Tag: Prince

Classifica Generation, Ep. 0. Ovvero: goodbye, Mr. Seymandi

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Addio alla classifica degli album e dei singoli, benvenute Classifica dei Supersimpa e Classifica Bellazio

Classifica Generation, Ep.V. Dark Polo Gang e la verità sulla mia donna

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Le Winx dell’hip-hop e la loro importanza.

Marginalità – Beatles, Prince e la popolarità nell’era di Spotify

Marginalità – Beatles, Prince e la popolarità nell’era di Spotify

Immagino che quanto segue sia interessante solo se fate anche voi uso intensivo di Spotify, come me e altri 100 milioni di utenti (nel mondo, non in Italia) (quanti siano in Italia l’ho chiesto a C.S., Senior Account delle Media Relations e Communication. Ha risposto “Numeri scorporati non ne diamo mai”).

Un po’ di cose che immagino sappiate comunque. Spotify è una di quelle cose che ogni tanto succedono, e il mondo si adegua. Gode di consenso e diffusione enormi, mai raggiunti da ciò che era venuto prima – compreso quanto donato da Steve Jobs agli hooligan della mela. danielekForse ci è riuscita perché è svedese. Tutto ciò che è svedese piace a tutti, chi non ama la svedese Svezia? Sta di fatto che in pochissimi anni Spotify è diventata fondamentale per l’industria discografica e le si concede tutto: è too big to fail. Ogni tanto qualche musicista fuoridalcoro rampogna (David Byrne, Neil Young, Thom Yorke) poi entra nel coro (David Byrne, Neil Young, Radiohead). Chi manca più? Taylor Swift, Peter Gabriel, King Crimson, Lucio Battisti, la Lemonade di Beyoncé. Ma ormai i grandi assenti elencati dagli articoli di 2-3 anni fa sono arrivati: Led Zeppelin, Pink Floyd, AC/DC, Beatles, Prince… Come anticipato, queste cose forse le sapevate già. Quindi, passiamo a un po’ di cose che forse troverete interessanti. Per me, lo sono. Per gli altri non so. In effetti noto che non ne parla nessun altro.

Cose che forse non avete notato. Ogni singolo artista o gruppo su Spotify viene presentato agli ascoltatori con 10 brani che sono definiti “popolari” (“Popular songs”), con gli ascolti totalizzati fin dal loro debutto sulla piattaforma in bell’evidenza. Non sempre l’elenco è in ordine di streaming ottenuti. Ogni tanto quella più ascoltata in assoluto è al secondo, quarto posto. Ma questa è un’inezia. Il fatto è che questa specie di “Best of” rappresenta un misto tra quello che il pubblico effettivamente ascolta in massa, e quello che Spotify vuole che ascolti. Perché nella top 10 – chiamiamola così, via – sono sistemate in modo strategico canzoni che magari al pubblico piacicchiano, ma non così tanto. Oppure, proprio poco. Lo so perché essendo un po’ maniacale, ho seguito due Spotify Stories dall’inizio.

(chiedi chi erano i Beatles)

Il Natale 2015 ha sancito l’arrivo dei Beatles sulla palla verde di Spotify. abbey road contrarioDa subito, Come together è risultata in testa alle canzoni più popolari. Non so quanto siate Beatlesiani – però ecco, a me è parso strano. Non Help, e Ticket to ride, o Lady Jane e Yesterday (…scusate, era per alleggerire la tensione spasmodica). È ben vero che è il pezzo che apre l’album che ci ha su la foto famosa, e che in quanto tale per le moltitudini è IL disco dei Beatles per eccellenza (anche se escludo che le moltitudini saprebbero nominarne quattro canzoni). In ogni caso, i media hanno tempestivamente sottolineato la circostanza. Allora le radio (e le tv) hanno puntualmente trasmesso Come together. E nei giorni successivi – being there – la gente finiva per ascoltarla. Perché mica tutti sono come voi che magari andate a cercare Revolution 9 (2,1 milioni di ascolti). O come me, che vado a cercare gli altri pezzi piuttosto noti, per scoprire se  per caso…

Ed ecco – wow! – la piccola scoperta. A sinistra potete vedere le canzoni “popolari” per Spotify. Tra loro si nota While my guitar gently weeps (George Harrison, 1968) (interessante che Harrison e non i Fab Two sia anche l’autore del brano dei Beatles più ascoltato, cioè la solare Here comes the sun) che ha un po’ meno ascolti delle altre. A destra vi ho invece elencato canzoni che potrebbero, numeri alla mano, essere nell’elenco se questo fosse l’elenco delle più ascoltate, ma NON ci sono.

beatles spotify febbraio 2017beatles non popolari

 

 

 

 

 

 

 

 

…Cos’hanno in comune le escluse? Cos’hanno di diverso da alcune di quelle che invece sono state inserite?

Io faccio un’ipotesina. Spotify e i detentori dei diritti (casa discografica e Beatles medesimi, Yoko inclusa) hanno piacere che in bella vista ci sia una mini playlist di pezzi più spendibili, più mediatici, diciamo – che non altri meno contemporanei, un po’ vetusti, a volte un po’ malinconiche… All the lonely songs – where do they all belong? beatles come together

Cosa dice Spotify. M.H dell’ufficio stampa mi ha spiegato (dopo una settimana di consulto interno su cosa dirmi) che “Per quanto riguarda la top 10 degli artisti, la popolarità è basata sugli streaming ma con un peso maggiore per quelli più recenti, per mettere in luce le più popolari al momento. Per questo a volte non corrispondono al numero di streaming totale”.

Ci avevo creduto. Poi, però, questa risposta è stata smentita dall’artista precedentemente noto come Tafkap – defunto nel 2016, risorto su Spotify due settimane fa.

(his name is Prince… The one and only)

Su Prince, non ci sono i dubbi possibili per i Beatles: c’è UNA canzone che è universalmente considerata LA canzone di Prince, ed è Purple rain. Cionondimeno, nell’elenco proposto il giorno del debutto mancavano tra le POPOLARI – a mio modesto parere – alcuni brani piuttosto noti. purplerain-x1800-1406305269Tipo Raspberry beret e Sign o the times. Sono andato a dare un’occhiata. Anche loro – numeri alla mano – già in quel momento sarebbero dovuti essere tra i più POPOLARI. Invece di Delirious, per segnalare il caso più ovvio. Raspberry beret dopo un giorno era già a 8 milioni di ascolti volontari su Spotify. Contro 600mila di Delirious.

Altro caso curioso: i numeri bassissimi di Little red corvette. Non perché non sia POPOLARE – ma perché Spotify mette nella top 10 la versione da 3 minuti invece che quella da 5 minuti che è bollata come “Explicit” (versione che è molto più popolare – ma malauguratamente è colpevole di affermare: “Girl, you got an ass like I never seen, ow! And the ride is so smooth you must be a limousine”) (…so che non sarete particolarmente choccati) (ma nel 1983 queste erano parole inammissibili per le radio americane).

prince spotify febbraio 2017

Successivamente ho fatto degli screenshot periodici dei sommovimenti della classifica, non ve li sottopongo perché immagino siano da maniaci (se però siete dei maniaci, scrivetemi in privato) (forse non è la frase più sagace che abbia mai scritto). Vi rendo partecipi solo di uno screenshot del 28 febbraio. La situazione è questa: Raspberry beret è entrata tra le POPOLARI, ma Delirious non se ne va. In compenso nonostante 10 milioni di stream accumulati è paradossalmente sparita Stare, data in esclusiva a Spotify nel 2015, e per un anno e mezzo suo unico pezzo disponibile chez la palla verde.

Mentre NON sono popolari, a tutt’oggi, nonostante il quorum superato,

Cream – 3,2 milioni
U got the look – 2,9 milioni
Pop life – 2 milioni
Darling Nikki – 2,9 milioni
Controversy – 2,1 milioni
Sign o the times – 2,9 milioni
Diamonds and pearls – 4 milioni
Breakfast can wait, dall’ultimo album – 2,1 milioni.

Nel caso di Prince, mi sembra di poter azzardare che fatta l’ovvia eccezione di Purple rain, i brani indicati come POPOLARI sono un po’ più funky e forse, come si è visto per iI problema di Little red corvette, meno sconvenienti dal punto di vista del testo (Darling Nikki è il caso più eclatante). Ad ogni buon conto, Delirious in pochi giorni ha tirato su 500mila ascolti che forse normalmente non avrebbe preso, e che certamente non hanno potuto riscuotere altri pezzi di notorietà eguale o superiore cui non è stata concessa questa sorta di raccomandazione (ho detto raccomandazione, non #complotto) (…però che bello dirlo).darling_nikki

E quindi? Brevemente: una percentuale molto alta di chi usa i servizi di streaming è un po’ passiva. E anche un po’ conformista. Oppure, semplicemente, si fida. Le classifiche, specie le top 50, sono estremamente apprezzate. Come per certe radio, c’è un pubblico molto ampio che esige i Grandi Successi. Che siano, possibilmente, contemporanei, moderni e allegrotti (“Che pezzo potremmo mettere dei Beatles? Sono tutte tristi” – affermazione rilasciata privatamente da un direttore della programmazione di grosso network radiofonico prima dell’avvento di Spotify). E ci sono pubblicitari, e consulenti musicali di serie tv, e DJ, e giudici di talent, e forse – tenetevi forte – persino giornalisti che magari, nonostante una cultura pop molte milioni di volte superiore alla mia e forse anche alla vostra, possono essere utilmente influenzabili. Perciò, come le radio, ecco che Spotify e – sospetto – le case discografiche indicano quali sono tali successi. E poi, in pura profezia autoavverante, i brani presentati come successi diventano successi. Sostanzialmente, Spotify ha preso il posto della radio nell’accontentare le case discografiche, che del resto in lei hanno investito, e non a caso non levano i propri artisti nemmeno quando, come l’anno scorso, i contratti di licenza scadono.

È un problema? No. È manipolazione? Un pochino. Ma in fondo, ne subiamo di peggiori, via.
Musica e manipolazione sono vecchi amici.

Mortem Post – Tutti i caduti del 2016, e cosa scrivere per ricordarli sui social

Mortem Post – Tutti i caduti del 2016, e cosa scrivere per ricordarli sui social

Calendario con tutti i musicisti caduti nel 2016 – e che cosa scrivere per ricordarli come si deve sui social.

George Michael – orgoglio, successo e pregiudizio

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Il prevedibile pezzo di quello che scuote la testa per come lo stanno ricordando gli altri.

TheClassifica 89. Capossela e i Radiohead e pretestuosamente Prince

TheClassifica 89. Capossela e i Radiohead e pretestuosamente Prince

Io vi avverto, tra un po’ ricomincio a pontificare. Non dite che non ve l’avevo detto. Vi concedo giusto questa TheClassifica un po’ interlocutoria, nella quale invece che parlare di Vinicio Capossela ero tentato di dare lo strattone alla tovaglia e far volare tutti assieme i Radiohead, Manuel Agnelli, la canzone ucraina dell’Eurovision contest, Sinead O’Connor, i 50 anni del capolavoro e i 50 anni del controcapolavoro, e pure Prince – e non per Prince in sé, quanto per il fatto che quando è morto la gente non è uscita a comprare i suoi dischi. La raccolta The very best, in una settimana, non solo non è andata al n.1, ma è arrivata al n.12. Dietro ai 99 Posse, undicesimi. Non venitemi a dire che la gente ce li ha già i dischi di Prince in casa, perché NON è così. È che alla gente ormai i dischi fanno schifo, la musica pure. Con la musica ci balocchiamo solo io e voi. E non compriamo i dischi lo stesso.

No, okay, qualcuno li compra. E io ho una grossa ammirazione per chi lo fa. Perché vuol dire che sta mantenendo quella sorta di illusione che avevano al cinema gli spettatori di un secolo fa quando il treno in bianco e nero puntava nella loro direzione.

(sto pontificando? No, non ancora. Sto gettando le premesse per il pontificato. Ma mi fermo qui. Era solo un promo per attirare l’attenzione, la trovata con cui sembrare rilevante. Tipo i musicisti che fanno uscire il nuovo album direttamente da qualche cappello a cilindro mediatico) (perché poi la questione è che parli di Radiohead, Prince, Agnelli, Beyoncé – ma al n.1 non ci vanno mai. Ci vanno Zero, Zucchero, Fabi, Renga. Oh, ma uno potrebbe pensare: Prince e i Radiohead saranno vendutissimi tra i vinili. Invece no, Purple Rain di Prince è al n.6, e quanto al vinile dei Radiohead, esce il 17 giugno, per qualche motivo che è chiaro solo nella testa di Thom Yorke. No, al n.1 della classifica del Suono col Calore Vero Della Musica c’è Renato Zero, co tutte ‘e sue canzoni umane d’aa ggente comune che zòffre. E al n.2 i Pooh. E al n.3 c’è Canzoni della Cupa di Capossela. E quindi, back to Capossela) 

Se non sapete qual è il punto del disco, provo a cavarmela in tre righe: è un doppio album ad alto tasso di folk di quello sodo, quello che negli anni 70 portava gli esterrefatti spettatori di Canzonissima o dei programmi di Cochi & Renato a tu per tu con Maria Carta e il Duo di Piadena, roba che poi non stento a credere che quando arrivarono gli Inti Illimani coi loro charangos a volume 11, alla gente siano sembrati i Black Sabbath. Le canzoni della Cupa sono un terzo tassello di una Ricerca del Tempo Nonvissuto, iniziata con un libro (che non ho letto), proseguita con un film (notevole), arrivata ora su disco (non essenziale). Il tasso di Caposselitudine, per quanto mi riguarda, è troppo basso, è sacrificato alla ricerca etnomusicale sulla tradizione dell’Irpinia dalla quale i genitori di Capossela migrarono. Ci sono delle cose che piaceranno molto ai Vinicisti nel secondo cd, intitolato Ombra, c’è epica e tex mex e Morricone e Ferré e financo Dylan. Ma Nella Mia Umile Opinione, il concetto ha cannibalizzato l’arte. E come fa Ventunesimo Secolo, tutto questo.

E a questo proposito, al n.4 (dopo Zucchero, n.2, e Zero, n.3) cascano a fagiuolo i Radiohead. Prima di sentirli, ho letto un po’ di recensioni. Spero che un giorno qualcuno le raccolga in un volume perché c’erano delle testimonianze oggettivamente preoccupanti (alé, facciamoci altri amici), delle vette di adorante strazio e vaniloquenza citazionista che mi inducono a una certa prudenza perché da un deathmatch coi fan di Elisa posso ancora uscire vivo, ma in uno con dei mediapeople cresciuti sognando l’occhio tristo di Yorke so già di non avere chance. Eppure non è per questo, che scrivo quanto segue: A heart shaped (uops, scusate) (lapsus) (se non vi dà noia, lo lascio) A moon shaped pool è un album dei Radiohead per i fan dei Radiohead. Ritengo che un 17enne ammodo lo ascolterebbe con un po’ di sgomento, e ci troverebbe tutto quello che ci trovate voi solo dopo 1) dieci ascolti consecutivi, 2) la lettura di dieci delle citate recensioni, e 3) la velata pressione che gli state mettendo in quanto suoi genitori. Ma per la prima volta, mi è venuto da pensare che forse è il contrario di quello che avevo sempre pensato. Ovvero, i Radiohead hanno lasciato che i Coldplay facessero il lavoro sporco, lordandosi col mainstream (e venendo perciò sbeffeggiati da Noi Che Sappiamo) per tenerli come punto di riferimento dal quale smarcarsi sdegnosamente. Avendo ora i Coldplay esaurito clamorosamente quella esile matrice, e avendo puntato con l’ultimo album su un pop chiattone di bislacca goffaggine, i Radiohead per contraccolpo smussano il piglio sperimentalista col quale Yorke si era incaponito (o forse lo ha sfogato tutto nei progetti solisti).

Ma il solco che separa la musica che piace ai critici e la musica che piace all’umanità resta devastante. E il punto è: se ti ascoltiamo solo noi onniscienti, sei realmente rilevante? Dio, mai come in questa puntata avrei avuto bisogno, come supporto argomentativo, dei

Pinfloi. E invece niente, perdura la Grande Attesa della loro ripubblicazione in vinile e indisponibilità su cd, che fa di questo il periodo più lungo senza The Dark Side of the Moon e The Wall in classifica dacché io ne scrivo. Cerco di far finta di niente, ma come quando il partner di una vita sparisce all’improvviso, tutto, tutto me li rammenta, mondo bastardo.

Il resto della top 10. Rimbalzo di Beyoncé: era al n.16, ora per qualche motivo – alla terza settimana dall’uscita – va al n.5. Dev’essere successo qualcosa che io non so, dal 6 al 12 maggio. Ho indagato, e non è stata ospite di Amici, né di Verissimo, né di Fabiofazio. Il 3 maggio però è uscito Vanity Fair con in copertina la Beioncia tutta panterona con il titolo “Di cosa è capace una donna tradita” (…bello che finalmente ci sia una cantante che affronta questo argomento, vero?). E secondo me Vanity da solo fa per lei quanto tutti gli altri media messi assieme. Debutta al n.6 Gianluca Grignani, con la rivisitazione deluxe dei primi due album; avendo già scritto tantino delle altre due nuove entrate, tocca sacrificare lui. Sospetto che ve ne farete una ragione. Poi dal n.7 al n.10, eccovi Francesco Renga, Baglioni&Morandi, Marco Mengoni, Niccolò Fabi. Escono dalla top 10 Elisa, Alessandra Amoroso, Tini/Violetta e Drake – che precipita dal n.10 al n.46.

Altre nuove entrate. Al n.21 Non smetto di ascoltarti, di Fabio Concato, Julian Oliver Mazzariello e Fabrizio Bosso (da non confondere con Ezio) (non guardatemi così, magari qualcuno lo fa e ci può stare, mon Dieu). Entra al n.25 Jean Michel Jarre e con un buon n.31 Gregory Porter, vocione jazz targato Blue Note. Meno bene Anohni (che come saprete, è il vecchio Antony), n.39, e (Jack) Jaselli, n.67. Mi chiedo se entrambi paghino le manfrine coi loro nomi. Infine, entrano al n.96 i Mau Mau. Gosh.

Altri argomenti di conversazione. Pericolante Anti di Rihanna, che a tre mesi dall’uscita scende al n.80 (presto, un duetto!). Ma rischiano anche di chiudere la loro lunghissima permanenza Ariana Grande, che dopo 86 settimane si ritrova al n.94, e Fedez, al fatidico n.100 dopo 84 settimane. Esce di classifica PJ Harvey, dopo nemmeno un mese.

Miglior vita. Calo nella popolarità dei defunti, i cui album scendono all’11% di quelli presenti in classifica; a guidarli è sempre Blackstar di David Bowie al n.26. Posso solo immaginare alla Warner come si siano sentiti afflitti quando Sinead O’Connor è stata ritrovata, insana e salva a Chicago. Sinead! Non puoi farmi questo, lascia che io ti faccia da punching-ball un’altra volta nella vita.

Poi non mi viene in mente più nient’altro.

TheClassifica 86, 87 e 88. Zucchero e catrame

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La verità sulla mia lotta contro i poteri forti – ai quali comunque non mi piego giammai.

(the RollingStone files) I migliori insulti di Elton John

(the RollingStone files) I migliori insulti di Elton John

Vi ricordate quando tutti facevano listone per tirare su clic? Lo so, continuano a farle – e la gente continua a cliccare. Questa potrebbe essere la prima volta che ne metto una su aMargine, ma ammetterete che questa va ripescata ora o mai più. Seguirà, 

TheClassifica 54 – The Magical Mystery Charts

TheClassifica 54 – The Magical Mystery Charts

Mmh. Spiace per Gasparri, ma Fedez è ancora n.1.
Gasparri! Io ci ho un debole.
Nato nel 1956, figlio di un generale dei Carabinieri. E nipote del n.2 dei Carabinieri, nel senso di Vice Comandante di Corpo d’Armata. Dopo la maturità classica fa una intensa carriera universitaria. Nel senso che ci rimane fin dopo i trent’anni: lo si deduce dal fatto che a fine anni Ottanta diventa leader della Destra Universitaria. A dire la verità è una mia illazione, basata su elementari conticini sulla sua età: magari invece ha fatto solo tre anni di università – ma ne ha fatti sedici alle elementari. 
Io considero il nostro vicepresidente del Senato una specie di emblema del peggio della nazione. So che qualcuno reputa più deprimente Giovanardi: i gusti son gusti. Però è un fatto che in vent’anni di Servizipubblici e Ballarò e Ottoemezzo e Giornidapecora e Zanzare (solo qualche giorno fa sentivo Cruciani che lo ospitava, alla radio del Sole 24 Ore, tutto un AhMaurizié, e noi je famo e noi je dimo, e sticazzi, noantri quanto ride, ennò?), ci è voluto Federico Lucia, 25 anni appena compiuti, da Corsico, per dare pubblica visibilità alla pochezza di entrambi. E questa cosa mi turba un po’.
In ogni caso non è di questo che volevo parlare.
E neanche di Fedez. E di nessuno che si trovi sul podio della classifica italiana degli album: di Fabi Silvestri Gazzé (n.2) e Subsonica, vi ho già detto. Le uniche novità in top 10 sono Chiara Galiazzo (n.4) e Tokio Hotel (n.5). Sì, poverini, i Tokio Hotel, quelli che si prendevano strilletti ma soprattutto insulti 6-7 anni fa. Con il NME a candidarli come “peggior gruppo”. Mi chiedo se i Tokio Hotel ci abbiano guadagnato o perso, ad arrivare prima del boom di Twitter (…in effetti è inutile che mi faccia questa domanda, non ho intenzione di rispondere) (la regola è che se non c’è movimento sul podio, si parla d’altro)

(“Da quando abbiamo questa regola?” “Da stamattina”)

E quindi, fatte salve le rubrichine finali – Pinfloi e cari estinti eccetera – saltate a bordo, che si fa un giro per le classifiche del mondo!

GRANDE SATANA
Album. Entra al n.1 Jason Aldean, 37 anni, nato in Georgia, in copertina ha il cappello da cowboy, perché la gente non abbia dubbi. Cioè, è un po’ come la bottiglia di succo di pera, che sopra c’è la pera.
Aldean non è su Spotify. Una delle canzoni del suo nuovo album è intitolata “Se il mio camion potesse parlare”.
(LOL)
Al n.2 c’è Hozier, irlandese, ma ve ne parlo dopo perché è in classifica anche nel Regno Unito. Poi, dopo Streisand e Gaga&Bennett, al n.5 entra il nuovo disco dei Weezer. Jackson Browne con Standing in the breach entra solo al n.15 (da noi, n.70): i babyboomers si sono buttati tutti sulla raccolta di Stevie Nicks, n.7. Ha finalmente un piccolo tracollo la colonna sonora di Frozen, dal n.11 al n.18. Faccio presente che è uscita nel novembre 2013.
Singoli. Al n.1 c’è All about that bass, pezzo MOLTO rétro – con ammicchi all’epoca Shirelles, Crystals, Ronettes – scritta e interpretata da Meghan Trainor, 20enne di Nantucket, isola per balene. E anche Meghan è un po’ tanta – sicché ha deciso di replicare al pop bootylicious delle culiziose divine del pop con un pezzo che sostiene la maggiore corposità dei bassi rispetto alle note alte (…una delle migliori metafore sulla ciccia che io abbia mai sentito). “Yeah it’s pretty clear, I ain’t no size two – but I can shake it, shake it like I’m supposed to do, ’cause I got that BOOM BOOM that all the boys chase, all the right junk in all the right places”. A un certo punto della canzone manda a remengo le skinny bitches – al che le magre si sono inviperite, e giù commenti. Su YouTube, 156 milioni di visualizzazioni; in classifica, è andata al n.1 praticamente ovunque. L’Italia è uno dei posti dove è andata peggio, solo n.5, forse perché un verso della canzone irride uno dei capisaldi della cultura italiana contemporanea: Photoshop.
Occhio che la top 5 dei singoli americani brulica di femmine: dopo Meghan, al n.2 Taylor Swift, n.3 Iggy Azalea & Rita Ora, n.4 Tove Lo, al n.5 Jessie J, Ariana Grande, Nicki Minaj. Otto donne pigiatissime in cinque posti, nemmeno fossimo da Tezenis. Che peraltro potrebbe sponsorizzare la maggior parte dei loro videoclip.

FISH AND CHIPS
Album. Al n.1 George Ezra, 21 anni, britanno, il nuovo re del “Tuttinsieme!”. Il suo album si chiama Wanted on voyage – e coerentemente, dopo la hit Budapest, ha inciso anche Barcelona e Blind man in Amsterdam. Al n.2 un altro britanno, Ed Sheeran, 23 anni; al n.3 Sam Smith, britanno, 22 anni. 
(…avrete notato il trend) (si può dire trend, nel 2014, o vige ancora il veto morettiano?)
Al n.4 resiste eroica Barbra Streisand, mentre al n.5 c’è Hozier, 24 anni, irlandese, quello che avevo bypassato mentre eravamo in America. Vi ricordate? No? Stavate comprando le cartoline?
Hozier su Spotify raggiunge i 32 milioni di ascolti per Take me to church. Io gli sto un po’ girando attorno, ho come la sensazione che per lui si possa apertamente parlare di “Genere Letterman”, ovvero quei tipi che con chitarra elettrica e voce in primissimo piano, e discendenza ipotizzabile da Jeff Buckley, fanno un figurone soprattutto esibendosi live in tv. Dico questo non perché il disco mi dispiaccia, ma perché sono abbastanza sicuro che si sia ormai affermato un Genere Letterman. Così come è sempre esistito un Genere VincitricediSanremo. Entrambi (Nella Mia Umile Opinione) perdono un po’ di momentum quando li senti, per esempio, alla radio. Putacaso, Hozier la settimana scorsa è passato anche al Saturday Night Live. È da quei posti lì che devi passare per vendere i dischi.
(Fedez da Fazio non ci è andato. Durante Sanremo non è stato carino con lui e con i suoi ospiti, a partire da MiticoLiga)

(“Ehi” “Che c’è?” “Mi pare di notare un endorsement per Fedez” “Rimedio subito: la canzone Pop-hoolista che dà il titolo all’album fa schifo” “Ma come, c’è Elisa” “C’è SEMPRE Elisa”)

Singoli. Anche qui, n.1 Meghan Trainor, All about the bass. Tra l’altro, la Trainor è stata la prima artista ad entrare in classifica solo grazie allo streaming: era al n.33 una settimana prima di essere acquistabile – grazie a Deezer, Napster, Spotify, che da quest’estate fanno numero (100 ascolti sono conteggiati come un download). Anche in questa classifica è pieno di fi – di donne, perlomeno fino al n.5: al n.2 c’è Bang bang di Jessie J, Ariana Grande & Nicki Minaj; quest’ultima è anche al n.3 da sola col suo indifendibile Anaconda; n.4 Taylor Swift, e n.5 l’unico uomo, Jeremih, di Chicago, che come i Bastille va a rispolverare Rhythm is a dancer, dei todeschi Snap. E questo dove ci porta? Sì! Tutti in Tomania.

(“Uff. Sono stanco. Non possiamo fare una pausa?” “No, è l’Europa che ce lo chiede”)

BUNDESBANK
Album. Al n.1, i Sunrise Avenue, ovvero i Modà finlandesi. La loro raccolta Fairytales: Best Of 2006-2014 torreggia in modo sospetto sui prodotti locali, e non c’è uomo sano di mente che non vi intuisca una qualche camarilla del gruppo Bilderberg. A dire la verità anche qui da noi Fairytale gone bad si è sentita timidamente per radio, ma la Merkel li ha fatti piazzare ad arte in ogni bundesprogramma tv generalista, dal Grande Fratello in giù. Al n.2 i Tokio Hotel, che non vanno al n.1 nemmeno in patria, poverini; al n.3 Helen Fischer, una delle regine dello Schlager, il neomelodico tedesco. È nata in Siberia, dove furono deportati i nonni quando Stalin ha sistemato a modo suo la parte di Germania che gli competeva. Sapevate che nel giro di cinque anni Stalin fece condannare a morte senza processo quasi mezzo milione di dipendenti dello Stato?
(“Mmmh” “Dai, su” “Ho detto solo mmmh” “Lo so. E io ho detto solo dai, su”)
Al n.4 c’è il rapper alemanno Clueso, e al n.5 Bryan Adams. Non molto diverso, per quanto mi riguarda, dal n.8 di Lenny Kravitz (n.8 anche in Italia, mentre Adams da noi è al n.22).
E con questo può bastare. Ora superiamo con agilità la Maginot, ed eccoci lì, dai mangiarane. Vi ricordate Donald Rumsfeld, il miglior guerrafondaio che gli Stati Uniti abbiano avuto dai tempi di Eisenhower? Beh, politicamente era veramente una piattola, però a chi tira fuori una buona battuta io perdono molte cose (troppe) e la migliore battuta di Rumsfeld è stata: “Andare in guerra lasciando a casa i francesi è come andare a caccia di anatre lasciando a casa la fisarmonica”.
(“Una battuta gratuita sui francesi ci sta sempre bene, no?” “Sì, è vero, hai fatto bene”)

PARBLEU
Album. Sento aria di Sorbona. Quindi basta ciarle, e fatemi salire in cattedra. Vado a formulare un’ipotesi.
Ovvero.

La musica che non si vende, sarà anche un prodotto globalizzato. Ma quella che si vende, evidentemente, è molto “local”. Intendo dire che la classifica francese è terribilmente franciosa, così come la nostra e le altre viste finora sono ampiamente indigene. Al n.1 c’è Kendji Girac, 18 anni, da Bergerac (oh la la!), vincitore del The Voice gallico. Gli album che uniscono la top ten francese a quelle del resto del mondo sono Lenny Kravitz, Prince, Leonard Cohen. Aggiungendo Barbra Streisand (n.54 in Italia) verrebbe da dedurre un mutamento generazionale tutt’altro che cosmopolita, perlomeno tra chi apre il portafogli per la musica. Per i più giovani, la canzone pop americana è divertente, e la ascoltano in continuazione – ma che se ne rimanga pure lassù nella nuvola: sono più disposti a spendere per il prodotto a chilometro zero. In Europa la musica nordamericana è un retaggio degli anziani.

(“Quali conclusioni ne trarresti?” “Nazionalismo strisciante?” “O incapacità degli americani più giovani di dirci cose interessanti che non riguardino la culiziosità” “Che rimane comunque un’istanza cruciale” “A chi lo dici”)

TIKI-TAKA
Album. Nella top ten, tutti spagnoli, tranne Leonard Cohen (n.5)
(“Ma da noi, Leonard Cohen?” “N.12. Però aveva debuttato al n.8”)
Al n.1 ci sono gli Auryn, boy band che canta in inglese, ma i componenti vengono da tutte le parti d’Ispagna e sono una specie di selezione di nonvincitori di talentshow, come se da noi Ics, Roberta Pompa e Nevruz facessero un supergruppo irresistibile.
(“Ottimo esempio” “Ih, come sei”)
Ed ora, un Paese scelto in modo assolutamente isterico, per uscire dalla logica brutalmente quantitativa occidentale. Andiamo a conoscere i gusti dei nostri amici ungheresi!

HONVÈD
Album. Al n.1, avete indovinato, c’è Ákos, con Igazàn. Come a inizio carriera, negli anni 90, il suo stile è piuttosto Depechemodiano, il che contribuisce a renderlo rapidamente assimilabile alle nostre orecchie e tutto sommato anche il video non ha nulla in meno rispetto alle produzioni di altri Paesi spocchiosi.
(“Ma come, non è un porno?” “No, è un biancoenero post-industriale”)
Nonostante Budapest, qui George Ezra non è in top ten: sinceramente, l’unico disco che conosco nella prima diecina è Art official age di Prince, n.8. Però mi piacciono molto le copertine dei dischi, come quella di Egyszerű az élet di Gàjer Bàlint, o quelle stile vecchio francobollo del Refòrmatus Korusòk, al n.7 con Református vigasztaló énekek I. – Tudom, az én Megváltóm él, e al n.9 con Református énekek XIII. Al n.2 invece c’è un gruppo con un nome fantastico: Depresszió. Appena posso li ascolto.
Voi comunque non fatevi un’idea folkloristica della musica in Ungheria, la realtà è che anche da loro funziona come si è detto: precedenza al prodotto locale, poi, dal n.10 in giù, i nomi occidentali ortodossi: Slash, Linkin Park, Ed Sheeran, Coldplay. Lenny Kravitz (al n.20). Certo, Kovács Ákos, ex componente dei Bonanza Banzai, è il grande dominatore della top 40, con otto album: fosse la classifica italiana, penserei che gli è appena capitato qualcosa di fatale. Invece per fortuna sta benissimo, e giacché parla italiano magari ci sta leggendo, quindi colgo l’occasione per fargli un beccheggiante saluto – però non mettete via i paramenti funebri, perché stiamo tornando a casa per vedere la situazione da quel punto di vista lì. Prendete due souvenir dementi, e salite su questo preoccupante trabiccolo alato a vedere chi è passato a

Migliorvita. Su cento artisti in top 100, nove non sono più tra noi. Avete notato che sono quasi sempre nove? E non sono sempre gli stessi. Kurt Cobain (Nevermind, n. 84) o Freddie Mercury (Queen Platinum Collection, n.66) rientrano in classifica questa settimana, John Lennon ci fa il suo annuale ingresso al n.50 (in anticipo sul Natale) mentre ne escono Elvis e Lucio Dalla. È una scena con una vitalità tutta sua.

Pinfloi. Sentito il papposo singolo che anticipa il papposo prossimo album di Pink Gilmour, significativa oscillazione nell’umore dei fan: il cupo e Watersiano The wall alza la testa, dal n.79 al n.51, mentre The dark side of the moon perde 13 posizioni e scivola al n.48; Wish you were here rimane inchiodato al n.67, con la puerile raccolta A foot in the door che scende dal n.85 al n.81.

Dimenticavo. Escono (subito) dalla top ten italiana Red Canzian, Leonard Cohen e soprattutto Prince, dal n.9 al n.28 con Art official age, e dal n. 21 al n.74 con l’altro album, Plectrumelectrum, quello con le tre galline. Ora quello si offende, e in tour li suona tutti e due per intero. Oh beh, tanto in Italia ha detto che non viene. Peccato perché quando dice che viene certe volte fa il brillante, rifiutandosi di suonare pur avendo incassato il cachet. E con l’evitabilissima battuta sul cachet e il mal di testa che gli prese ai promoter (Mamone e poi Sanavio), io avrei finito, ciao, a presto, è stato un bel giretto, abbiamo imparato tante cose. 

(“Io me le sono già dimenticate” “Ssst, non farti sentire. Pure io”)