Tag: Renato Zero

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2020 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Primeggiano Marracash, Boomdabash. E pensare che invece nessuno si ricorda degli Ash.

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

Liga Ebbasta – TheClassifica, 52/2020

E Marlon Blando è sempre lui. Uuuuhi. Uuuuhi.

Uno sferico niente. E basta – TheClassifica 49/2020

Uno sferico niente. E basta – TheClassifica 49/2020

Può darsi che io non sappia cosa dico. Ma ho la sensazione che la gran fanfara organizzata per FAMO$O di Sfera Ebbasta sia già scemata. Tutti quelli che lo ritenevano necessario hanno detto la loro. Da giorni, Sferone non fa nemmeno più notizia, pur essendo da due settimane
Il numero uno. L’unica comparsa nella fitta sassaiola delle news è data da un dito medio ostentato alle masse per festeggiare sui social il suo compleanno. Ecco, per me potrebbe già finire lì, nel gesto irriverente più ovvio, generico e blando dell’intero catalogo. La realtà è che Gionata Boschetti è la superstar più insulsa che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni, e siamo onesti: ne abbiamo avute a bizzeffe. Epperò il punto non è che sia insulso. Anzi, trovo interessante che a differenza di altri che almeno ci provano (perché Ultimo o Irama, fini come il cemento, ci provano), Sferone non ci provi nemmeno, ha la stessa simpatia e comunicativa di Cristiano Ronaldo o di un calamaro – due soggetti che come lui, potrebbero raccontare delle cose, hanno pur sempre visto il mondo da un angolo particolare a noi sconosciuto. Ma non lo fanno, e io non ho nemmeno tempo di chiedermi se non vogliono farlo o non gli interessa: ne posso solo prendere atto e valutare se questa scelta è realmente voluta – e quindi eventualmente costituisce, sant’Iddio, un messaggio (…alla fine, credo lo sia solo da parte del calamaro, che ha uno spessore personale più consistente).
Ma certamente il nulla plastico e traslucido espresso da Sferone è parte essenziale del progetto, è quello che ha permesso a tutti gli operatori dell’industria – dai discografici a noi patetici esegeti fino al pubblico adolescente – di proiettarci quello che potevamo. Ma la contropartita è che FAMO$O è, anzi deve essere totalmente vuoto. Non è nemmeno realmente irritante come poteva esserlo, poniamo, un disco dei Modà. Non ha nessuna consistenza come disco, e non intendo dire solo – non ridete – come espressione artistica, ma anche come oggetto di intrattenimento. Non è nemmeno un piccolo o grande passo in qualche direzione, e la presenza di featuring di pregio è semplicemente un appiglio per farci dire o commentare qualcosa, Marracash & Gué Pequeno, Diplo o Steve Aoki, Future o J Balvin ci sono per il nome che portano, tipo le poltrone Frau sui treni di Italo. Ogni suo suono e parola o tematica, nella sua impagabile piattezza e prevedibilità, sposta in realtà l’attenzione verso la sua intenzione, la costruzione, l’operazione, la dimensione, l’ambizione. E infatti nessuno è riuscito a giudicare realmente FAMO$O come disco. Ogni recensione, ogni valutazione da parte dei detrattori come degli entusiasti, partiva dal posizionamento, dal ragionamento commerciale su scala internazionale. Per quelli che hanno una certa età, il ricordo può andare a quando eravamo tutti servi, volenti o nolenti, di Gianni Agnelli, e la presentazione di una schifosa, insulsa Fiat Uno mobilitava ogni forza disponibile affinché nessuno affermasse che era in primo luogo un aggeggio con quattro ruote che doveva andare dal punto A al punto B. Allo stesso modo, FAMO$O non è stato giudicato come un aggeggio che trasporta musica (il fattore più irrilevante e superato, quello che non porterebbe niente nell’equazione). Non solo nessuno ha osato rischiare l’imbarazzo del ricorso ai basici, obsoleti concetti di “bello” e “brutto”, nemmeno declinandoli secondo l’imperante egolalia del critico contemporaneo (in sostanza: “Mi piace”, “Non mi piace”). Ogni aspetto delle canzoni che lo compongono è stato valutato in base a una domanda: “L’operazione funziona?”.
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FAMO$O ha chiesto, ha imposto di essere valutato in base all’operazione, alla dimensione, all’ambizione. Se ne è parlato come di un telefono, di una playstation, di una app. E quindi l’interrogativo vero non è mai stato: è un buon disco? No, è sempre stato: funziona? È performante? Otterrà i risultati previsti su scala mondiale? E all’uopo, parecchi quotidiani – anche grossi, qualcuno ancora convinto di avere una dignità – e radio e tv si sono lietamente prestati, forse persino gratis, per inserirsi nella scia a fare da majorettes della macchina promozionale messa su da Sony e Spotify, diffondendo il dogma di FAMO$O “quarto disco più ascoltato nel mondo”. Beninteso, quarto negli ascolti su Spotify – gli stessi attendibilissimi stoccafissi svedesi che hanno messo soldi per la piccola carnevalata della piazza di Cinisello.
Già ci sarebbe da strabuzzare la faccia intera, ma voi capite che sono tempi in cui la credibilità dell’informazione vacilla in ben altri ambiti – così me lo sono fatto andare bene, ma sì, accetto tutto: evviva questo giuoco piacione di mandare bacini a Spotify o alle tre major, magari poi domani ci andiamo a lavorare come il collega Piffo o la collega Poffa, e vediamo finalmente i soldi veri. Ma personalmente, essendo estremamente miliardario, posso farmi qualche remora in meno – così sono andato a vedere in quali Paesi esattamente FAMO$O fosse decollato in classifica.
…Non l’ho trovato da nessuna parte.
Cioè, nemmeno in Belgio.
O in Grecia. Che una faccia, una razza.
Voi direte: ma in Spagna – come Raffaella Carrà e Tiziano Ferro, sarà andato bene in Spagna o in Messico, no?
No.
Non è in nessuna dannata top ten (o top 20 o 30). Ma pazienza, non è un mio problema. Il mio vero problema è che non solo io e i miei colleghi non abbiamo alcuna utilità nel valutare un prodotto attribuito a Sferone. Il dramma è che siamo noi, a essere valutati per quello che scriviamo di Sferone. Perché grazie alla concettuosità di un disco che non è bello, non è brutto, NON E’ (ebbasta), l’attenzione si sposta ulteriormente, e stavolta su quello che ho scritto. Perché l’avrò scritto? Perché questa valutazione laconica di Sferone? Cosa c’è dietro? L’ho scritto per anzianità galoppante, per ostilità al rap, per far parlare di me, per snobismo? Mi farà guadagnare punti presso la old school, me ne farà perdere altri presso la perennemente eccitata fazione nuovista e giovanilista? Ecco, questo intendo: è tutto talmente inconsistente, che persino le gnagnere di chi ne scrive diventano più interessanti.
Apparentemente.
Perché se vi devo dire la verità, io trovo l’intero balletto sempre più penoso, e non lo dico per stagliarmi controluce come ultimo cowboy della critica italiana, non lo sono (…anche se posso fulminare ancora molti tra i pistoleri delle giovani generazioni) (…ma più per colpa loro. I veri grandi vecchi saprebbero metterci tutti a posto, se volessero. Ma hanno abbandonato il corral quando i pozzi si sono esauriti).
L’unica cosa interessante sarà vedere se oggi MiticoLiga riuscirà a detronizzare Sferone dal n.1 della classifica dei presunti album. L’evento è previsto e pianificato. Ma non è detto che succeda. MiticoLiga ha dalla sua il ritorno con vendetta dello shopping sotto Natale e quindi i cd, il cui peso specifico vale più dei milioni di ascolti dello streaming da parte dei minorenni. Però non credo che andrò dal mio galoppino di fiducia pronto a puntare l’intero Recovery Fund sul primato del vecchio musone. Anche se me lo auguro. Se non altro, nel suo caso si parla di musica.
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Resto della Top Ten. Con le sue fresche meditazioni su se stesso spalmate lungo tre album, Renato Zero è al n.2, e 6, e pure 11, e già basterebbe a farmi pentire di aver dissato Sfera Ebbasta; al n.4 e 5 ci sono gli Italian Songbook di Mina, al n.5 TZN Ferro, al n.8 gli AC/DC. Al n.8 c’è Michael Bublé, e se non me ne vado sbattendo la porta dalla rubrica che sto scrivendo è solo perché al n.9 c’è Miley Cyrus e al n.10 i BTS, insomma se non altro c’è del pop con un pensierino dietro.Tra l’altro, una top ten con ben quattro nomi non ITALIANI, dove andremo a finire?
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Altri argomenti di conversazione. Però fateci caso, nel momento in cui Spotifone ha fatto convergere tutti gli ascolti su Sferone, il rap è sparito dalla top ten che ha invece occupato militarmente per tutto il 2020. “Ma ne guadagna tutto il movimento. Anzi, ne guadagna la nazione tutta”, ci dicono Quelli Che Ne Sanno, sporgendosi dalla loro Fiat Uno. L’unica buona notizia è che l’album dei Negramaro è già sceso al n.16 a 3 settimane dall’uscita – non giudicatemi male, sono un pover’uomo, mi attacco a queste piccole cose.
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Sedicenti singoli. Rispetto alla settimana dell’uscita di FAMO$O con tutti e 13 i pezzi ai primi 13 posti, ora abbiamo qualche brano che si riaffaccia in top ten. Sul podio ci sono gli sferici Baby (con J Balvin), Bottiglieprivè, Tik Tok (con Marracash e Gué Pequeno). Ma al n.5 rientra il Superclassico di Ernia, uno dei veri pezzissimi del 2020, seguito dall’ostinato Gazzelle con Destri al n.6. Recupera anche Bella storia di Fedez, al n.8). Ma tutto questo 2020 si sta facendo pesante, perciò evadiamo leggiadri nel mondo spensierato dei
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Pinfloi. The dark side of the moon, da 213 settimane consecutive in classifica (nuovo record italiano, come ogni settimana da due mesi a questa parte) sale dal n.37 al n.29 – toh, davanti al nuovo album di Fiorella Mannoia. The wall invece sale dal n. 72 al 59. E nell’eterno contrapporsi polare dei due dischi, è il momento di giocarsi la contrapposizione tra Apple e Microsoft: The dark side è ovviamente Microsoft, cioè il mondo come funziona (o non funziona) veramente – mentre The wall è certamente la proiezione paranoica di un’intelligenza malevola almeno quanto quella di Steve Jobs, e voi macintoshiani, sua genìa malvagia, lo sapete e vi pascete di tanta empietà. Ma grazie per aver letto fin qui: a presto.
TheClassifica: Renati Zeri per sempre

TheClassifica: Renati Zeri per sempre

Il prete più longevo d’Italia è tornato a parlare al POPOLO.

Classifica Generation, ep. III. Cinquant’anni di alzo Zero

Classifica Generation, ep. III. Cinquant’anni di alzo Zero

Forse nessun cantante pop ha capito la natura del potere quanto Renato Zero. Ne ha il tono, pieno di compassionevole buonzénzo, e lo sguardo, fisso sulla preda. Poteva interpretare lui l’Andreotti de Il Divo. In fondo incarna da prima del Frank Underwood di House of Cards il coraggio di fare le cose spiacevoli che funzionano. L’astuzia dell’ambiguità all’inizio, poi la poesia da Nescafé del Carrozzone e del più fico Amico, infine l’abbandono di ogni leggerezza in favore della predica piagnona da vecchio pretone. Ma già dall’inizio aveva capito (forse da Marco Pannella?) l’appeal di un populismo missionario: inventandosi la Zerofobia ha anticipato tutti i Mourinhi dello showbusiness diventando la prima popstar vittimista (“Noi sorcini contro tutti perché ci vogliono male” “Mi hanno chiuso Zerolandia perché davo fastidio nelle alte sfere” “Vogliono uccidere il sogno di Fonopoli”, e così per decenni).
 
Un’altra intuizione è stata tenersi più basso di altri colleghi – il che gli ha procurato una certa quale complice simpatia dei critici musicali, specie i suoi concittadini. Sempre ad alzo zero nelle liriche (a volte, sue), non si è mai baloccato con le pretese dei musicisti: anzi, forse la musica gli è indifferente: dopo gli ammicchi disco degli anni 70 (ma sempre con arrangiamenti gustosamente simili a quelli delle canzoni di Gloria Guida o Nadia Cassini nei filmetti zozzi) non è ravvisabile in lui una qualche parentela sonora né straniera né italiana – se non l’ipermelodismo orchestrale melodrammatico/sanremese. D’altra parte non è nemmeno affar suo: da decenni se ne occupa la sua ombra in do minore, il quasi omonimo Renato Serio, responsabile dell’inno di Forza Italia, di tante sigle di Fantastico e di Ciao Darwin, da sempre pronto a sviolinare senza risparmio su qualsiasi idea degli autori zeriani fidati: Vincenzo Incenzo, Mariella Nava e soprattutto Maurizio Fabrizio, uno dei totem del pop italiano classico (arrangiatore del primo, migliore Branduardi, poi autore di Storie di tutti i giorni per Fogli, Bravi ragazzi per Bosé, Almeno tu nell’universo per Mia Martini, e ovviamente I migliori anni della nostra vita, scartata da Ornella Vanoni, Mia Martini, Giorgia ma diventata armadifinemondo quando a recitarla dal suo pulpito è stato don Renato).
 
E così, Zerovskij è l’ennesimo n.1 che la nostra classifica tributa a questo potere che chiagne e fotte. “Un nome che ricorda Cajkovskij per amore di quella musica, di quell’arte, di quella cultura che oggi ci stanno nascondendo – penso ci sia una classe politica e culturale che faccia di tutto per tenere il popolo ignorante” (…maledetti!). Sì, è al n.1, e riempirà le arene con 19 brani nuovi all’interno di un “progetto tra musica dal vivo e recitazione con 61 elementi d’orchestra sinfonica, 30 coristi, 7 attori”.
Zerovskij (…solo per amore, è il nome completo) è l’apoteosi del pretismo di Zero: inni rigonfi di enfasi a sottolineare la portata salvifica dei messaggi. Perché ora, io so che se voi avete letto due libri e frequentato musicisti più ambiziosi, in certi brani che iniziano con le parole “Ecco che ritornerà settembre, pigramente un’altra estate va. Dopo le aspettative della gente si ritorna alla normalità” (oppure con “Buongiorno a te, umanità, quest’oggi che si fa? C’è guerra o no? Io non lo so. Chissà a chi toccherà. Qui c’è da fare tanto per la felicità”) potrete ravvisare la sottigliezza di un agosto a Milano Marittima. Eppure, don Renato ha piazzato i suoi album al n.1 in cinque decenni diversi, e tra due anni sarà durato più della Democrazia Cristiana. Lui lo ha capito prima di Biagio Antonacci e di Kekko Silvestre e Lorenzo Fragola e Fabio Volo che c’è un fabbisogno basico di poesia anche in chi legge Leggo. C’è tanta (tanta) gente che no, non è stata mai toccata da Eluard né da Leopardi, ma nemmeno da De Gregori o CapireBattiato o i Baustelle. Però quando sente “Il potere annebbia gli uomini e il denaro certo non li sazierà” o “Estasiarsi si può, ma quelle polveri no”, declamate con quella voce piena di carità, si sente sfiorare l’anima dal ditone di Dio.
Però ora non guardatemi come se, in sfregio a un’élite di saputoni, stessi rivalutando Zero e i suddetti schifosi manco fossero dei democratici della strofa paladini del popolo dimenticato. Non ci penso nemmeno. Dico solo che sanno che ci sono cose spiacevoli che funzionano. Ed è così che si va al potere.
 
Al n.2 c’è Harry Styles, ex One Direction. Mi spiace non diffondermi su di lui, perché è molto più interessante di un cavolo di ennesimo album di Renato Zero. Sul quale però mi sono dilungato per due buoni motivi: 1) ho la sensazione che ci abbiano tutti rinunciato, a discutere Zero. E posso anche capire. Lo si accetta come una specie di male congenito, che ci trasciniamo da 50 anni: ce ne sono di più longevi, tipo la Fiat o il coperto al ristorante; 2) è il n.1. E qui dentro va così. Gente, non sbuffate, mica le faccio io le regole. Però daje Harry, io faccio il tifo per te.
 
Resto della top 10. Al n.3 tiene benino Gabbani, ma del resto al n.4 tiene benino anche Izi, ex numero 1. Dal n.5 al n.9 non ci sono facce nuove per la top 10 (Francesco Renga, MiticoVasco, TZN, Fabri Fibra, Ed Sheeran), ma al n.10 entra Omar Pedrini. Uh, due bresciani in top 10. E non solo: corre voce facessero parte dello stesso gruppo – ah, quei pazi, pazi anni 90. Escono invece dalla prima diecina Coez (dal n.3 al n.11), così come Mina&Celentano e (piuttosto presto) i Kasabian (dal n.7 al n.19. Vive le rock, davvero).
 
Altri argomenti di conversazione. Entrano al n.14 i Paramore, e al n.24 Paul Weller, che a parole siete tutti lì a blaterare del Modfather e quando morirà sarà un po’ morta la vostra generazione (per l’ennesima volta), però neanche in top 20, cicisbei. La raccolta di TZN accumula la 129ma settimana in classifica al n.41. Ma vi sto annoiando? Come dite? A morte, eh? Beh, allora
 
Miglior vita. Solo SEI album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno abbandonato questa valle di concorrenti della Val d’Aosta. Li guida, e lo so che non ve l’aspettavate, Nevermind dei Nirvana, che passa dal n.54 a un meno conciliante n.66. Vi chiederete: e i Soundgarden,che detto per inciso con Chris Cornell è morta un po’ una generazione? Superunknown entra al n.95, ma non ha avuto molti giorni per una performance più vitale. E ora mi toglierò uno sfizio: concludere con
 
Pinfloi. The dark side of the moon avanza. Lento ma ineluttabile come l’osteoporosi, sale dal n.39 al n.38, circostanza che ovviamente riflette l’incoraggiante attenzione del pubblico per il festival di Cannes, e il red carpet, e la croisette, e un certain regard. Ma attenzione: le riflessioni del Paese sulla legge elettorale spingono The wall dal n.69 al n.51: supererebbe – come è giusto – Wish you were here, se questo, con la doppiezza che gli è connaturata, a sua volta non balzasse biecamente dal n.58 al 49, profittando del compiacimento degli italiani per il ritorno in edicola de L’Unità, pazzo diamante dell’editoria.
Classifica Generation ep. 2. Izi listening, ovvero #questorapchenonvende

Classifica Generation ep. 2. Izi listening, ovvero #questorapchenonvende

Classifica Generation ep. 2. Izi listening, ovvero #questorapchenonvende

TheClassifica 89. Capossela e i Radiohead e pretestuosamente Prince

TheClassifica 89. Capossela e i Radiohead e pretestuosamente Prince

Vinicio Capossela n.1 e questo strano fatto che più un disco e unanimemente giudicato epocale, meno viene venduto.

TheClassifica 86, 87 e 88. Zucchero e catrame

TheClassifica 86, 87 e 88. Zucchero e catrame

Lo so, è tanto che latito. Il fatto è che di colpo i poteri forti mi stanno facendo lavorare più di prima: mi riempiono di cose da fare e mi pagano pure. Ma non crediate che io non sappia la verità: è per farmi star ZITTO. Ha! Sciocco establishment, credi che non abbia capito? Rieccomi qui invece. Dovrai pagarmi di più, o scemo. Ti sfido a farlo. Su, che aspetti?

Riepilogone. Esce il disco di Beyoncé – tutti sul disco di Beyoncé. Esce il disco dei Radiohead – tutti sul disco dei Radiohead. Vade retro: io finché non li vedo nella classifica italiana – e belli alti – non ne parlo. E certe volte non ne parlo lo stesso: è da quando gli U2 hanno fatto il loro colpo di teatro con la modalità di pubblicazione che mi sono fatto persuaso (Montalbanismo) (…non so se si dica davvero in Sicilia) che i dischi sono come i cani: più fanno casino più sono brutti, stupidi e buoni per il dibattito ai giardini.

(io, sono un tipo da pastori tedeschi) (non se ne vedono più tanti, vero?) (neanche di bei dischi) (non ho detto che non ne fanno più, ho detto che non se ne vedono più tanti)

Non distraetevi. Torniamo al Riepilogone. Ecco cosa avrei dovuto scrivere nelle settimane precedenti.

TheClassifica 85. Quella con Renato Zero al n.1. Qui, c’ero, eh. Se ve la siete persa, colpa vostra.

TheClassifica 86. The one with Francesco Renga al n.1. Era il 22 aprile. Di Renga cosa avrei potuto dire? Che “Il videoclip di Guardami amore, firmato da (non lo indovinereste mai) Gaetano Morbioli e girato tra lo Utah, il Nevada e la California, ha raggiunto 1 milione e 400 mila view su Youtube e Vevo”? (comunicato stampa) (un milione e quattro, amici) (eh, lo so). In realtà quella settimana mi ero preparato a parlare d’altro, avevo tutto un discorso in cui c’entrava David Bowie. Però poi l’establishment ha chiamato, quindi il discorso in cui c’entrava Bowie è in frigo. Dico solo che quella settimana lì sono usciti anche Santana (n.11), PJ Harvey (n.17) e Bugo (n.26).

TheClassifica 87. Correva il 29 aprile. Oh, questa sarebbe stata una bella TheClassifica da scrivere. Perché intanto, Niccolò Fabi al n.1, seguito al n.2 da Jake La Furia (anche stavolta n.2) (forse l’unico rapper italiano mai stato al n.1) (tre anni fa era uscito la stessa settimana di Renato Zero) (così quest’anno ha aspettato che uscisse Zero, e per sicurezza pure Renga) (così a ‘sto giro è dietro Fabi) (ahaha!) (no, un po’ mi spiace, ormai gli voglio bene, come a tutti quelli cui do sui nervi da tempo) (e poi i Dogo io ce li ho nell’iPod, e anche tanti pezzi) (ma non c’è niente come dare sui nervi a quelli che hai nell’iPod)

MA POI!!! Lemonade di Beyoncé al n.6! Che il giorno in cui oltre alle visualizzazioni su YouTube, per le classifiche si conteranno gli articoli di giornale, a Beyoncé daranno 4 numeri uno contemporaneamente tipo quando i giudici danno 4 ergastoli allo stesso farabutto. Però su Fabi vorrei dire un bel po’ di cose. Che ne avrei dette anche su Daniele Silvestri, se il suo manager non fosse convinto che devo stare lontano dal suo artista per non sciuparlo (e dire che ne ho sempre parlato benissimo). Viceversa su Fabi avrei potuto. Anche perché il suo disco è veramente, veramente rappresentativo, è quasi un manifesto della cantautoralità (e tutto quello che di buono e di inquietante vorrete leggere in questa frase, è assolutamente voluto) (…il manager di Silvestri maneggia anche Max Gazzé, ma non Fabi, quindi vado tranquillo) (maneggia anche Alex Britti, Carmen Consoli, Levante, Irene Grandi, Bandabardò – devo ricordarmene). Sventura, anche in quel frangente è saltata la TheClassifica e quindi non ho potuto parlare nemmeno del n.11 dei 99 Posse e del n.12 della raccolta di Prince, che quella settimana era asceso su The ladder, e nemmeno del n. 16 di Antonino Spadaccino e del n.27 dei Punkreas. Buh.

Ah, però un’ultima cosa che fa notare il baldo PopTopoi.

Prima e dopo Il padrone della festa, il disco a sei mani:
FABI: Ecco 3º → Una somma 1º
SILVESTRI: Scotch 5º → Acrobati 1º
GAZZE’: Sotto casa 7º → Maximilian 3º

TheClassifica 88. Qui invece era al n.1 Zucchero con Black cat! Miseria, quanto mi spiace non averla commentata, anche questa. (…cosa?) (è quella di questa settimana?) (Zucchero è al n.1 ORA?)
Uh. Ah. Okay. Bene.
Quand’è così, ecco la mia recensione di Black cat di Zucchero:

Ho visto il futuro del rock italiano, e il suo nome è Zucchero. Zucchero’s hot, Zucchero’s sexy and Zucchero’s dead. Non diventate mai amici di Zucchero. Perché l’arte vera ha a che fare con il senso di colpa, il desiderio, e sesso spacciato per Zucchero, Zucchero spacciato per sesso. Come un bambino troppo assecondato, Zucchero è viziato: è pieno di ottoni e arpe, quartetti di armonica, versi di animali assortiti e un’orchestra di 41 elementi. The filth and the Zucchero. Quello che intendo dire è che non capisco perché Zucchero continui a far canzoni: dato che i primi tre album erano il fischio ingenuo a speranze e illusioni di un ’67-’68 effimero come i propri vent’anni. Con le tastiere che prendono la rincorsa in cerca della quaterna di accordi su cui appoggiare l’unz unz unz, ma preceduto e chiuso dal DeFilippismo assoluto della nonna di Zucchero (credo) che canta Serenata a Marirosa di Otello Boccaccini e poi si lamenta delle “canzoni moderne con quel tomtomtomtom da spaccalegna”.

(…ci siete arrivati, sì) (ok, forse non c’era bisogno di chiederlo) (ma nel caso, googlate)

Bon, la guasconata ci stava – ma Zucchero continua a starmi simpatico, e penso che sia di persona che come animale musicale sia meglio di quello che vediamo. Seriamente parlando, su Rockol Claudio Todesco gli ha posto molte domande impeccabili; in particolare, perché i suoi pezzi somigliano così tanto ad altri pezzi. E Zucchero ha dato risposte piuttosto plausibili. Siccome sono molto invidioso dell’intervista di Todesco, la sminuisco con meschinità infinita dicendo che Z non ha detto tutto quel che avrebbe potuto. Non è abbastanza situazionista o concettuale per farlo. E il suo amore per la musica è del tutto istintivo, non è appesantito da grevi intellettualismi: al suo posto, David Byrne avrebbe annichilito tutti noi con risposte taglienti e razionali e un bel po’ nervosine sull’aderenza agli stilemi, poi se ne sarebbe andato schifato. Ma certo anche Zucchero, quando dice che “l’originalità nella musica popolare non è mai esistita”, non scherza niente. Solleva una questione che non mi pare sia stata presa adeguatamente sul serio.

E cionondimeno, è un buon alibi. Ma non lo salverà. Il fatto è che Zucchero fa quello che hanno sempre fatto i suoi predecessori bluesman e rockers e NON dai tempi di Led Zeppelin e Keith Richards, ma da prima ancora, da Robert Johnson, da quando i “lick” venivano passati dal bandleader all’apprendista, e i diritti d’autore non facevano ancora la differenza tra una panchina alla stazione e un albergo a cinque stelle da devastare, tant’è che ancora nei primi anni 70 (anche dopo la famosa causa per My sweet lord di George Harrison) venivano difesi meno strenuamente dai vecchi straccioni che già vedevano le rockstar salutarli da una Jaguar. Questo perché le rockstar avevano trovato il modo di dare a quei giri di chitarra la potenza che prima non avevano, permettendogli di spazzare via il resto di quel che c’era in giro. Zucchero non fa una roba molto diversa quando prende i lick di Joe Cocker e Leon Russell, a loro volta presi da chissà chi, portandoli sul ring dopo averli allenati abbastanza alla modernità da renderli capaci di menare i Grandi Successi di un’altra estate che arriverà (cfr. Fedez e J-Ax) (Dio, che bravi con le parole, vero?). Il problema di Zucchero però è una mancanza di cavalleria, e di buonsenso. Lui lo sa, che nel 2016 la gente è più preparata sulla musica di 45 anni prima di quanto non lo fossero nel 1969 quelli che applaudivano Joe Cocker e Leon Russell senza chiedersi da chi copiassero. E allora, potrebbe perlomeno fare il bel gesto che fanno i rapper: rivelare il campionamento. Anche perché se stai facendo da continuatore di una tradizione (e io ammetto di aver scoperto diversi brani grazie a Zucchero), e mandagli ‘ste due lire di Siae a quei vegliardi, quei pochi rimasti vivi. A costo di risparmiare sul buffet della presentazione alla stampa a Palazzo Clerici a Milano: quelli portali a un qualche crossroad tipo piazza Carbonari, prendigli un pacchetto di Fagolosi e via andare.

Il resto della top ten. Renato Zero n.2 (ancora!), poi Fabi, Renga, Baglioni e Morandi, niente di interessante da dire fino alla seconda nuova entrata, il n.6 di Violetta, aka Tini. Che poi non ho niente di interessante da dire nemmeno su di lei. Non è un po’ poco, il n.6, per una fenomena mediatica? Certo, mette pur sempre tre posizioni tra lei e Drake, terza nuova entrata al n.10 (un po’ mortificante, no?). Posizioni che erano poi occupate da Elisa, Marco Mengoni, Sandrina Amoroso.

Intermezzo. I singoli. Sapete che non c’è una dannata canzone italiana tra i primi dieci singoli venduti-scaricati-streamati in Italia? Mi sa che ci siamo, è come aveva previsto Mogol: L’Italia non canta più.

Pinzillacchere sparse. Escono dalla top 10 il live di Vasco Rossi, Alessio Bernabei e – dopo una sola settimana – sia Jake la Furia che Beyoncé (oh, ma parliamone!!!!!) (è un tale DISCONE coi PEZZONI, venderà TANTONE) (seh, come no) (…sapete, odio avere attorno un sacco di gente più inconsistente di me) (mi sento deprivato delle mie prerogative).
Poi, boh. Miss Nostalgia degli Stadio è al n.45. Gli album da più tempo in classifica, My everything di Ariana Grande (85 settimane) e Pop-hoolista di Fedez (82 settimane) sono a tanto così dal salutare, trovandosi al n.90 e 96. E a proposito di salutare.

Miglior vita. In classifica dodici album di artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di risate. Li guida David Bowie con Blackstar al n.26; The best of Prince è al n.33, Purple rain al 52.

Pinfloi. Eh, niente, raga: anche questa settimana non sono in classifica. Sto pensando di sostituirli con i Nirvana. Comunque la casa discografica sta tramando qualcosa, hanno annunciato per giugno l’uscita delle ristampe in vinile di tutta la discografia, scaglionandola per meglio grassare i devoti. Aspetto luglio trepidante: è la volta che Obscured by clouds finisce in classifica.

TheClassifica 85. Zero Pink Floyd

TheClassifica 85. Zero Pink Floyd

L’inevitabile mash-up tra The happiest days of our lives e I migliori anni della nostra vita.

TheClassifica 42 – And after all, we’re only ordinary bands

TheClassifica 42 – And after all, we’re only ordinary bands

Io tendenzialmente disapprovo i critici, invariabilmente più giovani di me (ogni giorno ne nasce uno) che esprimono in modo aggressivo e comicamente brutale il loro fastidio. Capisco che l’aria che tira è quella lì, c’è questa sensazione di imminente dies irae, un anelito di Grande 

TheClassifica 20 – Gli spermatozoi.

TheClassifica 20 – Gli spermatozoi.

Angelo Branduardi entra in classifica al n.38 con Il rovo e la rosa, ballate d’amore e di morte. Chissà che roba è. Pensate, nel 1980 Branduardi si è esibito a San Siro. E al Comunale di Torino. E al San Paolo. Capite, Branduardi negli stadi. Le cose cambiano, eh? Oppure no. Al n.1 c’è Renato Zero.
Ah, mia vecchia nemesi.
Permettetemi di ripescare una roba che ho scritto qualche anno fa. Ecco.
Renato Zero è uno degli annosi problemi di questo Paese. Se mi dicessero: “Scegli, puoi liberare il Paese da Formigoni, dalla Juve, dalla provincia di Brescia, dalle zanzare o da Renato Zero” – ecco, io non avrei dubbi. 
Sopprimerei le zanzare.
Tanto, i bresciani darwinianamente non possono sopravvivere in quanto non adatti, Formigoni non è mai stato realmente in grado di fare porcate fuori dalla Lombardia e la Juve esiste solo se credi che esista. E quanto a Rrrenàdo, dài, non riesco a disprezzarlo. Però di fatto, Zero è l’Andreotti della musica, è retorica populista che ha pure il coraggio di travestirsi (sempre meno) da scomodità, è uno che è arrivato dove doveva: a cantare per il Papa in Vaticano e a dire che si è finto gay per la visita militare – ma viceversa, ci tiene a dirlo, è “di tutt’altra pasta”. E’ uno di quelli che dicono talmente tante fregnacce che se gli dici “Ma falla finita!”, rincarano la dose, perché Zero è tipo un troll. Forse il metodo Grillo, quello di seppellirti emotivamente prima che razionalmente, lo ha inventato lui. E parlo per esperienza personale. Oh, lasciate che vi racconti!
Ero giovane e incauto e Rrrenàdo stava presentando un disco davanti a giornalisti e sorcini. Gli ho chiesto come mai dai tempi di Triangolo o Mi vendo era diventato sempre meno ironico e si era messo a cantare Ave Maria e La pace sia con te. E lui tutto drammatico e indignato: “Che vòr dì ironico? Pure le ova ar tegamino so’ ironiche. Che c’è da esse ironici, quanno ce so’ le stragi der sabato sera!” 
Come forse avrete subodorato, alzando la voce e accelerando la risposta nel punto giusto (“quanno ce so’…”) aveva chiamato l’ovazione dei sorcini, che infatti ovarono commossi e indignatissimi con me
(…ora: non è che non me lo meritassi, ma cercate di capire: non c’era ancora Uomini e donne per chiarirmi una volta per tutte che chi titilla la pancia del pubblico tutto còre e buonzénzo ti distruggerà sempre)
In compenso quando gli hanno domandato di quelle società spensierate a Montecarlo e quei due milioni di euro ballerini, si è avvalso della facoltà di non rispondere, come nei film. Il che va a dimostrare che il vero artista sa bilanciare corposo slancio e impalpabilità.

Comunque, così come ci siamo tenuti Andreotti finché morte non ci ha separati, Zero va al n.1 anche in questo decennio, ed è il QUINTO. Sto cercando di pensare chi in America o in Gran Bretagna è stato al n.1 in ognuno degli ultimi 5 decenni con un disco nuovo, ma non mi viene in mente nessuno. Non sono certo che ai Rolling Stones o a David Bowie sia capitato, tendo a escludere che sia capitato a Bob Dylan. Forse nemmeno a Michael Jackson. Ma ho la sensazione che anche ad andarli a cercare siano pochissimi. Invece in Italia è una regola, quelli che si lagnavano negli anni 70 sono ancora tutti qui, piagnoni e sconsolati nonostante i miliardi accumulati. Proprio come, se non ci avessero proprio impedito con le cattive di votarli, noi voteremmo ancora per Bettino e per Forlani e per De Mita e per Berlinguer e per Almirante. Ché alla fine, era tutta gggente de còre, poràcci – anzi, gl’hanno dato contro perché erano scomodi, ma c’hanno dato i migliori anni della nooostra vita. Non dimentichiamoli! E mandiamo tanti soldi per Fonopoli, prima che Renato vada in Frigione, senza passare dal Fia.

…Al n.2 però, colpo di scena: Jake La Furia.
Da una vecchia nemesi a una nuova.
Sapete, ha espresso il desiderio di NON essere intervistato dal sottoscritto.
Immagino sia suo diritto.
Questo mi mette un po’ nei casini, perché non è mica il primo. Per dire, anche MiticoLiga ha chiesto che stessi alla larga da lui. E ora voi potreste dire: giovane, sei blandamente simpatico e tutto, ma te la sei anche un po’ cercata. E io vi potrei rispondere: eh, capisco cosa volete dire. Ma a questo punto, ditemi voi a chi ispirarmi per fare le interviste. A Gramellini? A Cazzullo? A Gianni Mura? Devo trasmettere stima per l’intervistato? Eppure non mi sembra che le mie interviste siano attestati di disistima.
Vi dico queste cose perché di fatto se dirigessi un giornale sarei il primo a dire “Sai cosa, Madeddu – sei proprio brillantissimo e tutto, però si dà il caso che noi dobbiamo vendere le copie, e non è che lo facciamo grazie alle legioni di tuoi lettori: lo facciamo se mettiamo MiticoLiga in copertina”.
Dovrò regolarmi di conseguenza. Quindi Jake, grazie per la lezione, farò tesoro. Tu intanto ti trovi tra Renato Zero e Fiorella Mannoia (n.3) E mi piace, pensarti lì tra loro.

Al n.4 c’è Elisa, n.5 Claudio Baglioni, n.6 Emis Killa. Solo pochi giorni fa mi sbrodolavo di parole su di loro (oddio, su Baglioni neanche una e non me ne pento), ma già scendono dal podio. Ormai è sempre più compra e fuggi. Al n.7 i Pearl Jam, al n.9 Jovanotti e al n.10 Alessandra Amoroso.

Al n.8 invece gli Arcade Fire. Che viceversa sono numeri uno in Usa, davanti a Katy Perry. La quale in Italia esce dalla top 10 dopo una sola settimana.
Personalmente, gli Arcade Fire non mi dicono veramente niente. Ce li ho pure nell’iPod, eh. Ma niente. 
E dire che rispondono meglio di tutti all’ansia generalizzata di avere dei nuovi U2.
E dire che mettono d’accordo tutti gli opinion leaders, da Pitchfork ai Grammies passando per Mtv e Rollinstòn. Sono bravissimi in tutto ciò che piace all’accademia del rock. Ma where’s the beef, where’s the beef, where’s the BEEF? Non c’è stata una singola loro canzone che ha saputo darmi matto in due mosse come capitato ai deprecati Linkin Park (entrati al n.16). Non c’è in loro un singolo momento di quella ‘gnoranza sentimentale che ha portato tutti noi al rock, lungo i binari dritti dell’identificazione.

Mi fermo prima di farvi l’elogio incondizionato dei Linkin Park o dei Blink-182. Perché lo spazio stringe e devo ancora informarvi che oltre a Katy Perry, un altro a uscire dalla top 10 dopo una sola settimana già di suo un po’ ingloriosa è James Blunt. Queste povere popstar, perché non le amiamo? Justin Timberlake, per dire, scende dal n.53 al 64. Ma anche ScriviVecchioni scende al n.19. E vivaddio i Modà passano dal n.10 al n.20, bisogna attaccarsi anche a questo. I 30 Seconds To Mars, forti del passaggio in Italia, passano dal n.98 al n.23. Ma sono tallonati da The Wall (sì, quel The Wall) che balza per qualche motivo dal n.47 al 24, superando Max Pezzali. Che classifica tutta matta!

Nel mentre, entra in top 100 in modo generoso e confusionario la buonanima di Lou Reed, con Transformer al n.28 (…forse i negozianti ci hanno scritto su E’ QUELLO CON PERFECT DAY E WALK IN THE WILD SIDE), The Very Best Of al n.37 (secondo me anche lui CONTIENE PERFECT DAY E WALK IN THE WILD SIDE) e al n.59 Perfect Day – The Best of Lou Reed (ritengo ragionevolmente che contenga oltre a PERFECT DAY anche WALK IN THE WILD SIDE), The Best al n.81 (ipotizzo che includa…) (basta, gag usurata), quindi il discobanana al n.82, e finalmente Berlin al n.98.
Niente Rock’n’roll animal. Buh.

Ah, entra al n.46 Sole a catinelle di Checco Zalone.
Non so cosa sia, se la colonna sonora, o altro. Non so e non voglio saperlo.

Che snobismo però.