. Il cui The dark side of the moon è tornato a uscire di classifica, una settimana dopo che era rientrato. Il mio amico Dan The Man, insider in Feltrinelli, mi dice che la casa discografica continua a non mandarlo nei negozi, malgrado le richieste. Mi chiedo se ci sia un complotto in merito. Ma la sindrome da accerchiamento è più tipica di The Wall che del suo fratello maggiore hippie, e il muro bianco non ha motivi di gridare allo scandalo visto che, anche grazie all’assenza del prismone nei negozi, le sue vendite aumentano di un pizzico facendolo salire dal n.59 al 55. E visto che il convitato di pietra di questa puntata è stata la Fiat, non credo mi possiate obiettare che The Wall è Gianni Agnelli, col suo disprezzo infinito per il genere umano; The Dark Side Of The Moon è Susanna Agnelli, con quel tocco di compassione per i suoi (…sia detto con cautela) simili. Inutile dire che Wish You Were Here è invece Umberto Agnelli, melanconico, spaesato e inadatto alla società.
Grazie per aver letto fin qui, a presto.
Sono stato a Fregene con Coez – ClassificaGeneration, Stagione III Ep. 11

Sono stato a Fregene con Coez – ClassificaGeneration, Stagione III Ep. 11

No, non è vero, lui è troppo impegnato a pianificare la propria elezione a sindaco.

Sono andato in Panda con Rkomi. ClassificaGeneration, stagione III ep. 10

Sono andato in Panda con Rkomi. ClassificaGeneration, stagione III ep. 10

No, non ci sono andato – perché avrei dovuto? Ma ho un debole per questi titoli scemotti alla Vice.

Classifica Generation, Stagione II, episodio 2. Salmo responsoriale

Classifica Generation, Stagione II, episodio 2. Salmo responsoriale

Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti. Maurizio Pisciottu da Olbia in arte Salmo per quanto mi riguarda è beatissimo. Quando l’ho incrociato la prima volta aveva le insicurezze dei rappusi in salita e le trasformava in proiettili; la seconda volta stava diventando una star a modo suo, con una sua teoria di maschere e di musicisti metallanti a fargli da band – ma si vedeva che ancora qualcosa non gli tornava. Oggi, senza aver mai fatto il burattino dei media (per evidente insofferenza reciproca) ha un album in classifica da 145 settimane (Hellvisback), un altro al numero 1 (Playlist), e nove brani su 10 a occupare militarmente la top 10 dei sedicenti singoli, gli manca solo il n.4 (Torna da me dei Maneskin). Persino tra i vinili è al n.1, davanti ai più adusi Muse e Beatles (l’album bianco, in nuova edizione per malati). E in tutto questo è riuscito persino a far fare bella figura a Sfera Ebbasta nell’ovvia n.1 tra i singoli, Cabriolet.

Nella Mia Umile Opinione, Salmo Lebon ha l’aria di uno che è sveglio mentre gli altri dormono o si girano dall’altra parte bofonchiando “ancora 5 minuti”, ha l’urgenza di Roddy Piper dopo aver messo gli occhiali rivelatori in Essi vivono (forse per questo la maschera, che ricordava “essi”, è sparita). E vivaddio mi comunica la sensazione di essere a disagissimo con le pastoie del “genere”, il vecchio rap 40enne che per quanto mi riguarda è diventato uno dei più compiaciuti complici dell’Italia più imbecille dal 1922 in poi (“I razzisti che ascoltano hip hop – qualcosa non torna”, dice in 90min. A me invece torna, devo dire – e anche tante altre cose).

Ma allora, mi devo aspettare che l’Italia si desti, visto che Salmo sta ottenendo i suoi novanta minuti di applausi?
Tutta, no di certo.
Ma qualcuno, magari sì. E comunque, valeva la pena provarci. Vale sempre la pena. E gli altri che ci si schiantino, in quelle stupide Lamborghini.

Entrano al n.2 i Muse – non l’ho sentito, mi chiedo solo quanto manchi alla perfetta sovrapposizione con l’ultimo dei Pooh. Slittano al n.3 i Maneskin mentre entra al n.4 Roberto Vecchioni, presumo abbia accompagnato la presentazione con tante interessanti parole sulla sinistra, e sono terribilmente dispiaciuto di non averle degnate di alcuna considerazione. Al n.5 entrano gli Imagine Dragons – a proposito dei quali la vera notizia è che hanno bucato il n.1 in USA, dove sono stati buggerati da Kane Brown, cantante country col padre un po’ afroamericano un po’ cherokee, uscito da X Factor – nel senso che ne è uscito proprio, quando gli hanno proposto la mossa One Direction, ovvero unirsi ad altri per fare una boy-band che spaccasse i culi e seguisse tutto un percorso di figate.

Con una top 5 nuova all’80%, i precedenti numeri uno e due eccetera cedono il passo: Benji & Fede con il disco di febbraio reloaded sono scesi al n.7, un gradino dietro Sandrina Amoroso; Elisa scende al n.8 e Irama al 9, con Ultimo che rimane aggrappato coi denti alla top 10 – è una cosa impressionante, è pure al n.19 con Pianeti. Tra i defenestrati dalla top 10, Junior Cally è quello che scende di più (dal n.4 al 13). L’album bianco dei Beatles entra al n.14 e il Live in Caracalla di Paolo Conte al n.18.

Altri argomenti di conversazione. Niente da fare per Tiziano Ferro: la sua raccolta TZN manca il record di 4 anni di fila in classifica e come Dorando Petri collassa alla 207ma settimana – era al n. 84, speravo ce la facesse. Onore al merito comunque, non so chi riuscirà a battere il suo primato. Ora sono in top 100 da più di due anni Hellvisback di Salmo (già detto, lo so) il primo Sfera Ebbasta (114 settimane), The dark side of the moon (106), VascoNonStop (105). Escono dalla top 100 Fasma (dopo una settimana), Prodigy (dopo sette giorni), Thom Yorke (due settimane), Lenny Kravitz (9 settimane) e Rkomi (17 settimane).

Sedicenti singoli. Come detto, Salmo sfiora l’impresa, gliela impediscono i Maneskin. Si trova al n.1 con Cabriolet (feat. Sfera Ebbasta), al n.2 con Stai zitto (feat. Fabri Fibra) al n.3 con Il cielo nella stanza (feat. Nstasia). Notate la gerarchia dei featuring (il pezzo con Coez è al n.7, dietro altri due brani di Salmo da solo; quello con Nitro al n.10). Senza featuring, è al n.4, 5, 6, 8, 9, 12, 13, 14 e 16 (il pezzo che piace di meno è Tié, traccia 10, un minuto e mezzo in cui non dice niente, picchia la batteria mentre la band lo accompagna da qualche parte. Due milioni e trecentomila ascolti su Spotify).
Per il resto, la ex n.1, ovvero lo spot con la pubblicità del Galaxy che Fedez ha composto appositamente per il figlio scende al n.11. Prima canzone straniera, al n .15, Taki taki, il reggaeton con cui William Sami Étienne Grigahcine da Parigi in arte DJ Snake sputa sulla propria dignità. Una delle canzoni più brutte e cretine che un produttore milionario abbia mai dato al mondo – non mi interessano le 487.325.653 visualizzazioni, anche il crack piace alla gente. Confido che Dio prenda lui, Selena Gomez, Ozuna e Cardi B che gli danno manforte e tutti e otto gli autori di tanta zozzeria suavecita e faccia crescere asparagi nelle loro orecchie per l’eternità.

Miglior vita. Duvudubà di Lucio Dalla al n.28 guida il drappello di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di ospitate di Travaglio; sono in tutto sette, non molti rispetto alla media dell’anno scorso. In compenso, dimenticavo di dirvelo, dopo una settimana sono già stati estromessi i Dead Can Dance. Ma non li conto.

Pinfloi. The dark side of the moon, come già anticipato, permane in classifica da 106 settimane, ma quel che conta è DOVE, rispetto a The wall. Ebbene, Dark side (l’alienazione pacificata) è stazionario al n.50, mentre The wall (l’incomunicabilità paranoide) è al n.68, in salita dopo le ultime manovre dell’Europa e di Soros contro di noi. Faccio notare che Wish you were here invece continua a latitare, e avanzo il non piccolo sospetto che dipenda dal fatto che è composto da soli cinque pezzi: banalmente, se fossero dieci conteggerebbe più visualizzazioni. Perciò vedete, se avete in faretra un pezzone da 13 minuti e mezzo che esorta un vostro amico a continuare a brillare, dividetelo casomai in nove pezzi da un minuto e mezzo e state a vedere se non trascinano il vostro album nelle charts.

Grazie per l’attenzione, continuate a brillare.