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L’Italia ha finalmente zittito le donne – TheClassifica 44/2020 (side 1)

L’Italia ha finalmente zittito le donne – TheClassifica 44/2020 (side 1)

LATO 1
Da due settimane, la top 30 dei (presunti) album ITALIANI è solo di maschi. Quasi tutti maschi ITALIANI. Al n.1 c’è Letter To You di Bruce Springsteen, che è anche questo abbastanza simbolico, il Boss non è ITALIANO ma è sempre stato, e credo che la cosa non sfugga ai suoi discepoli, molto maschio. Non maschilista – ma certamente, vigorosamente maschione.
Ma il punto è che tra i primi trenta non c’è nemmeno una femmina (a dire la verità, nemmeno tra i primi 35, visto che Lady Gaga è al n.37) (siamo contenti però che ci sia lei che è un po’ ITALIANA). E questa cosa non era mai successa (nemmeno per una settimana) da quando per la prima volta si è tentato di quantificare e classificare quanti di quegli album con dentro la musica comprino ogni settimana gli ITALIANI.
Mi pare di capire che tra i cosiddetti addetti, sono l’unico a cui questa cosa fa effetto. Non ne ha scritto nessuno. Forse prima di scriverne qui nel mio angolo marginale ho anche fatto notare la cosa a uno dei miei capiredattori senza ottenere risposta, non ricordo con precisione (…so che sembra strano e sospetto, ma avevo una scadenza scalmanata cui pensare). E lo trovo impercettibilmente conturbante. Ho visto giornalisti e opinionisti mettersi a latrare in modo spasmodico per molto meno – perciò l’effetto che mi fa è indurmi a domandare a me stesso, maschio di greve conio, periferico, ragionevolmente propenso alle risse da strada, un tempo abbonato a una squadra di calcio, già sottufficiale dell’Esercito Italiano, apprezzabilmente preparato sui film con John Wayne, fintamente ben disposto nei confronti del pop ma in realtà pronto a saltare sull’attenti con gli occhi sbarrati ai primi colpi forsennati di John Bonham in Rock and roll del Led Zeppelin – a fare insomma a tutto ‘sto coacervo di maschitudine mesozoica che incarno da decenni la fatidica domanda:
“Ma che ti importa?”
È relativamente buffo, perché io da un lato sento che questa specie di record è importante, sento che mi conferma delle cose sul posto e l’epoca in cui vivo – ma forse invece non è vero, forse in realtà è solo un caso, è una coincidenza marginale, non dovrei perderci un solo minuto. Se fossi una persona avveduta dovrei avvedermi dai giornali e dai social, dalle ondate di titoli e post e hashtag e dibattiti accampati in significativi altrove, che le menti frementi e le anime animose che respirano l’aria di inizio secolo e ne comprendono l’essenza hanno tanto altro a cui pensare che non l’andamento settimanale di filastrocche e litanie di bamboloidi tutti attitudine. Oppure è pure peggio di così: sto puntando il mio puntuto dito su una questione irrilevante e già sgasata, che sapevano già tutti – guardate questo che arriva tutto esagitato, ma cosa vuoi sollevare? Anzi. Forse sto facendo mansplaining, sto additando all’interno di una smisurata nube di maschilismo tossico una trascurabile piccola esalazione della quale se fossi donna non coglierei precisamente l’urgenza, quando – tanto per cambiare – il problema sono io, che mi metto a sbruffare le mie scoperte dal mio piedistallino fatto col Meccano (trastullo vintage vissuto come roccaforte maschile preadolescenziale). E a suo modo è così, il mio è un problema da primo mondo, come diciamo nel primo mondo: mi rendo conto che questo muro di #narrazione musicale esclusivamente al maschile
(potete inserire battute facetissime sul n.9 di Achille Lauro da QUI
a QUI)
mi sta togliendo qualcosa, ci sta togliendo qualcosa, ma forse se fossi femmina avrei un listone di cose più significative cui attribuire un significato. Certo però che persino nell’America di Trump in questo momento c’è una femmina al numero uno (Taylor Swift). Non sto nemmeno a dire da cosa dipende, e non basterà il futuro n.1 di Laura Pausini a cancellare lo spaesamento (proprio nel senso del Paese) che mi ha causato questa esplicita cancellazione, la rinuncia ad ascoltare qualsiasi artista se nata con la valvola invece del pistone. Come se l’essere maschi fosse un aspetto musicalmente imprescindibile. In realtà probabilmente è una qualità rassicurante, preferenziale come nelle pubblicità che ho ascoltato su una radio nazionale oggi dalle 16.44 alle 16.49. Che mi decantavano i mobili fatti con la creatività ITALIANA, e subito dopo i supermercati che garantivano la qualità ITALIANA, e poi l’automobile che conciliava la tecnologia moderna con la tradizione ITALIANA e infine i vini che naturalmente rappresentavano delle eccellenze ITALIANE. Ma quello, devo confessare, ho sempre pensato che rientrasse in una specie di pensiero magico che ha sostituito il cattolicesimo, per cui durante la pandemia persino nelle valli bergamasche invece de la Madöna hanno messo il tricolore sul balcone, e ieri al centro commerciale Metropoli c’era una bancarella che vendeva mascherine con scritto CUORE ITALIANO. Invece, da rozzo inclita che sono, ecco che mi ritrovo a farla più semplice e ipotizzare che semplicemente siamo gli stessi di cento anni fa, in trepidante attesa che il fascismo ci riporti alla casella del Via! Certo, in quel caso, tra il nuovo lagnoso singolo di Sfera Ebbasta attualmente al n.1 e i brani del Regime sul maschio italico grande amatore tipo Ziki-Paki Ziki-Pu, andremmo a perderci qualcosina dal punto di vista ritmico. Poi d’accordo, il testo di BottigliePrivé di Sfera è insulso e nauseante ma perlomeno non lo è per esigenze politiche. Che io sappia.
Però una ipotesi più consistente su questa assenza femminile dalla classifica ce l’ho, e riguarda non solo le artiste femmine, ma anche le ascoltatrici femmine. Apparentemente, 1) il meccanismo dello streaming e il tramonto del cd favoriscono la attuale preminenza in classifica dell’ascoltatore adolescente maschio (anche un po’ zuccone e monotematico, propenso ad ascoltare 80 volte al giorno la stessa traccia del suo supereroe preferito per apprezzare i superpoteri con cui sconfigge i suoi perfidi nemici. E, 2) le damigelle ITALIANE non sono un bersaglio facile. Non c’è UN genere con cui portarle a casa, si va dal pop di Amici a quello internazionale all’indie italiano rantolone – e ogni tanto, quando la discografia italiana lo concede, qualche rapper donna, da Anna a Madame a Mara Sattei. Oltre, sia chiaro, ai rapper maschi – sarebbe sessista escluderlo. E al rock and roll. In effetti secondo i Queen erano le ragazze col sederone a tenerlo in piedi. Ma non ne fanno più.
 
(fine del lato 1) (il lato 2 riguarda invece…)
Rapporto aMargine, primo semestre 2020: l’ANALISINA

Rapporto aMargine, primo semestre 2020: l’ANALISINA

Marracash e TheWeeknd ai primi posti. Meno importanza agli album. Stranieri al bando, donne in cucina… Ma ci sono anche dati meno incoraggianti.

Si sono sciolti i PopTopoi

Si sono sciolti i PopTopoi

“Non gioco più. Me ne vado”

TheClassifica ep.8/2020 – Bambini perduti

TheClassifica ep.8/2020 – Bambini perduti

Il numero uno. La nazione è da tempo attraversata da un’aggressività infantile, egocentrismi infantili, ragionamenti infantili, divertimenti infantili. Questa è stata la settimana di un sentimento infantile tra i più onesti, la paura – e mi sembra appropriato che i MeControTe, idoli infantili, siano andati al n.1 in questa settimana, col loro Fantadisco. Era nell’aria: così come nel Regno Unito erano andati al n.1 gli youtuber per famiglie Ladbaby, giovane paparino e giovane mammottina, ecco che anche in Italia abbiamo il trionfo, tra cinema e musica, di Luì & Sofì, cioè Luigi Calagna e Sofia Scalia (28 e 23 anni), fidanzati di Partinico, da qualche anno traslocati a Milano.
Hanno quasi 5 milioni di iscritti al loro canale YouTube. Significa che ci sono 5 milioni di bambini (veramente piccoli) in Italia? Non credo. Ma anche ammettendo che quelli in età da MeControTe siano due milioni, è un dato interessante che abbiano tutti in mano un telefono, e che YouTube – nella versione for kidz – li indirizzi verso di loro.
Ora: nei confronti dei bambini, ho la sensazione che gli adulti italiani contemporanei abbiano un atteggiamento molto chiaro. Ovvero: per un po’ sono divertenti e permettono di tirare su un po’ di like su facebook (o di voti, se si ha una base elettorale più imbecille della media, alla quale si dice ogni due per tre “io parlo da genitore”).
Ma poi rompono le palle. Sottraggono tempo prezioso alla Playstation, ai social, agli amanti. Quindi diamogli un telefono in mano, in modo che non fracassino i maroni. Ma sento obiettare: “Beh, se è per questo io passavo ore e ore davanti a Mila e Shiro e Holly e Benji e a Bonolis e Uan, e sono forse diventato un idiota?”
Eh.
C’è anche un altro livello di obiezione, più subdolo. L’ho sentito esplicitare una decina di anni fa – in televisione – da una giornalista piuttosto famosa. Ed era: “Non si può dare la colpa alla televisione se trasmette il vomito, sta ai genitori controllare i figli”.
Ah.
Davvero.
Ditemi. Voi, anche nelle vostre fantasie più naziste, avete mai provato a controllare dei bambini?
Oppure: quanto riuscivano realmente a controllarvi i vostri genitori? Mia madre è di scuola bergamo-asburgica, al suo confronto Vittorio Feltri è un hippie. E nella lunga lotta senza quartiere in cui per anni mi ha marcato a uomo come Jurgen Kohler, io pur essendo un bambino sostanzialmente babbeo ritengo di aver eluso il suo occhio infuocato, contravvenendo ai suoi Comandamenti, almeno trecento volte.
(…ok, forse invece mi sono illuso di averlo eluso) (però su una trentina di volte ci potrei giurare) (facciamo tre) (ma siete mia madre, voi?) (i bambini che controllate sono tonti come me?) (la quota si impenna per forza)
 
Quindi, torniamo a noi. Qualche anno fa una mamma mi ha raccontato di un interessante corso di educazione sessuale tenuto dai bambini di quinta elementare a quelli più piccoli, in bagno, nell’intervallo, con disegni e classificazioni tratte direttamente da YouPorn. Anche qui, qualcuno può rispondere “Ehi, ma chi non imparava certe cose dai compagni di scuola?” Accolgo l’obiezione. Ma non perdiamo di vista il punto. Che è chi gestisce lo show. Chi ci educa tutti. Lo Stato ci ha provato più che ha potuto, poi è stato affiancato dalla televisione. Prima la Rai, il cui legnoso disegno era tirare su piccoli democristiani e piccoli comunisti. Poi Mediaset che ha cercato di allevare una generazione di edonisti liberali. E infine, il grande “ok vale tutto”, dell’epoca di pay-tv e digitaleterrestre. Che coi social assume una connotazione bizzarra, perché l’Algoritmo, a differenza dei seicento canali tv, un suo Disegno ce l’ha.
Qual è il Disegno? Non lo so, devo lasciarvi senza risposta qui: ero un bambino sostanzialmente babbeo e lo sono rimasto – VOI dovreste dirmelo, eravate più furbi di me, e la prova è che io sono quello che scrive agratis di musica su un blog e che si è ascoltato le canzoni dei MeControTe, e ha notato che:
1) citano costantemente un signor S che è particolarmente schifoso, e il pensiero vola a uno che parla da papà 2) ma forse mi sbaglio, perché citano un signor S ma non citano un signor LucaMorisi. A meno che come il sottoscritto siano persuasi che non sia affatto un genio di spin doctor ma che sia un babbione che mangia gli spaghetti col cucchiaio 3) la struttura delle loro canzoni ricorda terribilmente i primi 883 4) lei ricorda Cristina D’Avena e lui forse ricorda Giovanni Muciaccia, e mi chiedo se la cosa sia voluta o sia casuale e comunque implichi che c’è un tipo fisico che ispira più fiducia, ma nel caso, la sinistra riparta da queste facce prima che lo facciano i bombaroli #viciniagiorgiameloni 5) credo che Luì & Sofì siano appoggiati da una multinazionale dello slime. Che comunque, rimane una sostanza che simboleggia abbastanza bene l’Italia di questo secolo, anche più dei vestiti ignominiosi di Sfera Ebbasta 6) con un misto di senso della propria missione e intuito da artisti del loro tempo, due giorni fa hanno prodotto un video che parla di influenza e di come prevenirla – starnutirsi nel gomito e lavarsi le mani e tutte le altre cose che per dirle agli adulti è stato scelto Amadeus, quindi temo che la mia preferenza andrà a Luì & Sofì. Ma a proposito di Amedeus, 7) un mito necessario a ogni comunità è la speranza che le nuove generazioni siano migliori. Come questo possa verificarsi quando sono allevate da una generazione di peggiori, non è mai stato chiaro ma 8) forse è proprio questo il Disegno dell’Algoritmo.
(aha!) (vedete che non vi lascio MAI senza risposte) (piuttosto vi do una risposta scema) (ma che fa pensare) (e ora, passiamo al)
 
Resto della top ten. I MeControTe spezzano la presa di Sanremo sulla penisola, anche se alle loro spalle è ancora kermesse, kermesse, kermesse. Certo, anche nella classifica dei presunti album Francesco Gabbani, vincitore di Sanremo scelto dal POPOLO, si deve accontentare del n.2. E tuttavia, il disco del vincitore politicamente corretto è sotto di lui: Diodato entra solo al n.4, scavalcato al n.3 dal reboot di Twerking Queen di Elettra Lamborghini, donna che incarna le aspirazioni più autentiche di milioni di italiane: essere ereditiera e truzza. La compilation sanremica è scesa dal n.1 al n.5, e i Pinguini Tattici Nucleari dal n.2 al n.6. Entra al n.7 Justin Bieber, unico straniero, e chiudono la prima diecina i tre rappusi che un mese fa erano sul podio: Marracash, ThaSupreme, J-Ax. Vi sottopongo vieppiù che Elettra Lamborghini, Elettra Elettra Elettra Lamborghini è l’unica donna in top 10. Cosa che mi consente di aprire la parentesi dei
 
Sedicenti singoli. Tra i quali la Lambo non romba, pur chiudendo una top 5 TUTTA SANREMESE, con il rap improvvisamente boccheggiante in un angolo come non lo avevo mai visto da quando lo streaming pesa sui conteggi della FIMI. Il podio comunque è anche questa settimana quello stabilito dalla Sala Stampa, ovvero Fai rumore di Diodato, seguita da Viceversa di Gabbani e Ringo Starr dei Pinguini Tattici Nucleari. Vai a sapere se è il POPOLO che obbedisce alla Sala Stampa, o sono le playlist. Comunque sia, qualcuno obbedisce ai media, e voi che credevate che no, haha, quandomai, sono tutte chiacchiere, sono semplicemente
 
Altri argomenti di conversazione. Escono ampiamente dalla top 10 Elodie, Levante, Marco Masini e Anastasio – vediamo se vi sovviene cosa hanno in comune. Ok, i Green Day a Sanremo non c’erano e crollano dal n. 9 dell’ingresso al n.43. A margine, TZN Ferro scende dal n.11 al n.12, volevo segnalarvi che non è che abbia visto impennare le vendite dopo aver semi-occupato RaiUno per una settimana. L’album che ha folgorato le élite, The Slow Rush di Tame Impala, entra al n.20; tre posizioni sotto, al n.23, entra l’album che le élite vorrebbero folgorare, Nigio di Enrico Nigiotti. Entrate illustri, uscite esimie: lasciano la classifica Origins degli Imagine Dragons dopo 66 settimane, e dopo 69 e 71 settimane escono di classifica Platinum Collection e Bohemian rhapsody dei Queen! E con la loro fuoriuscita
NON CI SONO MORTI IN CLASSIFICA
Sì, lo so come vi sentite. Potrei dirvi che ci sono i Modà, ma non è la stessa cosa. Sapete da quando non capitava? Beh, io mi infervoro con la classifica degli album dal 2008 e non era mai capitato. Che dire, o non c’è più rispetto per chi ha lasciato questa valle di tamponi, oppure non c’è miglior morto dei vivi. Anche in questo caso forse è colpa di Sanremo, che con tutti i suoi omaggi – la maggior parte dei quali, fatta da TZN Ferro – ha tolto la voglia di ascoltare i cari estinti. Fatto sta che una rubrica mi è passata a miglior vita. Potrei aprirne una intitolata
 
Lungodegenti. Attaccati alla classifica con le unghie, guerrieri coraggiosi! Sopra le cento settimane ne troviamo cinque, a partire da Ultimo, che sale a 103 settimane consecutive con Pianeti e 106 con Peter Pan; Rockstar di Sfera Ebbasta sale a 109 settimane di fila in top 100, e il penultimo album di Ed Sheeran (÷) timbra il cartellino n. 155. Ma anche questa settimana, l’album da più tempo in classifica è dei
 
Pinfloi. The dark side of the moon è con noi da 172 settimane di fila, e scende al n.70; non abbastanza per The wall, che sale ma non riesce a operare il controsorpasso e si accartoccia al n.72. Secondo i politologi, è comunque un avvicinamento tra due elettorati, che potrebbe rispecchiare l’avvicinamento dei due Mattei. Loro sì, continueranno a infettarci a lungo.
TheClassifica, ep. 7/2020. Il trionfo della morte.

TheClassifica, ep. 7/2020. Il trionfo della morte.

“Solitudine e malinconia: i soprammobili di casa mia”

TheClassifica n.1/2020. Brunori Sa. (di niente)

TheClassifica n.1/2020. Brunori Sa. (di niente)

Questa sera, tornando a casa, troverete i vostri bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza della Classifica”.

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Rapporto aMargine 2019 – L’ANALISONA. Superclassifica della musica in Italia

Mettetevi comodi, prendete il vostro cestino per la merenda, spegnete i cellulari – a meno che non li stiate usando per leggere (ma forse rimane una buona idea). Sto per portarvi nel mondo fatato della musica di ProprioOra. Vi racconterò di classifiche e di ascolti, di scarpe e navi e ceralacca, di cavoli e di re. E non sarò breve. Perché quest’anno ci ho messo proprio tutto. Non presumo che leggiate tutto in una volta – ma se un giorno volete tornare a cercare i dati sui concerti o le radio o YouTube – ehi, sono qui, tutti qui. Ma iniziamo subito con lo spettacolo.
 
RIASSUNTO PER CHI NON HA TEMPO. 1) La musica internazionale, al POPOLO, fa schifo, anche perché non si capiscono le parole – tranne quella portoricana, che si capisce che dice la playa, la vida, la calma, la noche; 2) le donne devono tacere; 3) Le band? Non se ne parla: ognuno dev’essere solo davanti al POPOLO – se proprio avete due amici, fateci un featuring; 4) I talent? Niente di che ma nel caso andate a quello di Maria, così le famiglie vi vedono e vi accettano a Sanremo; 5) Volete pubblicare qualcosa? Fatelo adesso: da luglio sarà troppo tardi… Natale? Ma dai, nessuno regala musica, si sa che non vale niente. E poi la musica bella è quella estiva, la playa, la noche, la vida, la calma, el mojito 6) Cos’è cambiato rispetto al 2018? Pochissimo. Ma cosa pretendete, che il CAMBIAMENTO cambi?
Bene. Ora, saluto quelli che hanno cose importanti da leggere. Voi che siete rimasti (grazie!) potete iniziare a dare un’occhiata alla top 30 degli album (le top 100 FIMI tutte intere non ci stanno, non pretendete). Io comincio a buttare sul tavolo un po’ di roba. La prendo larga.
 
PREMESSA PER CHI NON È ABITUATO. Ovviamente le charts annuali non sono tutto, nella vita. Anche per i criteri con cui sono fatte, che non saranno mai perfetti ma cercano di darci un quadro del successo. Un quadro parziale, ovviamente – ed è per questo che vi metto a disposizione anche i dati di tutte le altre robe. Ehi, non lo fa nessun altro! Cioè, sì, ok lo fanno separatamente, così non si capisce niente. Io invece vi sazierò di conoscenza.
 
TOP 100 ALBUM
 
CHI NON C’È . Non sono presenti nella classifica dei 100 album più ascoltati del 2019:
Coma Cose – Lana Del Rey – Gigi D’Alessio – Shawn Mendes – Levante – Niccolò Fabi – Franco Battiato – Lewis Capaldi – Daniele Silvestri – Nek – Clementino – tantissimi sanremesi (da Arisa a Loredana Berté che#dovevavincere etc.) – ovviamente Kanye West – ovviamente Taylor Swift – Junior Cally (che pure è stato al n.1 in classifica a ottobre) – Vinicio Capossela – Myss Keta (ma l’importante è essere sui giornali) – Gianna Nannini (eh). Avete notato Lewis Capaldi? Ok, era per essere sicuro. Aggiungo, ma proprio per sfizzo, Liam Gallagher e Lizzo.
 
COME SI DICE? GENERI. Solo Ultimo impedisce un podio tutto rappuso: senza di lui, sarebbe occupato da Salmo, la Machete Crew e Marracash. Niccolò Moriconi in arte Ultimo perché canta per tutti noi che la vita ha sconfitto (…per infierire) sembra il nuovo alfiere di un pop al maschile che per quanto in momentaneo stand-by ha ancora più di un campione, come dimostrano Tiziano Ferro e Mengoni. Però è anche l’unico nome nuovo nella top 10 degli album. Tra l’altro il suo Peter Pan compare nella prima diecina per due anni consecutivi. Non è il solo, ma gli altri hanno usato il piccolo trucco della versione reloaded, utili a Salmo e Marco Mengoni per rimanere nelle zone alte con dischi pubblicati nel novembre 2018. Playlist di Salmo era n.4 nel 2018, sale al n.2 con la versione allyoucaneat, con il live, proprio come l’Atlantico di Mengoni era n.12 nel 2018, ma vuoi mettere l’offertona convenienza di Atlantico On Tour. Invece Peter Pan di Ultimo era n.7 l’anno scorso, è n.4 quest’anno, e senza lifting. Che gli vuoi dire.
 
CALENDAR GIRLS. Dite, c’è ancora qualche Ferilli o Marcuzzi che fa i calendari? Chissà perché vent’anni fa avevamo tutti questa necessità di sapere che giorno era. Sta di fatto che oggi, sei mesi dell’anno possiamo darli al gatto: solo due big shot come Marracash e Tiziano Ferro rompono il monopolio degli album pubblicati nel primo semestre o anche nel 2018 (anche se per amor di precisione, Machete Mixtape era fuori il 5 luglio). La tendenza delle classifiche a favorire chi esce nella prima parte dell’anno contribuisce in parte a presenze un po’ impreviste: mai mi sarei aspettato di vedere Fedez in top 10 invece che ThaSupreme, visto che Paranoia Airlines era stato giudicato da più parti un mezzo flop commerciale. E guardate anche Start di Ligabue che bella vita da mediano ha fatto.
 
CASE DISCOGRAFICHE. Il 52% degli album più ascoltati in Italia ci è offerto da Universal (18 nei primi 30). Società americana di proprietà francese (Vivendi) in cui comandano gli inglesi, dei quali già che ci siamo qui vedete le Official Charts degli album. Il boss è inglese, Lucian Grainge; il suo vice, da lui nominato, è stranamente inglese, Boyd Muir; l’amministratore delegato è inglese, Maximilian Hole. Il presidente in Italia è Alessandro Massara, dice di essere napoletano – ma credo sia inglese. All’interno di Universal i rapporti di forza sono a favore di Island Records (23 album) davanti a Virgin (13) e alle altre etichette controllate.
Per quanto riguarda le minoranze, Sony raggiunge il 23% e Warner il 10%. Voi penserete che Warner abbia sbagliato campagna elettorale – eppure ha Ed Sheeran, Coldplay, Ligabue, Irama, Pinfloi, il re dei singoli Fred De Palma, e i fenomeni coreani BTS. Però non ha i rappusi, eccetto Capo Plaza. La maggior parte delle briciole (leggi: indie) le prende Believe, che ha 5 titoli (Modà, Il Pagante e il campionissimo Ultimo, dell’etichetta Honiro).
 
SOVRANISMO. Un solo album straniero in top 10, ed è dei QUEEN.
Non mi pare il caso di commentare in modo esteso, vero? Ci siamo capiti con uno sguardo.
Peraltro è sempre la colonna sonora del film del 2018. Che poi, il fatto che al POPOLO piaccia così tanto un pezzo di sei minuti con cambi di ritmo e inserti vocali barocchi non induce i discografici ad abbandonare i loro due format preferiti: 1) tre minuti lagnosi di “Nessuno mi capisce” 2) tre minuti indolenti di “Guarda il mio Rolex mentre mi faccio la tua troia fumando”. Eppure il mercato è in crescita, quest’anno segno positivo, eccetera, potrebbe essere il momento per osare… Ahaha, ma quando mai.
In totale, otto nomi di stranieri in top 50 (quello dei Queen si ripete). Altrettanti nella metà inferiore. Quattro non incidono più, per cui scendiamo a dodici. Madonna, il Boss e i Coldplay sono fenomeni almeno ventennali. Sto tentando di dirvi che il Paese è disposto ad ascoltare NOVE artisti internazionali contemporanei su cento. E sono quattro meno dell’anno scorso.
Beh, noi non prendiamo lezioni da nessuno. Se questi stranieri fossero bravi, li ascolteremmo. E se avete qualcosa da dire, vuol dire che non accettate il CAMBIAMENTO, boomer che non siete fieri di essere ITALIANI e non riconoscereste un Rinascimento nemmeno se ve lo infilassimo nella bolletta della luce. Comunque, ecco, siamo diventati nazionalisti come i francesi e come i tedeschi. Che però non sono maschilisti.
 
DONNE. Nessuna nella nostra top ten, ci mancherebbe. E poche anche tra i 100 album più venduti in Italia: faccio prima a nominarle tutte, sono solo tredici. Billie Eilish (n.15), Elisa (n.18), Lady Gaga (non da sola), Mina (non da sola), Giordana Angi (n.32). Pausa per dire che in top 50 ci sono solo TRE dischi di una solista femmina. Ricominciamo: Ariana Grande (n.59), Emma (n.60), Elettra Lamborghini (n.61) Madonna (n.67), infine le divas: Alessandra Amoroso, Giorgia, Fiorella Mannoia, Laura Pausini.
Questo è il momento per uno sguardo alla top 10 americana (la vedete qui, fonte Billboard). Sì, beh, prime quattro posizioni in quota rosa – però certo, hanno mandato al governo un imbecille (cosa che noi non faremmo mai). Comunque dai, l’anno scorso erano dodici, quindi è un incremento dell’1%, la ripresa c’è! Altra buona notizia è che l’età media si abbassa grazie alle newcomers Billie Eilish, Giordana Angi ed Elettra Miura Lamborghini, mai state in classifica.
Ma alla fine, anche alle donne come agli stranieri rigiro quanto mi sono sorbito dai ciccini del rap quando ho fatto le mie considerazioni sulla classifica italiana. Ovvero: se non vi piace vedere il predominio del maschio italiano è perché siete boomer e non vi piace il CAMBIAMENTO. A noi giovani, le femmine non hanno niente da dire – in fondo, sono tutte troie che si mettono con chi ha più successo – tranne, beninteso, le fidanzate dei rapper che sono dolcissime e fanno l’amore tutta la notte con i loro irresistibili ribelli. In silenzio, ovviamente.
 
BAND. Sapete quel bel modo di dire: “Ma di che parliamo?”. L’unica tra i primi 30 sono i Queen. Ci siamo capiti (…un’altra volta). Poi, abbiamo gli Imagine Dragons n.41, Thegiornalisti (ahaha), Pinfloi al n.49, Coldplay n.51, e toh, ve li nomino tutti includendo anche i dui (plurale di duo): Dark Polo Gang, Carl Brave & Franco 126, Benji & Fede, Il Volo, Pinguini Tattici Nucleari (n.76), Il Pagante, Nirvana, BTS. Quindi insomma sì, il quartiere, i bro, i frà, ma alla fine ci piace il maschio da solo, coi pieni poteri.
Con l’eccezione di Babbo Natale.
 
BABBO BASTARDO. Il Natale non tira più. Un tempo era la ragion d’essere della discografia. Oggi nemmeno i dischi di canzoni natalizie si fanno più, perché la gente a dicembre non spende certo i suoi soldi in musica. Chi esce prima ha più probabilità di essere in classifica. Sembra banale, ma l’accumulo dei numeri nell’era dello streaming ha ribaltato le vecchie certezze, ovvero che convenisse uscire sotto Natale (infatti, si arrischiano a farlo quasi solo i big ai quali del prestigio della classifica frega relativamente).
 
TALENT E ALTRI SHOW. Forse la peggior performance di sempre. Ci si attacca al solito Marco Mengoni, perché latitano le giovani star di Amici e XFactor (in questo caso, quello del 2018, visto che si chiude a dicembre). Premesso che Anastasio non ci ha voluti nel suo mondo (cit.) nel 2019, i Maneskin chiudono al n.27 (con lo stesso album che aveva chiuso al n.5 nel 2018) e Alberto Urso il tenorino di Maria è al n.29 – Irama nel 2018 era al n.2. In compenso, Sanremo tra gli album vede Ultimo primo in classifica, Mahmood al n.23 e Irama al n.36. Poi, sostanzialmente, basta. Se vi sembra poco, sappiate che l’anno scorso dietro a Ultimo ed Ermal Meta in top 50 non c’era nessuno. Se questo vi sembra un flop…
 
CHI HA DETTO FLOP? Ora, quanto segue è la parte più arrogante di tutto questo tsunami, okay? Diciamo che sono album da cui forse ci si poteva aspettare un piazzamento più alto. Comunque, perlomeno loro ci sono – cosa che non posso dire per Lewis Capaldi, il cui album ha sganasciato ovunque. Dunque: secondo me sono un po’ bassi rispetto al blasone gli album di Madonna (n.67), MiticoVasco (n.64), Biagiantonacci (n.83), BTS (n.97). Sono dei mezzi flop, benché ognuno con qualche giustificazione, gli album di Achille Lauro (n.56), Benji & Fede (benone col singolo, ma n.65 con l’album dopo il boom dell’anno scorso), e tra gli stranieri che non passano, Coldplay (n.51), Ed Sheeran (n.46), Ariana Grande (n.59).
 
MEGLIO DEL PREVISTO. Tra quelli che non vedete nella fotina, direi Rocco Hunt (n.38), Massimo Pericolo (n.37), Giordana Angi (n.32). E, per quanto mi ributti, Elettra Lamborghini (n.61) (meglio di Madonna) (Gesù) (se la sarà anche cercata, ma che punizione).
 
TOP 100 SINGOLI
 
COME SI DICE? GENERI. Il dominio delle hit balneari è impressionante, ma non nuovo: anche negli anni scorsi, l’ascolto furioso di canzoni da bagnasciuga aveva portato ai n.1 di Amore e capoeira (2018) e Despacito (2017). Niente anglosassoni in top 10, dove Portorico batte UK e USA: Pedro Capò e Daddy Yankee, con tutta la Calma del mondo, sono in top 10 tra i singoli. Ma sentite qui: Fred De Palma è n.1 tra i singoli ma solo n.95 tra gli album. La regola di Baby K non sbaglia mai.
 
DI COSA PARLANO LE HIT? In top 10 abbiamo un amore despacito, poi un amore indiecicciociccio, una vita despacita, un padre assente (featuring $oldi), una vita urban, un amore whatsapp, ancora una vita despacita, poi amore tamarro (featuring $oldi), poi vita despacita, poi un amore che manca.
 
QUANDO ESCONO LE HIT? Praticamente tutte nel primo semestre. L’effetto accumulo delle piattaforme di streaming fa sì che chi parte prima (tipo Coez l’11 gennaio) ha un certo vantaggio, visto anche che il Natale, che fino al 2015 era IL momento in cui la discografia tirava su i soldi, non conta più niente. Così, in top ten, il pezzo uscito più tardi è il n.1 Una volta ancora – ed è uscita il 5 giugno. Buon per Sanremo, che si ritrova nel punto giusto del calendario. Beninteso, se un pezzo esce a settembre, può tirare su i dischi di platino lo stesso – ma vi stupirà sapere che agli artisti e ai loro entourage la visibilità data dalle charts interessa parecchio. E poi non trascurate la gara.
 
DONNE. Ancora??? Ehi, ma allora siete fissati. Va beh, qui in top ten ci sono due flirt estivi, ovvero Ana Mena ospite di Fred De Palma, La Giusy ospite di Takagi & Ketra. Due canzoni di una donna sola in top 30 e sono Dance monkey (Tones And I) e Sweet but psycho (Ava Max), perché Bad guy è attribuita a Billie Eilish & Justin Bieber (…mah!). Ma la verità è che a noi italiani, nella musica e nella vita, le donne vanno bene come featuring (dehehihohu).
 
STRANIERI. Tra i singoli va un po’ meglio, addirittura 11 tra i primi 30. Però se ne stanno quasi tutti tra il n.13 e il 23 come se avessero puntato i numeri di mezzo alla roulette.
 
SPOTIFY. Se notate qualcosa di strano, fate bene. La top five l’ha fornita Spotify in persona a metà dicembre, i numeri li ho presi io il 7 gennaio (…la sera). Che dire, può darsi che Mahmood vada alleggerito degli ascolti internazionali. Sull’appeal internazionale di Salmo ho già dei dubbi, pur col bene che posso volere a uno di Olbia. Comunque in questo momento Blun7 a Swishland di ThaSupreme è a 43 milioni, in due mesi. Insomma, è un mondo veloce, quindi fidiamoci.
(no, non è vero: di quelli di Spotify non mi fiderei nemmeno se mi facesse i regali di Natale, e invece non solo non me ne fa ma sono l’unico in Italia a dargli 25 euro al mese, zio caro)
 
YOUTUBEWAY ARMY. Nei video musicali nove brani italiani su dieci; in testa Soldi di Mahmood, che probabilmente si avvantaggia un po’ dell’Eurofestival. Notate il feroce dominio di video e canzoni con sottofondo spiaggioso, la vita Papeeta che tutti noi ci meritiamo. D’altra parte l’Isola dei famosi e la Temptation island sono tra i programmi preferiti per una nazione per la quale la lobotomizzazione sarebbe un progresso intellettuale pauroso. Peraltro tra i video non musicali, vanno forte quelli musicali. Carote, cantata dal concorrente Nuela durante le audizioni, non è considerato tale (il che è sufficientemente ironico) e ha totalizzato 17 milioni di visualizzazioni, il che rende l’idea di quanti telefonini siano in mano ai minori di 14 anni. Al n. 2 ci sono i Pantellas con la parodia di Soldi di Mahmood. Tredici milioni. Mondo cano.
 
RADIO. Il brano più trasmesso dalle radio nel 2019, Girls go wild di LP, non è tra i cento più ascoltati. E nemmeno il terzo brano più trasmesso, Juice di Lizzo. Non che il n.2, Giant di Calvin Harris & Rag’n’Bone Man se la cavi meglio (n.59 tra i singoli FIMI). Sicuramente dipende dal fatto che sono artisti vecchi che fanno una musica che piace agli anziani, e non hanno nulla da dire a noi giovani del POPOLO che coltiviamo il CAMBIAMENTO
(…scusate se la meno con questa cosa, ma ultimamente mi sono beccato troppi “Ok boomer” a casaccio da pischelli con i pollici veloci e i genitori babbioni)
No, io qui onestamente vedo un tentativo delle radio di aggiornarsi dopo che tutti abbiamo cantilenato che erano un media anzianissimo. E a questo punto, volendo costituiscono una fonte di musica complementare e più varia rispetto alle piattaforme, il cui sogno è blindarci tutti in nicchione e nicchiette, al grido “…Ai fan piace anche”. Concludo completando il confronto: le n.1 di FredDePalma/AnaMena è solo al n.58 nella diffusione radiofonica, e la n.2, quella di Coez, Un sacco bello o come diavolo si chiama, è al n.31. Maledetti network snob e radical-chic, che osteggiano Universal, Spotify e YouTube che sono gente come noi eletta democraticamente.
 
ALTRI ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE
 
CONCERTI. A Jovanotti non ha detto benissimo con gli ultimi album, e anche il suo tour è stato ben chiacchierato – però a Linate ha preso il volo. Peraltro se non fosse per le spiagge di Jovanotti, i primi venti concerti sarebbero di fatto spartiti tra le sole Milano e Roma. Comunque i dati sono questi: MiticoVasco rende un po’ complicato commentare. Nel 2018 c’era stata più varietà: i più visti erano stati Eminem, poi J-Ax & Fedez (pure loro a Milano, avevano fatto 6mila e 4mila spettatori più di Jovanotti), seguiti da Guns&Roses, Foo Fighters,Vasco Rossi. Imagine Dragons e Pearl Jam.
MIGLIOR VITA. Tre nomi di artisti o band guidate da artisti che hanno abbandonato questa valle di biglietti della lotteria: i Queen che hanno 4 album in classifica, due dei quali al n.9 e 13, XXXTentacion e i Nirvana (sapete, quelli di KURTCOBAIN, quello che si è SPARATO, mitico) con Nevermind al n.94 – era n.78 nel 2018, a dimostrazione che gli anni 90 non sono più quelli di una volta.
 
PINFLOI. Ce l’abbiamo fatta, siamo al nirvana (pardon). The wall guadagna posizioni per il terzo anno di fila, salendo al n.63; The dark side of the moon conserva la top 50 come nel 2018 e come vedete nella figurina è il vinile più venduto proprio come nel 2017 e 2018, però nella classifica generale perde due posizioni e chiude al n. 49. Vi dirò, io credo che The dark side of the moon dovrebbe rinnovarsi, parlare della vita nei quartieri, usare una batteria elettronica progettata dalla Roland nel 1980 o un software vocale uscito nel 1997, cose supernuove che voi fermi al secolo scorso non potete capire perché siete dei boomer ostili ai giovani e al CAMBIAMENTO.
 
Grazie per aver retto fin qui. All’anno prossimo.
Battisti vs ThaSupreme, Marra vs Zucchero: la solitudine dei numeri – TheClassifica n.46

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Contiene un dissing a due amici. Gli altri quattro che mi sono rimasti, si tengano pronti.

TheClassifica’s Revenge – Greta e il rap italiano

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Come una generazione che si sente ripetere che siamo al mondo per comprare Rolex, Gucci e Lamborghini ha sviluppato una sensibilità ambientale.

Musica pop vs musica rap vs noi, il POPOLO

Musica pop vs musica rap vs noi, il POPOLO

«Si dubita di tutto, ma si è disposti a credere ancora a qualcosa, purché sia incredibile. Come ci difenderemo? Per fortuna ogni volta che l’uomo ha forgiato una nuova spada, ha poi sempre anche trovato uno scudo».
Fine. Massimo Gramellini, Corrierotto, 26 settembre 2019, 06:53 – modifica il 26 settembre 2019 | 07:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA.

Come la risolve bene.
Vedete, è questo che fa la differenza.
Chiuderla in fretta con una piroetta e un inchino. E aspettare che i giudici ti dicano che hai spaccato – poi si passa tutti ad altro. Se poi sei uno di quelli che viene trapassato dalla spada, si vede che non spaccavi abbastanza. Se, tipo, il nazismo – o ancora meglio, Stalin, che è durato molto di più – spacca te, peccato. Speriamo che almeno avessi una bella frase su cui contare prima di essere schiacciato.
(…«Avere bisogno di frasi motivazionali per andare avanti», cfr. Bugo).

Va bene, la sto prendendo larga (e un po’ grama, vero?). Perché cosa c’entra tutto questo con un’indagine, uno studio, un sondaggio sulla musica?
Il punto è che quello che dice l’indagine, il titolo della notizia, che è sempre quello che detta legge, non sembra vero. Eppure deve esserlo, non ho motivo per dubitare che lo sia, tutto sommato. Ma pur non occupandomi di cose importanti come Gramellini, non riesco a risolverle con un caffè e una frase motivazionale per andare avanti.
Ora vi spiego meglio.

La musica più ascoltata in Italia è il pop, si evince dal nuovo rapporto dell’IFPI (i discografici del mondo).
La musica più comprata in Italia è il rap, dicono le classifiche della FIMI (i discografici d’Italia).

L’ho messa giù in modo che la contraddizione fosse già un po’ sgrovigliata (disaggrovigliata) (degrogliata) (sono Groot).

Questa settimana abbiamo Mattoni di Night Skinny, coi suoi 26 rapper inclusi nella scatola, al n.1 dei presunti album. Nella top 10 attuale ci sono anche Mambolosco (n.3), il Machete (n.4), Post Malone (n.6), Rocco Hunt (n.7), Junior Cally (ex n.1, ora n.8), Salmo (n.10). Al n.2 c’è un ex rapper convertito al reggaeton da chiringuito, Fred De Palma. Ma il pop vero e proprio ora come ora ha un solo nome, ed è Ultimo.
Tra i sedicenti singoli, poi, il Machete batte un colpo con Yoshi di Dani Faiv, ThaSupreme, FabriFibra più J Balvin, di nuovo al n.1 in versione remix.

Forse allora le due cose sono diverse. La musica pagata, vs quella ascoltata. Se leviamo il caso fragoroso di Ultimo, quest’anno abbiamo visto al n.1 dei presunti album – e per pochissimo tempo – il pop di Jovanotti, Fedez, Coez, Irama, Mahmood. E vedete da voi come qualcuno di questi, con uno spintone (molto forte, eventualmente, ma meritato) potrebbe essere ributtato nel campo rap nel quale ha pascolato. Chi dà le etichette di rapperia e poppismo? Wikipedia? Il Codacons? Paola Zukar? Come vorrei saperlo. Tutto quello che posso ipotizzare è che il pop si prenda la rivincita sul rap nelle grandi praterie del Gratis. Viene ascoltato tramite

  • la radio, che ha ancora un suo stolido strapotere perfettamente anni 80 sulle genti e, mi pare di capire, sta guadagnando terreno dentro gli smartphone.
  • Tramite YouTube, perché i video rappusi sono meno attraenti (non che quelli pop).
  • Tramite la tv, che butta nelle case gli Amici di Amici e gli Spaccatori di X-Factor.

Ma se è così, potremmo persino concludere che il rap, caro vecchio 40enne in braghette, è una musica per chi paga moneta sonante, per le élite snob e radical-chic che leggono Noisey e quell’altro coso che rotola. Mentre noi, il POPOLO a lungo preso in giro dai verbosi di tutte le epoche, tendiamo le orecchie nel nulla per sentire consolanti melodie – agratis. Parole che ci parlino del vento, del sole, delle nuvole e di come tutti ce l’hanno da sempre con noi. A differenza dei rapper, che tutti ce l’hanno pure con loro, ma nei loro pezzi il vento, il sole e le nuvole non li citano mai, solo la nebbia del fumo, ghgh, il fumo, ahaha, il fumo raga, skrrt, il fumo, bitch. Ok, anche altre due o tre cose però che bbbello il fumo. Il fumo sta al rap come il mare sta alla canzone d’autore.

Ma la cosa che trovo ancora più interessante del rapporto, è che individua nei 35-44enni la fascia che spende più soldi nella musica. Secondo un’indagine Verto Analytics sugli utenti americani, la piattaforma più sbarazzina e giovanile di tutte è Spotify, che vanta un 26% di ascoltatori sotto i 24 anni. In Apple, la percentuale scende al 17%. E se volete, vi dico pure che il 46% degli ascoltatori di Spotify ha più di 35 anni. Però, come forse avrete notato sopra, il rap italiano crolla sopra i 25 anni, e tutto sommato non ci sarebbe troppo da stupirsi (anche se personalmente mi stupisco del fatto che tutti quei rapper che si rivolgono apertamente a ragazzini maschi con fantasie di onnipotenza sessuale, economica e legale non notano che i 40-50enni italiani hanno smanie identiche a quelle dei loro figli 12enni, basterebbe adattare un po’ i testi).

Quello che sto tracciando, vezzosamente come in questa righina rossa sul grafico, è che la musica, nonostante il violento ribaltamento di carte in tavola degli ultimi tre anni, tra classifiche e improvviso cambiamento di strategie discografiche, continua a essere tenuta vigorosamente in piedi da quella fascia adulta che ha del resto anche i soldi per i concerti.
Non mi pare che le ultime tre case discografiche ne stiano tenendo conto. Stanno investendo parecchio in giovani artisti dei quali si liberano non appena hanno portato una generazione fuori dall’adolescenza. Perché se nel calcio e nel tennis si prende atto che il vigore giovanile dei 20enni non è abbastanza per far fuori i vecchi Federer e Nadal e Messi e CristianiRonaldi, nella musica, non essendo uno sport né un’arte (altrimenti non se la menerebbe tanto con la coolness), l’idea non è tollerabile. Quindi li si nasconde alla vista.

Ma detto questo, il pop, in un Paese che ha negato il n.1 persino a Ed Sheeran, come si arrabatta?

Immagino che la prima risposta sia: in una produzione più dispersa, che non entra in classifica. Gli ascoltatori di rap si concentrano di settimana in settimana sulle nuove uscite, tutti addosso come gli squali fino a che non hanno spolpato l’album in una settimana – a meno che non sia Salmo, il cui Hellvisback è in classifica dall’ultima volta che il Milan ha vinto un derby. Le nuove uscite cominciano a essere tante, i rappusi italiani da classifica sono certamente sopra il centinaio, non c’è mai stata così tanta abbondanza di un genere nel nostro Paese nemmeno ai tempi di Nilla Pizzi e Gino Latilla.
Ma la seconda risposta è: l’usato sicuro. Gli appassionati di rock già lo fanno, hanno imparato da tempo a rifugiarsi nei Queen, in Bruce Springsteen, Guns’n’Roses, Joy Division e ovviamente i Pinfloi (e gli altri, e gli altri, e gli altri) – oppure nelle nicchie (“Uh! Una composizione contemporanea corrucciatissima di Jonny Greenwood per violino e 68 archi assortiti! Delizia!”).

Così, alla fine il pop non ha più grandi voci ma un milione di vocette, non ci saranno più Madonne e Michael Jackson ma stanno già venendo a mancare Rihanne e Shakire, e Lady Germanotte e Katy Perry – e qui da noi, evidentemente Ultimo è già un’altra cosa rispetto a Mengoni o Emma. La cosa bizzarra perciò è che il pop è ovunque, eppure esce allo scoperto solo nelle hit dell’estate e a Sanremo, cioè nella sua versione più penosa e pagliaccia. Forse il pop è la DC e Berlusconi ai loro bei tempi: la maggioranza silenziosa. Tutti sembravano con Di Pietro, negli anni 90 (un’idea di Stefano Accorsi) ma invece.
Grazie, buona giornata.